Testimonianze e fatti storici sulla coltivazione della canapa in Toscana

Vi prego, non facciamo la solita ironia da quattro soldi, non ci perdiamo nei consueti discorsi banali. Nel secolo scorso e ancor di più nei secoli passati la coltivazione di questa pianta è stata una cosa seria e il sostentamento di molti garfagnini, solo oggi ricominciamo a scoprire nuovamente la sua utilità negli svariati settori della vita quotidiana. Di cosa sto parlando? Naturalmente della canapa. Oggi sembra strano pensarlo ma l’Italia è stata per secoli (fino ai primi anni del 1900) il secondo produttore mondiale di canapa dopo l’Unione Sovietica. In tutta la penisola (ancora nel 1910) si coltivavano oltre 80mila ettari di terreni e il suon buon contributo a questa produzione lo dava anche la Garfagnana e la Valle del Serchio in genere. Questa coltivazione era una voce importantissima nell’economia contadina nostrale già nel XV secolo, tant’è che in Garfagnana si diceva che la canapa era come il maiale, non si butta via niente, ogni sua parte infatti veniva utilizzata e questo fino agli anni ’50, quando poi rapidamente la canapa è sparita dalle nostre campagne “grazie” alla concorrenza del cotone e di altre fibre meno costose, l’invenzione poi delle fibre artificiali decretò il “de profundis” di questa produzione che richiedeva un enorme impiego di forza lavoro e un notevole tribolo. Ancora oggi però, c’è chi si ricorda di questi immani fatiche che servivano comunque a soddisfare le necessità della famiglia e l’allegro amico Giuseppe (quasi novant’anni, portati egregiamente) originario di Castelnuovo ed emigrato poi in Inghilterra, ricorda fase per fase tutta la lavorazione di questa pianta. I ricordi che affiorano alla mente di Giuseppe sono particolareggiati e pensare che sono passati circa settant’anni dall’ultima volta che a messo mano su questo arbusto:

Un “canipajo”

– La canapa veniva seminata verso la fine di marzo e il campo dove veniva seminata era chiamato il “canipajo” (in dialetto). Una volta finita la semina era usanza metter su lo spaventapasseri, di questo se ne occupavano i ragazzetti, ma di solito questa trovata non faceva desistere gli uccelli che erano voracissimi di questi semi, allora a scongiurare questo pericolo ci pensavano i soliti ragazzetti che fino a quando non spuntava la pianticella dal terreno facevano turni giornalieri per salvaguardare il canipajo dagli uccelletti. Era una vera e propria meraviglia questa pianta, credetemi,  che a cose normali cresceva rigogliosa e spesso superava i tre metri di altezza. A fine luglio, inizio agosto con una falce i lunghi steli venivano tagliati e posati a terra per l’essiccazione delle foglie. I “mannelli” (fasci di canapa) venivano così incrociati fra di loro con le foglie in alto in modo che si formasse un cono rovesciato e che in caso di pioggia l’acqua scivolava via meglio, inoltre in questo modo l’aria circolava intorno al fogliame e ciò permetteva alla canapa di non marcire.

I mannelli messi a seccare a cono rovesciato

Una volte che le foglie erano secche i mannelli li sbattevamo in terra e le foglie cadevano dallo stelo velocemente, fatta questa operazione le portavamo a casa nel “riparo” (al coperto) e qui avveniva la selezione, ogni stelo doveva essere di lunghezza uniforme e allora per fare questo i fasci venivano disposti su un bancale e qui selezionati e uniti in altrettanti mannelli di misura pressochè uguale. Verso la metà di agosto avveniva un’altra importante operazione: il macero. Per tale scopo alcuni tratti del Serchio erano l’ideale, figuratevi che in quel periodo dell’anno c’erano per le sconnesse strade garfagnine molti “barrocci” (carri) trainati da buoi carichi di canapa che andavano verso il nostro beneamato fiume. Immaginatevi voi che per fare questo lavoro venivano in parte deviate le acque del Serchio per formare delle “vasche” chiuse dove veniva totalmente immersa la canapa in due o più strati e per circa otto giorni.

Il trasporto della canapa

Questa fondamentale operazione permetteva lo scioglimento delle sostanze collanti che tengono uniti fibra tessile e stelo. Per tenerla bene sommersa ci si serviva semplicemente dei sassi di fiume, era importante che nessun stelo venisse in superficie, a controllare tutto questo ci pensava il custode del macero che prontamente in caso di bisogno prendeva la bicicletta e andava ad avvisare il proprietario dei fasci in questione. Passati i giorni di macerazione cominciava il duro lavoro dell’estrazione dei mannelli dall’acqua, in compenso ci si consolava con qualche bicchiere di vino e ne approfittavamo anche di scherzare con le ragazze che erano venute a lavorare, in più era una buona occasione per vedere gente che non avevi più visto dall’anno prima, perfino i bimbetti venivano a dare una mano a noi contadini, in cambio davamo loro un mannello di canapa piccola.

La macerazione

In questo modo tutti si portavano a casa un po’ di canapa da filare durante l’inverno per poi tessere la tela per fare le lenzuola e asciugamani Insomma, nonostante tutto era una giornata di festa, sebbene il nauseabondo odore della canapa macerata non aiutasse tanto questo clima gioioso. Una volta che tutta la canapa era stata poi tolta dal macero veniva riportata a casa e messa ad asciugare, seguiva poi la fase di lavorazione detta “l’ammaccatura”che consisteva nel battere con dei bastoni lisci gli steli, facendo in questo modo rimaneva solamente la fibra, mentre a terra restavano i “canapujori” che venivano ammucchiati da una parte per essere usati per accendere il fuoco nel camino. Infine per ripulire alla meglio la parte legnosa residua, dopo l’ammaccatura si passava alla gramolatura che veniva fatta quasi sempre da delle giovanotte svelte ed esperte. A questo punto sarebbero passati alcuni mesi prima di rimettere mano alla canapa lavorata in estate. A ottobre entrava in scena una figura fondamentale per la buona riuscita del prodotto finale, questa figura era conosciuta come il“canapino”. Il canapino era colui che pettinava la canapa, aveva con se dei pettini particolari che passati più volte sulle fibre le rendeva più soffici e lavorabili.

I “canapini”

A seconda della pettinatura si ottenevano tre tipi di filo: quello più grossolano serviva per fare le corde per vario uso (per gli animali, per stendere il bucato e per usi domestici in genere), poi c’era quello per tessere sacchi, infine si arrivava a quello più pregiato che si usava per la tessitura della biancheria -.
Fino a qui arrivano le memorie di Giuseppe, ma la storia e la tradizione della canapa come già detto si rifà a secoli e secoli addietro, quando il Nardini, esimio storico di Barga racconta nel suo libro“Comunità parrocchiale San Pietro in Campo- Mologno”di lotte feroci fra barghigiani e gallicanesi per regimentare la correnti del fiume Serchio per l’irrigazione dei campi e sopratutto per creare le famose “vasche” per il macero della canapa. Si narra infatti che già nel Medioevo la piana di Mologno aveva una popolazione non stabile, dedita completamente all’agricoltura, nel giorno si adoperava nei lavori dei campi, mentre all’imbrunire rientrava nelle mura dei vicini castelli. In questa piana si effettuavano anche tre tagli di fieno che avrebbe poi alimentato un numeroso bestiame che pascolava beatamente ed in più si riferisce, che in apposite pozze nei pressi della Corsonna e sulle due rive del Serchio si macerava la canapa, queste pozze erano la fonte di interminabili diatribe, a complicare la situazione ci si mettevano anche problemi di confini, poichè il fiume era diviso fra tre stati:quello fiorentino, quello di Modena e quello di Lucca, insomma tutti cercavano di disordinarlo a proprio favore. Per secoli è stato lavoro delle varie Cancellerie dello Stato che cercavano di dirimere pacificamente le spinose questioni e nonostante la buona volontà dei giudici si arrivò anche al fattaccio. Era il lontano 1666 quando i barghigiani e i gallicanesi si presero ad archibugiate da una sponda all’altra del fiume, proprio per questioni legate alla canapa e in particolare al cambio di direzione delle acque. Come vedete la coltivazione di questa pianta era talmente importante che di canapa si poteva anche morire. Oggi i tempi sono cambiati e non ci rimane che dire che neanche la canapa è più quella di una volta…

Bibliografia:

  • Testimonianza diretta di Giuseppe (non vuole che si menzioni il cognome) di anni 89 abitante nel Regno Unito, ex coltivatore di canapa
  • ” Comunità parrocchiale di San Pietro in Campo Mologno” di Antonio Nardini, stampato da tipografia Gasperetti, anno 2006
  • “Una vita fra la canapa” Museo della vita contadina
Testimonianze e fatti storici sulla coltivazione della canapa in Toscana was last modified: maggio 12th, 2017 by Paolo Marzi

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Paolo Marzi
Mi chiamo Paolo Marzi sono nato a Barga il 2 settembre del 1971, sono sposato ho due belle figlie e vivo da sempre in Mologno, un piccolissimo paese nel comune di Barga nella Valle del Serchio. Il mio paese è una “terra di confine” solamente un chilometro (nemmeno) e un ponte (il ponte di Gallicano) mi divide dalla Garfagnana (così come geografia dice) Oltre al mio paese sono legato molto a Gallicano, il luogo dove è nata la mia mamma e dove ho vissuto la mia bella infanzia. Non ho diplomi ne tanto meno lauree,ho solo la grande passione per lo scrivere e per la Storia, in particolare della Nostra Storia, la storia della nostra valle, della nostra Garfagnana.Questa passione mi porta a fare continue ricerche,verifiche,visite,viaggi e foto. Tutto questo materiale ho cercato di raccoglierlo in questo blog,nella speranza che possa diventare un punto di riferimento per tutti quelli che vogliono informarsi su tutto quello che era il nostro passato. Partecipo poi con il comune di Gallicano nell’organizzazione di eventi storico-culturali (l’ultimo in ordine di tempo “La Grande Guerra, storia e memoria del fronte alpino”). Faccio poi parte dell’istituto storico lucchese e collaboro con i miei articoli su “Il Giornale di Castelnuovo Garfagnana” e sulla testata on line “Lo Schermo”,inoltre ho contribuito con testi e foto alla bellissima opera “I luoghi del cuore”(un componimento fotografico e scritto sui luoghi più suggestivi di Lucca e la lucchesia), pubblicazione a dispense sul quotidiano “Il Tirreno”,in più sono uno dei vicepresidenti dell’Associazione culturale gallicanese “L’Aringo”, che ci ha visti uscire nel 2015 con una nuova pubblicazione trimestrale.Questo nuovo giornale si chiama anch’esso “L’Aringo” e si occuperà di storia, tradizioni e cultura e sarà il primo giornale ufficiale nel comune di Gallicano e mi vedrà oltre che “giornalista” anche nel comitato di redazione,mi occuperò della sezione storica.Da aggiungere che le mie ricerche storiche effettuate sul canale irrigatorio Francesco V di Gallicano, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, rivolte alla Sopraintendenza della Belle Arti, hanno contribuito al finanziamento per restaurare la bellissima opera dell’architetto Nottolini. @ POSTS

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