I sette re di Roma

Iniziò tutto con la in parte mitica guerra di Troia: Antenore fondò Padova, Aceste (o Segeste) si sistemò in Sicilia, Andromaca – vedova di Ettore e preda di guerra – in Epiro, schiava di Pirro/Neottolemo, figlio di Achille. Enea nel Lazio: sconfisse i rutuli di Turno ed i latini di Latino, del quale sposò la figlia, Lavinia, con il nome della quale fondò una città, Lavinio (oggi Pratica di mare). Da Troia s’era portato il figlioletto Ascanio, a cui Cesare attribuì un secondo nome, Iulo, da cui faceva discendere la propria stirpe, Iulia. Dato che Enea era figlio di Venere, allora Giulio Cesare nelle sue vene aveva sangue divino! Non solo: da Iulo discesero Numitore ed Amulio, due fratelli, che fondarono sull’orlo del lago Albano la città di Alba Longa (Bianca e Lunga), grosso modo l’odierna Castel Gandolfo. Il re era Numitore, il primogenito, ma Amulio lo spodestò (fratelli coltelli), lo mise in prigione e costrinse sua figlia Rea Silvia, a divenire vestale, votandola con ciò alla verginità, garanzia per Amulio ed il suo trono. Ma Rea Silvia, com’è come non è?, ti scodella due bei gemelli, Romolo e Remolo (Remo, ma per Berlusconi era Remolo). Amulio si adira come un picchio: seppellisce viva Rea Silvia, ed ordina che i due figli illegittimi siano uccisi. Li abbandonano dentro una cesta nelle acque del Tevere, ma li salva una lupa, che li allatta. Arriva poi un pastore, Faustolo, che li prende e li porta a sua moglie, Acca Larenzia, che li alleva come propri. La medesima sorte era toccata a Ciro il vecchio ed a Mosè, segno di un topos leggendario diffuso nel Mediterraneo. Ma chi era il loro padre? Niente meno che Marte! Così Cesare poteva vantare di avere nelle sue vene il sangue di Venere e quello di Marte: l’amore e la guerra!

I due gemelli crebbero piuttosto vivaci, mettendo insieme una banda di giovinastri a cui prudevano le mani. Quando vennero a sapere della loro vera origine (erano stati abbandonati nel Tevere con dei segni di riconoscimento), andarono ad Alba Longa, spodestarono Amulio, liberarono nonno Numitore e lo rimisero sul trono.

Ma venne loro la voglia di fondare una città tutta loro, ed optarono per le alture che sorgono proprio sull’affaccio della riva sinistra del Tevere verso l’isola Tiberina. Dato che i due fratelli erano gemelli, affidarono agli dèi il compito di designare il re della nascente città. E gli dèi, mediante il volo degli uccelli, indicarono Romolo, che così fu il primo dei re della città, che dal proprio nome chiamò ROMA! La tradizione romana ci narra che i re furono sette: Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo.

Roma nacque nel 753 a.C., secondo i calcoli di Varrone Reatino, e le ricerche archeologiche confermano l’epoca. Nel 510 Tarquinio il Superbo, settimo ed ultimo dei re, tornava da una spedizione militare, ma trovò chiuse le porte, ed a nulla valsero i tentativi di rientrare: fine del regime monarchico. E, dato che Tarquinio era etrusco, fine anche del predominio etrusco in Roma. Ma facciamo un po’ di conti, alla buona: fondazione nel 753, cacciata dell’ultimo re 510, durata della monarchia 243 anni. Distribuiamo alla pari gli anni per i sette re, viene fuori che ognuno di loro ha regnato per circa 35 anni. La durata media della vita in quei tempi era di circa 40 anni, e dunque qualcosa nei conti non torna. Se poi ci mettiamo pure che Romolo fu assunto in cielo e divenne un dio con il nome di Quirino, Servio Tullio fu ucciso, e Tarquinio il Superbo cacciato, ecco che allora i conti tornano anche di meno. Se ne deduce che i re furono più di sette, e quelli i cui nomi ci sono giunti saranno stati i più importanti, anche se leggendari, eccetto gli ultimi tre, di stirpe etrusca, regnanti in Roma nel periodo di maggior splendore del mondo etrusco.

Ma quale tipo di monarchia era quella romana? Non era ereditaria, ma elettiva. Morto un re – dicono gli storici antichi – non gli succedeva il figlio, come càpita nelle dinastie, ma il senato ed il popolo (SPQR) eleggevano il suo successore. Si trattava di una carica a vita, ed il suo ruolo era soprattutto esecutivo della volontà del SPQR, ma ovviamente il re aveva anche potere di iniziativa.

Nella persona del re si sommavano i poteri più importanti: era il massimo magistrato in tempo di pace, dunque aveva nelle sue mani il potere civile; era il comandante supremo delle forze armate in caso di guerra; era il sommo sacerdote, dunque il pontefice massimo per la sfera religiosa. Nel foro esisteva un edificio, la regia (la reggia), la sede del re. Dopo il 510, con l’avvento della repubblica, alla regia resta solo la funzione di ospitare i pontefici. A loro competeva la pubblicazione degli acta diurna (atti del giorno), e poi gli annales pontificum (gli annali dei pontefici), e su questi ultimi si annotavano gli eventi valutati come più rilevanti, a partire dai nomi dei magistrati di quell’anno. Gli annales erano custoditi nella regia, e costituivano la memoria ufficiale della città. Nel 391 andarono distrutti dall’orda barbarica e selvatica dei padani (galli della Padania: ma che è, ’sta Padania?), rozzi ed analfabeti, con l’elmo cornuto, che si muovevano in massa per fare razzia, non per conquistare. Furono sottomessi dai romani nel 222, ad opera del console plebeo Marco Claudio Marcello, a seguito della battaglia di Casteggio (Clastidium), e portati nella civiltà.

Il titolo di re produsse nei romani un’avversione prossima all’odio: quando volevi rovinare la carriera politica di qualcuno, bastava mettere in giro la voce che mirava a divenire re, e gli andava bene se non lo ammazzavano. La corona l’offrirono a Cesare, che ovviamente ricusò. Ci provarono con Ottaviano, ed anch’egli rifiutò. Ma della monarchia restarono tracce vive nell’esistenza di Roma: oltre alla regia, sede dei pontefici, persistettero il rex sacrificulus (il sacerdote addetto ai sacrifici), il rex convivii (il re del banchetto: governava i brindisi e le bevute nei banchetti seri).

Nei circa due secoli e mezzo di regime monarchico, la città lottò con i popoli vicini, latini equi falisci etruschi volsci sabini, arrivando a conseguire un ruolo di rilievo nel Lazio. Ma, a seguito della devastazione operata dai padani, tutta la documentazione relativa è andata perduta. E già i romani antichi, storiografi e poeti, dovettero affidarsi alle leggende. A Pratica di mare (l’antica Lavinio, come detto prima) esiste uno strano sito archeologico, noto come il santuario dei tredici altari, di origine straniera rispetto al Lazio, interpretato già dagli antichi come traccia di un arrivo da lontano (Enea?). Del resto in area etrusca si ritrovano dei bronzetti arcaici, in cui si rappresenta Enea che sulle spalle porta il padre Anchise, in fuga da Troia in fiamme. Anche tu che stai leggendo sei Enea, e sulle spalle porti il padre Anchise, cioè tutta la storia da cui discendi, ed è inevitabile che ti segua. Anche se decidessi di metterlo a terra, sarebbe comunque una decisione che nascerebbe da quella storia. Lo dico a beneficio dei sostenitori di vario genere ed orientamento del nuovo che avanza. Si sentono i primi abitatori di questo Paese, rifiutano la lezione della Storia, perché sono il nuovo, e non si avvedono dell’impossibilità di questa scelta, e della sua negatività. Come i primitivi pretendono di non avere storia alle spalle: neo primitivi, dice Battiato, signori degli anelli, rozzi cibernetici, orgoglio dei manicomi.

La distruzione del 391 ad opera dei padani ha determinato la nascita delle leggende per scomparsa dei documenti. E tra le leggende anche quella di Romolo e Remolo (copyright di Silvio), Acca Larenzia la lupa e Faustolo, la Roma quadrata, il ratto delle sabine, Muzio Scevola, Coriolano, Cincinnato, Furio Camillo, Orazio Coclite, Camilla, i trecento Fabi (morti per la patria, come i trecento di Leonida alle Termopili)…

I sette re di Roma was last modified: maggio 15th, 2017 by Fulvio Marino

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