Pitagora tra passato e presente

Nello scorso mese di marzo alcune associazioni culturali, che vanno dalla sezione crotonese di “Italia nostra” sino ai gruppi archeologici “krotoniate” e del Pollino, hanno ripercorso, su rotaia, la strada che conduce da Crotone sino a Sibari, ispirandosi, anche se in dimensioni molecolari, ai viaggiatori del “Grand Tour” ovvero a quel nugolo di intellettuali che a partire dal 1700 si spinse alla riscoperta della Calabria e delle tracce del suo glorioso passato. Quelli erano viaggiatori illustri o divenuti tali per aver pubblicato i loro diari di viaggio; tra essi figuravano Francoise Lenormant, George Gissing, Norman Douglas ma anche Henry Swinburne e Alexander Dumas. I primi tre, fra i menzionati viaggiatori, hanno lasciato significative e articolate testimonianze del loro passaggio nella fascia jonica e nel crotonese in particolare, riassunte anche in celebri pubblicazioni tra le quali “Old Calabria” e “ Sulle rive dello Jonio”. Non si può dunque dire che la Calabria del lontano passato non fosse conosciuta e che non attirasse l’attenzione di studiosi oppure che non sia la mission di associazioni e singoli cittadini che intendono riscoprirla ai giorni nostri. Lo stesso “Grand Tour” è stato sempre oggetto di studi, approfondimenti e celebrazioni, quasi come fosse una accanita ricerca dell’identità perduta o, in senso metaforico, la caccia a vecchie foto di come eravamo, custodite chissà in quale polveroso scatolone. E magari di viaggiatori del passato ne saranno capitati a centinaia sulle rive e nell’entroterra dello Jonio con l’intento di scoprire le reliquie delle antiche civiltà ed i modi di vivere dei contemporanei che abitano questi luoghi. Alcuni sconosciuti, altri poco noti, ma altri ancora, come Pier Paolo Pasolini, ritenuti ospiti indesiderati e, a torto, ingenerosi testimoni delle realtà incontrate lungo il viaggio. Tra i poco noti viaggiatori che si spinsero sino a Crotone, alla riscoperta dei luoghi della memoria, vi è lo scrittore e giornalista Giovanni Battista Angioletti, classe 1896, nato e vissuto a Milano, morto e sepolto però in una frazione di Torre del Greco nel 1961. Angioletti,nel corso della sua carriera di scrittore e saggista, ha ricevuto un “Premio Strega” e un “Premio Bagutta” per due suoi romanzi, nonché un “Premio Viareggio” per un saggio pubblicato nel 1960. Egli si dedicò anche alla sceneggiatura, ma la sua attività principale era quella di giornalista e editorialista de “La Stampa”, il quotidiano torinese che oggi occupa la quarta posizione per numero di copie vendute tra quelli a tiratura nazionale. Il giornale torinese usciva con due edizioni giornaliere; quella del pomeriggio e del lunedì era denominata “Stampa sera”; in molte di queste edizioni pomeridiane apparivano approfondimenti, soprattutto di attualità e cultura, a firma di G.B. Angioletti. Sull’edizione del 6 aprile 1956 il giornalista e scrittore milanese pubblicò un editoriale ispirato a un suo viaggio a Crotone, dal titolo inequivocabile: “Viaggio in Magna Grecia – Pitagora tradito”. Come era nello stile del giornalista – scrittore, i suoi racconti erano evocativi, sospesi tra acuta osservazione del presente e ricorrente rievocazione del mito. Aveva 80 anni quando Giovanni Battista Angioletti giunse a Crotone, sulle tracce di Pitagora. In pochissime righe egli è riuscito a riassumere i tratti essenziali dell’opera e della permanenza terrena del filosofo di Samo raccontando, nello spazio di un pezzo giornalistico, quello c’era e c’è da sapere dell’inventore del famoso teorema. L’estensore del pezzo è stato molto efficace in questo, laddove gli intensi studi, le agiografie e gli approfondimenti storico-scientifici che riguardano Pitagora, formano voluminose pubblicazioni che, nei fatti, sono più utili a mettere in piano la gamba corta di un tavolino che a erudire chi le legge. Per questo motivo ad Angioletti, soggiornando nella città che fu patria adottiva del pensatore greco, vennero in mente gli aneddoti e le storie che di lui si raccontavano; citando Eraclito; Erodoto e Tito Livio. In quell’editoriale il giornalista fa menzione della non originalità delle invenzioni attribuite a Pitagora; cioè del fatto che egli avesse soltanto divulgato e applicato teorie intuite dai caldei, dagli egizi e dai cinesi. Ma fa anche riferimento alla scaltrezza che contraddistingueva il maestro ed i suoi discepoli; tra i quali quello che si rifugiò in un sotterraneo per tre anni, riemergendo all’improvviso affinché la gente credesse a un suo ritorno dall’aldilà. Pitagora arrivò a Crotone che era già sessantenne, verso il 530 a.C.; qui incontrò una splendida realtà che lo accolse a braccia aperte poiché era giunto colui il quale predicava la conciliazione e la perfetta armonia tra il corpo, cui i crotoniati tenevano più di ogni altra cosa, e la mente, fervida e proiettata verso la razionalità delle scienze senza perdere la strada della fede, sia pure incrostata dalle credenze e dalle credulonerie tra le più bizzarre e insolite. In riferimento a Crotone, così sta scritto testualmente in quell’editoriale: “La città vantava la più celebrata scuola di medicina del mondo di allora…Pugili e lottatori di Crotone si dimostravano imbattibili…Le donne di Crotone erano considerate in tutto il Mediterraneo come le più belle tra le belle e, quanto agli uomini, basterà ricordare che Filippo di Butacide, per la sua avvenenza, ebbe dopo morto gli onori riservati agli eroi.” Va avanti così l’autore del pezzo; elencando una per una le virtù; le intuizioni, le glorie e le sventure di Pitagora nella terra adottiva. Osservando la Crotone del 1956, cioè di sessantuno anni addietro, G.B. Angioletti così scriveva: “In verità Pitagora stabili matematicamente le leggi della proporzione, del ritmo, degli accordi reciproci ed i suoi allievi, primo tra tutti Filolao,applicarono genialmente quelle leggi…e insomma concepirono l’Universo come un perenne armonizzarsi di elementi anche contrastanti. Ebbene, è proprio in questo che Crotone, oggi, ha rinnegato Pitagora ed i pitagorici”. Per la verità l’autore del pezzo giornalistico, nello scrivere queste cose, si orienta verso una conclusione riferita ad un solo aspetto della barbarie consumata dai discendenti degli antichi crotoniati, ma senza alla fine infierire su di essi, riuscendo addirittura a dissimulare gli obbrobri della modernità, nella descrizione, quasi bucolica, del loro contesto ambientale. Così egli scrive: “ Venendo qui ci si rende conto di come tutto sia perduto di quel che fu lo splendore della città; e non soltanto perché di tanti monumenti e edifici rimane, unica, una colonna del tempio di Hera Lacinia”. Nel suo viaggio a Crotone,ad Angioletti avevano fatto ribrezzo quelle case coloniche orribilmente colorate, disseminate per la campagna “su uno sfondo di verde tenerissimo, casto, sempre uguale e unito” ed egli si chiede le ragioni di cotanta bruttura, se non quelle “…di straziare le viscere dei pochi forestieri che si spingono sin quaggiù attirati dalla fioche memorie di un tempo di meraviglie…Se Pitagora potesse tornare….venire qui a Crotone e vedesse a cosa si è ridotto il “gusto” dei posteri suoi, non c’è dubbio che gli si rizzerebbero i capelli sul capo e per la seconda volta si sentirebbe ripudiato, tradito.”. Dunque il viaggiatore di cui sin qui si è detto, nel suo personalissimo “gran tour” sulle rive dello Jonio, consumato nella seconda metà degli anni cinquanta, ha voluto essere magnanimo non guardando nel dettaglio la situazione della città e piuttosto soffermandosi sull’eco del suo passato remoto. G.B. Angioletti scrisse di un “Pitagora tradito” prevedendo che il furore edificatorio di coloro i quali avevano costruito le case coloniche, sarebbe divenuto contagioso, al punto da rendere i luoghi della civiltà dei padri assolutamente irriconoscibili. Lo scrittore, riferendosi agli artefici dello scempio edilizio che prendeva le sue mosse, concluse il suo racconto di viaggio dicendo che neppure una materializzazione di Pitagora servirebbe ad arrestare l’opera dei novelli edili giunti in Magna Grecia, ma che essi non se ne andranno prima di “…averla ridotta così brutta, così “civilmente” sordida, da farci quasi rimpiangere la passata desolazione.” Ma quelli non se ne andarono e il contagio, la devastazione edilizia si propagò rapidamente nelle mura cittadine, superando in altezza persino le mura del Castello; sottraendo alla terra quanto di più prezioso, proveniente da un glorioso passato, essa custodiva nel proprio ventre; trafugando spazio vitale a quel “sacro silenzio” del paesaggio racchiuso tra le aride colline e la riva del mare, che tanto piaceva a Pitagora. Crotone: 2600 anni di storia e di civiltà le sono scivolati addosso come rugiada sulla foglia e del grande pensatore, matematico e filosofo arrivato dalla Grecia, non rimane che un ritratto a fettine di marmo, spaventosamente ermetico al punto che qualcuno ha ritenuto fosse giusto scriverci sopra con un pennarello: “ e Pitagora”, laddove la terza persona del verbo essere è scritta senza il dovuto accento.

Pitagora tra passato e presente was last modified: maggio 9th, 2017 by Antonella Policastrese

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1 COMMENT

  1. In effetti, le attuali Calabria e Sicilia sono state tra le fonti piu’ prolifiche in aritmetica e geometria del mondo classico greco. Poi si sono rovinate col crescere, come si usa dire soprattutto al Sud. Ma mentre la Sicilia conserva ancora una valida tradizione scientifica, la Calabria sembra abbandonata a se stessa ed al suo degrado cultura. Ci vorrebbe una nuova “Citta’ del Sole” per illuminare unja scena che merita ancora di esprimere luce.

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