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Le malattie e le cure di una volta

Facciamoci questa domanda. Qual’è la cosa più importante della vita?

Credo che la stragrande maggioranza di voi mi risponderà la salute e così infatti è. La vita senza salute diventa un inferno e solo quando questa viene a mancare ci si accorge del suo valore. Si può essere le persone più facoltose della Terra, si può avere un lavoro gratificante, si può essere al vertice delle più grandi industrie, si può essere capi di stato o di governo ma se non si è in buona salute si diventa deboli, fragili e bisognosi di tutto. Nei secoli però la medicina ha fatto passi da gigante, molto ancora c’è da fare ma pensiamo solo che fino a poco tempo fa si moriva anche solo per una futile febbre, mentre adesso si continua (naturalmente) ancora a morire ma di ben poche malattie.

“Sutura di una ferita minore presso un barbiere” un quadro di Gerrit Ludens
La Garfagnana nel corso dei secoli in fatto di salute  non è stata tanto fortunata, ricordiamo fra tutte le due catastrofiche pandemie che hanno colpito la nostra valle: la peste bubbonica del 1630 e più recentemente la febbre spagnola nel 1918, che portò un tasso di mortalità altissimo, in Italia fummo secondi in Europa solamente alla Russia. Oggi però quest’analisi scenderà più nel dettaglio e guarderà appunto di cosa ci si ammalava in Garfagnana in tempi lontani. Guarderemo quali erano le malattie più comuni, approfondiremo le cause di decesso consuete e “normali” e indagheremo anche sulle cure dell’epoca. Per studiare le malattie che anticamente colpivano una popolazione la fonte più comunemente usata sono i certificati medici redatti dai dottori stessi per finalità di diagnosi e cura e per esigenze amministrative della struttura che le prendeva in carico, spesso queste strutture erano le nostre care misericordie locali e qui in questi archivi possiamo in tal senso trovare dei veri e propri tesori. I medici di allora non avrebbero mai immaginato un utilizzo dei loro certificati come fonte di dati utili, pensiamo poi che in alcuni casi la medicina era ancora molto vicina alla stregoneria. Da dei certificati di malati garfagnini che vanno dal 1702 al 1818 salta subito all’occhio come in cento e più anni la scienza medica è rimasta ferma, impotente a risolvere qualsiasi malattia, si parla sempre di “aria corrotta”, insidiata da fermenti putridi e corpi maligni, le patologie erano sempre le stesse, mentre l’elenco delle cure non finisce più di decantare le virtù delle sostanze vegetali, erano però rimedi dati senza sperimentazione e molto spesso si fa anche riferimento ai dettami di un famoso medico dell’epoca un certo Pietro Andrea Mattioli da Siena, dettami tratti dal suo libro “Alcuni rimedi del Gran Mattioli“, si trattava appunto di preparazioni artigianali costituite in gran parte da erbe, cortecce e minerali vari, quali piombo,argento e mercurio che poi si sarebbero trasformati in unguenti, pozioni, sciroppi e clisteri.
Le malattie che colpivano di più i nostri antenati erano quelle che riguardavano l’apparato respiratorio e la pelle. Ecco ad esempio una ricetta da me sommariamente“italianizzata” scritta nel 1705 per curare la pleurite:
“Per la pleurite dobbiamo prendere una manciata di ortica in polvere e bollirla in un bicchiere di vino rosso e otto once di olio d’oliva, aspettare quindi che tutto il vino si sia consumato, dopodichè bere il succo avanzato”.
Fra le altre cause di cattiva salute non dimentichiamoci nemmeno delle fratture e delle molteplici ossa rotte dei contadini garfagnini, spesso queste fratture erano dovute a motivi di lavoro: chi cadeva da un tetto, chi veniva colpito dal mulo e qui si doveva passare sotto le cure dei chirurghi o dei “barbieri” aggiusta-ossa che molto spesso facevano dei disastri irrimediabili, lasciando il più delle volte persone storpie e menomate. Non parliamo poi delle malattie dovute alla sporcizia e al sudicio. Una buona parte della popolazione era colpita da scabbia, rogna, pustole e porcherie del genere. La sporcizia conviveva come un vestito di tutti i giorni ed è bene dire che questo lerciume non era un esclusiva della gente semplice e comune, non era difficile nemmeno trovare delle pulci sotto il vestito di una gran dama. Una conseguenza ancora di questa schifezza portava alle malattie dell’intestino, causate dallo sporco e dalla cattiva alimentazione. Naturalmente è bene sottolineare che al tempo i garfagnini e gli italiani in genere campavano poco, mediamente quarantacinque o cinquant’anni…A conferma di ciò l’uomo cinquantenne di oltre un secolo fa era effettivamente un vecchio e tale Pietrin da Corfino così scrive agli amministratori della Confraternita di Misericordia di Castelnuovo Garfagnana:
“Ho 53 anni di età, gravato da malattie frutto di fatiche, privazioni, miseria e dalla mia vecchiaia. Non potrei più malgrado tutti i miei sforzi, procurarmi quel pane che mi è costato sempre molto caro, mi vedrei ridotto alla più straziante situazione se non mi restasse una speranza nei soccorsi così generosamente elargiti dalla pubblica carità”
Con il tempo nella valle sorsero anche gli ospedali di Castelnuovo Garfagnana e Barga, andare in ospedale diventò un evento ritenuto necessario per ristabilire una condizione di salute o un miglioramento ed era sopratutto una possibilità concessa a tutti, ma prima di questi ospedali vi erano come strutture di sussistenza gli antichissimi hospitali disseminati in tutta la valle che formavano una catena di solidarietà, nati per assistere pellegrini e viandanti destinati nei luoghi santi. Questi ospizi gestiti dai frati accoglievano tutti, anche gli ammalati e i bisognosi e non era come oggi che i ricchi vanno nelle cliniche a farsi curare, chi aveva soldi si curava in casa, dove aveva il suo letto per coricarsi e dove poteva chiamare a domicilio il medico ducale, godendo così del privilegio di guarire o morire in casa propria.
Gli ospedali di una volta

 

Il povero e il ramingo come detto, poteva trovare conforto e ricovero presso questi hospitali, dove almeno a sostegno dell’anima l’estrema unzione gli sarebbe stata concessa…
A proposito di medici ducali. In Garfagnana nel XVI secolo agiva per la corte estense (e solo per la nobiltà e i notabili locali) il famosissimo Antonio Musa Brasavola che a quanto pare fu il primo ad eseguire una tracheotomia. In Garfagnana venne più volte per intervenire sui signori nostrali, portandosi sempre dietro i suoi ferri chirurgici artigianali. Oggi i ferri chirurgici sono chiamati“serie chirurgica”, avvolti in trousse come se fossero collane di perle. In quei tempi, compreso Brasavola, la chirurgia aggiustava, riparava e come anestetico usava la “spugna sonnifera”, ottenuta facendo

Fra gli interventi fatti da Brasavola in terra garfagnina rimangono agli atti una lussazione alla spalla di una donna con due grandi e profonde ferite al cranio ed inoltre si parla di un giovane guarito e curato in dieci giorni…da un tumore al piede. Chissà quali cure avranno somministrato a questo povero giovane per curarlo da un così brutto male!? Si, perchè in fatto di cure, queste erano al quanto originali. Difatti per problemi “evacuatori” si prendeva un gallo di cinque anni, di penne rosse, agile, non troppo grasso ne troppo gracile, si legava una zampa ad una cordicella, dopodichè si picchiava il pennuto  con un rametto in modo da farlo arrabbiare. Allo stremo delle sue forze il galletto veniva decapitato, spennato e lavato nel vino, sventrato e riempito di droghe, quindi lo si metteva a bollire, ne usciva un brodo- gelatina che garantiva un sicuro risultato. Per il mal di denti era indicatissimo introdurre dentro la carie un chicco di sale o di pepe, sciacquarsi poi la bocca con acqua salatissima e molto calda. Per le febbri intestinali la panacea del male era una polentina di farina di granoturco, condita con olio, da ripetere per tre volte al giorno. Quando capitava di contrarre il morbillo o la scarlattina la soluzione era di avvolgere l’ammalato in panni rossi di lana, far bollire questa spugna in succhi di erbe particolari, tipo la mandragola (che la si poteva trovare sulla cima del Monte Procinto), oppio, cicuta,il tutto sapientemente manipolato dal farmacista- speziale.

Fra gli interventi fatti da Brasavola in terra garfagnina rimangono agli atti una lussazione alla spalla di una donna con due grandi e profonde ferite al cranio ed inoltre si parla di un giovane guarito e curato in dieci giorni…da un tumore al piede. Chissà quali cure avranno somministrato a questo povero giovane per curarlo da un così brutto male!? Si, perchè in fatto di cure, queste erano al quanto originali. Difatti per problemi “evacuatori” si prendeva un gallo di cinque anni, di penne rosse, agile, non troppo grasso ne troppo gracile, si legava una zampa ad una cordicella, dopodichè si picchiava il pennuto  con un rametto in modo da farlo arrabbiare. Allo stremo delle sue forze il galletto veniva decapitato, spennato e lavato nel vino, sventrato e riempito di droghe, quindi lo si metteva a bollire, ne usciva un brodo- gelatina che garantiva un sicuro risultato. Per il mal di denti era indicatissimo introdurre dentro la carie un chicco di sale o di pepe, sciacquarsi poi la bocca con acqua salatissima e molto calda. Per le febbri intestinali la panacea del male era una polentina di farina di granoturco, condita con olio, da ripetere per tre volte al giorno. Quando capitava di contrarre il morbillo o la scarlattina la soluzione era di avvolgere l’ammalato in panni rossi di lana, far sudare e far “covare” bene.
I tempi cambiamo e per quanto riguarda il campo della medicina e delle cure questo è uno dei pochi casi in cui è impossibile dire “si stava meglio quando si stava peggio”…Bibliografia:

  •  Archivio di Stato di Modena
  • Misericordie locali
  • “Stasera venite a vejo Terè” Gruppo vegliatori di Gallicano. Banca dell’identità e della memoria
Le malattie e le cure di una volta was last modified: maggio 9th, 2017 by Paolo Marzi

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Paolo Marzi
Mi chiamo Paolo Marzi sono nato a Barga il 2 settembre del 1971, sono sposato ho due belle figlie e vivo da sempre in Mologno, un piccolissimo paese nel comune di Barga nella Valle del Serchio. Il mio paese è una “terra di confine” solamente un chilometro (nemmeno) e un ponte (il ponte di Gallicano) mi divide dalla Garfagnana (così come geografia dice) Oltre al mio paese sono legato molto a Gallicano, il luogo dove è nata la mia mamma e dove ho vissuto la mia bella infanzia. Non ho diplomi ne tanto meno lauree,ho solo la grande passione per lo scrivere e per la Storia, in particolare della Nostra Storia, la storia della nostra valle, della nostra Garfagnana.Questa passione mi porta a fare continue ricerche,verifiche,visite,viaggi e foto. Tutto questo materiale ho cercato di raccoglierlo in questo blog,nella speranza che possa diventare un punto di riferimento per tutti quelli che vogliono informarsi su tutto quello che era il nostro passato. Partecipo poi con il comune di Gallicano nell’organizzazione di eventi storico-culturali (l’ultimo in ordine di tempo “La Grande Guerra, storia e memoria del fronte alpino”). Faccio poi parte dell’istituto storico lucchese e collaboro con i miei articoli su “Il Giornale di Castelnuovo Garfagnana” e sulla testata on line “Lo Schermo”,inoltre ho contribuito con testi e foto alla bellissima opera “I luoghi del cuore”(un componimento fotografico e scritto sui luoghi più suggestivi di Lucca e la lucchesia), pubblicazione a dispense sul quotidiano “Il Tirreno”,in più sono uno dei vicepresidenti dell’Associazione culturale gallicanese “L’Aringo”, che ci ha visti uscire nel 2015 con una nuova pubblicazione trimestrale.Questo nuovo giornale si chiama anch’esso “L’Aringo” e si occuperà di storia, tradizioni e cultura e sarà il primo giornale ufficiale nel comune di Gallicano e mi vedrà oltre che “giornalista” anche nel comitato di redazione,mi occuperò della sezione storica.Da aggiungere che le mie ricerche storiche effettuate sul canale irrigatorio Francesco V di Gallicano, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, rivolte alla Sopraintendenza della Belle Arti, hanno contribuito al finanziamento per restaurare la bellissima opera dell’architetto Nottolini. @ POSTS

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