Vivi nascosto”, Voltaire interpretò il precetto epicureo a modo suo. Trascorse gli ultimi ventitré anni della sua vita lontano dai salotti mondani e soprattutto dalle corti, al riparo della longa manus della censura e della repressione, ma non rinunciò mai ad essere al centro della vita culturale del suo tempo. Si attribuì il titolo onorifico di primo albergatore d’Europa, fece delle sue residenze un luogo di pellegrinaggio per spiriti liberi, aspiranti poeti, avventurieri, dotti e semplici curiosi, impartendo con la sua tagliente ironia lezioni di tolleranza, razionalità, arguzia e gioia di vivere a centinaia di ospiti. Usò i suoi rifugi ai piedi delle alpi non per nascondersi e sottrarsi così agli affanni del mondo, ma per mettersi fuori dalla portata dei potenti e poterli impunemente deridere, provocare ed esecrare, lanciando il suo grido di battaglia: “écrasez l’infâme!”, schiacciate l’infame fanatismo, scuotendo dalle fondamenta l’Antico Regime con opere come Candido, il Trattato sulla tolleranza ed il Dizionario filosofico.

Quando contemplava lo splendore della natura racchiusa entro i confini delle sue proprietà nei pressi del lago Lemano, opportunamente distribuite tra il territorio ginevrino e quello francese, si compiaceva di aver dimenticato i re, le corti, la stupidità degli uomini e di aver scoperto il piacere di una vita patriarcale, un dono di Dio capace di alleviare il peso della vecchiaia. La celebre esortazione a coltivare il proprio giardino, posta a conclusione del Candido, non conteneva soltanto un potente antidoto al veleno degli ideologismi e della fatalistica rassegnazione ai disegni imperscrutabili della provvidenza, ma anche un compiaciuto riferimento autobiografico. L’approssimarsi della primavera moltiplicava le energie dell’anziano filosofo che si poneva, con un fervore degno dei fondatori di Cartagine, alla testa di legioni di giardinieri e di braccianti, ordinando di tracciare ampi viali alberati, di seminare aiuole piene di fiori per rendere i suoi giardini una gioia per gli occhi e per la ragione, di dissodare terreni per metterli a frutto e produrre così prosperità. Amava ripetere: “Preferisco rampognare i miei giardinieri piuttosto che fare la corte ai re.”

A ricordargli le meschinità ed i rancori del passato non vi erano che un’aquila in gabbia ed una scimmia dispettosa dai denti aguzzi di nome Luc. Entrambi gli animali evocavano il re di Prussia. L’aquila era l’animale araldico degli Hohenzollern ed il filosofo si divertiva ad intrattenere i suoi numerosi ospiti suggerendo somiglianze, nel becco e negli artigli, con qualcun altro di sua conoscenza, di cui per prudenza si rifiutava di pronunciare il nome. Quanto alla scimmia, portava lo stesso nome con cui Voltaire nella cerchia dei suoi intimi era solito chiamare Federico di Prussia. A chi leggendo le sue lettere gli rimproverava la fastidiosa ambiguità tra il re e la scimmia ogni volta che compariva il nome Luc, ribatteva imperturbabile: “Quando Luc indica Federico bisogna leggere all’inverso per capirmi.”.

La decisione di smettere i panni del cortigiano per indossare quelli del patriarca, orgogliosamente appartato nei suoi possedimenti, finalmente libero di disporre del proprio tempo e della propria penna dissacrante, non fu repentina, ma travagliata e sofferta.

Dopo aver abbandonato precipitosamente la corte di Federico II, che da sovrano illuminato, da Salomone del nord, si era tramutato in un despota meschino e capriccioso, il primo pensiero di Voltaire fu di mettersi sotto la protezione di Luigi XV e di riprendere il suo posto a Versailles. A rafforzare tale proposito contribuì la barbara accoglienza riservatagli nel giugno del 1753 da Francoforte, libera città imperiale, fuori dalla giurisdizione di Berlino, ma tutt’altro che immune dalla sua influenza politica. Giunto in città sulla sua elegante carrozza stracarica di bauli e valige, prese alloggio presso la locanda del Leon d’oro, dando disposizione di preparare i cavalli per l’indomani. Al mattino, poco prima della partenza, si presentarono alla locanda un paio di funzionari prussiani, spalleggiati dalla gendarmeria locale, intimandogli senza troppi complimenti di restituire immediatamente alcuni doni ricevuti da Federico: la croce dell’ordine al merito, la chiave d’oro da ciambellano di corte, gli scritti del sovrano e soprattutto un volumetto di poesie. Quei doni oltre ad essere un segno di distinzione sociale, rappresentavano i pegni di una amicizia intima, profonda ed appassionata che risaliva a diciassette anni prima.

Nell’agosto del 1736, il ventiquattrenne Federico, allora principe reale di Prussia, aveva trovato il coraggio di esprimere in una lettera la propria sconfinata ammirazione per un uomo così grande da padroneggiare poesia, filosofia e scienza, da essere per l’umanità intera un maestro di pensiero, azione e sensibilità poetica. Lusingato da tante entusiastiche lodi, il filosofo aveva replicato definendo il giovane erede al trono “…un principe che pensa da uomo, un principe filosofo che renderà felici gli uomini.”. Lo scambio di lettere era proseguito impetuoso negli anni successivi. Le reciproche attestazioni di stima e di affetto si erano moltiplicate, intrecciandosi con dotte dissertazioni sui temi più disparati, spaziando dalla letteratura alla politica, dalla scienza alla storia, dalla metafisica alla poesia. Con l’accrescersi dell’intimità e della confidenza, il desiderio di Federico di illuminare la propria corte con la presenza del suo idolo si era fatto via via più imperioso. Gli inviti dapprima timidi erano diventati insistenti, finché nel luglio del 1750, dopo tanti cortesi rifiuti, Voltaire aveva finalmente deciso di acconsentire, non prima però di aver ottenuto rassicurazioni in merito ad un generoso contributo reale per le spese di viaggio e di mantenimento. Era giunto a Berlino ancora scosso dalla recente scomparsa della marchesa Émilie du Châtelet con cui aveva condiviso anni di appassionata complicità, frustrato dal clima di indifferenza con cui erano state accolte a Parigi le sue ultime fatiche teatrali ed umiliato dalla malcelata ostilità nei suoi confronti di Madame de Pompadour, l’intrigante e potentissima favorita di Lugi XV. Ben presto però le premurose attenzioni di Federico avevano lenito tutte le sue ferite, aiutandolo a ritrovare all’età di cinquantasei anni, tra feste, parate, caroselli, concerti, rappresentazioni teatrali, ricevimenti ed argute conversazioni filosofiche, quella gioia di vivere che credeva di aver perduto per sempre. La nomina a ciambellano di corte, corredata da una ricca pensione, gli aveva fornito la momentanea certezza di aver trovato un porto sicuro in cui coltivare i propri studi, sotto la protezione di un amico sincero che aveva le inestimabili qualità di un re filosofo. Oltre alla sua borsa anche il suo ego era stato gratificato dalla consapevolezza di essere la stella più luminosa della corte, mettendo in ombra gli altri dotti accorsi prima di lui a Berlino, attirati dalla munificenza di Federico. Alcuni, di carattere mite e conciliante, come Francesco Algarotti, il brillante divulgatore veneziano del newtonismo presso le dame del bel mondo, si erano rassegnati ad una posizione defilata, altri, rosi dall’invidia, come il fisico Pierre-Louis Moreau de Maupertuis, presidente dell’accademia prussiana delle scienze, si erano decisi a dare battaglia per contrastare un primato che consideravano immeritato, nonché pericoloso per i propri privilegi. Tuttavia ad intaccare irrimediabilmente il credito di cui Voltaire godeva presso il sovrano non erano state né le invidie dei dotti, né i risentimenti dei grandi dignitari di corte, né le trame dei principi della famiglia reale, ma la sua sfrontata avidità, che gli aveva consigliato di mettersi in società con un losco faccendiere ebreo, tal Hirsch, per la speculazione illegale su titoli di prestito dello stato sassone. Quando la spregiudicata condotta di Voltaire, a seguito di un’azione legale da lui intentata contro Hirsch, era finita sulla bocca di tutti, a Berlino come a Parigi, l’incondizionata amicizia di Federico si era tramutata prima in disprezzo e poi in gelida indifferenza. La contrizione del filosofo difronte agli sferzanti rimproveri del suo signore e la successiva riappacificazione tra i due non avevano potuto ricreare un idillio che era svanito, lasciando Voltaire ben più vulnerabile agli attacchi dei suoi tanti nemici. L’ostentata sicurezza di poter osare qualsiasi impudenza senza timore di castigo aveva lasciato il posto ad un senso di precarietà, alimentato da una frase di Federico giunta, forse non per caso, alle orecchie del filosofo: “Avrò bisogno ancora di lui tutt’al più per un anno: si spreme l’arancia e la buccia si getta via.”. Incoraggiato dall’animosità del re, Maupertuis non aveva esitato a passare all’offensiva diffondendo maldicenze. Gli era bastato sussurrare che in privato Voltaire derideva i versi sgraziati del sovrano, che aveva velleità poetiche, perché Federico si convincesse che l’uomo che aveva stimato più di ogni altro era un traditore ed un volgare approfittatore. Voltaire non era rimasto impassibile mentre Maupertuis distruggeva giorno dopo giorno il suo prestigio, aveva prontamente reagito indirizzandogli un libello anonimo in cui denunciava il suo operato dispotico come presidente dell’accademia prussiana delle scienze. Sempre in forma anonima, Federico era intervenuto nella querelle con un altro libello a difesa di Maupertuis che era stato accolto da Voltaire con una pubblica ed irresistibile canzonatura. Quando aveva scoperto che l’autore che aveva sbeffeggiato era Federico, Voltaire aveva rincarato la dose scrivendo la Diatriba del dottor Akakia medico del papa, in cui con un brio indiavolato aveva demolito la credibilità scientifica di Maupertuis e di riflesso quella dell’accademia da lui presieduta e del sovrano che la finanziava con tanta generosità. Difronte ad un libellista così abile e pungente Federico, che pure era uomo di spirito, aveva momentaneamente placato la sua ira. Dopo aver riso di gusto dei suoi sberleffi, Federico aveva chiesto a Voltaire di distruggere il manoscritto come atto di suprema riconciliazione. Il filosofo aveva acconsentito di slancio, sapendo di aver messo al sicuro in Sassonia parecchi esemplari già stampati della sua opera. In breve tempo la menzogna era stata scoperta e Federico si era visto costretto a far sequestrare le copie dell’opera dai suoi gendarmi per farle bruciare sotto le finestre di Voltaire, affinché non potesse sfuggirgli il senso dell’avvertimento. Dopo quel rogo purificatore a beneficio di Maupertuis e del buon nome della Prussia e della sua accademia, Voltaire, adducendo a pretesto la sua malferma salute, aveva a più riprese implorato il sovrano di concedergli il permesso di abbandonare la corte e di fare rientro in Francia nella speranza che le acque di Plombières potessero guarirlo. Per dare maggior forza alla sua richiesta aveva rimesso la chiave d’oro da ciambellano e la croce dell’ordine al merito al re, il quale gliele aveva fatte prontamente restituire. A nulla era valso quel gesto di riconciliazione, Voltaire aveva continuato ad implorare il permesso di togliere il disturbo. Federico esasperato aveva finito per concederglielo. Riconquistata la libertà, il filosofo era tornato a sbeffeggiare Maupertuis, facendo ben presto rimpiangere al Salomone del nord la leggerezza con cui aveva rinunciato ad avere in ostaggio la penna più velenosa d’Europa. Da questo ripensamento era scaturito l’ordine di bloccare Voltaire a Francoforte e di frugare nei suoi bagagli.

Quel 1° giugno 1753 a Francoforte, Voltaire, tremante di paura e di sdegno difronte ai rappresentanti prussiani, acconsentì, dopo ben tre svenimenti, a tutte le richieste, tranne una, quella che stava più a cuore a Federico. Non poté infatti restituire il volumetto di poesie, avendolo lasciato a Lipsia in un baule destinato ad essere spedito a Strasburgo. I funzionari prussiani reagirono buttando all’aria i suoi effetti personali ed imponendogli di non lasciare la locanda finché non fosse giunto a Francoforte il baule che conteneva il prezioso volumetto.

Gli ordini del re erano stati inequivocabili. Federico voleva recuperare ad ogni costo quelle pagine che contenevano un poema comico, intitolato Palladium, da lui composto in un latino maccheronico per prendersi gioco, imitando lo stile di Voltaire, di personalità di alto lignaggio. Se quei versi sgraziati ed irriverenti fossero stati pubblicati per vendetta da un cortigiano in collera con il suo signore, l’imbarazzo per la corona prussiana sarebbe stato enorme. Probabilmente la forma più ancora del contenuto preoccupava Federico, che ben conosceva quanto fosse tagliente il sarcasmo di Voltaire per i poeti dilettanti, soprattutto quelli che portavano sulla testa la corona regale al posto di quella d’alloro.

Per più di due settimane Voltaire, sua nipote Madame Denis, nel frattempo giunta a Francoforte, ed il suo segretario personale, Cosimo Alessandro Collini, un giovane e brillante fiorentino che aveva trovato la sua fortuna a Berlino, rimasero confinati nelle proprie stanze, interrogandosi con angoscia sul proprio destino dopo la restituzione di quei versi così contesi. Il barone Freytag, il funzionario prussiano che di fatto aveva ordinato l’arresto, si era impegnato, addirittura per iscritto, a rilasciare il filosofo ed il suo seguito non appena il Palladium fosse stato depositato nelle sue mani. Tuttavia Voltaire non dormiva sonni tranquilli, temendo tanto il temperamento collerico e vendicativo di Federico quanto la cieca obbedienza dei suoi funzionari. Per placare l’angoscia che lo opprimeva si affrettò a scrivere a Vienna invocando la protezione del sacro romano imperatore, che aveva giurisdizione su Francoforte. Da Vienna però non giunse nessuna risposta. Quel silenzio fu reso ancora più sinistro dalla lettera non troppo velatamente minacciosa inviata a Madame Denis dall’ambasciatore prussiano a Parigi, Lord Keith, in cui si ricordava quanto fossero lunghe le braccia dei re e quanto fosse utile per la salute del suo illustre zio dissuaderlo da quegli improvvisi colpi di testa che gli riuscivano bene quanto i versi.

Quando giunse il baule contenente il Palladium i timori del filosofo parvero trovare una conferma. Freytag infatti si rifiutò di aprire il baule sinché non avesse ottenuto da Berlino l’autorizzazione a farlo. Quell’ulteriore lacerante attesa infiammò l’immaginazione di Voltaire che si convinse che un sicario fosse in arrivo da Berlino con l’incarico di strangolarlo. Prese quindi la decisione di tentare una evasione con l’aiuto del fido Collini. I due scivolarono di soppiatto in una carrozza di posta, lasciando Madame Denis al Leon d’oro insieme ai bagagli. Freytag non tardò ad accorgersi della fuga e ad inviare sbirri, qualcuno persino ansioso di mettere mano alla pistola, in ogni direzione. Poco prima di mettersi in salvo oltre le porte di Francoforte, i fuggitivi furono riacciuffati e ricondotti in città, a casa di un certo Schmidt, un ricco mercante che ricopriva l’incarico di consigliere del re di Prussia. Qui Freytag ed i suoi sgherri requisirono ai prigionieri tutto ciò che di prezioso avevano con sé: denaro, gioielli, orologi, tabacchiere e persino una paio di fibbie per le scarpe incrostate di brillanti.

Voltaire temendo per la propria incolumità, improvvisò un disperato tentativo di fuga: infilò una porta rimasta socchiusa che si affacciava su di un cortile senza vie d’uscita. Trovandosi in trappola, per evitare una reazione violenta dei suoi inseguitori, non riuscì ad escogitare nulla di meglio che simulare un conato di vomito ficcandosi due dita in gola. La sua finzione fu così convincente che allarmò Collini e convinse Freytag ad ordinare il trasferimento dei prigionieri, compresa Madame Denis nel frattempo prelevata a forza dal Leon d’oro, presso una squallida locanda alla periferia della città. I gendarmi montarono la guardia con le baionette innestate davanti alle stanze dei prigionieri sinché non giunse da Berlino, dopo una settimana, l’ordine di scarcerazione a patto che Voltaire firmasse l’impegno a non serbare copia alcuna degli scritti del re di Prussia.

Voltaire restituì il poema e si affrettò a firmare di buon grado quanto richiesto, tuttavia Freytag temporeggiò ancora una paio di settimane prima di lasciarlo ripartire, forse allo scopo di non trovarsi impreparato nel caso di un eventuale contrordine dal suo sovrano, ed ebbe persino l’impudenza di presentare al filosofo, attraverso un notaio, una nota spese per la sua detenzione pari quasi all’ingente somma che gli era stata sequestrata. Tale sopruso fece infuriare a tal punto Voltaire da spingerlo a brandire una pistola contro il notaio che scappò a gambe levate a sporgere denuncia al magistrato locale. Il procedimento fu archiviato con la stessa rapidità con cui era stato aperto e Voltaire ed il suo seguito furono finalmente liberi di lasciare Francoforte, rassegnandosi di essere stati derubati dai funzionari prussiani, probabilmente all’insaputa dello stesso Federico.

Le umiliazioni subite a Francoforte dovettero imporre a Voltaire profonde riflessioni sul valore dell’indipendenza, sull’inaffidabilità della parola delle teste coronate e sulla vulnerabilità dei filosofi, ma non generarono in lui un immediato rifiuto della vita di corte. Si premurò infatti di inviare subito Madame Denis a Parigi a sondare il terreno per una rapida riconciliazione con la corona di Francia. In attesa di segnali incoraggianti da Versailles, si rifugiò in Renania presso la corte dell’elettore palatino, cercando di dimenticare i soprusi di Federico tra cene mondane, serate teatrali ed austere giornate di studio per completare gli Annali dell’impero, un compendio della storia tedesca da dedicare alla duchessa di Gotha, che lo aveva generosamente ospitato prima della spiacevole permanenza a Francoforte. A Mannheim, mentre faceva “asciugare i panni inzuppati dopo il naufragio”, ritrovò persino la sua ispirazione teatrale, iniziando la stesura della tragedia L’orfano della Cina, in cui i toni gravi e le battute di spirito si intrecciano sullo sfondo di una Cina improbabile, ma non per questo meno seducente per i suoi contemporanei, innamorati del misterioso oriente.

Voltaire non assaporò a lungo le delizie del Palatinato, nell’agosto del 1753, con l’intento di penetrare in punta di piedi nel regno di Francia, si trasferì a Strasburgo dove riallacciò i rapporti con la contessa di Lutzelbourg, un’amica di Madame de Pompadour che sperava potesse spendere qualche parola in suo favore. Mentre si prodigava, anche nella periferica Alsazia, ad intessere utili relazioni sociali, tempestava la nipote di lettere per spronarla a perorare presso i personaggi più influenti della corte la sua riabilitazione, anziché sperperare nel vortice della mondanità parigina tutto il denaro che generosamente le inviava. Nonostante i rimproveri e le esortazioni, Madame Denis non faceva che comunicargli cattive notizia. Una in particolare lo gettò nello sconforto: a Parigi circolava un libello satirico sull’avarizia del re di Prussia. Nessuno a corte dubitava che Voltaire ne fosse l’autore, perciò il suo esilio appariva più che giustificato, in nome delle buone relazione diplomatiche tra i due paesi. Il marchese d’Argenson, un vecchio compagno di collegio di Voltaire che dirigeva il ministero degli affari esteri, non mancò di osservare quanto fosse opportuno accontentare Federico su di una questione secondaria per continuare a dispiacerlo su tutto il resto.

Al cinismo ed alle maldicenze di Versailles Voltaire reagì gettandosi nello studio, sottopose i suoi scritti di storia tedesca ad una attenta revisione, avvalendosi dei dotti suggerimenti del professor Schoepflin. In ottobre, per seguire da vicino l’edizione dei suoi Annali dell’impero, ormai prossimi alla stesura definitiva, decise di trasferirsi a Colmar dove il fratello del professor Schoepflin possedeva una stamperia. Prese alloggio in una piccola casa isolata nei pressi di una cartiera a qualche chilometro da Colmar. La sua vita ritirata ed operosa fu ben presto turbata da un nuovo scandalo, destinato a rendere incolmabile la distanza che lo separava da Versailles.

Sul finire del 1753 un libraio dell’Aia, rimaneggiando goffamente un manoscritto incompleto e non revisionato di cui era entrato fortunosamente in possesso, diede alle stampe, senza alcuna autorizzazione, il Compendio di storia universale, un’opera di Voltaire risalente a tredici anni prima. I passi violenti e rudi contro la chiesa e persino contro l’istituto monarchico abbondavano, offrendo nuovi e più efficaci argomenti a tutti i detrattori di Voltaire che, per quanto si affannasse a disconoscere il testo pubblicato in Olanda ed a strepitare contro la truffa di cui era vittima, finì per irrobustire i sospetti nei suoi confronti. Incaricò un notaio di certificare, alla luce di un meticoloso confronto con il manoscritto originale in suo possesso, quanto l’edizione dell’Aia fosse infedele, lacunosa e zeppa di grossolane manipolazioni. Tornò a tempestare, senza successo, la nipote di incitamenti ad agire ai più alti livelli per ottenere un provvedimento di sequestro delle copie circolanti in Francia. Disperato, si rivolse direttamente a Madame de Pompadour implorandola di intercedere in suo favore affinché gli fosse concesso di rientrare a Versailles a reclamare la sua innocenza difronte al re. Ancora una volta non ottenne altro che un rifiuto.

Il baccano sollevato dall’edizione pirata olandese destò l’attenzione anche dei gesuiti, onnipotenti in Alsazia. Dapprima Voltaire, troppo impegnato a riconquistare il favore di Versailles, sembrò non curarsene, poi, quando apprese che appena quattro anni prima i padri gesuiti avevano celebrato sulla piazza principale di Colmar un autodafé, con tanto di rogo dell’empio Dizionario storico e critico di Pierre Bayle, si sentì quasi soffocare dall’angoscia. E non poté certo tranquillizzarlo la clemenza di cui si era dimostrato capace il vescovo-principe di Colmar, che ad un orefice, reo di aver osato reclamare una revisione degli statuti della sua corporazione, aveva graziosamente risparmiato, prima della decapitazione, il tradizionale supplizio di vedersi strappare la lingua di bocca.

Per allontanare da sé roghi, patiboli e supplizi, Voltaire decise di agire d’anticipo, scrisse ad un prelato con cui aveva stretto amicizia presso la corte di re Stanislao di Polonia pregandolo, dopo essersi dipinto, sfidando il ridicolo, come un fiero difensore dell’ordine gesuita nell’atea Berlino, di persuadere i buoni padri di Colmar a non credere alle perfide calunnie circolanti sul suo conto. La manovra sortì gli effetti sperati, tuttavia la sua soddisfazione per lo scampato pericolo svanì non appena da Parigi Madame Denis lo informò che a corte circolava la voce che il re, cedendo alle pressioni clericali, avesse dato ordine di spiare tutti i suoi movimenti alla ricerca di indizi che potessero provare il suo sommo disprezzo per la religione.

L’ipocrisia gli parve subito l’unico stratagemma per aggirare questo nuovo imponente ostacolo sulla via di Versailles. Approssimandosi la Pasqua del 1754, Voltaire a beneficio di gesuiti, bigotti e spioni reali si apprestò a mettere in scena la recita del fervente cattolico. Prima convocò un frate cappuccino a cui rese una contrita confessione, poi il giorno di Pasqua, in compagnia del suo inseparabile segretario, si recò a messa per ricevere il sacramento dell’eucaristia. Secondo il racconto di Collini, nel ricevere l’ostia Voltaire tenne bene aperti gli occhi sul prete, immaginiamo sfoggiando uno dei suoi sguardi traboccanti di sarcasmo. A ringraziamento dell’ingenua complicità in quella ipocrita farsa, il filosofo si premurò di inviare al convento dei cappuccini dodici bottiglie di buon vino ed una lombata di vitello: un piccolo prezzo per tentare di riconquistare la benevolenza di un re.

Le notizie provenienti da Colmar furono accolte a Versailles e nei salotti parigini con compiaciuti risolini per quella che fu subito definita la prima comunione di Voltaire, alla veneranda età di sessant’anni.

Da consumato uomo di teatro Voltaire certo non poteva ignorare che sul palcoscenico una volta indossati i panni di un personaggio occorre portare la recita sino in fondo. Pertanto sulla via di Plombières, dove intendeva passare le acque per ristabilire la sua salute, resa più malferma dalle tensioni degli ultimi mesi, e riabbracciare Madame Denis, con cui elaborare una nuova strategia che gli consentisse di rimettere piede a Versailles, decise di trattenersi per qualche settimana presso l’abbazia benedettina di Senones, retta da un dotto priore che godeva della sua stima. Nella ricchissima biblioteca del convento trovò finalmente un po’ di pace e di studioso raccoglimento, convinto che fosse “…un’ottima astuzia andare in casa dei nemici a provvedersi di artiglieria contro di loro.”.

L’eco del suo ritiro tra i monaci arrivò sino a Berlino, destando il divertito interesse di Federico, ansioso di sapere come fosse fatto il crocifisso che il suo ex ciambellano portava appeso al collo tra le mura conventuali. Informato di tale impertinente curiosità, Voltaire si affrettò a spedirglielo: un modo come un altro per riallacciare i rapporti, per aprire uno spiraglio. Ormai gli era chiaro che senza un benevolo gesto di Federico le porte di Versailles per lui erano destinate a rimanere sbarrate. Per ottenerlo non trascurò di continuare a coltivare l’amicizia della margravia di Bayreuth, Dorotea, sorella maggiore di Federico, che durante la sua permanenza in Prussia era stata soggiogata almeno quanto il fratello dal fascino del suo spirito mordace e della sua sensibilità poetica.

A Plombières più delle acque gli giovarono le premure e la devozione della nipote che si lasciò convincere a rinunciare alle seduzioni parigine per rimanere accanto allo zio, confortandolo, prendendosene cura, amandolo, di un amore non solo spirituale, in attesa di una riabilitazione sempre più improbabile.

Da una decina d’anni la passione e l’attrazione avevano spodestato l’affetto nel rapporto tra lo zio e la nipote, Marie Louise Mignot, rimasta precocemente vedova di Nicolas Charles Denis, un agiato funzionario del ministero della guerra. Quando l’amore per Madame du Châtelet aveva incominciato ad affievolirsi, lasciando il posto ad una tenera amicizia, il filosofo aveva trovato consolazione nella gioventù e nella sensualità della nipote. In pubblico il loro comportamento era irreprensibile, nulla poteva far sospettare legami incestuosi, tanto che Collini non poté spingersi oltre la formulazione di un vago sospetto, ma nell’intimità dell’alcova la loro complicità si tingeva di sensualità, come testimoniano le loro lettere ardenti e piccanti.

Una vita errabonda per l’Europa mal si addiceva tanto al gusto per il lusso e le comodità di Madame Denis quanto agli sforzi di un uomo anziano e dalla salute perennemente in bilico per mantenere viva la passione in una donna di vent’anni più giovane e neppure troppo incline alla fedeltà. Per quanto si trovasse alla porte del regno di Francia, abbastanza vicina a Parigi ed ai suoi pettegolezzi, Colmar, con i suoi gesuiti intriganti ed i suoi spioni, non rappresentava un rifugio sicuro. Al contrario la Svizzera, francofona, prospera, civile, immune dall’influenza gesuitica, fuori dalla giurisdizione dei sovrani che avevano condizionato tutta la sua vita, ma al tempo stesso non troppo lontana da loro, apparve a Voltaire come un territorio ideale in cui prendere dimora.

Non perse tempo, incaricò un amico di Losanna, il giurista Jacques Clavel de Brenles, di ricercare, con la più grande discrezione, una proprietà sulle sponde del lago Lemano. Questi nell’estate del 1754 gli segnalò che il castello di Allaman era stato messo in vendita. Voltaire si mostrò subito interessato all’affare, raccogliendo informazioni sui cavilli legali che avrebbero potuto creargli degli ostacoli e soprattutto mercanteggiando sul prezzo. Anche se la considerevole ricchezza accumulata nel corso dei decenni, trascorsi non idolatrando il denaro, ma considerandolo un prezioso strumento di libertà, una indispensabile protezione contro i capricci della sorte e della benevolenza dei potenti, gli garantiva la tranquillità di poter spendere qualunque cifra per conquistarsi un confortevole rifugio.

Le generose pensioni ricevute dai sovrani nel corso della sua lunga e tormentata carriera di cortigiano, così come i beni ricevuti in eredità dal padre e dal fratello, non rappresentavano che una parte del suo patrimonio. Neppure i proventi, talvolta rilevanti, delle sue molte opere teatrali, letterarie, storiche e filosofiche erano la voce principale delle sue entrate. In gioventù, promuovendo personalmente presso l’aristocrazia inglese una sottoscrizione per la pubblicazione di una magnifica edizione di un suo poema, dedicato alle gesta di Enrico IV, aveva ricavato un consistente profitto. Tuttavia, in un secolo in cui i diritti d’autore erano assai poco tutelati, Voltaire non sempre era riuscito così bene a convertire in moneta sonante i prodotti della sua penna. A sua insaputa circolavano per l’Europa decine di edizioni pirata delle sue opere più rinomate che mutilavano e stravolgevano il suo pensiero, senza fruttargli neppure un centesimo. Ed anche gli stampatori onesti non lasciavano agli autori altro che le briciole.

La maggior parte della fortuna di Voltaire era costituita ed alimentata dalle rendite finanziarie. Il giovanile esilio londinese aveva acuito il suo fiuto per gli affari e lo aveva incoraggiato a comportarsi con il proprio denaro come uno spericolato speculatore. Al suo rientro in Francia nel 1729 aveva incominciato a riempirsi d’oro le tasche mettendosi in società con alcuni compari per acquistare tutti i biglietti di una lotteria maldestramente organizzata dal controllore delle Finanze Lepelletier. Immancabilmente aveva incassato una quota di tutti i premi messi in palio, facendo saltare il banco, oltreché i nervi dell’ingenuo controllore. Dopo aver messo a segno questo primo colpaccio, non si era più fermato. Aveva investito nel commercio di grano, caffè, cotone, nella fabbricazione della carta a partire dalla paglia, nel noleggio di navi da carico per le Indie occidentali, nella spedizione organizzata dal re di Spagna per reprimere i riottosi gesuiti del Paraguay e persino nella lucrosissima tratta degli schiavi dall’Africa verso il nuovo mondo. Il filosofo della tolleranza ignorava la finanza etica, non andava troppo per il sottile quando si trattava di tutelare la sua indipendenza economica ed il proprio agiato tenore di vita. Se ragionava pensando all’intera umanità considerava la guerra una atroce assurdità, almeno quanto la schiavitù, ma era subito pronto a dimenticarsene non appena vi intravvedeva un allettante tornaconto. La grande disponibilità di denaro liquido, le ottime relazione con personaggi influenti a corte e nel governo e l’amicizia con la famiglia di finanzieri Pâris-Duvernet gli avevano consentito addirittura l’accesso alla ristretta cerchia degli appaltatori dell’esercito. Rifornire le truppe di uniformi, vettovaglie e foraggi era un ottimo affare che poteva fruttare anche il cento per cento del capitale investito.

Pur subendo temporanei rovesci, a causa di naufragi piuttosto che del fallimento di qualche banchiere con una propensione al rischio ancora più pronunciata della sua, Voltaire nel corso degli anni aveva finito per ampliare e consolidare la sua ricchezza, applicando meticolosamente la regola aurea di diversificare l’impiego del proprio denaro. In ossequio a tale regola, il filosofo non disdegnava di offrire prestiti ai gran signori del bel mondo. Gli aristocratici alla disperata ricerca di contanti, per placare amanti incontentabili, per illudersi di rifarsi delle perdite subite al tavolo da gioco, per continuare a frequentare la corte mantenendo uno stile di vita fondato sull’ostentazione del lusso, abbondavano e Voltaire non aveva certo scrupoli a trarne vantaggio. Nel lungo elenco dei suoi debitori comparivano i nomi altisonanti di principi, duchi, conti e marchesi con cui sapeva trattare mescolando cortesia, pazienza, fermezza, tatto ed una buona dose di scaltrezza. Al duca di Württemberg che durante il suo soggiorno in Alsazia gli aveva proposto, a pagamento del debito contratto, una vasta proprietà nei pressi di Colmar aveva opposto un garbato rifiuto, dopo essersi personalmente accertato dello stato di grave abbandono in cui versavano la tenuta ed il maniero.

Ai prestiti ad interesse, che pure praticava, spesso avvalendosi di prestanome, prediligeva quelli a rendita vitalizia, ben più remunerativi, a patto ovviamente di avere una salute di ferro. Trovandosi difronte ad un uomo che appariva decrepito già a quarant’anni, dagli occhi vivissimi, dal sorriso seducente, ma con pochi denti in bocca, un volto emaciato segnato dal vaiolo ed un corpo di una magrezza spettrale, i suoi debitori accettavano con malcelato entusiasmo di pagargli altissime rendite vitalizie, convinti di aver turlupinato un moribondo. La vera fonte della ricchezza di Voltaire era la sua straordinaria longevità.

Nelle decine di lettere che spediva ogni giorno ai suoi tanti corrispondenti, alcuni dei quali in debito con lui, non dimenticava mai, fin dalla giovinezza, di lamentare il suo deplorevole stato di salute, di dichiararsi agonizzante, ad un passo dalla tomba a causa delle coliche, dei reumatismi, della gotta, dei crampi allo stomaco, del mal di denti o semplicemente del rigore del clima. Soffriva il freddo, si sentiva gelare in ogni stagione, d’estate come d’inverno le fiamme nel focolare non erano mai abbastanza vive per scaldare il suo corpo ossuto, secondo alcuni testimoni, le stanze in cui soggiornava, spesso avvolto in una pesante vestaglia foderata di pelliccia con tanto di berretta ben calata sulla fronte, dovevano ardere come l’incendio di Troia.

Eterno malato, consultava di rado i medici e diffidava della loro scienza che consisteva “…nell’introdurre droghe che non si conoscono in corpi che si conoscono ancora meno…”. Praticava invece con accanimento l’automedicazione, riteneva il clistere una panacea miracolosa. Al minimo malessere di qualunque natura, prima di tutto ricorreva ad un clistere. In un mese poteva torturare le sue budella con otto purghe e dodici clisteri. Al termine di un giro di visite ufficiali presso le corti tedesche, aveva presentato a Federico di Prussia una salatissima nota spese in cui i clisteri di acqua saponata costituivano la voce più onerosa.

Diceva di aver preso l’abitudine alle lavande intestinali a Londra in gioventù e da allora di non poterne più fare a meno. Dall’Inghilterra oltre ai valori del liberalismo aveva portato con sé anche un pratico apparecchio che gli consentiva di somministrarsi clisteri ovunque, anche stando comodamente seduto in carrozza. Quando non faceva uso del suo prodigioso apparecchio inglese, ingurgitava, seguendo il consiglio fornitogli dal medico della duchessa di Marlborough, cassia e rabarbaro in quantità, oppure certe pillole misteriose confezionate da una farmacista berlinese. Se nonostante tutti questi lassativi la stipsi si ostinava a farlo soffrire, non esitava a sperimentare rimedi improbabili. Una volta dando ascolto ad un ciarlatano aveva ingoiato dei granuli di ferro usati per il lavaggio delle bottiglie: aveva sofferto atrocemente, aveva rischiato di morire, ma alla fine era riuscito a liberarsi l’intestino. Certamente si preoccupava più di svuotarsi le viscere che di riempirle. Mangiava pochissimo, soprattutto uova, verdure e lenticchie, e beveva ancora meno, giusto un bicchiere di borgogna a cena. Per sostenere i ritmi forsennati di lavoro che si imponeva anche in vecchiaia, ingollava litri di caffè e di cioccolata e si lasciava tentare da qualche dolciume.

Tra una colica ed un clistere, tra un piatto di lenticchie ed un bricco di caffè, scriveva lettere, componeva versi, faceva fruttare il proprio denaro, analizzava documenti storici, sbeffeggiava le teste coronate che lo perseguitavano, ideava stratagemmi per sottrarsi al loro controllo ed al tempo stesso tramava per riconquistarne il favore. Pur vagheggiando i territori affacciati sul lago Lemano come una nuova Attica, le sue più intime speranza erano sempre rivolte a Parigi, anche se la via per raggiungerla continuava a passare per Berlino. Nell’ottobre del 1754 la notizia che la margravia Dorotea era di passaggio con il marito a Colmar lo fece accorrere ad adularla per strapparle qualche parola gentile che potesse intenerire il suo rancoroso fratello.

Mentre si genufletteva deferente difronte a Federico, seppur per interposta persona, non smetteva di mantenere vivi i contatti con personaggi influenti a Versailles come il duca di Richelieu, maresciallo di Francia, pronipote del celebre cardinale, nonché suo debitore. Su invito dell’aristocratico amico, Voltaire accettò di recarsi con tutto il suo seguito a Lione. In cuor suo forse sperava di poter fare un balzo in avanti verso la capitale, ma si vide costretto ad imboccare la strada verso le alpi svizzere. Dopo aver riabbracciato con trasporto il maresciallo e ravvivato con tutto il suo brio una antica amicizia senza ottenere in cambio altro che vaghe, seppur sincere, promesse di interessamento, il filosofo, per non calare la maschera del buon cattolico, si premurò di rendere visita anche al cardinale de Tencin, arcivescovo di Lione, che lo ricevette con imbarazzata freddezza, nel timore di compromettersi con un personaggio così sgradito alla corte. Lo stesso sdegnoso trattamento gli fu riservato persino dal comandante della guarnigione della città. Né le acclamazioni ricevute in teatro dai lionesi, né le altisonanti orazioni lette in suo onore dagli accademici poterono curare il suo orgoglio ferito. L’onnipresente Collini ci informa che Voltaire uscì da quel brevissimo colloquio con l’arcivescovo accigliato, mormorando: “Amico mio, questo paese non è fatto per me.”.

Il tempo di strisciare, implorare, adulare, umiliarsi e sperare era finito.

Al tramonto del 12 dicembre 1754, Voltaire a bordo della sua lussuosa berlina varcò le porte di Ginevra, rimaste aperte, in segno di benvenuto, ben oltre l’orario abituale. Avrebbe rimesso piede a Parigi soltanto nel 1778 per morirvi, all’età di ottantaquattro anni, non prima però di aver assaporato ancora una volta il piacere del trionfo.


Bibliografia

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COSIMO ALESSANDRO COLLINI, Mon séjour auprès de Voltaire, Paris, 1807.

LOUIS NICOLARDOT, Ménage et finances de Voltaire, Paris, 1854.

THEODOR SCHIEDER, Federico il Grande, Torino, Einaudi, 1983.

PIERRE GAXOTTE, Federico II re di Prussia, Novara, De Agostini, 1990.

EDOUARD DE POMPERY (a cura), Corréspondance de Voltaire avec le roi de Prusse, Paris, Librairie del la Bibliothéque Nationale, 1889.

VOLTAIRE, Lettere d’amore alla nipote, Milano, Longanesi, 1959.

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