Viaggio fra antichi e curiosi oggetti in una Toscana del tempo che fu…

La soffitta di una casa, specialmente se è una vecchia dimora, è un luogo eterno, fatato e incantato, dove straordinariamente i ricordi continuano a vivere sotto forma di carabattole e cianfrusaglie varie di cui non ti vuoi liberare, anche se effettivamente hanno perso qualsiasi utilità. Dall’altra parte però questi oggetti con il tempo che passa hanno aumentato notevolmente il loro valore sentimentale e mille sfumature della propria identità sonnecchiano ancora in silenzio in quella soffitta. Quelle cose sono diventate dei tesori e solamente a vederli suscitano ossequio e riverenza, eppure sono lì, inanimate da tempo immemore, finchè, un giorno, un componente della famiglia decide di andare a fare ordine o a recuperare qualcosa…

Ecco che allora tornano fuori oggetti curiosi, quegli oggetti buffi, strani che si usavano prima dell’ultima guerra e forse chissà, sicuramente anche prima. Eppure, erano tutte cose indispensabili per la quotidianità garfagnina di molto tempo fa.
Fra quel “ciarpame” che le persone hanno conservato con maggior cura ci sono in buona parte oggetti che riguardano la camera da letto. La vita nei campi era dura d’altronde e un buon riposo per il garfagnino diventava indispensabile. Al mattino bisognava essere più che mai riposati per affrontare una faticosa giornata di lavoro, quindi esisteva una massima attenzione a questo confort. Avete allora mai sentito parlare della “monaca”?… Cavolo! Che ci faceva una monaca in camera? Questa di cui parliamo però è un altro tipo di monaca.

“La monaca” e lo scaldino

C’era poco da fare, gli inverni garfagnini erano duri, freddi e piovosi e non esistevano termosifoni, ne tantomeno termoventilatori, ne men che mai sofisticati condizionatori ad inverter o diavolerie simili. Nella maggior parte delle nostre case c’era al massimo una stufa a legno solitamente posizionata in cucina, e nelle altre stanze… gelo assoluto! Ragion per cui i nostri nonni dopo aver cenato prendevano il loro “scaldaletto” e lo ponevano fra materasso e lenzuola; poi riempivano un contenitore(lo scaldino) di brace levata dal camino, et voilà, il loro riscaldamento “centralizzato” era bell’e pronto. La cosiddetta monaca era appunto una struttura leggera, costituita da due semi archi fatti con fasce di legno di castagno con un gancio posto alla sommità, al quale si appendeva il cosiddetto “scaldino”. Naturalmente questo “coso” era messo in modo che le lenzuola non bruciassero e veniva posizionato un’oretta prima di coricarsi: la cenere e le braci asciugavano e toglievano l’umidità, riscaldando tutto il letto in maniera uniforme. A quanto pare il curioso nome deriva dal fatto che la sua forma ricordava le grandi sottane delle suore.
Sempre a proposito di camera da letto conoscete quello che in dialetto garfagnino e detto “il cantero”?

“Il cantero”

In italiano è il pitale o per meglio capirsi il vaso da notte, strumento indispensabile dei nostri nonni per non dover uscire fuori nell’orto nel freddo della notte, per espletare gli urgenti bisogni. Ricordiamo infatti che il vaso da notte era un oggetto di tutto rispetto, c’erano per tutti i gusti e per tutte le tasche. Alcuni venivano venduti in un set coordinato, comprensivo di brocca e bacinella. Di solito quello usato nelle case garfagnine era di semplice fattura, realizzato in terracotta porcellanata, decorato con una semplice righina azzurra o addirittura colorato completamente di bianco, altri però erano un inno all’eleganza e alla raffinatezza, decorati con ghirlande, fiori, o sennò con disegni propri del decò italiano, ma quelli erano per altre tasche. In Garfagnana “il cantero” aveva pochi fronzoli… Già, la parola cantero, purchè dialettale ha una nobile origine latina: “cantharus”, ossia, recipiente, vaso.

“La colonnetta”

Per riporre il vaso da notte esisteva anche un mobiletto, oggi ricercatissimo dagli antiquari: “la colonnetta”. Questo arredo era l’antesignano del comodino, ed era un armadietto stretto e lungo (simile ad una piccola colonna)dotato di uno sportello, dove dietro veniva ripostoo per meglio dire nascosto il pitale. Il mobile nella sua parte superiore era dotato anche di un cassetto e il suo ripiano era solitamente fatto di marmo. Fattostà che al mattino, con calma, il vaso da notte veniva svuotato, lavato e lì nuovamente nascosto. Sopra questo simil comodino, vicino al letto, veniva messa una piccola acquasantiera ad uso domestico, in modo che al mattino e alla sera i fedeli potessero segnarsi e recitare le preghiere. L’acqua per questi oggetti veniva prelevata dalle acquasantiere delle chiese e quest’usanza, benchè ai più ignota è antichissima e infatti risale a più di cinquecento anni fa, quando l’acqua benedetta veniva attinta dalle chiese e portata nelle proprie case per proteggerle dalle forze del male.

Acquasantiera da camera

Di questi oggetti ne furono costruiti di ogni genere e foggia, dai più semplici, come erano quelli usati nelle case dei garfagnini, a quelli più decorati, con putti angioletti e santi vari.

La cucina invece, era la stanza della casa per per eccellenza, dove di solito si svolgeva buona parte della vita domestica e per questo ancora oggi molti dei suoi oggetti sono sopravvissuti all’oblio dei tempi. La madia ad esempio è uno di questi. L’etimologia del suo nome già racconta il suo antico uso: dal latino “magida” che significa impastare, lavorare la farina. Questo mobile era presente in tutte le cucine garfagnine, sia in quelle più lussuose che in quelle più povere, ed era composto da una parte superiore che veniva usata da spianatoia per impastare il pane, questa parte veniva poi alzata a mo’ di coperchio e li, al suo interno venivano conservate le farine e riposta la pasta a lievitare. Di solito era realizzata con legno di castagno o di noce e la sua fattura lasciava intravedere il ceto sociale della famiglia a cui apparteneva. Le linee semplici e pulite riconducevano a modeste famiglie contadine, mentre una madia decorata, intarsiata e impreziosita da accessori vari era facilmente attribuibile a famiglie benestanti.

La madia

Un’altro oggetto di queste vecchie cucine che ha destato sempre curiosità più che per la forma che per l’uso è la zangola. Del resto non era facile ricavare il burro dal latte, o perlomeno se non era facile c’era una “macchina” che semplificava molto questo compito, ma ciò richiedeva tempo e fatica e questo recipiente di forma cilindrica dotato di stantuffo faceva al caso suo. Comunque sia l’operazione richiedeva una certa manualità, innanzitutto bisognava dividere la panna dal latte appena munto (cosa che avveniva lasciando riposare quest’ultimo), nel frattempo la zangola veniva scaldata con acqua calda (specialmente in inverno), una volta tolta quest’acqua, al suo interno si versava la panna che veniva filtrata con una tela grezza, si metteva poi il coperchio e con il movimento su e giù del pistone si sbatteva la panna fino a che non si consolidava (proprio da questo movimento nasceva l’origine del suo nome, difatti la “bizangola” negli antichi dialetti del nord est era l’altalena e il suo movimento ricordava proprio il su e giù del pistone).

Una volta che il tutto si era completamente solidificato si passava a dare le forme desiderate nei vari stampi a disposizione.

Certo ora in cucina è tutto più facile, non c’è niente di più comodo che comprare la pasta già fatta, il burro bello è che pronto e il caffè già tostato e macinato. No! una volta queste operazioni, anche per il caffè bisognava farle “a mano”. Il caffè veniva comprato in chicchi e poi ci pensava il tostacaffè a fare la torrefazione di questa corroborante vivanda.

Il tostacaffè

Originale anche la forma di quest’utensile, si trattava infatti di un ferro sagomato alla cui estremità era posto un contenitore cilindrico, dotato di una piccola porticina dove veniva inserito il caffè da tostare, inoltre c’era una specie di manico che veniva appeso ad un gancio posto sul fuoco del camino e con tanta pazienza si faceva girare, come un girarrosto, in modo che il caffè venisse tostato alla perfezione. A quel tempo anche i garfagnini erano diventati degli ottimi specialisti in materia e sapevano come ottenere un ottimo caffè tostato, osservando il colore ed il profumo dei chicchi. A completare l’opera ci pensava l’oggetto antico che forse è il più presente e il più recuperato (insieme alla vecchia macchina da cucire SINGER)in tutte le nostre case: il macinino da caffè. Sarà il suo aspetto simpatico e tondeggiante, eppure ci sono veramente poche case in Garfagnana dove per soprammobile non ci sia questo attrezzo. Checchè se ne pensi questo “trabicoletto” ha una storia di tutto riguardo che nasce proprio da quando in Europa fu importato il caffè. Dapprima si penso di macinarlo con lo stesso utensile con cui si macinavano l’esotiche spezie… il risultato fu pessimo.

Il macinino

Questi macinini di spezie facevano del caffe una polvere sottilissima da non garantire una bevanda dal sapore impeccabile. Ci pensarono allora i turchi nel XVI secolo a farci pervenire i macinini che i nostri nonni hanno conosciuto. I macinini, quelli più semplici, erano realizzati in legno, e al loro interno esisteva  un meccanismo di frantumazione con macine. Girando sull’apposita “manovellina”  si mettevano in azione queste piccole macine  che consentivano di triturare al meglio i chicchi del caffè. La polvere che ne usciva veniva raccolta da un apposito cassettino.

Direi che può bastare così… anche perchè mi assale un desolato pensiero e la mia riflessione va al fatto di come queste cose invecchiano in maniera veloce, rapida e fin troppo svelta. Parlare e scrivere di questi oggetti è come scrivere (per assurdo) di una colonna dorica o di tempio romano, invece sono cose che ci sono vicinissime nel tempo e che l’avvento del consumismo degli anni 50′ e 60′ del secolo passato ha spazzato via dalle nostre case e dalla nostra memoria… Per questo vi consiglio, ogni tanto, di fare un bel giro in soffitta.

Paolo Marzi
Paolo Marzihttp://paolomarzi.blogspot.de
Mi chiamo Paolo Marzi sono nato a Barga il 2 settembre del 1971, sono sposato ho due belle figlie e vivo da sempre in Mologno, un piccolissimo paese nel comune di Barga nella Valle del Serchio. Il mio paese è una “terra di confine” solamente un chilometro (nemmeno) e un ponte (il ponte di Gallicano) mi divide dalla Garfagnana (così come geografia dice) Oltre al mio paese sono legato molto a Gallicano, il luogo dove è nata la mia mamma e dove ho vissuto la mia bella infanzia. Non ho diplomi ne tanto meno lauree,ho solo la grande passione per lo scrivere e per la Storia, in particolare della Nostra Storia, la storia della nostra valle, della nostra Garfagnana.Questa passione mi porta a fare continue ricerche,verifiche,visite,viaggi e foto. Tutto questo materiale ho cercato di raccoglierlo in questo blog,nella speranza che possa diventare un punto di riferimento per tutti quelli che vogliono informarsi su tutto quello che era il nostro passato. Partecipo poi con il comune di Gallicano nell’organizzazione di eventi storico-culturali (l’ultimo in ordine di tempo “La Grande Guerra, storia e memoria del fronte alpino”). Faccio poi parte dell’istituto storico lucchese e collaboro con i miei articoli su “Il Giornale di Castelnuovo Garfagnana” e sulla testata on line “Lo Schermo”,inoltre ho contribuito con testi e foto alla bellissima opera “I luoghi del cuore”(un componimento fotografico e scritto sui luoghi più suggestivi di Lucca e la lucchesia), pubblicazione a dispense sul quotidiano “Il Tirreno”,in più sono uno dei vicepresidenti dell’Associazione culturale gallicanese “L’Aringo”, che ci ha visti uscire nel 2015 con una nuova pubblicazione trimestrale.Questo nuovo giornale si chiama anch’esso “L’Aringo” e si occuperà di storia, tradizioni e cultura e sarà il primo giornale ufficiale nel comune di Gallicano e mi vedrà oltre che “giornalista” anche nel comitato di redazione,mi occuperò della sezione storica.Da aggiungere che le mie ricerche storiche effettuate sul canale irrigatorio Francesco V di Gallicano, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, rivolte alla Sopraintendenza della Belle Arti, hanno contribuito al finanziamento per restaurare la bellissima opera dell’architetto Nottolini. @ Articoli

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