Il 10 luglio 2013, quando mi iscrissi a Facebook, non avevo minimamente sentore che sarei entrato all’interno di un supermercato. E nemmeno me ne accorsi per un bel pezzo successivamente.
Nella mia ingenuità, pensavo di esservi entrato come uomo e invece vi ero entrato come merce. Una merce esibita sulle scansie di questo grande supermercato virtuale e pronta ad essere acquistata e portata via dal primo o dal migliore offerente.
Non che ci arrivassi da giovinetto, su questo social, ma ci arrivavo – e lo ripeto – come uomo, cioè come persona con i suoi valori, la sua mente, la sua cultura, i suoi piccoli e grandi interessi.
Mi accadde abbastanza in fretta, in meno di un mese (il 6 agosto 2013), di essere ricercato come merce, ma a quel tipo di ricerca non ero davvero abituato. Ho sempre più creduto alla causalità, all’empatia, all’idem sentire.
Ho passato almeno due anni e mezzo senza pensare mai di essere nato come merce, senza neppure sospettarlo, probabilmente perché sono anziano e ho una visione del mondo diversa e ormai superata. Ho cominciato a capirlo quando è bastato un solo fuggevole incontro a far preferire una merce nuova ad una merce vecchia.
La cosa non mi mise particolarmente in allarme. Conosco la natura delle curiosità, anche di quelle sentimental-sessuali, per cui penso che il fruire di mercé nuova non ti debba necessariamente portare a disprezzare la vecchia.
Inoltre – e qui ho commesso un errore enorme – non ho fatto i conti con la volubilità, la voglia di cambiare, la paura dell’invecchiamento e dell’isolamento sociale, il perbenismo, etc.
Così, anche in questo caso percependolo solo in parte, sono divenuto dapprima merce deperibile (da consumare “prima del…”), poi merce deperita e infine merce di cui sbarazzarsi, se possibile molto rapidamente.
Non ho nulla di che lamentarmi o di che recriminare. Capisco e accetto tutto. Avrei puntato un euro per scommessa su una minima prestazione di attenzione alla mia singolarità e alla grande quantità di tempo spesa nell’esercizio di funzioni di sostegno. Avrei malamente perso. Sono stato e sono merce, ormai da inceneritore. Infine l’ho capito. Colpa mia, ovviamente. E non sto affatto ironizzando: davvero colpa mia.
E’ per questo che ho scritto il mio primo romanzo: per sentirmi un po’ meno merce.

 

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