UNA BESTIALITÀ MEDIEVALE: le roman de Fauvel

Roman_de_Fauvel

di Gian Franco Carignani

Chi non conosce la favoletta “La volpe e l’uva”, oppure l’altra, “il lupo e l’agnello”: sono piccole opere letterarie a sfondo pedagogico che utilizzano uno o più animali come maschera per rappresentare, quasi sempre criticamente, una verità morale. Sono patrimonio dell’umanità, proprio come i Sassi di Matera o i Trulli di Alberobello. La tradizione attribuisce questi micro-capolavori ad un tale Esòpo, di probabile origine nordafricana, giunto in Grecia, nell’isola di Samo, nel VI secolo a.C., come schiavo di un certo Xanthos da cui in seguito ottenne la libertà. Le ben 358 favole scritte da Esopo, sono sicuramente la prima forma letteraria del genere didattico-moralista, nel panorama storico della letteratura mondiale, ma, per buona parte di esse, non se ne può affermare l’originalità essendo presenti nella tradizione orale della cultura di varie popolazioni subsahariane o dell’antica area mesopotamica racconti e favole che rappresentano animali personificati, di genere molto simigliante a quelle di Esopo. Questi dunque sarebbe stato, per una parte almeno delle sue opere, solo un raccoglitore di una tradizione orale preesistente, che ne fa risalire l’antichità indietro ancora di parecchi secoli.

L’opera di Esopo verrà ripresa sei secoli più tardi da uno scrittore romano di origine tracia, di nome Gaio Giulio Fedro, trapiantato a Roma una decina d’anni prima della nascita di Cristo, anche lui schiavo come Esopo, ma, per sua fortuna, appartenendo alla “famiglia” (così era chiamato l’insieme degli schiavi appartenente al medesimo padrone) dell’imperatore Augusto e da questi emancipato, ovvero liberato, in virtù dei suoi meriti culturali. Fedro (o Phaedrus, come lo cita Cicerone) raccolse, nei cinque libri della sua opera “Fabulae”, 93 delle favole scritte da Esopo, dando però alla sua versione maggiore dignità letteraria, ovvero riscrivendole in versi senari con uno stile sobrio ma estremamente elegante, come ebbe modo di apprezzare e di elogiare il Leopardi trattando di Fedro nel suo “Zibaldone”, uno stile insomma che nulla conservava dei tratti rozzi e primitivi della scrittura esopea.

A noi in verità non interessano più di tanto gli Autori quanto piuttosto il genere letterario, le favole cioè, e sopratutto la loro caratteristica peculiare di composizione a carattere didattico, moralistico e a volte monitorio, utilizzando gli animali come protagonisti in vece degli umani e cogliendone, fissandole in archetipi stereotipi, le caratteristiche etiche e comportamentali; la satira e l’allegoria sono sovente sottesi al contenuto del messsaggio. È d’obbligo e fin troppo facile un riferimento alla conosciutissima “Fattoria degli animali” di George Orwell.

Sto cercando di contenere la mia naturale tendenza alla logorrea, che certamente in molti avranno notato, proponendomi di arrivare, senz’altri preamboli e o divagazioni, all’oggetto vero e proprio del mio scritto.

Le favole, dicevamo, utilizzano l’animale come specchio dell’uomo, lo protagonizzano in storie che riflettono la società moderna (ove s’intende quella contemporanea dello scrittore) in maniera critica e satirica, per ricavarne al fine una morale che serva come “monito” ai protagonisti della vita pubblica oppure come strumento didattico per le giovani generazioni.

Abbiamo visto questa caratteristica nell’opera di Esopo, nell’antica Grecia, reiterata sei secoli più tardi nelle “Fabule” del latino Fedro, nella Roma imperiale, e la ritroveremo invariata, a distanza di parecchi secoli, in Francia.

LE “FABLES” DI JEAN DE LA FONTAINE

Indubbiamente il più conosciuto fabulista francese è Jean de La Fontaine, dotto precettore del Delfino, il futuro Re di Francia, di cui curava l’educazione, che riprese in lingua francese le favole di Esopo, utilizzando in toto le storie, i soggetti zoomorfi e i contenuti etico-didattici delle opere del suo antico predecessore.

Siamo nella seconda metà del ‘600 in pieno periodo barocco. Le “Fables” servono a La Fontaine per criticare la società in cui vive, affermando: “Je me sers des animaux pour instruire les hommes” (mi servo degli animali per istruire gli uomini). La Fontaine non è assolutamente un mero traduttore o rielaboratore dei testi dei suoi predecessori, per quanto inserisca nelle sue due raccolte di favole nuove storie assolutamente originali, ma sempre con le medesime caratteristiche di cui abbiamo già detto. Una delle morali complessive delle Favole è l’accettazione completa della natura umana: ad esempio La Fontaine certamente non vuole dare ragione al lupo nella Favola celeberrima, però ammette l’impossibilità di salvare l’agnello. Quando il coraggio è teso contro l’ordine della natura, si risolve in una situazione ridicola e buffa, come il gonfiarsi della rana che stigmatizza la goffaggine degli ipocriti.

IL “ROMAN DE RENART”

Ma prima dell’illustre La Fontaine, tre secoli prima, in pieno Medio Evo, la Francia aveva già avuto delle esperienze letterarie assai importanti, basate sulla tradizione favolistica greco-latina di cui tanto già abbiamo dissertato. Mi riferisco in primo luogo al “Grand Miroir” (Grande Specchio) di Vincent de Beauveais, che riprende, sempre con le solite caratteristiche, gli aspetti pregnanti delle precedenti opere di Esopo e di Fedro, ovvero l’utilizzo degli animali come specchio dei caratteri e delle azioni umane.

Il primo grande capolavoro della letteratura medievale francese è però il “Roman de Renart”, dell’inizio del XIVº secolo, dovuto alla penna (ovviamente d’oca) di tal Pierre de Saint-Cloud, una vera e propria epopea animale che, parodiando le chansons de geste dei paladini dell’epopea carolingia, racconta le avventure di un “goupil” (all’epoca nome comune della volpe) di nome Renart (nome proprio dell’animale che, dopo il successo riscosso dall’opera, passerà a designare ancor oggi, nella lingua francese, la volpe col nome di “renard”). Le gesta narrate nel Roman de Renart sono interamente dedicate al conseguimento del nutrimento necessario al mantenimento in vita dello scaltro animale, che mette in atto sotterfugi e trappole ingegnose a scapito e a danno di altri animali che rappresentano altrettanti stereotipi del comportamento umano. E questa non è la sola opera del genere fabulesco che appartiene a questo periodo tardo medievale.

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IL “ROMAN DE FAUVEL”

Ecco finalmente il nostro argomento principale. Questo poema favoleggiante è stato scritto, tra il 1310 e il 1316, da diversi autori, di cui l’unico certo è il chierico e notaio Gervais du Bus, tutti funzionari appartenenti alla Cancelleria della Corte Reale francese di Filippo il Bello. È un componimento di dimensioni ragguardevoli, di carattere allegorico e satirico che racconta la storia di un asino che diventa re, assommando in sé tutti i peggiori difetti, e rappresenta un vero e proprio manifesto contro l’ordine stabilito e contro lo stesso re Filippo il Bello, descrivendo un mondo “alla rovescia” dove gli uomini si comportano come le bestie, dove il Papa si sottomette al Re e dove i preti e i monaci sono ricchi e corrotti.

Di quest’opera ci sono pervenuti ben dodici manoscritti in buone condizioni, una “tiratura” eccezionale da best seller dell’epoca, che ne dimostra il gradimento e la larga diffusione, uno dei quali contiene la messa in musica dei passaggi pregnanti e più significativi, a cura di Philippe de Vitry e Guillaume de Machaut, i due più importanti musicisti del momento ed esponenti di spicco del nascente stile dell’Ars Nova. Questi numerosi inserti musicali sono rappresentati da diversi pezzi monodici ma anche da brani polifonici, ottenuti non grazie alle tecniche contrappuntistiche che regolano la polifonia, che ancora non esistevano, ma per effetto della sovrapposizione di due o più monodie eseguite contemporaneamente alle quali potevano essere anche attribuiti testi diversi e sopratutto in lingue diverse, quali il latino e il francese dell’epoca (la langue d’oil).

Personalmente ho una affezione particolare per questo capolavoro della letteratura e della musica medievale, dato che mi è capitato di studiarlo approfonditamente, in occasione di una pubblica esecuzione con strumenti dell’epoca, realizzata a Lucca dal Concentus Lucensis, nell’anno 2000, sotto la direzione di Stefano Albarello, alla quale ho partecipato nel ruolo di percussionista e cantore. Pertanto mi sento emotivamente e pienamente giustificato se mi addentro un po’ in quest’opera davvero singolare che rappresenta musicalmente uno dei capisaldi della nascente letteratura occidentale.

Prima di tutto chi è Fauvel? Una delle bestie meno considerate e qualificate dell’immaginario popolare, un asino che diventa il simbolo dei peccati capitali. L’origine del suo nome proprio è incerta, ma comunque sempre rappresentativa del carattere falso e intrigante del personaggio: la parola “fauvel” nel francese antico designava un colore non proprio brillante, dovuto alla combinazione di grigio, marrone e beige, un colore sporco: secondo alcuni, invece, il nome “Fauvel” nasce dall’accostamento combinato delle due parole faux (falso) e vel (pelo): altri, con forse maggior veridicità, lo vedrebbero come un acronimo dei sei principali difetti della società francese del secolo XIV: la Flatterie (adulazione), l’Avarice (avarizia), la Vilenie (bassezza morale: da notare la «U» che nella scrittura antica prende il posto della «V» ), la Variété (inconstanza), l’Envie (invidia) e la Lâcheté (viltà). La storia dell’asino che si appropria della dimora del suo padrone e che sovverte tutti i valori del contesto di cui si impadronisce è un efficace manifesto critico contro la corruzione della Chiesa e dell’intero sistema politico. L’allegoria su cui si basa il testo del romanzo vuol essere una vera e propria “admonitio regis” (avvertimento per il re), cercando cioè di insegnare ai governanti quello che è il buono e il cattivo governo. Su questa base si innesta la satira sferzante e irriverente, a volte degenerando in manifesto politico, per la veemenza degli attacchi portati contro tutti gli ordini dell’attuale società corrotta.

Vediamo in sintesi la trama dell’opera. La storia ha inizio con l’asino Fauvel che è insoddisfatto della sua stalla. Decide pertanto di trasferirsi nella camera da letto principale della casa del suo padrone, alterando tutte le abitudini quotidiane dela casa per adattarle ai suoi gusti e ai suoi piaceri. Un altro personaggio allegorico, di nome Fortuna, lo favorisce in questa sua prevaricazione consacrandone la funzione prestigiosa di Maestro di cerimonie della casa. Fauvel finisce per diventare un personaggio illustre e riceve continui omaggi da parte delle autorità civili e religiose che giungono da lontano per presentargli omaggi, fargli riverenza e accarezzarlo dalla testa spelacchiata sino alla coda lorda di sterco, allo scopo di ottenere le grazie del nuovo potente signore e conservare così i loro privilegi. In seguito, facendosi forza della sua ascesa sociale, avanza la pretesa di sposare Fortuna, ma questa si rifiuta decisamente offrendogli però in cambio Vanagloria come sposa. Le nozze avvengono alla presenza della Lussuria, del Flirt, dell’Adulterio e di Venere come convitati. La Fortuna poi rivela al suo protetto Fauvel che la di lui missione è quella di generare una prole tanto insensata, ambiziosa ed iniqua quanto lo sia lui stesso, e inoltre che egli precederà l’Anticristo e porterà il mondo alla fine. Particolare successo fra i contemporanei e i posteri riscosse il passaggio che narra il farraginoso e tumultuoso tentativo di Fauvel di consumare il suo matrimonio, descrivendo la tradizione del charivari, una rozza festa popolare con musiche sguaiate e clamorosamente dissonanti, (di cui si fornisce in allegato un esempio video-sonoro di esecuzione filologica con strumenti d’epoca), festa che venne a più riprese fermanente condannata dalla Chiesa Cattolica. Al tumultuoso banchetto nuziale segue un torneo combattuto fra le Virtù e i Vizi dove nessuno però risulterà vincitore. Da questa scellerata unione nasceranno innumerevoli piccoli asini Faveaux che si spanderanno per il mondo come un vero flagello.

È questa un’opera straordinariamente arguta, provocante e al contempo divertente, la cui missione, nell’intento dei suoi Autori, è quella di rappresentare una veemente e vibrata accusa contro la malvagità dell’uomo contemporaneo, con particolare aperto riferimento alla corte reale e alle alte sfere ecclesiastiche, malvagità che, nell’immaginario medievale, è rappresentata dallo spregevole asino di colore rossastro dall’emblematico nome di Fauvel, il colore del quale rimanda facilmente ad un paragone con la bestia scarlatta dell’Apocalisse.

Al di là dell’indubbio valore letterario dell’opera di Gervais du Bus e compagni chierici, vista anche sotto la prospettiva di una documentazione critica della società francese nel controverso e difficile passaggio tra il XII e il XIV secolo, la sua vera importanza è costituita dal contributo musicale costituito da ben 132 brani monodici o polifonici dovuti a Philippe de Vitry e a Guillaume de Machaut, due musicisti fondamentali per il passaggio dalla Ars Antiqua alla Ars Nova avvenuta proprio durante il regno di Filippo il Bello. Le opere monodiche mostrano tutto il repertorio delle forme musicali dell’epoca quali conductus, rondeau, lai, virelai, séquence e répons, e nell’esecuzione sono introdotte e accompagnate liberamente da vari strumenti quali viella, flauto, bombarda, arpa, ghironda e percussioni varie, a gusto dei musici esecutori. Le opere polifoniche invece (a 2 o 3 voci) hanno tutte la forma di motetto. Questa polifonia, ottenuta, come già abbiamo accennato più sopra, grazie alla sovrapposizione di due o tre monodie autonome, si caratterizza generalmente per le differenze ritmiche fra le varie voci, per l’utilizzo di testi diversi a volte anche in lingue diverse e per l’uso, nella voce più bassa, di solito la meno movimentata, di un frammento monodico tratto dal gregoriano o da altra opera profana anteriore. Generalmente si configurano, sopratutto nei testi scelti, come una logica sequenza dei Carmina Burana bavaresi, precedenti di più di un secolo (niente a che vedere con la roboante rivisitazione fantasiosa che ne fece Carl Orff nel 1940), alcuni di questi quasi integralmente saccheggiati dal Vitry colla sola sostituzione dei testi per adattarli al contenuto Roman de Fauvel. Comunque sia, anche i brani ripresi da codici preesistenti o da melodie gregoriane ed utilizzati da Vitry e Machaut a commento sonoro del manoscritto di Fauvel sono trattati di una maniera completamente nuova, non più come monodie autonome, bensí entrando magari a costituire il tenor o il cantus firmus di un nuovo brano polifonico. Tuttavia, nonostante le interpolazioni, i saccheggi dei brani di precedenti manoscritti e quelli che oggi si chiamerebbero “plagi”, l’insieme dell’opera risulta composto sia da brani rielaborati e che da brani composti per l’occasione, e quindi originali, ma, nel complesso, il tutto si presenta come assolutamente personale quanto a stile e forma musicale, attestando la grandezza dei due artisti medievali, Philippe e Guillaume, e la loro opera di geniali traghettatori dall’Ars Antiqua all’Ars Nova.

Concludiamo questa dissertazione sulla letteratura fabulistica, proponendo (“sicut lupus in fabula”) alcuni esempi di brani di Vitry e Machaut contenuti nel manoscritto del Roman de Fauvel, nell’esecuzione dovuta a complessi vocali e strumentali specializzati nella musica medievale. Da notare che la parte narrativa del manoscritto stesso viene resa a cura di una voce recitante.

INCIPIT: Seigneurs et Dames – brano monodico di derivazione dallo stile gregoriano, accompagnato discretamente da una viella in discanto.

Floret fex favellea – pezzo monodico eseguito da sole voci senza accompagnamento strumentale; brano di chiara derivazione dai Carmina Burana del manoscritto bavarese.

Poissons y avoit a foisin, Quant je le voi ou voirre cler – brano assai complesso, quadripartito: prima parte narrativa, affidata alla voce recitante: seconda parte: triplum (polifonia a tre parti sovrapposte con struttura simmetrica e omoritmica con accompagnamento strumentale); nuovo intervento narrativo; danse royale, brano strumentale monodico ritmico in forma di dialogo tra la bombarda soprano e l’insieme strumentale.

J’ai fait nouveletement – triplum (sovrapposizione di tre monodie) senza accompagnamento strumentale: le due voci superiori femminili procedono a note veloci e con monodie e testi diversi sulla base di un “tenor” a note più lunghe affidato ad una voce maschile. Un capolavoro di Philippe de Vitry.

Mundus a mundicia – brano monodico di chiara derivazione burana. Dopo ampia introduzione improvvisata a piacere dall’arpa, la voce solista espone il testo con simmetria ritmica rigorosa. Si inserisce un discanto molto semplice. Chiude il brano la riproposizione delle monodie sovrapposte, a cura delle due bombarde e dell’arpa.

Douce Dame debonnaire – brano monodico e dialogato piuttosto complesso che vede anche un danzatore mascherato da asino Fauvel mimare il canto. Segue un intermezzo strumentale sostenuto dai flauti e successivamente si svolge un serrato dialogo fra Fauvel e Fortuna.

Charivari – festa tradizionale di nozze con sguaiata danza popolare; il brano narra dello sposalizio di Fauvel con la dama Vana Gloria. Da notare la tipica e particolare esecuzione strumentale medievale del flauto a tre fori accompagnato dal tamburo da parte dello stesso strumentista. Vi assicuro che non è per niente facile.

Rappresentazione di parte del Roman de Fauvel da parte dell’Ensemble Vocale e Strumentale “La Reverdie”. La voce recitante utilizza un testo tradotto in lingua italiana.

Credo che sia tornato chiaro ed evidente quanto sia errata la convinzione stereotipa che ha da sempre rappresentato il Medio Evo come “Secolo buio” in chiara contrapposizione al Rinascimento e al successivo “Secolo dei Lumi”. Anche se le forme musicali e letterarie sono decisamente lontane e sostanzialmente molto differenti da quelle a cui l’educazione ci ha abituato, tuttavia si riscontrano aspetti culturali insospettati e di alta levatura culturale, che disegnano questo periodo della storia dell’umanità come un coavervo di umanità e di spiritualità estremamente affascinante per quanto ancor troppo poco esplorato e frequentato.


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Gianfranco Carignani
Pescia1949, Martina Franca 2017. Toscano DOCG col salmastro dell’amata Versilia nelle vene. Musicista si puó dire da sempre (a 4 anni giá suonava la fisarmonica): Organista con particolare predilezione per gli antichi organi a trasmissione meccanica e per la musica italiana antica (secc. XVII e XVIII). Direttore di Coro, fondatore e direttore dell’Ensemble Vocale “Climacus” alla guida del quale ha tenuto concerti in varie città d’Italia; Compositore e arrangiatore di musica vocale e strumentale, vincitore del 1° premio nel Primo Concorso Internazionale “La canzone napoletana in polifonia” con l’arrangiamento per coro a 4 voci miste della brano “ I’ te vurria vasà “; è stato membro della Commissione Artistica dell’Associazione Cori della Toscana, interessandosi in particolare, oltre che dei problemi della didattica vocale rivolta a gruppi non professionistici, alla ricerca e al recupero degli eventi musicali di tradizione orale popolare sopratutto toscana. Innamorato dell’italico idioma, e supportato da una cultura classica basata sulle letterature greca, latina e italiana, storia dell’arte e della musica, si dedica volentieri allo studio delle tradizioni popolari che coinvolgano la musica assieme agli aspetti storici, antropologici e geoculturali, ricerca questa che si è rivitalizzata particolarmente una volta che si è trasferito stabilmente in Brasile, Paese fertilissimo in questo terreno culturale. Il est bel et bon (tra 1500 e 1700) Ensemble vocale e strumentale Climacus Articoli

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