UN POPOLO, UNA NAZIONE, MA NON UNO STATO: Le nostre radici nella Grecia antica

Ad Onorio toccò l’impero romano d’occidente, a suo fratello Arcadio quello d’oriente, la cui capitale era Costantinopoli, voluta da Costantino il Grande, che lì nel sito dell’antica Bisanzio aveva costruito la città, a cui aveva dato il proprio nome. Dal nome di Bisanzio viene poi il vocabolo ‘bizantino’ e tutti i suoi derivati. L’elemento etnico dominante nell’impero d’Oriente era di nascita greca, e del resto la lingua greca, e così pure la cultura di derivazione greca, erano la struttura portante di quell’edificio statale, in una con il patriarcato ortodosso di Costantinopoli. Quindi, pur abbracciando la porzione orientale dell’impero romano, anche Africa ed Asia v’erano dentro, quello fu uno Stato greco. Ed era la prima volta nella storia. E durò per un migliaio di anni: maggio 1453 caduta di Costantinopoli sotto il potere dei turchi ottomani. Ma già l’impero era andato progressivamente sfaldandosi, per debolezza interna ed aggressioni esterne. L’attacco dei crociati nel 1204 fu un terremoto, da cui l’impero non si riprese più, fino alla conquista dei turchi.

Eis tan pòlin, cioè “verso la città” che per antonomasia era Costantinopoli. Eis si legge IS e significa verso, quindi istanpol, cioè Istanbul, sul Bosforo, corno d’oro. E nelle epoche precedenti?

E’ sufficiente dare un’occhiata alla cartina della Grecia, per capire. La penisola greca è la parte meridionale della penisola balcanica, zona sismica e popolata da montagne. Le città della Grecia antica sorgono quasi tutte sul mare, le numerose montagne costituiscono un problema per spostamenti ed altro. Un ricordo personale: parlo del 1970, e da Atene decidiamo di andare a Delfi. Una curva dopo l’altra, una curva dopo l’altra, un’avventura! Se poi ti capitava davanti un mezzo pesante, allora avevi fatto tombola. Ora c’è una strada ampia, abbastanza dritta, sicuramente scorrevole. Ma, se il movimento è decisamente più sciolto, qualcosa di quel fascino di una terra con scarsissimo traffico, con alberi enormi ogni tanto, cicale a non finire, e sole, tanto sole, ed i km non passavano mai, ebbene s’è perso per sempre…..

Dunque le città della Grecia antica dalla natura geografica della regione erano fatalmente portate alla situazione della città Stato, ognuna per sé. Periodicamente si combinavano delle Leghe di città, che si facevano e subito disfacevano. Insomma di uno Stato greco nella Grecia antica non se ne parla proprio. Per lo più – come già detto – sorgevano sul mare, e così anche la miriade di colonie sparse per tutto il bacino del Mediterraneo. Un’eccezione pressoché unica era Sparta, che sorge praticamente al centro geometrico del Peloponneso. Sta sotto l’alto massiccio del monte Taigeto, che d’inverno si inneva (ma Mussolini e le teste di rapa che lo circondavano non lo sapevano che d’inverno i monti greci si innevano. Ed andò a spezzare le reni alla Grecia non dico con il secchiello e la paletta – in Grecia si va in vacanza – ma quasi. E le spezzarono a noi!), e la neve accumulata garantisce acqua di ottima qualità per tutta la regione. A Sparta interessava il controllo del Peloponneso: a questo serviva il suo possente esercito. Non coltivavano gli spartani un progetto di impero, perché nel Peloponneso avevano tutto, anzi il commercio era poca cosa. L’esercito serviva a tenere sotto il tacco gli altri abitanti della penisola, argivi e messeni in particolare, sempre pronti a ribellarsi. Questo sistema chiuso a doppia mandata fu adottato nel corso del VII-VI secolo, quando nel resto del mondo greco le città ad una ad una passarono sotto le tirannidi, passo obbligato verso il sistema democratico. Gli aristocratici spartani bloccarono l’orologio della Storia, e la cosa durò per quattro secoli circa. E Sparta, che fino ad allora era un centro di cultura, scelse la vita austera.

Però senza essere uno Stato, i greci erano una nazione, e molti erano i fattori unificanti.

Iniziamo:

a) Omero. L’epica ed il mito. Iliade ed Odissea (ma anche componimenti non del ciclo troiano), erano la base della paideia dei greci. Nelle feste cittadine non mancava mai il cantastorie (che chiamiamo aèdo oppure rapsodo), che nella pubblica piazza recitava cantando passi dei due poemi, specie se in questi si faceva cenno all’eroe locale. La gente, di tutte le età, ascoltava, e, dietro la suggestione delle parole e dei versi, navigava con l’immaginazione per terre ed epoche lontane. E gli eroi omerici erano i padri della stirpe;

b) La lingua. Non c’era una sola lingua, ma una base linguistica comune a tutti, e varianti dialettali locali, più o meno come oggi in Italia. A complemento della lingua, la scrittura alfabetica e letterale. Ripresa dai fenici, ed adattata alla fonetica greca, ha varie versioni, una delle quali – quella cumana – è stata ripresa da etruschi e soprattutto romani. Quello che noi chiamiamo alfabeto latino, ormai conosciuto in tutto il mondo, in realtà è uno dei vari alfabeti greci;

c) Le istituzioni. In tutta le Grecia, salvo alcune esperienze tiranniche, specie in Sicilia ed in Italia, le città sono governate secondo i principi della democrazia. Bisogna però intendersi: democrazia vuol dire potere della maggioranza, ma tale potere ha varie configurazioni. Quello che è comune a tutti è l’imperio della legge, la quale non è figlia dell’iniziativa di un re, magari discendente del dio o suo interlocutore unico, quindi garanzia della protezione divina per tutti, ma la Legge in Grecia è sempre il prodotto di un confronto tra pari. A Sparta abbiamo la versione aristocratica della democrazia, con il potere in mano ad un gruppo ristretto, i nobili, gli aristocratici, che lo mantengono con la forza; ad Atene la versione populistica e demagogica, a partire da Pericle fino alla guerra con Sparta. La democrazia ateniese, oclocratica direbbe Polibio, cioè nelle mani della massa arrogante ed incolta, è stata rovinosa, a tal punto che praticamente tutti gli intellettuali del tempo le sono ostili;

d) La religione. Al di là delle preferenze locali, comuni a tutti erano gli dèi dell’Olimpo, ed anche una gran quantità di santuari sentiti come panellenici. Il santuario prevede il tempio vero e proprio, nonché l’albergo, il refettorio, gli spazi comuni, spesso il teatro, spesso lo stadio. A volte al santuario si aggrega un oracolo, la cui nascita si perde nel tempo. L’oracolo di Delfi era il più considerato: sorge a circa 700 metri sul mare, il golfo di Corinto, che sta proprio lì sotto, su un terrazzamento del monte Parnaso, oggi montagna sciistica per gli ateniesi. In primavera è una festa per gli occhi, per la miriade di colori nel paesaggio. Da una fenditura del terreno molto probabilmente fuoriuscivano delle esalazioni di gas inebriante, che la sacerdotesse – la Pizia – inalava, dopo di che emetteva i suoi ambigui oracoli, che, interpretati a posteriori, davano sempre ragione al dio Apollo, detto anche Lossia, cioè obliquo. Il trucco è sempre lo stesso: indurre a credere, e poi la credenza si alimenta da sé;

e) I giochi. Ad Olimpia, a Delfi, ad Atene, a Corinto, ad Olinto ed altrove si tenevano i giochi atletici, riservati ai greci. Giochi panellenici, e per tutta la loro durata era sacrilegio per i greci combattere tra loro. Quindi, se c’era una guerra in corso, la si sospendeva. I primi giochi, quelli olimpici, si tennero nel 776 a.C. ed erano riservati ai nobili. Non erano delle pure e semplici gare sportive, ma il momento culminante del culto della divinità. I vincitori davano lustro a se stessi ed alla loro patria, e per loro si aprivano tutte le porte greche. A volte si svolgevano agoni teatrali, ed anche di oratoria, tesi a magnificare la civiltà costruita dai greci, fieri della loro unicità in quel tempo;

f) L’ospitalità. Una regione così frammentata poteva fondare il regno assoluto dell’insicurezza, non appena si mettesse il naso fuori di casa. Ecco allora il culto dell’ospitalità, posta sotto l’alto patrocinio di Zeus, il sommo tra gli dèi. Ed era lo scudo per viandanti e mercanti;

g) La razionalità. I greci inventano e condividono il pensiero filosofico, che, pur non negando la divinità, mira a formulare spiegazioni di ciò che è inerente alla vita, però non con l’aiuto di un testo sacro, che in Grecia non esiste, ma con l’apporto dell’intelligenza e della logica della mente umana. I greci hanno misurato l’altezza delle piramidi, le dimensioni della terra, hanno individuato la reale struttura del sistema solare, hanno gettato le basi della geometria e della fisica, hanno intuito la natura fisica delle malattie, hanno elaborato i criteri della scienza sperimentale (la nostra in pratica). E tutto sulla base della ragione;

h) La cultura. Omero ha fondato l’epica, ma in Omero ci sono anche i germi della filosofia e del teatro, dell’oratoria e della poesia in genere. Con lui devono fare i conti i poeti lirici arcaici, sia monodici (canto a solo) che corali; tutta l’epica europea, da Apollonio Rodio a Virgilio, da Ennio a Lucano, dalla chanson de geste all’Orlando furioso alla Gerusalemme liberata. E tutti i grandi oratori, prima greci e latini, fino ai tempi nostri, nonché tragediografi e commediografi di tutti i tempi e le latitudini almeno occidentali;

i) L’arte. In Grecia si condividono i dettami dell’arte figurativa occidentale, in scultura come in architettura (della pittura ci è rimasto poco)

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Il 28 maggio del 1453 i turchi ottomani (da Otman, o anche Osman il loro fondatore) entrano in Costantinopoli, e sottomettono la Grecia. Il loro dominio durerà circa 300 anni, ma i greci non si faranno assimilare, grazie anche all’apporto determinante della chiesa cristiana ortodossa. Nella fase risorgimentale dell’Europa saranno i primi a riscattarsi, e non mancherà il contributo anche di sangue della meglio gioventù europea, compresa quella italiana.

Fulvio Marino
Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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