Un pezzo di storia di C.Alessandro Mauceri

bandiera siciliana

Ormai nessuno festeggia più la bandiera italiana. Se ne parla solo in occasione di errori pacchiani (quando le autorità danno prova della propria cultura mostrandola al contrario). Il motivo potrebbe essere legato al fatto che sono sempre meno gli italiani che si identificano nel tricolore: il tricolore non è un simbolo che rappresenta l’Italia, le sue parti la sua gente: a buona parte degli italiani questa bandiera è stata imposta. E come tutte le cose imposte con la forza è difficile sentirla propria.

C’è un’altra bandiera che, invece, per molti secoli è stata considerata simbolo di un territorio, per la quale venne versato molto sangue e anche questa quasi caduta nel dimenticatoio. È la bandiera siciliana. Pochi ricordano che il 3 aprile è una ricorrenza importate per la bandiera siciliana: proprio in questo giorno, la rivolta dei Vespri siciliani raggiunse il suo culmine. Una rivoluzione che fece dei Siciliani al tempo stesso un popolo libero e assoggettato ai dictat stranieri.

Nei decenni che precedettero la rivolta dei Vespri, la Sicilia era stata stravolta da molti eventi. Nel 1245, durante il Concilio di Lione, la Chiesa decise “d’ufficio” la deposizione di Federico II dall’impero e dal regno di Sicilia. I principi tedeschi contestarono la sua autorità e quella del figlio Corrado. La decisione venne confermato dall’ordine perentorio di papa Innocenzo IV “che nessun siciliano giurasse fedeltà né prestasse obbedienza a chi non fosse delegato dalla sua autorità pontificia”. A causa di questi eventi nacque la Lega siciliana: alcune importanti città del regno, tra cui Napoli, Caserta, Avellino, Capua, Barletta, Foggia e Palermo, stanche di subire scomuniche ed interdetti si unirono in una federazione. Un tentativo di autogestirsi che ebbe vita breve a causa dell’incapacità di reagire a pressioni da ogni parte d’Europa, di una popolazione costituita in massima parte da contadini privi di esperienza militare e politica e di una borghesia praticamente inesistente (Bartolomeo da Neocastro definì questa scelta autonomistica “Comunitas vanitatis”).

Alla fine, ascese al trono, non senza polemiche, Manfredi che tenne per sé la parte peninsulare del Regno e nominò vicario per la Sicilia il fratellastro Enrico, ma sotto la tutela di Pietro Ruffo. Il fatto che non fosse un sovrano per diritto di successione a governare realmente la Sicilia, rese intollerabili molte sue scelte impopolari. Quando il re decise di sostituirlo, Ruffo (come del resto molti politici odierni) si rifiutò di lasciare il comando. Fino al punto, per impedire lo sbarco del suo sostituto, Galvano, di sollevargli contro la città di Messina.

Il caos divenne il vero sovrano, molte città insorsero e decisero di governarsi autonomamente. Intanto, le diatribe tra il re di Germania e di Sicilia e il papa, erano giunte agli sgoccioli e, nel 1252, fu guerra aperta. Due anni dopo, il re ottenne la resa di Napoli e della Terra di Lavoro. Ma il resto del regno rimase in uno stato di semianarchia (in parte in mano a Manfredi, in parte sotto l’influenza del papa, in parte abbandonato a se stesso).

Per vendicarsi della sconfitta, papa Innocenzo IV, cercò di allearsi con gli inglesi ed Enrico III d’Inghilterra: offrì la corona di Sicilia prima a Riccardo di Cornovaglia e poi a Edmondo Lancaster, rispettivamente fratello e figlio di Enrico (ci provò anche con la Francia di Luigi IX, re di Francia con analoga offerta per il fratello Carlo d’Angiò). Secondo alcuni ci sarebbero state trattative segrete anche con Manfredi. Ma, quando il papa si recò a Napoli per ratificare l’accordo, Manfredi non lo firmò, anzi, ne fece pubblica disdetta e cercò di organizzare un proprio esercito musulmano nella fortezza di Lucera (riuscì anche a sconfiggere, a Foggia, alle truppe pontificie). Nel 1254, i baroni di Sicilia, riunitisi in “parlamento”, riconobbero a Manfredi il titolo di re, rifiutando gli altri pretendenti.

Il nuovo re governò in modo dispotico e accentratore per un oltre un decennio, soffocando qualsiasi autonomia locale, sopprimendo i diritti della chiesa e l’autonomia del clero. Non disponendo di forze militari importanti, Manfredi cercò di ricorrere a “strategie matrimoniali”. Si alleò con gli Aragona dando in sposa la propria figlia Costanza al principe Pietro, erede al trono. Poi, sposò Elena, figlia del re d’Epiro, Michele II, destinata a succedere all’impero dopo il padre.

Per contro, il nuovo papa, Urbano IV, nominò re di Sicilia il fratello di Luigi IX di Francia, Carlo d’Angiò. Ancora una volta,però, la decisione di “regalare” la Sicilia fu una scelta diplomatica e strategica (dalla quale, come al solito, i siciliani furono esclusi). La Francia avrebbe potuto estendere il proprio controllo sul Mediterraneo, il papato non sarebbe stato stretto dalla morsa Sveva e Carlo avrebbe avuto un proprio regno. Il 6 gennaio del 1266 Carlo fu incoronato re di Sicilia in San Pietro a Roma. Per un breve periodo, sul trono del Regno di Sicilia sedettero due re (chi pensa che quanto avviene in questi giorni in Libia o in Siria sia una novità, sbaglia di grosso: la storia è piena di casi analoghi).

Il ricorso alle armi divenne inevitabile. Ma la guerra durò solo 50 giorni: Manfredi fu sconfitto rapidamente dato che quelli che pensava sarebbero stati i suoi alleati, gli voltarono le spalle. Senza il consenso dei siciliani e degli alleati, la vittoria, per i suoi nemici, fu fin troppo facile. Manfredi morì in battaglia, ma con onore. Tanto che gli furono dedicati, dai vincitori, funerali solenni. Papa Clemente, però, da bravo cristiano, lo fece disseppellire e ordinò che venisse sepolto di nuovo in terra sconsacrata, in riva al fiume, sotto la sabbia affinché le acque ne disperdessero le ossa…..

Carlo e il Papa vinsero facilmente anche la resistenza di Corradino l’ultimo degli Staufen, figlio di Corrado. E anche in questo caso, diedero prova della loro clemenza: dopo un processo farsa, ordinarono la sua esecuzione e Corradino venne decapitato nella Piazza del mercato a Napoli nonostante, ai tempi, avesse solo quindici anni.

Non è difficile capire in che modo gli Angiò governarono la Sicilia: chiunque si opponesse al loro volere veniva torturato e ucciso; le città ribelli, tante, furono saccheggiate e date alle fiamme; i cittadini massacrati senza distinzione di sesso o età. La “mala signoria” di Carlo, come la definì Dante Alighieri nel 1282, non fu molto diversa da quella sveva, a conti fatti. L’unica novità fu costituita dalla statalizzazione dei traffici che, durante Federico II, erano privati. Inoltre venne sensibilmente ridotta la libertà politica dei baronetti locali e fu aumentato il carico fiscale da parte degli Angiò, con usurpazioni, soprusi e violenze di ogni genere (corsi e ricorsi storici?).

Una scelta questa, che finì per intaccare e non poco le economie dei signorotti locali. Oltre a questo, non bisogna dimenticare che da anni, la Sicilia era diventata meta ambita di numerosi coloni provenienti da altre parti d’Italia (chi pensa che i flussi migratori verso la Sicilia siano una novità sbaglia di grosso): erano molti i mercanti toscani, genovesi, lombardi che si erano insediati nelle città e che godevano di numerosi privilegi (a cominciare dall’esenzione fiscale che risaliva ai tempi della contessa Adelasia). A questi si aggiunsero greci, ebrei e musulmani.

La politica di Carlo, però, ricorda quella di oggi anche sotto un altro punto di vista: le due parti del regno ricevettero un trattamento molto diverso. Carlo spostò la capitale da Palermo a Napoli (già ai tempi di Federico II, le scelte politiche più importanti venivano prese sulla penisola, ma, formalmente, Palermo e la Sicilia erano il centro del regno). Al nord vennero destinati fondi per le infrastrutture, gli studi, l’arte e la cultura; la Sicilia, ricca di risorse di ogni genere, invece, fu per l’ennesima volta l’”osso da spolpare”. Un osso così ricco da far invidia a molti. Senza contare che alcuni vedevano l’Isola anche come concorrente (l’Aragona, la Catalogna, la Castiglia e perfino l’appena ricostituito impero bizantino).

Per questo la Sicilia divenne oggetto il centro di contese e scontri ai massimi livelli continentali per il controllo sul Mediterraneo. Da una parte c’erano i francesi e il papato che sostenevano Carlo d’Angiò; dall’altra Pietro III d’Aragona, appoggiato dagli Asburgo e dagli inglesi oltreché, più tiepidamente, dalle Repubbliche marinare di Venezia e di Pisa, che avevano molti interessi in gioco.

Furono queste le premesse della rivolta dei Vespri, il 31 marzo del 1282.

Quel giorno, un Lunedì di Pasqua, la causa scatenante furono le molestie di tale Drouet, un soldato francese, su una giovane nobildonna siciliana davanti al sagrato della Chiesa dello Spirito Santo di Palermo. Scoppiò la scintilla: il marito reagì e i Siciliani insorsero e si ribellarono alle continue angherie e vessazioni dei dominatori francesi. Al grido di “AnTuDo”, acronimo di Animus tuus dominus, ossia “Il Coraggio sia il tuo unico signore”, in poche ore, la rivolta si estese a tutta l’isola.

Non sono pochi, però, quelli che ritengono che la rivolta era già stata organizzata in gran segreto: da Giovanni da Procida, medico di Federico II, Enrico Ventimiglia e da alcuni esponenti della nobiltà siciliana, come il conte di Geraci, Alaimo di Lentini, Signore di Ficarra, Palmiero Abate, Signore di Trapani e Favignana, Gualtiero di Caltagirone, Signore di Butera.

Carlo d’Angiò inviò in Sicilia una flotta con 24.000 cavalieri e 90.000 fanti, ma, nel settembre 1282, venne sconfitto e fece ritorno a Napoli, lasciando la Sicilia nelle mani di Pietro III. Iniziò un ventennio di scontri tra angioini e aragonesi per il dominio sull’isola. Scontri che cessarono solo nel 1302 con la pace di Caltabellotta.

Quella che si insediò fu una monarchia “pattista”, che voleva e doveva tutelare e conservare le tradizioni del Regno e le sue origini e tradizioni. In cambio, i nobili siciliani dominanti chiesero/concessero a Pietro di assumere la corona e iniziarono con gli Aragonesi un lungo dialogo ma non come sudditi, ma da interlocutori. Non a caso, non passò molto tempo che buona parte della Sicilia venne “affidata” proprio a Alaimo di Lentini, Palmiero Abate, e Gualtiero di Caltagirone. Una differenza non da poco, quello che ebbe inizio nel 1282, rispetto al dominio dell’isola di Normanni e Svevi.

La prova che qualcosa era cambiato fu proprio nella nuova bandiera. Fu allora, il 3 Aprile, che, per la prima volta, venne issato il vessillo rosso e giallo della Sicilia indipendente. I colori vennero scelti non a caso: il rosso, dalla città di Corleone, e il giallo, simbolo di Palermo, ovvero i due comuni che per primi erano insorti contro gli angioini. Al centro venne messa una Gorgone chiamata “Triscele” o “Triskele”, un simbolo legato da millenni alla storia della Sicilia.

Ma la rivolta dei Vespri rimase un momento storico molto importante anche per un altro motivo: venne ribadita l’importanza della Sicilia nel contesto politico ed economico del Mediterraneo. L’Isola venne riconosciuta punto di scontro e d’incontro di tutti i popoli che si affacciavano sul Mediterraneo (gli Aragonesi da una parte e gli Angioini e il Papa dall’altra). Moltissime famiglie nobili si trasferirono in Sicilia dalla penisola iberica, integrandosi con la nobiltà siciliana e finendo per costituire una componente importante della nobiltà isolana nei secoli successivi. L’Isola divenne il fulcro di interessi commerciali, contesi tra le potenze marittime di quel tempo (Barcellona, Genova, Firenze, Pisa, Venezia).

L’importanza della bandiera della Sicilia durò molti secoli fino a quando la Regione Sicilia, con Legge Regionale n.1 del 2000, decise di adottarla come vessillo ufficiale. Peccato che, nel farlo, senza alcun motivo, invertì i colori originari e inserì sulla Gorgone delle spighe di grano a memoria del periodo in cui la Sicilia era il granaio dell’impero. In questo modo, senza saperlo, modificò (ingiustificatamente) quello che era un pezzo di storia della Sicilia, dell’Italia e di tutto il Mediterraneo.

di C.Alessandro Mauceri

 


 

C. Alessandro Mauceri
C. Alessandro Mauceri
Da oltre trent’anni si occupa di problematiche legate all’ambiente e allo sviluppo sostenibile, nonché di internazionalizzazione. È autore di diversi libri, tra cui Moneta Mortale e Finta democrazia. Le sue ricerche e i suoi articoli sono pubblicati su numerosi giornali, in Italia e all’estero. Articoli

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