Nel libro VI della sua opera (Storia di Roma), capitolo 56 paragrafi 6-11, lo storico greco Polibio dice quanto segue:

“A me sembra che la gestione politica dei romani abbia una grande differenza in meglio nell’uso della religione. E, quello che a me pare non essere tenuto in alcun conto da parte degli altri popoli, proprio questo fa da collante nella politica romana, e mi riferisco alla superstizione religiosa, al terrore verso gli dèi: a tal punto infatti è esaltato e valutato questo aspetto da parte loro nella vita privata ed in quella pubblica della città, da raggiungere l’esasperazione. E questo potrebbe anche sembrare a molti essere fonte di meraviglia. A me invece pare che facciano ciò per colpa della massa. Se infatti fosse possibile creare uno Stato tutto di uomini saggi, certamente questo modo di fare non sarebbe per nulla necessario; poiché invece ogni massa è volubile e capace di desideri sfrenati, di rabbia irrazionale, di spirito violento, non resta che tenere a freno le masse con paure oscure e con una drammatizzazione di questo genere.”.

Polibio ha scritto queste parole 150 anni prima di Cristo e 2000 prima di Marx.

Nella seconda riga dice che l’aspetto religioso ed il suo uso a fini politici, altrove rispetto a Roma, non è tenuto in alcun conto. Già Aristofane, più di 250 anni prima di Polibio, parlando di Zeus e degli dèi olimpici nella commedia “Le nuvole” dice che sono ormai moneta fuori corso. Come mai? Aristofane è di Atene, ed in Atene si vanno facendo strada dottrine e modi di pensare il mondo chiaramente razionalistici ed agnostici (e l’agnosticismo è peggiore dell’ateismo dal punto di vista della religione), che contrastano con la fede cieca ed irrazionale della tradizione (come nella tragedia di Sofocle “Edipo re” emblematizzano sia Edipo – razionalista – sia Giocasta, scettica ed agnostica: a loro si oppone Tiresia, l’indovino cieco, esemplare dei nostalgici della tradizione olimpica). Aristofane è figlio del clima culturale della sofistica, che afferma la non esistenza dei valori eterni nell’etica, e quindi sono portatori del relativismo morale: ciò che vale qui, non è detto che valga l^, e ciò che valeva ieri, oggi non vale più e domani chissà! A nessuno sfuggirà il legame automatico tra etica e religione. Le nuove divinità, dice Aristofane, sono le nuvole, che cambiano di continuo forma e posizione. E’ l’età di Socrate e di Anassagora, innovatori nell’etica e nella filosofia, con poca o nulla fede e molta razionalità.

La religione olimpica e tradizionale (Tiresia), dunque, scricchiola, perde seguaci, mentre si ingrossano le file dei razionalisti (Edipo) e degli agnostici (Giocasta). Ma si fa strada un’altra maniera di credere, quella dei culti misterici, di provenienza orientale: all’aperto, solare, pubblica la religione olimpica; al chiuso, nella penombra delle cripte, riservata agli adepti (i battezzati in pratica) quella dei misteri. Ma questa coinvolge poca gente, la più desiderosa di una seconda vita che riscatti la prima. E nel grande vuoto si inserirà il cristianesimo.

Polibio, però, opera più di un secolo prima di Cristo. Si trova a Roma, in quanto ostaggio. Cos’era successo? In Macedonia regna Filippo V, che ha l’ambizione di sottomettere la Grecia, ed in Grecia vi sono delle Leghe di città. La Lega Etolica è nemica irriducibile del macedone, e si fa passare per la testa la bella idea di chiamare in aiuto i romani. A questi non pare vero di avere la scusa per sbarcare nell’Ellade (tra l’altro hanno un conto aperto con Filippo, che a suo tempo aveva aizzato Annibale contro i romani). Esiste anche un’altra Lega di città, la Lega Achea. Questa fa sapere ai romani di essere determinata a mantenersi neutrale. Ma i romani non si fidano, vogliono delle garanzie, e quindi pretendono ed ottengono la consegna di mille ostaggi da trasferire e custodire in Italia fino alla fine della guerra con Filippo. Tra i mille c’è Polibio, un giovane di Megalopoli (al centro del Peloponneso settentrionale), figlio di importante famiglia, e già distintosi per alcune opere storiche scritte in giovane età, oggi perdute. Publio Cornelio Scipione, figlio del più famoso Africano, lo vuole ospite ed ostaggio a casa propria, e lo mette a fare il precettore di suo figlio adottivo, Publio Cornelio Scipione Emiliano, il futuro Africano Minore in quanto distruttore di Cartagine (146 a.C., e Polibio è testimone oculare). Gli ostaggi sono distribuiti su tutto il territorio italico e trattati con tutti i riguardi.

Polibio quindi ha modo di essere in qualche modo partecipe delle scelte di una delle famiglie più importanti della crescente potenza romana, ha modo di accedere agli archivi statali, è presente ad eventi cruciali della storia del suo tempo, e capisce la granitica struttura dello Stato romano, che non ha precedenti né uguali al suo tempo, e scrive la Storia romana nella sua lingua, il greco (l’inglese di allora), perché i suoi connazionali si convincano che Roma è un osso troppo duro per i loro denti.

Tra gli aspetti positivi della struttura socio-politica romana indica l’uso insistito e diffuso della religione, indicandolo come un chiaro instrumentum regni, il freno per antonomasia delle masse. Si inserisce a pieno titolo nel filone razionalistico, di cui ho parlato a proposito di Aristofane e Sofocle, ormai divenuto con il passare del tempo il criterio più condiviso al tempo di Polibio. Vi erano stati due commediografi, di cui possediamo poco, ma chiari nel loro modo di intendere (Epicarmo e Rinthone), che creano commedie di parodia del mito, quindi degli dèi e degli eroi così solenni e terribili in Omero e nei tragediografi; ed un filosofo, Evemero, che sostiene che gli dèi non sono altro che sovrani e uomini eccezionali, che, in quanto benemeriti del loro popolo, dopo la morte sono stati divinizzati.
Se le masse – dice Polibio – fossero composte di uomini saggi, non ci sarebbe bisogno di frenarle, perché la saggezza starebbe accanto ad ogni singolo individuo, come l’angelo custode, guidandolo verso mete giuste. Ma le masse non sono così, ed allora bisogna sottoporle a controllo, meglio ancora all’autocontrollo. E che cosa meglio del terrore religioso? Bravi i dirigenti romani!

Polibio non è un pensatore delle religioni, ne nota solo l’uso strumentale che ne fanno i dirigenti romani, non entra nella genesi del fenomeno religioso, e non affronta il tema dell’intuizione del divino, che presiede (almeno ne sono convinti) all’adesione ad un credo. Ma l’uso strumentale del credo, spesso accompagnato da racconti paurosi, ha attraversato tutta la storia dell’umanità sotto tutte le latitudini.
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Berlusconi, quand’era in auge, non aveva remore a dire e fare tutto ciò che gli passava per la testa, perché purtroppo una cospicua parte degli italiani stravedeva per lui. Le televisioni (ma anche i giornali, specie di gossip, ed il calcio) dettavano gli indirizzi, nei TG certo (compresi quelli RAI, sempre molto attenti a chi governa), ma anche negli show, nella pubblicità soprattutto, nei giochini scemi pseudo culturali, in cui si premiava la sub cultura (anche Renzi vi prese parte: era il suo posto!). Ed una volta Silvio disse che il telespettatore medio ha la maturità di un tredicenne. E lui, grande uomo politico, amante del suo popolo, ha fatto del tutto perché non crescesse. Alla religione religiosa di Polibio quindi Silvio affianca quella del televisore, a cui in ogni casa si dedica un altarino.

Renzi poi ha inventato la religione del “cambiamento”, colonizzando i canali TV a tutte le ore, fino a convincere molti un pochino sprovveduti che “cambiamento” e “miglioramento” sono sinonimi, automatici. Basta guardare il “cambiamento” che sta operando nella scuola, modestamente definita “buona”, per capire quanto questa sinonimia sia irreale.

Arriva da ultimo un’altra religione, quella dell’onestà, come se bastasse per governare, e come se l’Italia fosse un Paese di onesti (basta guardare i parcheggi in seconda fila e poi salire per li rami), una religione nata a Genova, ad opera di un attore comico, dall’eloquenza tribunizia, a cui i suoi seguaci credono ciecamente, a dispetto di qualche sbandamento. Non li domina con il terrore religioso (anche se multe pesanti ed espulsioni pendenti sulla testa sono un discreto freno), ma con la favola che la democrazia non è discussione fino anche allo sfinimento, ma un clic sulla tastiera.

 

Fulvio Marino

 


 

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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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