Si calcola che nei sedici anni della sua permanenza in Italia (218-202 a.C., seconda guerra punica) Annibale abbia fatto più morti di quanti ve ne siano stati nel corso della prima guerra mondiale nel nostro Paese. In questo periodo l’unico capace di dargli filo da torcere era stato Quinto Fabio Massimo, con la sua tattica del temporeggiare, che noi oggi chiameremmo guerriglia: toccata violenta e incisiva, panico tra i cartaginesi, e fuga tattica. Consoli patrizi, consoli plebei, ex consoli, tribuni, pretori e romani di tutte le classi sociali, non c’era famiglia romana che non maledicesse il nome di Annibale Barca, figlio di Amilcare, fenicio di Cartagine.

Anche la gens Cornelia, ramo Scipioni, aveva pagato il suo tributo di sangue. Ma un suo giovane rampollo, Publio, un ragazzo fisicamente ben messo, poco più che diciassettenne, s’era messo in luce già in uno dei primi confronti con le truppe cartaginesi. Durante la battaglia del Ticino, proprio all’inizio della guerra, i romani furono sconfitti, ed i due consoli feriti, ed erano il padre e lo zio di Publio, che li trascinò via a viva forza, salvandoli da morte certa. Era un ragazzo, ed Annibale non si curò di lui. Ma, se avesse minimamente saputo…….

Era sempre presente Publio, o s’era fatto raccontare, quando Annibale falcidiò e distrusse le truppe romane al lago Trasimeno ed a Canne. Il giovane Publio apprese l’insegnamento tattico dell’incubo di Roma, finché non arrivò il momento di presentargli il conto. Prima interruppe la via di rifornimento attraverso la Spagna, poi portò l’esercito in Africa, e, con un’azione sistematica e precisa, distrusse tutte le postazioni militari puniche e le città alleate di Cartagine. Infine, sicuro di non dover temere attacchi alle spalle, si presentò davanti alle mura della città nemica. Ed i cartaginesi furono costretti ad ordinare ad Annibale di lasciare l’Italia e tornare in patria. Salpò Annibale, furioso per doversene andare senza essere mai stato sconfitto, e tornò a casa con un pugno di mosche. E questa novità scatenò l’entusiasmo sfrenato a Roma: dopo sedici anni di massacri, finalmente quel demonio se n’era andato. Gloria agli dèi, ma devozione riconoscente senza limiti all’artefice primo del miracolo: PUBLIO CORNELIO SCIPIONE, detto l’AFRICANO.

Scipione_detto_anche_lAfricano

E l’anno dopo, al suo ritorno a Roma, il trionfo fu un vero … trionfo! Spettava al senato emanare il decreto di autorizzazione, perché vincere non era sufficiente. Insomma il senato era di manica stretta nel concedere il trionfo, perché era quanto di più grande e più bello potesse toccare ad un essere umano: una vera apoteosi, come dire trasferimento tra gli dèi, ed il suo prestigio ed il suo favore presso il popolo erano straordinariamente grandi: meglio darlo con il contagocce! Ma nel caso di Scipione come si poteva negarlo? tutta Roma si era riversata per le strade e per le piazze, in attesa che sfilasse il grande condottiero alla testa dei suoi uomini, per l’occasione ripuliti e tirati a lucido. Il bottino ed i prigionieri di guerra aprivano la sfilata, poi arrivava lui sul suo bel carro da guerra, e poi dietro i suoi soldati. Questi cantavano le lodi (carmina triumphalia) del capo, ma avevano anche l’incarico di regalargli un po’ di insulti. Il trionfo, infatti, innalzava al cielo, e gli dei potevano anche farsi venire un po’ di gelosia, e punire quello che non doveva dimenticare di essere un uomo. Quindi il generale ne era contento e non se ne doleva.

Ma non tutti a Roma condividevano la gioia del trionfatore: e se quello si montava la “capoccia” e cominciava a voler mettersi sopra gli altri? Scipione già qualche chiacchiera l’aveva suscitata: l’avevano visto, infatti, entrare più volte nel grande tempio di Giove Statore, nel foro, ed era nata la diceria, che lui lasciava correre e forse alimentava, che lì nel tempio lui parlasse addirittura con il dio degli dèi! Poi in battaglia faceva cose insolite per i romani, e vinceva, e la vittoria confermava questo suo rapporto privilegiato con il dio. (insomma non si è inventato nulla ai tempi nostri, quando si è parlato dell’ “Uomo della Provvidenza” – Benito -, o dell’Unto del Signore per Silvio. Aspetto qualche contiguità in Alto anche per Matteo, visto come in Vaticano si sono posti nei confronti del sindaco Marino, che è solo mio omonimo, e non ci conosciamo nemmeno).

Ho narrato nel post di due domeniche fa che a Roma iniziarono a delinearsi due orientamenti politici: la fazione dei proprietari terrieri, per lo più patrizi, favorevoli ad un’espansione di Roma in Italia e ad un orientamento economico legato alla produzione agricola. All’importanza economica della terra era inevitabile che corrispondesse il primato nella gestione politica della città. Ma stava affermandosi anche un’altra fazione, quella dei mercanti e degli imperialisti, favorevole ad un’espansione senza limiti nel Mediterraneo: il mercato crea immense ricchezze, molto più pesanti dell’ agricoltura, e quindi era inevitabile che il peso politico si spostasse da questa parte del denaro. I primi nel loro bagaglio ideologico ponevano la tradizione, uno stile di vita sobrio ed austero, il senso della comunità e dell’amor di Patria, nonché la pìetas, cioè la devozione agli dèi alla patria ed alla famiglia. Almeno a parole amavano presentarsi così. I secondi, i conquistatori, non si facevano passar per la testa di rinnegare tutto ciò, ma proponevano l’evoluzione del costume e della cultura, la valorizzazione dell’iniziativa privata e la promozione del valore individuale. Tale orientamento aveva già fatto capolino a partire da Appio Claudio Cieco, un secolo prima, che certamente non sarà stato l’unico a pensarla in una certa maniera, ma avrà manifestato una tendenza incipiente. (vedi il post su di lui dello scorso anno). Ed un rapporto più stretto ed organico con la cultura più moderna del tempo, cioè quella greca, nella sua versione ellenistica. Che dava valore all’individuo in particolare.

Gli innovatori andavano frenati in qualche modo. Ed ecco che avviene il fatto ad hoc. C’è stata la guerra tra Roma ed Antioco III di Siria, conclusasi con il trionfo romano: a morire tra i romani furono ben pochi (gli storici antichi – forse aggiustando un po’ i dati, per propaganda – parlano di trecento caduti), mentre tra gli uomini di Antioco ne morirono ben 53 mila . Chi guidava i romani? Lucio Cornelio Scipione era il console ufficialmente, e si meritò l’appellativo di Asiatico, ma a dirigere davvero le truppe era suo fratello Publio, l’Africano.

Come era nella norma, il generale vittorioso era tenuto a fare il rendiconto, anche economico, della faccenda. Ma qui nacque il problema: l’Africano, il liberatore di Roma da Annibale, quasi certamente limpido nella condotta, non tollerò che non gli si credesse sulla parola, ma che dovesse mostrare i libri contabili, come se lui non fosse lui, ma un altro. Con un gesto clamoroso li strappò in pubblico, e se ne andò in volontario esilio, nella località campana di Literno, dove possedeva una villa. Oggi quella località si chiama appunto Villa Literno. Vi morì nel 183 a.C., poco più che cinquantenne, pochi mesi prima che Annibale si suicidasse, per non cadere vivo nelle mani degli odiati romani, contro cui non aveva mai smesso di suscitare nemici e grattacapi.

Insomma Catone, il capofila degli agrari e dei conservatori, riuscì a mettere in cattiva luce gli Scipioni, specie Publio, il divino, l’idolo della folla romana, colpendo così la sua politica di conquista e filo ellenica. Uso della giustizia a fini politici. Ma non si montino la testa i politici di oggi, che lamentano quella che loro chiamano ingerenza della magistratura: chi di loro può accostarsi senza vergogna a Scipione l’Africano Maggiore? Senza parlare poi della differenza costituzionale tra Roma e l’Italia.

Si narra che, al momento di avviarsi via da Roma, Publio abbia detto: “Ingrata patria, ne ossa quidem mea habes”. (Ingrata patria a te nemmeno le ossa lascio). Per questo dal sepolcro degli Scipioni, a Roma, all’inizio della via Appia, a due passi da porta San Sebastiano, manca proprio il sarcofago del più grande della famiglia. Era in anticipo sui tempi: il suo disegno lo porterà a termine Cesare, un secolo dopo, e lo perfezionerà Ottaviano Augusto.

Ebbe due figli: Publio Cornelio Scipione, che adottò Emilio, il figlio di Emilio Macedonico, e l’adottato divenne P. Cornelio Scipione Emiliano Africano Minore, il distruttore di Cartagine, e l’animatore del Circolo filo ellenico degli Scipioni, fondamentale per la cultura latina, quindi del mondo occidentale e nostra in particolare; e Cornelia, la famosa madre dei Gracchi.

P.S.: suggerisco il film “Scipione detto anche l’Africano”, di Luigi Magni, con Marcello e Ruggero Mastroianni nella parte degli Scipioni, Gassman in quella di Catone, Silvana Mangano come Emilia, moglie dell’Africano, e tanti altri bravissimi attori. Senza effetti speciali, un film di dialoghi e parola, come si faceva una volta.

di Fulvio Marino


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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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