Il vino nella poesia classica

IL VINO NELLA POESIA CLASSICA

 

In classe ho sempre sentito la necessità, se non l’obbligo, di chiarire che i nostri antenati non erano una congrega di avvinazzati, poiché il motivo del banchetto e del vino (simposio etimologicamente vuol dire “bere insieme”) ricorre molto spesso. In Omero, specialmente nell’Odissea, lo si incontra più volte. Nella reggia di Alcinoo, re dei feaci, ad esempio, ed in quella di Itaca, dove i proci banchettano smodatamente. Cronologicamente i fatti andrebbero collocati nel XIII secolo a.C., in epoca micenea, poco prima che questa crollasse di schianto. Ma i comportamenti narrati abbassano di molto la data, e siamo in piena civiltà arcaica, nel pieno della democrazia di stampo aristocratico, nella quale però iniziano a manifestarsi le prime crepe, che apriranno la strada alla tirannide, che a sua volta aprirà la strada alla democrazia democratica.
Sia a Schèria (isola dei feaci) sia ad Itaca si banchetta: con modalità aristocratiche presso Alcinoo, ed in maniera scomposta nella reggia di Ulisse, colonizzata dai pretendenti, giovani rampanti ed arroganti. E’ il nuovo che avanza, proteso a rottamare. E’ presente un cantore, con il compito di allietare cibo e bevande con la recitazione di componimenti epici. Ma Ulisse ha deciso di fare la strage: si è fatto riconoscere da Telemaco, suo figlio, e gli ha dato alcune disposizioni. Deve imporre a Penelope di prospettare la gara dell’arco, con cui infine sceglierà il nuovo sposo; ma intanto deve eliminare dalla sala tutte le armi appese alle pareti, come noi facciamo con i quadri: i proci non devono aver modo di difendersi, quando lui, arco in pugno farà vendetta e giustizia. Strana questa cosa delle armi appese alle pareti, vero? Ma non è un’invenzione omerica. Leggete infatti cosa dice Alceo, poeta di Lesbo di piena epoca arcaica, e quindi ad occhio e croce contemporaneo dell’Omero dell’Odissea. E’ poeta di estrazione aristocratica, e si sente tutta la sua fierezza nell’appartenere a quella classe sociale, quando descrive la sala dove lui e gli étairoi (i compagni di classe sociale) celebrano il rito del simposio (si sta insieme, si mangia e si beve insieme, ed il brindisi è la conferma di un patto di solidarietà di classe, che tiene fuori della porta chi ad altra classe appartiene):

“Ampia la sala manda bagliori di bronzo,/ e tutta è gremita in bell’ordine/ di elmi rilucenti sui quali/ di sopra bianchi gli equini pennacchi/ ondeggiano, per le teste degli eroi/ ornamento; e di bronzo occultano i ganci coperti dagli splendenti/ schinieri, difesa dalla freccia violenta,/ e corazze nuove di lino, concave,/ e gli scudi di sotto appoggiati;/ ed accanto le spade di Calcide,/ e tuniche e cinture,/ e di queste armi non è lecito dimenticarsi, poiché/ a questa impresa ormai ci accingiamo.”

Il simposio, si diceva prima, quale rituale attuato per rinsaldare il senso di appartenenza ad una classe sociale, quella aristocratica, eterìa (legame di amicizia) che si conferma e rafforza nel brindisi. In qualche zona della nostra Italia ancora oggi , entrando in casa d’altri, ci sentiamo rivolgere l’invito a bere insieme, come prova delle buone intenzioni con cui si entra e con cui si accoglie. Ma spesso il bere è all’origine di riflessioni filosofiche, sentenziose. Sempre Alceo:

“Beviamo: a che attendere le lucerne (=la sera, cioè la vecchiaia)? Ha la lunghezza di un dito il giorno (=la giovinezza):/ tira giù subito le grandi coppe dalla credenza./ Il vino infatti il figlio di Semele e di Zeus (=Bacco) (vino) che fa dimenticare gli affanni/ agli uomini ha dato: bevi una coppa ed anche due/ piene e fino in fondo, e l’una coppa spinga giù/ l’altra”.

In un altro componimento dedicato all’estate dice:

“Bagna i polmoni col vino, il disco solare infatti dardeggia,/ l’ora è feroce, e tutto è assetato per la calura …………… ora son più ardenti le donne,/ ma gli uomini fiacchi, poiché la testa e le ginocchia Sirio/ brucia.”.

Prima ho scritto che il sistema democratico-aristocratico inizia a mostrare le prime crepe. La nascita, infatti, della ricchezza mobiliare, a partire dalle apoikìai (=colonie) anatoliche, fa emergere una nuova categoria sociale, quella dei mercanti e dei cambiavalute (=banche). Ecco allora proporsi il problema della direzione della polis, con gli aristocratici per lo più arroccati a difendere (spesso ottusamente) la loro posizione di primato, legato alla ricchezza immobiliare e fondiaria. I neo ricchi fanno da sponda ai poveri, al demos, ed i contrasti si fanno stridenti, e non di rado violenti. Si afferma una figura politica nuova, quella del tiranno (non di rado un aristocratico sagace ma rinnegato): questi si fa capopopolo, nella lotta tra demos ed àristoi. Lesbo, la patria di Alceo e della sua contemporanea Saffo, non fa eccezione, e le contorsioni politiche e sociali procurano all’isola una lunga fase di crisi. Al potere si succedono uno dopo l’altro tre tiranni, Melancro, Mìrsilo, e Pittaco. Muoiono ammazzati i primi due, e, quando muore Mìrsilo, Alceo non può trattenere un moto di gioia feroce e sfrenata:

“Ora bisogna ubriacarsi, e che ognuno beva anche contro voglia,/ perché è morto Mirsilo….”.

ma l’odio di classe regalerà a Saffo ed Alceo la via dell’esilio, qui da noi in Sicilia. E gli è andata bene, perché Salvini ed i suoi insipidi seguaci non avevano ancora la ruspa.
Gli etruschi imparano dai greci la pratica del banchetto, ma nei dipinti c’è la prova di una novità, la presenza alla pari delle donne. E dagli etruschi l’uso trapassa a Roma, insieme a tante altre cose.
Orazio, poeta augusteo, quando si sparge la voce sul suicidio di Cleopatra, riecheggia Alceo, quando dice:

“Nunc est bibendum, nunc pede libero/ pulsanda tellus…….”.

Ora si deve bere, ora a gambe sfrenate si deve battere la terra ballando. E’ morta Cleopatra, che aveva avuto l’ardire di coltivare un sogno pazzesco contro Roma. Ma poi la figura della regina grandeggia nell’ode: è stata valorosa, e dunque più grande è il merito di chi l’ha sconfitta( Ottaviano). Onore al nemico, perché la sua grandezza ingrandisca i meriti del vincitore. E’ una delle tante cose che non vogliono capire i miei amici laziali, i cugini di campagna, spesso neri per caso: denigrano la Roma, ma poi gonfiano il petto, quelle rare volte che gli va bene. Due sono le cose: o la Roma non vale nulla, ed allora perché vi vantate? O la Roma vale, ed allora riconoscetelo, no? Ma il laziale ha due giorni di vitalità nel corso del campionato, nei due derby, in cui c’è lo scopo della loro esistenza, avendo come obiettivo quello di battere la Roma. Il vero laziale è quello che, sentendosi ormai prossimo a morire, diventa tifoso della Roma. Così a morire è uno di quegli altri………
Ma Orazio più volte parla del vino come valore positivo. Nel Carpe diem dice:

“Sii saggia (o Leuconoe), spilla il vino………”

(vedi il post dello scorso anno sul Carpe diem e la sua corretta lettura, che non è “cogli l’attimo”.).
C’è già il vino novello, ed anche in questo abbiamo superato i cugini francesi. Il vino ha numerose proprietà salutari e benefiche.

MA UN BICCHIERE A PRANZO ED UNO A CENA.

E con la Coca cola ci si possono sturare i lavandini intasati. L’esagerazione ci espone al rischio di dover poi rinunciare ad un piacere genuino, mediterraneo ed antico. Quando beviamo un buon bicchiere di vino, Orazio ed Alceo sono insieme a noi. E non solo loro. PROSIT.

 

Odysseus Argos
“E quando si accorse che Ulisse gli era accanto,/ scodinzolò allora ed entrambe le orecchie abbassò,/ ma al proprio padrone non ebbe la forza di andare accanto:/ vedendolo quello però, una lacrima si asciugò di nascosto,/ per non farsi vedere da Eumeo……..”(Odissea XVII, 301-305)

Ulisse, il duro Ulisse, il distruttore spietato di città, che ha visto morire i propri compagni in varie maniere, anche mangiati da Polifemo, ha sempre affrontato con rabbia ed energia le esperienze dolorose, uscendone con fiera e feroce baldanza, ora, davanti al cane che muore felice per il suo ritorno, dopo aver trattenuto l’anima (proprio così, l’anima) con i denti nell’attesa ventennale dell’amato padrone, ha un moto di umana debolezza, finalmente e piange in silenzio. Solo chi ha l’esperienza con un cane può qui intendere Omero……….. e chi vi scrive.

di Fulvio Marino

Fulvio Marino

“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” 

Fulvio Marino

il pifferaio tragico fulvio marino

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Fulvio Marino
Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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