Siamo nel corso della lunga e dispendiosa guerra del Peloponneso, tra Atene e Sparta (431-404 a.C.). Una guerra che non trova mai fine: gli spartani vincono negli scontri campali, gli ateniesi in quelli navali. Ci sono vari armistizi e solennissime tregue pluriennali con tanto di giuramento sugli altari degli dèi santissimi. Sono di breve durata, perché le cause del tremendo scontro non vengono mai rimosse: Sparta è al centro del Peloponneso, ha regime aristocratico ed economia chiusa, poco incline cioè al mercato, basata sull’agricoltura. Il Peloponneso è regione fertile, ed ancora oggi vi sono colture lussureggianti: due raccolte di agrumi l’anno, ulivi e vigneti a perdita d’occhio, abbondanza di acque (il monte Taigeto, un enorme massiccio, supera i 2000 metri, grava su Sparta e d’inverno ha copiosa neve). Atene invece è lanciata sulla via dei mercati, che la rendono ricca ed opulenta, vera dominatrice dei mari. E’ retta a regime democratico, quindi non facilmente conciliabile con quello aristocratico di Sparta. Ma quella ateniese è una democrazia che ha virato a demagogia, populismo, assemblearismo, e tutti reclamano , pretendono, vogliono la loro fetta di benessere, e con la minor fatica possibile. Quindi l’economia che si realizza, non è mai in grado di soddisfare le richieste del demos, la classe più bassa e più numerosa e rumorosa. In città si vive in un perenne stato di tensione, ed i dirigenti della città sono sotto il continuo ricatto della plebe scatenata, faziosa ed esigente ogni oltre limite, che agita lo spauracchio dell’esilio se non della morte a chi non la soddisfa. Di qui la necessità di acquisire sempre nuovi mercati, nuove risorse in tutto il Mediterraneo, fino a mettere in piedi una prassi chiaramente imperialistica. Sparta si spaventò, temette l’accerchiamento, ruppe gli indugi. E guerra fu. E le tregue? Inutili.

Siamo nel 416, e le ostilità, a dispetto della solennissima tregua giurata chiamando a testimoni gli dèi onnipotenti ed immortali, sta per essere violata. Gli ateniesi, lanciati alla conquista di nuovi mercati, per soddisfare le inesauribili pretese del demos: controllo di nuove risorse, di nuovi mercati, sfogo demografico, vita opulenta per tutti, imperanti i demagoghi, i “populisti” diremmo oggi, che promettono la luna nel pozzo. Socrate si dissociava dal coro di elogi per Pericle, morto all’inizio della guerra, per quella peste in Atene, figlia della guerra stessa. Le truppe spartane, infatti avevano invaso l’Attica, costringendo gli ateniesi che vi dimoravano a rientrare in città. Le condizioni igieniche erano quelle che erano, scoppiò il contagio, e molti furono i morti, tra cui Pericle stesso. Avevano iniziato gli ateniesi a praticare la medicina ippocratica, che nelle condizioni fisiche ed ambientali individuava le cause delle malattie, prima formulazione di quella che è la nostra medicina. Purtroppo i rimedi ippocratici non erano adeguati al caso, ed allora fu portata in trionfo la statua di Asclepio, dio della medicina, la quale individuava o pretendeva di farlo nella colpa morale la causa dei mali fisici: quando la medicina scientifica non funziona, la disperazione ci porta a Lourdes, in un estremo e per lo più inutile tentativo di fregare la “commare secca”, si dice a Roma, per indicare la morte. Socrate, dicevamo, aveva una pessima opinione di Pericle: ogni ateniese – diceva – quando lui iniziò a governare era in parte bravo ed in parte cattivo, in proporzioni variabili da persona a persona. Ha governato trent’anni, Pericle, dopo di che gli ateniesi sono divenuti totalmente pessimi: sfaticati (Pericle aveva sancito il diritto alla remunerazione, se si partecipava all’assemblea: e le assemblee si susseguivano una dietro l’altra, per campare senza lavorare, e l’istituto dell’assemblea aveva di fatto esautorato il potere del parlamento – boulè – con la minaccia dell’ostracismo, delle multe e della pena capitale: regime assembleare, quello che ha redatto il certificato di morte della democrazia. Una considerazione: il parlamento ateniese era composto da 500 eletti, per una popolazione di circa 20 mila abitanti: penso a questo, quando, come oggi, si sproloquia di riduzione in Italia dei parlamentari – circa 900 per 60 milioni di abitanti –come rimedio al cattivo funzionamento delle camere: basterebbe invece restituire al popolo realmente il potere di scelta, togliendolo dalle mani dei segretari di partito, e recuperare il filo diretto tra elettore e deputato); li aveva resi prepotenti, superficiali – parlavano di tutto, senza sapere nulla – e coltivatori dell’ingiusto, ad iniziare dalla macchina del fango.

Ecco, dunque, che nel 416 gli ateniesi si accingono a riaprire le ostilità contro Sparta. Hanno la necessità di acquisire alleati, anche coercitivamente, e si presentano a Milo, per esigere che i Milii si schierino con loro. E questo benché a Milo vivano coloni di provenienza spartana. La delegazione ateniese viene accolta in un posto riservato ed appartato: i capi dell’isola – infatti – di estrazione aristocratica ritengono pericoloso per loro che il demos sappia ciò che si sta preparando, e cercano di resistere alla delegazione ateniese con tutta una serie di argomentazioni. Due in particolare: sperano negli dèi e nell’aiuto degli spartani. Vogliono rimanere neutrali, non schierarsi con gli spartani, perché vivono in un’isola e la flotta ateniese è la più forte di tutte; né con gli ateniesi e fare la guerra ai loro concittadini di origine. Ma gli ateniesi rispondono loro con brutale franchezza:

“ Quindi noi non vi offriremo un lungo discorso ipocrita con argomenti convincenti, cioè che noi esercitiamo il potere, giustamente perché abbiamo sconfitto i Persiani, o che ora siamo giunti contro di voi perché ci avete fatto qualche ingiustizia; né riteniamo giusto che voi pensiate di convincerci, dicendo che non avete combattuto con noi perché siete coloni degli Spartani o che non avete commesso ingiustizia nei nostri confronti. Invece riteniamo giusto che sia fatto il possibile a partire da ciò che ciascuno di noi due pensa veramente, del tutto convinti noi come voi, che invece lo sapete solo in teoria, che le azioni giuste si possono scegliere nelle azioni degli uomini quando c’è una condizione di uguaglianza, e che al contrario chi è superiore esige quello che vuole e i deboli non possono che cedere.”.

Insomma trattative alla pari sono possibili solo tra potenze di pari valore. Il diritto delle genti è con voi, e, se volete, potreste in teoria rimanere neutrali. Ma nelle cose umane vale il diritto del più forte: o con noi, o contro di noi. E quelli si rifiutarono, ed arrivarono le forze armate da Atene, e tutti i cittadini maschi furono trucidati, e le donne con i bambini resi schiavi.

Più volte ho dovuto ripetere che “Historia magistra vitae”, dalla Storia c’è da imparare a vivere. E le anime candide, magari anomalisti in grammatica, ad obiettarmi che la Storia non si ripete mai uguale, come se io avessi fatto un’osservazione simile. E mi tocca ripetere un esempio: un bambino di cinque anni sta vicino al fuoco di un camino, e c’è un tondino di ferro, appoggiato alla parete nella bocca del camino. E’ nero, e sembra innocuo, in realtà è arroventato senza essere incandescente. Il bambino, ingannato dal colore nero, lo afferra e si brucia la mano. Quello potrà campare anche fino a 90, ma, se non è stupido, un tondino di ferro dritto vicino ad un fuoco non lo afferrerà più: lui sarà ovviamente diverso per gli anni passati, il camino non sarà mai lo stesso, ogni camino del mondo non fa differenza, il tondino di ferro sarà un altro, ma lui, forte dell’esperienza dolorosa fatta a cinque anni, un tondino di ferro nero accanto ad un fuoco non lo afferrerà più. Se non è stupido. L’essenza del fascismo non era Mussolini, né la camicia nera, né il balcone, né l’oratoria ad effetto perché squallida e banale, condita da pose istrioniche, non era tutto ciò: era razzismo, sovranismo – chiamato allora nazionalismo – classismo, stato etico, credere obbedire combattere, briciole per la plebaglia, pensiero unico, inclinazione al punire castrare incarcerare ammazzare, con il saluto romano – un’invenzione cinematografica -, esiliare. Si rivede ciò o qualcosa di simile? Il tondino di ferro nero, allora, non ha insegnato nulla.

Previous articleGiuseppe La Micela: Affondato
Next articleAndrea Pecchia: Anni 60 “ATTRAVERSO CAROSELLO”
Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.