§ 1. IL MONTE SORATTE (Odi 1,9)
Come si stagli (nel cielo), bianco di neve il Soratte, lo vedi tu,
né più sostengano il peso le piante affaticate,
e per il freddo rigido i corsi d’acqua
si siano gelati: lo vedi?

Il freddo scioglilo, legna sul fuoco
con abbondanza ponendo, e senza risparmio
mesci il vino puro di quattro anni,
o Thaliarco, da un’anfora sabina.

Tutto il resto affidalo agli dèi, e, dopo che questi
imbrigliano la zuffa tra i venti ed il mare
spumeggiante, non più i cipressi
si agitano e i secolari ontani.

Sono le prime tre strofe dell’ode n.9 del I libro. Orazio ha pubblicato tre libri di odi + uno. Dico così, perché il progetto era articolato su tre libri, ed infatti a seguire vedremo quella che avrebbe dovuto essere l’ode di congedo dall’opera. Senonché in seguito aggiunse un quarto libro, non resistendo al ritorno della ispirazione poetica. Dalle odi Orazio si aspettava la gloria poetica, e trae ispirazione dalla grande lirica arcaica greca, specialmente da Saffo Alceo ed Archiloco. Però una parte cospicua della sua opera è di ispirazione alessandrina (Alessandria, faro della cultura mediterranea classica, sede della prima biblioteca della Storia, luogo in cui si determinavano le edizioni ufficiali delle opere anti che – Omero ad esempio -, e si elaboravano opere moderne). Il monte Soratte è a nord di Roma, ed è definito anche come monte S.Oreste. prima o poi cercherò con una ricerca di stabilire se Sant’Oreste in realtà non sia una corruzione del nome SORATTE. Thaliarco è uno pseudonimo: nel corso dei banchetti, quelli importanti, si eleggeva un re del convito, il quale sceglieva il tipo del vino, e decideva i brindisi, e tutti si dovevano attenere alla sua autorità, e thaliarco era l’appellativo di tale re del vino. E’ inverno, fa freddo, e la neve ricopre tutto ed i corsi d’acqua si sono gelati, ed il rimedio sono il vino puro, di semplice qualità (è il senso di “anfora sabina”). Gli dèi hanno messo pace tra venti e distese del mare, gli alberi sono addobbati di neve ed immobili, ed i corsi d’acqua si sono fermati per effetto del gelo. Quasi quasi c’è da pensare che anche il tempo abbia interrotto la propria corsa, statico in un presente senza fine…….

Ciò che sarà domani, evita di domandarlo,
e quanti giorni la Sorte ti darà, nei guadagni
registralo, e i dolci amori
non trascurarli, finché giovane, né le danze

finché da te virgulto la canizie è lontana,
che rende lenti. Adesso il campo Marzio e le piazzette
ed i leggeri sussurri sul far della notte
si rinnovino nell’ora dell’appuntamento,

ora anche della ragazza dall’angolo nascosto
il riso felice e traditore,
ed il pegno strappato al braccio
o dal dito che resiste per finta.

Orazio non vuole che ci si illuda, che il tempo si fermi come la natura d’inverno. Metti nella colonna degli attivi, quasi da ragioniere, ogni giorno in più che ti si regalerà, ed goditi la danza della fanciulla (gli uomini non danzavano, era sconveniente), finche non sei cauto e rigido. E poi, che delizia la schermaglia d’amore sul far della sera: lei è nascosta e lui la cerca, e lei non trattiene il riso, ed il suono della risata ed il biancore dei denti la svelano. E lui la punisce, togliendole il bracciale o l’anello da un dito, che fa finta di resistere. Inverno pieno, monti innevati: il clima era diverso. Poverini non avevano le bombe d’acqua, le frane micidiali, lo scioglimento dei ghiacci, e le immense isole di plastica, plastica, plastica. E nemmeno le malattie autoimmuni….

§2. ODE DI CONGEDO: MONUMENTO A SE STESSO

Ho innalzato un monumento più durevole del bronzo,
e più alto della mole regale delle piramidi,
e non lo potranno intaccare la pioggia che scava
né la tramontana inarrestabile,
né l’innumerevole serie degli anni
o la fuga dei tempi.

Ma non morrò del tutto ed una grande parte di me
eviterà Libitina: io nel tempo futuro
crescerò di lode sempre nuova, finché sul Campidoglio

si inerpicherà un pontefice con una vestale silenziosa.
Si parlerà di me, dove violento strepita l’Ofanto
e dove povero d’ acque Dauno regnò
sui popoli agresti, importante da umile che ero,

e si dirà che per primo la poesia eolica ho introdotto
negli italici ritmi. Prendimi la superbia
raggiunta con merito, ed a me con la delfica
corona d’alloro, o Melpomene, cingi volendolo la chioma.

Nelle Odi Orazio riponeva la speranza della gloria poetica, speranza che qui, nell’ode conclusiva del III libro, a sua volta conclusivo dell’intero progetto delle Odi, ribadisce con forza, presumendo eterna la gloria, perché la collega a Roma, la città eterna, allora più che oggi. Gran parte di me scamperà a Libitina: alla divinità, cioè, della morte, a cui nel foro era dedicato un tempio, nel quale si andavano a registrare i decessi. Melpomene, musa della poesia lirica. Orazio si attribuisce il merito di avere introdotto nella cultura latina i modi ed i metri della grande poesia lirica greca arcaica (Alceo, Saffo. Archiloco), anche se già prima di lui Catullo s’era esibito alla Saffo. Il gusto poetico del tempo è di marca alessandrina: una delle piacevolezze di un componimento era la gara con un originale famoso, a volte con una citazione allusiva. Quando Orazio, ad esempio, per la morte di Cleopatra esulta con un “Nunc est bibendum”, ora ci si deve ubriacare, le persone colte andavano con il pensiero ad Alceo, poeta di Lesbo di sette secoli prima, che esulta con le medesime parole per la morte del tiranno Mìrsilo. Tra i due poeti corrono sette secoli di distanza, durante i quali si è verificato un cambiamento epocale nella cultura: al tempo di Alceo, anche se le poesie erano scritte, erano destinate ad una diffusione quasi esclusivamente orale, mentre, quando opera Orazio, è stato già inventato il libro, come lo pensiamo noi, anche se è un rotolo di papiro (volumen), e la diffusione è scritta. Il libro è costoso, quindi alla portata di un pubblico ristretto, i danarosi, quelli cioè che hanno avuto modo e tempo di acculturarsi. Quindi ciò che è scritto è leggibile quanto si vuole, e dentro vi si vuole trovare cultura: gara con modelli famosi, e citazioni.

§ 3. LA FONTE DI BANDUSIA

O fonte di Bandusia, più luminosa del cristallo,
degna di dolce vino puro, nonché di fiori,
ti farò dono di un capretto domani,
che la fronte turgida delle corna nascenti

destina alle baruffe d’amore.
Ma invano, perché ti tingerà
l’acqua con il sangue rosso
orgoglio del gregge lascivo.

L’ora feroce dell’ atroce Canicola
non sa toccarti, tu l’amabile fresco
ai tori stanchi per l’aratro
offri ed al bestiame vagante.

Diverrai tu pure una delle nobili fonti,
perché canto il leccio che gravita
sulla grotta, da cui loquaci
saltellano le acque tue.

Inserisco qui il testo latino per l’ultima strofa: “Fies nobilium tu quoque fontium,/ me dicente cavis impositam ilicem/ saxis, unde loquaces / limphae desiliunt tuae. “. Perché questa citazione? Perché è un saggio di bravura compositiva, un divertissement, una sinfonia di onomatopee, con quell’alternarsi di sillabe liquide, inframezzate da sillabe dentali e volutamente dure, a rendere l’idea del movimento delle acque chiacchierine. A Roma si celebravano i Fontanalia, feste dedicate alle fontane, presidiate, si credeva, da ninfe e divinità boschive. Bandusia: probabilmente è il nome di una fonte vicina a Venosa. Orazio se ne ricorda, mentre nell’aria imperversa la feroce Canicola, sotto la costellazione del Cane. La poetica dell’epoca alessandrina prevede anche la composizione su tematiche non auliche, come il canto su una fontana.

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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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