Tornano a casa nostra quasi 6.000 tonnellate di rifiuti italiani spediti in Tunisia

Tornano “a casa”, in Italia, quasi 6.000 tonnellate di rifiuti spediti in Tunisia e stoccati in 212 container presso il porto tunisino di Sousse. La restante parte del lotto, complessivamente di 7.900 tonnellate, sarebbe stata invece bruciata.

Nella prima metà del 2020, con due decreti dirigenziali, la Regione Campania autorizzò una ditta a scaricare il problema della gestione di migliaia di tonnellate di rifiuti sulle spalle dei tunisini. A giustificazione si disse che spedire questi rifiuti in Tunisia avrebbe consentito una “maggiore economicità del processo di recupero rispetto al paese d’origine”. A tutela dei buoni propositi del progetto venne sottoscritta una fideiussione di 3,3 milioni di euro in favore del ministero dell’Ambiente.

Poco tempo dopo, dai filmati che mostravano ciò che arrivava dall’Italia, mandati in onda in una trasmissione televisiva in Tunisia, emersero alcune “anomalie”: nei container erano contenuti non solo rifiuti plastici (come prevedeva l’accordo), ma scarti di ogni tipo, dalla differenziata ai rifiuti ospedalieri. Tipologie di rifiuti che, in base alla convenzione di Basilea e alla convenzione di Bamako, non avrebbero mai dovuto essere esportati. Le ispezioni da parte della dogana tunisina confermarono che i rifiuti contenuti nei container non erano quelli previsti negli accordi. Seguì uno scandalo internazionale che, in pochi mesi, portò alle dimissioni (e all’arresto), a dicembre 2020, di decine di persone. Tra loro, l’ex ministro dell’Ambiente tunisino, Mustapha Aroui. Coinvolto nella vicenda anche l’ex ministro Shukri Belhassen, dirigenti e funzionari tunisini.

In Italia, di tutto questo si parlò poco. Fu l’interrogazione presentata dalla consigliera regionale M5S Maria Muscarà a mettere in luce una grave mancanza di controlli sulle centinaia di container partiti da Salerno per la Tunisia. Nuove denunce e nuove condanne. Alla sentenza del TAR seguì il ricorso, rigettato, però, dal Consiglio di Stato a metà 2021. Anzi il Consiglio di Stato ingiunse alla Regione Campania di riportare in Italia i rifiuti sequestrati (nel frattempo posti sotto sequestro al costo di 26mila euro al giorno!).

Nei giorni scorsi, durante un incontro tra l’ambasciatore tunisino in Italia, Moez Sinaoui, e il governatore Vincenzo De Luca, sembra essere stato raggiunto l’accordo definitivo tra Regione Campania e governo tunisino: la Regione Campania pagherà le spese e dovrà farsi carico anche dei costi del ritorno in patria dei container. Durissima la nota dell’ambasciata tunisina in Italia: “Il caso, oltre che giudiziario è diventato una questione politica e di opinione pubblica in Tunisia, vede coinvolte l’azienda campana Sviluppo Risorse Ambientali (SRA) e la società privata tunisina Soreplast e ha portato – tra maggio e luglio 2020 – all’esportazione illegale verso la Tunisia di 282 container contenenti 7.900 tonnellate di rifiuti urbani indifferenziati raccolti in Italia, in violazione della normativa internazionale”. “Di questi, 212 sono stoccati al porto di Sousse, mentre altri 70 erano stati depositati nell’impianto della Soreplast di Moureddine (Sousse), andato a fuoco il 29 dicembre scorso, mandando in fumo circa 1.900 tonnellate di rifiuti. Sul piano giudiziario sono in corso due indagini, della magistratura tunisina e di quella italiana, per accertare le responsabilità nella falsificazione dei documenti su cui sono state rilasciate le relative autorizzazioni transfrontaliere”.

Una “sporca” faccenda quella dei rifiuti portati all’estero dall’Italia. Ma non l’unica. Nel 2019, da un’indagine di Greenpeace Italia e Greenpeace Turchia emerse che tonnellate di rifiuti di plastica provenienti – pare – dall’Italia erano state scaricate in un sito illegale nella provincia di Smirne, in Turchia.

A ben guardare, in Italia, l’intero sistema del trattamento dei rifiuti sembrerebbe “sporco”. La Corte di Giustizia europea ha condannato il Bel Paese per aver continuato ad utilizzare oltre la scadenza fissata (ottobre 2015) decine e decine di discariche non adeguate alle disposizioni previste dalla direttiva 1999/31 (che mira a “prevenire, o a ridurre per quanto possibile, gli effetti negativi per l’ambiente o per la salute umana dell’interramento di rifiuti, introducendo severi requisiti tecnici”). Per questo, nel 2012, Bruxelles aveva aperto una procedura di infrazione al termine della quale, nel 2017, (quanti governi si sono succeduti in tutti questi anni?) ha proceduto al deferimento dell’Italia alla Corte di Giustizia.
Una lezione, però, che non è servita a molto. Negli ultimi anni, le procedure d’infrazione “aperte” a carico dell’Italia sono aumentate: da 62, alla fine del 2017, ora sono 82, con un costo per l’erario e per i contribuenti di oltre 750 milioni di euro (152 per sanzioni forfettarie e 600 a titolo di penalità dal 2012 ad oggi). Praticamente il doppio di quanto versato da paesi come la Grecia (350 milioni) o la Spagna (122 milioni) o la Francia (91 milioni). Le motivazioni sono sempre le stesse: discariche abusive (quasi 200 attive), mancata conformità delle infrastrutture di gestione e trattamento delle acque reflue (11% sul totale delle infrazioni nel decennio) e la gestione dei rifiuti non in linea con gli standard europei per il recupero e lo smaltimento dei rifiuti.

E mentre in Europa si fa un gran parlare di Green Economy e di Circular Economy Action Plan (recupero e riduzione del ricorso alle discarica, con un target di riciclo effettivo di rifiuti urbani del 65% e di conferimento in discarica inferiore al 10% entro il 2035), l’Italia sembra vivere su un altro pianeta. A fronte di una produzione di rifiuti solidi urbani di circa 30 milioni di tonnellate (nel 1974 erano meno della metà), il tasso di conferimento in discarica del Bel Paese è 30 volte più alto di quello di paesi come Svezia, Germania, Belgio e Danimarca. In Italia, solo 4 regioni si posizionano al di sotto del 10% fissato dal Piano Ue. E – sorpresa tra le sorprese – una di queste sarebbe proprio la Campania.

Resta da capire se per aver adottato politiche innovative e funzionali o se per aver scaricato il problema ad altri.  In tutti i sensi.

Scenarieconomici.it

C. Alessandro Mauceri
C. Alessandro Mauceri
Da oltre trent’anni si occupa di problematiche legate all’ambiente e allo sviluppo sostenibile, nonché di internazionalizzazione. È autore di diversi libri, tra cui Moneta Mortale e Finta democrazia. Le sue ricerche e i suoi articoli sono pubblicati su numerosi giornali, in Italia e all’estero. Articoli

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