Sui media mainstream è un continuo ricorrere di un nuovo tema, il “cattivismo”, che non è soltanto la più naturale antitesi di un falso “buonismo” durato decenni, ma è anche il modo per introdurre la questione del risentimento, dell’ostilità, della rabbia, che sarebbero diffusi a tutti i livelli – e i media mainstream si chiedono pure il perché… – della società italiana.
       Alcuni quotidiani di oggi ne forniscono una prima, potenziale risposta: il “sistema moda” italiano produce un volume d’affari di circa 58 miliardi di euro l’anno, vale il 4% del Pil, ed è cresciuto del 3% nella prima metà del 2018.
       Risultati assolutamente positivi, che però – come ha rivelato un’inchiesta pubblicata ieri dal New York Times – si basano su uno sfruttamento dei lavoratori più o meno analogo a quello esistente nel BanglaDesh, il Paese nato dalla scissione del Pakistan. Gli esempi addotti in tal senso dal prestigioso quotidiano statunitense si sprecano: abiti da donna venduti a prezzi varianti da 800 a 2.000 euro comportano una remunerazione – per le specialiste che li producono in condizioni appunto da Paese asiatico (nessuna tutela lavorativa, mutualistica o che altro) – di ben 10 euro al giorno, una cifra che può consentire il cospicuo guadagno, per le medesime, di 300 euro al mese…!
       Questa inchiesta ha suscitato scandalo, ha provocato reazioni irate tra i grandi nomi del “Made in Italy”, ma non ha condotto ad alcuna acquisizione certa e definitiva su quanto davvero guadagnino queste lavoratrici del “sistema moda” nazionale. Nessuno degli stilisti di fama interrogati in proposito ha saputo fornire una risposta precisa e circostanziata, perché nessuna di queste lavoratrici è ovviamente una loro dipendente, ma è al soldo (si fa per dire…) di terzisti e subterzisti che danno loro remunerazioni nemmeno definibili da fame, ma da semplice schiavismo.
       Su questo sfondo, ormai diffuso in un gran numero di settori merceologici diversi, resta da chiedersi come sarebbe possibile che la società italiana non fosse carica di risentimento, di odio, di frustrazione e invidia sociale, quando nemmeno sottoponendosi a turni di lavoro di 12 ore al giorno è possibile procurarsi da vivere, pagare bollette che costano il triplo che in altri Paesi, permettersi un’auto che non sia una carretta, percorrere autostrade che hanno costi altissimi, forse non sempre reinvestiti nella manutenzione dei ponti…
       C’è da essere allegri, c’è da ritenersi immersi “nel migliore dei sistemi possibili”, mentre i nostri figli, spesso plurilaureati, possono nel frattempo cercarsi un posto da lavapiatti a Londra o in altri Paesi, per spendere bene le conoscenze acquisite…?
       La borghesia italiana, mai troppo intelligente e sempre troppo cieca, sta percependo queste dinamiche di impoverimento verticale sulla propria pelle. Per ora sopravvive mangiandosi il capitale, ma tutto questo non durerà in eterno. Quanto alle classi elevate, esse non hanno fatto altro che spartirsi prebende, mangiare il mangiabile e assegnare incarichi a sé e ai propri figli per cooptazione. Non a caso, in questo Paese, la mobilità sociale è inesistente.
       Capita sempre più spesso, guardando le trasmissioni televisive a premi, vedere concorrenti che piangono sgangheratamente, travolti dall’emozione, dopo aver vinto cifre che un tempo sarebbero state modestissime e che non risolveranno alcuno dei problemi che li affliggono, ma che rappresentano una sorta di insperata rivincita su una vita fatta solo di sofferenze e di schiavitù, al punto da scatenare in loro questi forti soprassalti emotivi.
       Non va tutto così bene, dunque, ma l’odio cresce e, siccome nessuno si preoccupa di redistribuire un po’ di ricchezza e diminuire sperequazioni sempre più enormi, crescerà ancora di più, sempre di più. Questa è la notizia migliore.

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