BREVE CORSO DI STORIA ROMANA

Nel primo giorno dell’era cristiana, a Roma era imperatore Ottaviano Augusto, e tale resterà fino all’agosto del 14. E’ il capostipite della dinastia Giulio-Claudia, che regnerà sull’impero fino al 68 d.C., e conterà altri quattro imperatori: Tiberio, Caligola, Claudio, Nerone.

Lo storico greco Polibio, grande estimatore di Roma, intorno al 150 a.C. si era domandato come mai ai romani riuscisse un disegno coltivato nei secoli da altre città, anche potenti, l’impero universale, ma non era riuscito a nessuno prima, anche all’apogeo della potenza. E Polibio individua nella Costituzione romana la ragione del successo. In essa vede compresenti ed in reciproco equilibrio le tre forme, che egli chiama “pure”, di costituzione: la monarchia, che individua nelle magistrature, consolato in testa; l’aristocrazia, che vede nel senato; e la democrazia, come egli interpreta nei comizi popolari, assemblee della plebe con potere decisionale, oltre che elettorale. Le altre grandi città avevano una delle tre forme qui dette, per loro natura (e la Storia lo dimostrava) destinate a durare poco, degenerando quasi per fato nella tirannide (la forma monarchica), nella oligarchia (la forma aristocratica), e nella oclocrazia (noi diremmo anarchia sfrenata, la forma democratica). Una forma da sola è instabile, e quindi inadatta alla costruzione di un impero. Ma a Roma, invece, mettendo insieme monarchia aristocrazia e democrazia, era stata creata una situazione di perfetto equilibrio e stabile, legato alle istituzioni e non agli uomini, come per Alessandro Magno, ad esempio: morto lui, fine del sogno; morto Scipione invece si prosegue.

E la lettura, che Polibio fa di Roma, è quasi esatta. Ed il guaio sta in quel “quasi”. Per secoli, infatti, il sistema è quello da lui descritto, ed è un sistema in cui vige l’imperio della LEGGE! Dura lex, sed lex, se Bruto Maggiore mandò a morte i suoi due figli, e così fece Tito Manlio Torquato con il proprio: la LEGGE su tutti e tutto. Con il crescere del potere romano qualcuno iniziò a domandarsi per quale ragione mai il singolo individuo dovesse essere in secondo piano rispetto al collettivo, e se non era il caso di fare qualche eccezione rispetto alla legge. E il seme della mala pianta era gettato: l’impresa di essere il primus non era riuscita a Scipione, a dispetto dei suoi meriti, che pure un pensierino ce l’aveva fatto. Ma poi le immense ricchezze personali alimentarono la tentazione. Così, quando con l’assassinio di Tiberio Gracco la lotta politica fu affidata alle armi ed al sangue, quando iniziarono a spuntare eserciti personali, ecco aprirsi una strada senza ritorno, ed il potere assunse una fisionomia sempre più feroce, e tale divenne stabilmente con il sistema imperiale.

Imperatore di per sé non vuol dire monarca, secondo le nostre abitudini. Imperator a Roma era il comandante in capo delle forze armate, ed il suo imperium era comunque soggetto alle leggi. Augusto, rimasto l’unico al potere, aveva suddiviso le province (territori extra Italiam) in due tipi: senatorie (quelle pacifiche e tranquille, quindi non bisognose di presenze militari), ed imperiali, dove invece servivano le truppe. Augusto sembra dire ai senatori: “Siete avanti con gli anni, fatevi un bel governatorato, vi riempite di ricchezze le tasche, e vi godete al ritorno a Roma una bella pensione! Io mi sacrifico, e mi faccio carico delle situazioni più rognose, per cui ho bisogno delle truppe, di cui sarò l’imperator!”. Ed imperatores furono tutti quelli che seguirono.

Grazie all’opera di Mecenate, un discendente di re etruschi (ma gli etruschi ormai s’erano fusi con i romani), appartenente alla seconda classe sociale, quella dei cavalieri, aveva coinvolto nella propaganda della ideologia del principato, tutti i più validi intellettuali del tempo, in particolare Virgilio ed Orazio, due grossi calibri della Poesia di tutti i tempi, e perfino Tito Livio (detto il pompeiano, per la sua palese contrarietà al sistema imperiale), autore di una poderosa Storia di Roma di straordinaria rilevanza. Era il Circolo di Mecenate, fabbrica del consenso intorno ad Augusto, edizione moderna di quello degli Scipioni di un secolo e mezzo prima. Ma ci furono almeno altri due aggregati di intellettuali, il circolo di Messalla Corvino e quello di Nigidio Figulo, in cui trattavano l’amore e l’esoterismo, in sottintesa ed implicita polemica con quello di Mecenate. Virgilio Orazio e Livio erano ancora invischiati nella passione civile, ma quelli che vennero dopo (Ovidio Tibullo e Properzio) non hanno più quello slancio civile e fanno poesia di altro genere.

Il merito più grande che Ottaviano si attribuisce è quello di aver riportato la pace nell’impero. Ed è un dato di fatto, ma il prezzo è stato altissimo: la morte della democrazia. A lui furono dedicate statue sparse per l’impero, e spesso lo rappresentavano come Mercurio (Hermes), protettore dei commerci. Ma in oriente questa identificazione assume anche un altro valore: Mercurio è il messaggero degli dèi, è la parola degli dèi, ed Ottaviano-Mercurio diviene così la parola di dio che si fa carne. Et Verbum caro factum est (e la parola di Dio divenne carne). Un secolo abbondante di guerre civili e di tanto sangue avevano sfinito gli abitanti dell’impero: c’erano state generazioni e generazioni nate e vissute senza provare la pace, come si rischia in Siria ad esempio, ed ormai c’era un’attesa spasmodica di un pacificatore: Augusto, ma la toppa era peggiore del buco. L’UOMO DELLA PROVVIDENZA NON E’ MAI ESISTITO NELLA STORIA, ed è indubitabile che tale esiziale illusione germogli proprio quando l’unico rimedio ai mali sarebbe la DEMOCRAZIA. In estrema sintesi: nella repubblica democratica, fino a Tiberio Gracco, al di sopra di tutto e tutti c’era la legge. Potevi nascere patrizio o plebeo o anche cavaliere, un fatto casuale come il colore dei capelli. Non mancava la possibilità, sempre definita dalla Legge, di transitare da una classe all’altra, e le cariche erano tutte elettive, annuali al massimo e collegiali. Nel sistema imperiale pro forma restano in vigore le cariche, ma la più grande, quella di IMPERATOR, non è contemplata dalla legge, per cui l’imperatore è fuori legge. Lui FA la legge, anzi Lui E’ la legge. E si diviene imperatori per dinastia, o per decisione delle truppe, pretoriane o regolari che fossero.

Ad Augusto successe Tiberio, figlio di primo letto di Livia, seconda moglie di Ottaviano. La storiografia ostile all’impero, tutta di estrazione senatoria, fa di lei un ritratto a tinte fosche, ma io personalmente poco ci credo. Tiberio, poco gradito ad Augusto, arrivò tardi al trono, data la lunga vita di Ottaviano. Aveva disgusto della vita di Roma, con i suoi intrallazzi, un verminaio di rapporti repellente, e si ritirò per venti anni circa a Capri (sontuose le rovine della sua villa). E quello scoglio in mezzo al mare, inavvicinabile, lo si fa apparire come una sinistra fucina di malaffare di ogni genere. A Roma impazzava Seiano, delegato da Tiberio, che ne fece di tutti i colori, finché Tiberio non lo fece giustiziare. Morto Tiberio, gli successe Caligola, giovanissimo ed acclamato dalle truppe. Doveva il nome alle caligae, sandali militari: seguiva da piccolo il padre Germanico, ed aveva sandaletti, caligulae appunto. Nominò senatore il proprio cavallo, e questo fu fatto passare per indizio di pazzia. Ma a mio parere fare senatore il proprio cavallo creava una equivalenza tra i senatori ed un animale, e diceva che l’aula del senato era una stalla. Si fece anche assegnare il trionfo per una impresa mai compiuta. Dal 1993 in poi il nostro parlamento è stato farcito da amici ed amichette del capo, e molti in Italia hanno detto che era ben fatto! Caligola morì ucciso, ed al suo posto salì al trono Claudio, vecchio e zoppo, ma soprattutto appassionato di grafia, lettere e filosofia, senza averne minimamente gli strumenti. Aveva per moglie Messalina, donna infoiata, che di sera si travestiva ed andava a divertirsi nel lupanare, riportando a casa – dirà Giovenale – nel letto imperiale il puzzo della casa chiusa. La mandò a morte e sposò una sua nipote, Agrippina Minore, altro fiore di cactus, madre già di un fanciullo di nome Nerone. Agrippina fece morire di veleno Britannico, figlio di primo letto di Claudio e destinato al trono, e poi probabilmente tolse di mezzo anche Claudio. Così Nerone divenne imperatore. Aveva come precettori Afranio Burro ed Anneo Seneca, e per cinque anni le cose andarono bene. Poi Burro morì, e Seneca fu costretto a ritirarsi nella sua villa al quarto miglio dell’Appia, dove condusse vita ascetica e scrisse straordinari libri di saggezza morale, facendo un’altissima sintesi del pensiero pagano, illuminante ancor oggi.

Nerone fu ucciso, e di lui la Storia ricorda l’incendio di Roma (ma Tacito, pur nemico della monarchia, pensa che sia stato accidentale), la persecuzione dei cristiani ( in realtà furono un capro espiatorio), l’uccisione di sua madre ( era una bella gara tra loro), e varie stranezze. Ma non si parla della riforma monetaria, che forse spiega un po’ di più le cose. Giravano tra le altre per Roma due monete: l’aureus, capitalizzato dai patrizi, ed il denarius, nelle mani dei cavalieri. Per comprare un aureus il cavaliere doveva sborsare – dico per esempio – dieci denari. Nerone sancisce che otto possono bastare. Capito? Impoverisce in un attimo del 20% il tesoro dei patrizi. Ma dava troppo retta a Tigellino, la sua anima nera. Ci fu poi l’anno della grande anarchia militare (68-69), e le truppe sparse per l’impero acclamarono imperatore ognuna il proprio generale. Ci fu Galba, ammazzato da Otone, ammazzato da Vitellio, ammazzato a sua volta da Vespasiano, che restò sul trono per nove anni. Aveva lasciato il figlio Tito a reprimere l’ennesima rivolta giudaica: nel 70 fu presa Gerusalemme, e Tito non seppe tenere a freno i suoi soldati, che fecero una strage orrenda, incrementando la diaspora ebraica. Nel 79 Tito divenne imperatore, e dovette subito occuparsi dell’eruzione del Vesuvio, che seppellì Pompei Ercolano e Stabia. Nell’80 inaugurò il Colosseo, e nell’81 morì, e sul trono salì suo fratello, Domiziano. Basta un episodio per capire il tipo: arriva a Roma di notte un pescatore dalla zona dell’attuale san Benedetto del Tronto, e porta un enorme rombo per darlo a Domiziano. Ebbene questi convoca d’urgenza in piena notte il senato, perché deliberi il modo migliore di cuocere quel pesce. Dopo sedici anni anch’egli muore ucciso. Diviene imperatore il vecchio senatore Nerva, che inaugura la stagione degli imperatori adottivi. Infatti associa al governo di Roma un giovane promettente, Traiano, che a sua volta sceglierà Adriano, eccetera, così da garantire una transizione dolce del potere in buone mani. Fino a Marco Aurelio.

Ma la distanza tra potere e popolo, perfino nell’uso del latino, si è fatta abissale: accanto alle sontuose domus patrizie vi sono le tabernae dei miserabili. La lettura del Satyricon di Petronio ci dà un involontario spaccato della società di Roma al tempo dell’impero: avventurieri, scrocconi, prostitute, fattucchiere, cacciatori di eredità, imbroglioni, ladri, clienti, miseria penosa accanto a ricchezze smodate, una diffusa e volgare anarchia (ma, se cadevi nelle grinfie della legg!…), e la diffusione di culti orientali, che ripudiavano QUESTA VITA, in attesa della seconda: insomma un’umanità tra cui non brilla nemmeno una scintilla di speranza per il futuro. E la cronica crisi demografica ne era il segnale più chiaro. Come oggi? Così dalla Storia e dalle scelte sbagliate era stato ridotto il POPULUS. E gli invasori barbarici troveranno solo un guscio vuoto, fragile, molto fragile.

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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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