Storia della guerra – 24: La Guerra Civile americana (1861-1865)

È opinione condivisa che la Guerra Civile Americana rappresenti il conflitto che segnò non solo l’avvio della fase di transizione tra la guerra di tipo napoleonico e quella moderna, ma che sancì definitivamente anche il passaggio dall’una all’altra. Le opinioni degli storici, in materia, sono piuttosto controverse e tuttavia quello che appare evidente è che tale transizione certamente vi fu, sul campo di battaglia, ma non venne adeguatamente percepita dai contemporanei (eccezion fatta per alcuni soggetti particolarmente acuti e intuitivi) e tanto meno venne correttamente valutata, in Europa, per gli insegnamenti che se ne sarebbero potuti dedurre.

Non è questa la sede per soffermarci sulle cause del conflitto, che, pur essendo state analizzate per oltre un secolo e mezzo, sono ancora oggi altamente controverse. Possiamo prendere le mosse solo da un dato di fatto assai evidente: fin dall’inizio, la guerra tra l’Unione e gli Stati Confederati d’America si presentava come uno scontro assai squilibrato, con i secondi che, per popolazione ed effettivi che erano in grado di mettere in campo, rappresentavano poco più della metà dell’Unione. Ancora più marcata era la differenza di potenziale economico e produttivo, con l’Unione ormai avviata a diventare, nel giro di pochi decenni, un colosso industriale e tecnologico, e la Confederazione che viveva in larga misura immersa nel culto del passato e di una società conservatrice e sostanzialmente statica, di cui l’economia schiavista rappresentava l’aspetto più deprecabile, ma non certo il più marcato divario che la distingueva dal Nord.

Dopo la secessione della Carolina del Sud (20 dicembre 1860) e il progressivo formarsi della Confederazione sudista nella primavera del 1861, con l’aggregazione di un’altra decina di Stati, la spinta verso una guerra civile fu tutt’altro che univoca. Le menti più illuminate, al Sud, erano del resto ben consapevoli che la sproporzione di forze tra le due parti del Paese era talmente marcata da richiedere – da parte della Confederazione – una condotta prudente, basata sulla difensiva e soprattutto sulla necessità di guadagnare tempo, per mettere in difficoltà l’Unione (alle prese con una scarsa propensione alla guerra della sua opinione pubblica interna) e indurre le grandi potenze europee – e in particolare l’impero britannico, ancora animato da sentimenti ostili nei riguardi della sua ex-colonia – a riconoscere la Confederazione come Stato autonomo, così da conferirgli legittimità sul piano internazionale.

Se questa era una tendenza innegabilmente esistente nel Sud, a livello politico, la quasi totalità dell’ambiente militare della Confederazione (e gran parte dell’ambiente professionale statunitense dell’epoca veniva proprio dagli Stati del Sud) non riusciva a concepire il possibile conflitto se non in termini di uno scontro regolare tra due Stati, senza rendersi conto che, concepito in tali termini, un conflitto sarebbe stato condannato, praticamente fin dall’inizio, alla sconfitta.

Risulta facile, nelle circostanze presenti, imputare alla classe militare sudista una visione così convenzionale del conflitto, ma in tal modo si corre il rischio di guardare alla guerra civile con occhi attuali, mentre all’epoca ciò che oggi ci appare evidente lo era naturalmente assai meno. La difensiva strategica, per contro, era una scelta dottrinale e di condotta che lo Stato Maggiore confederato avrebbe potuto compiere con successo fin da subito, ma a ciò si opponeva il fatto che tutta la classe militare confederata (e anche quella unionista, per la verità) si era formata all’accademia di West Point nel culto della strategia napoleonica e della sua indiscussa propensione per l’offensiva, per cui non è sorprendente che guardasse a quest’ultima con assoluta devozione (del resto, è tipico di qualsiasi classe militare preparare la guerra precedente piuttosto che quella successiva).

L’evidente intento del presidente Lincoln di schiacciare militarmente una secessione che l’Unione non intendeva accettare (quale che ne fosse la legittimità o meno), diede avvio alle operazioni militari con la conquista, da parte confederata, di Fort Sumter (13 aprile 1861), nella rada di Charleston (Carolina del Sud), intesa come mossa per battere sul tempo le iniziative unioniste.

I primi due anni di guerra (1861-1863) furono sostanzialmente equilibrati, in quanto l’Unione non possedeva né le forze militari né tanto meno i comandanti per avere ragione delle truppe confederate. Mancava, nel Nord, una cultura militare specifica e anche un’abitudine della popolazione alle asprezze di un conflitto, e mancava ancora di più un alto comando che fosse all’altezza della situazione, tant’è vero che il presidente Lincoln, attonito per le sconfitte iniziali subite dai suoi generali di fronte a un nemico quantitativamente tanto inferiore, giunse a corteggiare a lungo Giuseppe Garibaldi, circonfuso da un’aura di gloria dopo la spedizione dei Mille, per convincerlo a diventare comandante dell’esercito unionista (ma senza successo).

La Confederazione sudista, per contro, poteva contare su una brillante tradizione militare e su una maggiore dimestichezza della sua popolazione con un’esistenza condotta all’aria aperta, non in grandi centri urbani, dove l’uso del fucile, ad esempio, era pratica quotidiana. Non a caso, nei primi due anni di conflitto emersero tra le file sudiste figure che seppero ritagliarsi un posto permanente nella storia militare: da Robert Edward Lee, diventato in breve il principale comandante confederato, a Thomas “Stonewall” Jackson, da “Jeb” Stuart a Nathan Bedford Forrest, per non citarne che alcuni.

Due volte, nel corso del primo biennio della Guerra Civile, il generale Lee decise di portare l’offensiva al Nord, nel 1862 e 1863, e per due volte venne sconfitto: nel primo caso ad Antietam e nel secondo a Gettysburg (1-3 luglio 1863). Proprio nel corso di quest’ultima battaglia, unanimemente considerata il momento di svolta dell’intero conflitto, si ripropose il dilemma tattico che si era evidenziato con forza già durante la guerra di Crimea, vale a dire l’impossibilità per delle fanterie, fatte attaccare in ordine chiuso, secondo la più tradizionale procedura di impronta napoleonica, di avere ragione di una difesa basata sulla potenza del fuoco della fucileria e dell’artiglieria. Fu questa la ragione del completo fallimento dell’ultimo, disperato attacco condotto dalla divisione confederata Pickett, nel pomeriggio del 3 luglio 1863, contro le difese unioniste. Uno dei pochi comandanti confederati che aveva inteso l’evoluzione tecnico-tattica in atto sul campo di battaglia, il generale James Longstreet, cerco a lungo di persuadere il suo comandante supremo, generale Lee, a non lanciare tale attacco e fu convincente al punto da indurre Lee ad autorizzarlo a fare precedere quella disperata offensiva finale da una formidabile preparazione di artiglieria, per “ammorbidire” le difese nemiche. Tutto si rivelò però inutile: la coraggiosa offensiva delle divisione Pickett, unanimemente considerata “l’alta marea della Confederazione”, si infranse contro il fuoco unionista, al prezzo di circa il 40 per cento degli effettivi.

Dopo Gettysburg, il destino della Confederazione era segnato, non solo perché non avrebbe potuto più ottenere l’appoggio diplomatico delle potenze europee, vista la sua prevedibile sconfitta, ma anche perché nel frattempo, sotto l’abile guida del nuovo comandante supremo unionista, il generale Ulysses Simpson Grant, le armate unioniste avevano deciso di adottare una strategia di logoramento che, sulla base del diverso potenziale umano, economico e industriale delle due parti in lotta, era la più adatta a portare il Sud al collasso nel più breve tempo possibile.

Ammaestrato da due anni di guerra durissima, l’alto comando unionista comprese che il modo migliore per sconfiggere la Confederazione era quello di strangolarla, tagliando le sue vie d’acqua interne, solcate da grandi fiumi navigabili; imponendo un blocco navale alle sue coste per impedire l’afflusso di rifornimenti essenziali per la sua sopravvivenza economica; e ricorrendo anche sui campi di battaglia terrestri a una strategia d’attrito che evidenziasse l’enorme differenza di potenziale umano esistente tra le due parti in lotta e la trasformasse in un fattore inconfutabile di successo.

La risposta che il Sud cercò di dare a questa minaccia mortale è sintomatica di come le soluzioni operative più brillanti vengano quasi sempre trovate quando la situazione si fa disperata ed occorre affrancarsi da qualsiasi considerazione di tipo tradizionale per sperare di riuscire a sopravvivere, se non proprio a vincere. Sul piano della guerra terrestre, ad esempio, l’Armata della Virginia settentrionale, eccellentemente comandata da Robert Edward Lee, rinunciò sempre più marcatamente alla guerra di manovra, che le era valsa due anni di eclatanti successi, per passare invece a un tipo di guerra statica e anch’essa di logoramento, basata sul ricorso alle fortificazioni e soprattutto alle trincee, dietro le quali celare le proprie forze per consentire loro di reggere in qualche modo l’urto della preponderanza numerica e tecnologica nemica. Fu così che ampie zone della Virginia si riempirono di decine di chilometri di trincee, anticipando scenari che in Europa si sarebbero visti solo qualche tempo dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Altre soluzioni operative adottate dai confederati furono le grandi incursioni di cavalleria oltre le linee nemiche, con penetrazioni anche di parecchie centinaia di chilometri, nella speranza di colpire le retrovie del nemico e indurre agitazione e paura nella popolazione civile, ottenendo il massimo dei risultati, non solo a livello tattico ma anche e soprattutto strategico, con il minimo dispendio di forze.

Ancora più moderno fu il ricorso – da parte confederata – a forme di guerriglia e di guerra partigiana, in cui si dimostrarono maestri i Mosby’s Raiders, in Virginia, e parecchie altre formazioni sul teatro occidentale. Malgrado i successi colti con queste soluzioni, tuttavia, la dirigenza politico-militare confederata, di marcato orientamento conservatore, non ne comprese la reale ed esplosiva valenza, e mai si accinse neppure ad ipotizzare un passo che avrebbe potuto far continuare il conflitto per decenni, vale a dire rinunciare alla guerra convenzionale per procedere a varie forme di guerriglia. Prevalse una visione di tipo più tradizionale, preoccupata di difendere la popolazione civile dalla strategia terroristica perpetrata da alcune armate unioniste, in particolare quella guidata dal generale William Tecumseh Sherman, il quale si spinse fino ad Atlanta (Georgia) grazie a una politica della “terra bruciata” che non fece alcuna distinzione tra militari e civili, e che si rese responsabile di un crescendo di violenze e distruzioni a carico della popolazione; una visione che si dimostrò pure incapace di immaginare un conflitto che non fosse più di tipo tradizionale, ma mutasse natura e forma, trasformandosi in una guerriglia contro un nemico che le popolazioni meridionali individuavano ovviamente come occupante.

Inoltre, i vertici della Confederazione si resero conto troppo tardi, ed esclusivamente sotto la spinta della disfatta imminente, che avrebbero dovuto liberarsi dell’ingombrante e impresentabile fardello rappresentato dalla schiavitù, la quale da un lato aveva costituito un’arma formidabile per l’apparato propagandistico nemico e, dall’altro, aveva impedito al Sud di poter contare sul fattivo appoggio di una parte della popolazione di colore, appoggio che – là ove gli era stata data la possibilità di manifestarsi – aveva avuto modo di dimostrarsi relativamente consistente, anche sul piano quantitativo, dato che i rapporti che intercorrevano tra la componente bianca e quella nera della popolazione non sempre erano simili allo stereotipo che, nel corso del tempo, è stato creato a carico della prima dalla propaganda dei vincitori.

Anche sul mare, la Confederazione, stretta tra il blocco unionista e la superiorità quantitativa della Marina nordista, si ritrovò a dover escogitare soluzioni avanzate e innovative che potessero in qualche modo consentirle di colmare l’enorme divario che aveva di fronte. La prima di queste soluzioni fu l’adozione delle navi corazzate, navi decisamente diverse da quella che può essere la concezione attuale di una corazzata, ma caratterizzate dalla loro natura di imbarcazioni in tutto o in gran parte composte e protette da lastre di acciaio, contro le quali le tradizionali unità navali in legno non avevano scampo, in quanto non riuscivano a scalfirle con le loro artiglierie e, al tempo stesso, venivano spazzate via dal fuoco (o dall’urto) nemico come fuscelli. Com’è ovvio, peraltro, là ove la Confederazione riuscì a mettere in mare un numero modesto di corazzate, l’Unione, grazie alla sua schiacciante superiorità tecnologica, riuscì a metterne in acqua molte di più, anche se per un breve periodo parve che l’adozione della corazzata potesse costituire un toccasana per la Marina sudista.

Un’altra innovazione tecnologica in campo navale fu il crescente ricorso alle mine, armi che all’epoca erano ancora agli albori del loro sviluppo, ma l’innovazione innegabilmente più rivoluzionaria fu senza dubbio il primo impiego operativo di un sommergibile, il celebre Hunley, il quale, il 17 febbraio 1864, nella rada di Charleston (South Carolina), affondò grazie a una carica esplosiva posta sulla sua prua una nave da guerra unionista, salvo poi andare perduto mentre rientrava alla base. Si trattò di un fatto assolutamente eclatante, se si pensa che occorrerà attendere il primo conflitto mondiale prima di poter assistere ad un nuovo impiego di un sommergibile in combattimento e soprattutto a un nuovo affondamento di una nave nemica.

L’ultima innovazione, non tecnologica ma tattico-strategica, fu il ricorso alle navi corsare, imbarcazioni bene armate e molto veloci, incaricate di violare il blocco che la flotta unionista aveva steso intorno alla Confederazione e di infliggere il maggior numero di perdite possibili al traffico mercantile unionista, dovunque fosse possibile intercettarlo. Anche questa soluzione operativa diede risultati molto interessanti, ma venne messa in atto relativamente tardi e comunque facendo ricorso a un numero piuttosto basso di unità navali, sicuramente troppo poche per poter avere successo. In ogni caso, la nave corsaraShenandoah fu l’ultima unità della Confederazione ad abbassare la propria bandiera e ciò avvenne il 6 novembre 1865 nel porto inglese di Liverpool, vale a dire oltre sei mesi dopo che la Confederazione si era arresa definitivamente all’Unione (1° maggio).

Tutto quanto è stato esposto sinteticamente fin qui dimostra come la Guerra Civile americana fu un formidabile concentrato di tradizione e innovazione, in forme che avrebbero segnato per decenni la storia della guerra e per oltre 150 anni la storia degli Stati Uniti (e che la segnano tuttora, se si pensa a come sia sopravvissuto intatto alla sconfitta il mito della Confederazione sudista e alle recentissime polemiche sulla legittimità della perdurante esposizione – negli USA – della sua bandiera).

Sul versante strettamente bellico, quell’immane conflitto (che in soli quattro anni fece più di 600.000 morti), anticipò una serie di soluzioni strategiche, tattiche e di armamenti (basti pensare all’invenzione dei fucili a ripetizione o della mitragliatrice Gatling) di cui non sempre i contemporanei seppero cogliere la formidabile valenza innovativa (e che oggi, all’inverso, si tendono a leggere con occhi da moderni, valutandoli quindi in una luce e in una prospettiva diverse da quelle che ebbero all’epoca), ma che cominciarono innegabilmente a manifestarsi e che avrebbero avuto profonde conseguenze sull’evoluzione successiva del conflitto.

Piero Visani

http://derteufel50.blogspot.de


 

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Aosta, 25/07/1950 - Torino 12/04/2020 Articoli

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