La Seconda Guerra d’Indipendenza, attentamente preparata dal conte di Cavour con la partecipazione piemontese alla guerra di Crimea, si inserì nel quadro dei contrasti politici tra le grandi potenze europee. Posto a contatto con due tra i migliori eserciti del continente – quello francese e quello austro-ungarico – quello sardo fu necessariamente relegato a un ruolo di secondo piano, stante anche la sua modesta consistenza numerica.

L’ultimatum austriaco del 23 aprile 1859 avrebbe voluto rappresentare il presupposto politico della realizzazione, sul piano militare, della sorpresa strategica, ossia una guerra offensiva, rapida, per stroncare sul nascere l’alleanza franco-piemontese e battere quest’ultimo prima che potesse arrivare il corpo di spedizione della Francia di Napoleone III. Tuttavia, il comandante supremo austriaco, Gyulai, non era la figura adatta ad applicare tale strategia, per cui la sua invasione del Piemonte fu lenta ed esitante.

Verso la metà di maggio, con l’arrivo sul campo delle truppe francesi, l’iniziativa passò decisamente in mano alleata. Dopo un vittorioso scontro iniziale a Montebello (20 maggio), Napoleone III diede inizio a una grande manovra aggirante che, passando per Vercelli e Novara, avrebbe dovuto far cadere l’esercito francese sul fianco destro austriaco. Teoricamente ben concepita, tale manovra si rivelò assai lenta ed esitante nella pratica, anche se portò ai successi di Palestro (30-31 maggio) e Magenta (4 giugno), e aprì ai franco-piemontesi la via per Milano. Sul fianco destro austriaco, nel frattempo, i “Cacciatori delle Alpi” di Giuseppe Garibaldi punzecchiavano continuamente gli austriaci con la loro intraprendenza, ottenendo piccoli successi locali a Varese e San Fermo (26-27 maggio).

La ritirata austriaca susseguente alla sconfitta di Magenta si arrestò soltanto alla linea del fiume Chiese e a quel punto l’esercito austroungarico, visto che l’inseguimento da parte degli alleati stava procedendo con la massima lentezza, ebbe un improvviso ritorno offensivo, che sfociò in una grande battaglia d’incontro a Solferino e San Martino (24 giugno), dove il superiore slancio dei franco-piemontesi riuscì alla fine a dare loro la vittoria, sia pure a prezzo di gravi perdite (fu uno degli scontri europei più sanguinosi del XIX secolo).

La durezza dello scontro indusse Napoleone III a non riprendere l’offensiva e, dopo giorni di completa inazione, in cui egli si dimostrò soprattutto preoccupato dell’aggravarsi della situazione politica europea e delle minacce che la Prussia faceva gravare sulla Francia, preferì stipulare con l’imperatore d’Austria l’armistizio di Villafranca (11 luglio). Questa inopinata decisione segnò l’evidente fallimento della “guerra regia” che il conte di Cavour, in qualità di primo ministro del Regno di Sardegna, aveva inteso preferire e imporre rispetto alla “guerra di popolo” invocata da tutte le forze della Sinistra italiana. In verità, l’esercito sardo aveva dato prova sul campo della sua solidità come forza armata di tipo professionistico, ma tale solidità non era bastata a sopperire integralmente alle gravi carenze dei comandi e all’impossibilità di contare su un adeguato numero di riservisti addestrati. Sotto l’abile guida di Garibaldi, per contro, la “guerra di popolo”, sebbene imbrigliata nella forma di forze volontarie a sostegno dell’esercito regolare, aveva dato prova della sua efficacia nel condurre quella che oggi si definirebbe una “guerra asimmetrica” sul fianco del nemico.

Fu proprio il fallimento dei moderati e della “guerra regia” a fare sì che, l’anno seguente, l’iniziativa politico-militare passasse nelle mani dei democratici. In quest’ottica deve essere vista la spedizione dei Mille, sbarcati a Marsala l’11 maggio 1860 sotto la guida di Giuseppe Garibaldi, nell’evidente intento di dare sostegno all’insurrezione popolare latente in Sicilia e al tempo stesso per dirigerla e coordinarne gli sforzi. Il punto scelto per lo sbarco era il più lontano dalle forze avversarie, ma al tempo stesso non era troppo lontano da Palermo, verso cui Garibaldi intendeva puntare per collegare l’insorgenza urbana con quella contadina.

Battuti i borbonici a Calatafimi (15 maggio), in un durissimo scontro iniziale in cui più volte rischiò la sconfitta, Garibaldi, con una serie di abili manovre, sconcertò il nemico e quindi entrò a Palermo (27-30 maggio). Dopo una breve sosta, intesa soprattutto a riorganizzare le sue deboli forze, egli riprese le operazioni e sconfisse i borbonici a Milazzo (20 luglio). Una volta conquistata l’intera Sicilia, superò in breve anche l’ostacolo – più politico che militare – dello stretto di Messina. In Calabria, l’esercito borbonico, già minato da potenti fattori di disgregazione, non riuscì a contenere l’avanzata garibaldina, cui in breve si aprirono le porte di Napoli, la capitale del Regno delle Due Sicilie, conquistata il 7 settembre. Quivi però le forze garibaldine giunsero completamente stremate, in quanto i loro compiti operativi si erano andati enormemente dilatando con il procedere della campagna, mentre si erano registrati due fenomeni innegabilmente negativi come, da un lato, la mancanza di un’attiva partecipazione popolare alla lotta e, dall’altro, il fatto che il gettito del volontariato settentrionale era andato progressivamente diminuendo sul piano quantitativo e scadendo su quello qualitativo. L’esercito borbonico cercò allora di approfittare di questo stato di crisi dei suoi avversari e si impegnò in un vigoroso ritorno offensivo, che venne però respinto – a prezzo di gravi perdite garibaldine – sulla linea del fiume Volturno (1-2 ottobre).

Come si è già avuto modo di accennare, la spedizione dei Mille fu la risposta polemica che i democratici italiani vollero dare alle concezioni militari dei moderati, che si erano rivelate fallimentari tanto nel 1848-49 quanto anche nel 1859 (visto che a vincere il conflitto era stato soprattutto l’esercito francese). L’impresa garibaldina venne quindi concepita come una spedizione di quadri (di qui anche la sua modestissima consistenza numerica iniziale), intesa a racchiudere in forme organiche – non appena ciò si fosse dimostrato possibile – l’insurrezione generale popolare. Del resto, nella concezione teorica della “guerra di popolo”, l’esercito popolare era considerato come il naturale esito di una “guerra per bande” vittoriosa. Queste bande, riuscite in un primo tempo a sostenersi come semplici formazioni guerrigliere, dopo aver liberato una parte del territorio nazionale, si sarebbero poi coagulate in reparti e comandi organici, nuclei di un futuro esercito. Tuttavia, con l’accumularsi di dolorose esperienze sul campo, venne progressivamente evidenziandosi che tale delicatissimo passaggio avrebbe potuto realizzarsi, stanti le condizioni italiane dell’epoca, solo grazie all’apporto, sia pure non esclusivo, di una forza militare esterna che, a partire dal 1848, venne identificata con l’esercito sardo.

Garibaldi aveva certamente presente, per sua stessa esperienza, tale processo dialettico della “guerra di popolo” quando, nel 1860, si accinse a sostenerla in Sicilia proprio nel passaggio dall’elementare fase iniziale di “guerra per bande” all’inserimento in essa di un corpo scelto, dotato di comandi, quadri e una sia pur modesta massa di manovra, cui riservare ovviamente una funzione direttiva. In questo modo, l’esercito garibaldino della spedizione dei Mille fu un esercito rivoluzionario nella genesi e negli uomini, ma non lo fu nella stessa misura nei suoi sviluppi. Infatti, sebbene la presenza in Sicilia dei Mille escludesse sul nascere uno degli orientamenti teoricamente possibili della “guerra per bande”, che pure esisteva nella tradizione rivoluzionaria italiana, vale a dire la “guerra per bande” come forma esclusiva della “guerra di popolo”, l’impresa garibaldina, iniziata quasi esclusivamente facendo riferimento a forze volontarie, continuò come tale fino alla sua conclusione, senza che si riuscisse mai a trasformarla in un conflitto realmente popolare. Il difficile passaggio dalla fase insurrezionale a quella della creazione di un esercito regolare venne attuato, ma solo grazie alla continua immissione di elementi esterni e tale frattura non venne più sanata, dal momento che le forze popolari – che pure avevano innescato la sollevazione – confluirono solo in minima parte nell’esercito regolare garibaldino, il quale rimase composto principalmente da volontari provenienti da fuori. La “guerra di popolo” non riuscì dunque a pervenire al livello più sofisticato delle tecniche operative se non perdendo in buona misura il proprio carattere popolare. Le cause di ciò sono complesse, ma è innegabile che i fini essenziali (cioè sociali) della partecipazione sociale alla lotta furono più o meno consapevolmente stornati verso il più generico obiettivo della conquista della libertà e dell’indipendenza.

Il secondo motivo per cui la spedizione dei Mille fu più volontaristica che popolare è strettamente tecnico: i capi garibaldini, a cominciare dal loro condottiero, erano ben più interessati a poter contare su un solido strumento militare che su un informe ammasso popolare. In proposito, continuava ad avere ragione Giuseppe Mazzini, il quale, già in passato, aveva rilevato come molti militari ideologicamente aderenti al partito democratico non possedessero in realtà quel senso rivoluzionario che è l’unico a poter consentire di allargare le situazioni di rottura. La loro naturale inclinazione era quella di restaurare al più presto, in qualunque teatro operativo, forme di guerra regolare, anche a costo di soffocare il manifestarsi di energie spontanee. In tal modo, però, risultava impossibile inserire l’elemento popolare in quello professionale e tale componente di energia rivoluzionaria, sorta allo stato brado, finiva per rimanervi, anche se non per propria colpa.

Prima ancora dela battaglia del Volturno era ormai diventato chiaro che i garibaldini, superata Napoli, intendevano marciare su Roma, meta agognata di tutte le forze democratiche italiane e compimento del sogno unitario. Per impedire un esito del genere, che avrebbe innescato una serie di imprevedibili reazioni a catena sul piano internazionale, Cavour ottenne da Napoleone III l’autorizzazione ad occupare Marche e Umbria. Questa nuova campagna aveva l’obbligo di risultare rapida e brillante, per fare sì che l’esercito piemontese non sfigurasse di fronte ai folgoranti successi garibaldini; inoltre era necessario agire in tutta fretta, per mettere le grandi potenze europee di fronte al fatto compiuto. Con queste premesse, l’esercito pontificio rappresentava un avversario ideale: debole numericamente e poco coeso, era per di più disseminato in varie parti dello Stato pontificio per timore di scoppi insurrezionali. L’esercito sardo, che godeva di una schiacciante superiorità numerica, avanzò rapidamente, sbaragliando il nemico a Castelfidardo (18 settembre), e occupò Ancona. Poi la sua rapida marcia verso sud continuò, fino al congiungimento con le forze garibaldine. Con la caduta delle ultime fortezze rimaste in mano borbonica (febbraio-marzo 1861), anche quest’ultima parte della campagna poté dirsi definitivamente conclusa, mentre l’attenzione del Regno sardo, ormai prossimo a diventare Regno d’Italia, si concentrò essenzialmente sulla liquidazione dell’esercito garibaldino, che poteva diventare un pericoloso contraltare per le forze regolari.

Sotto il profilo strettamente tecnico, la Seconda Guerra d’Indipendenza sottolineò, ancora più di quella di Crimea, che la difensiva stava prendendo sempre più il vantaggio sull’offensiva, grazie appunto alla potenza del fuoco, e che l’offensiva stessa poteva ancora avere successo solo al prezzo di gravi perdite umane. Quanto alla spedizione dei Mille, essa dimostrò l’importanza dell’azione congiunta tra forze para-regolari e forze irregolari. Decisivo, in entrambi i casi, si dimostrò il fattore dello slancio e di una professionalità intrisa non solo di mestiere, ma di autentico spirito guerriero. Fu quest’ultimo, in molte circostanze, a determinare la differenza tra vittoria e sconfitta.

 

Piero Visani

http://derteufel50.blogspot.de


 

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