Scomparsi

La scomparsa di persone non è un fenomeno recente ma, come ben si può comprendere, affonda le sue origini fin dagli albori dell’umanità.

Incontri con animali predatori, operato di assassini e maniaci, tutti casi che, purtroppo, sono sempre capitati e continuano a verificarsi.

Così come vi sono anche persone che, stufe della propria esistenza, decidono di far perdere le proprie tracce e ricostruirsi un futuro altrove, per quanto oggigiorno risulti più difficile, con i vari mezzi di controllo e di verifica delle identità.

Ecco, in questo articolo non intendo occuparmi di questi casi, bensì di tutta una serie di scomparse in cui le forze dell’ordine, gli esperti di indagini forensi, i coroner e i team di ricerca hanno ritenuto che non si potesse ipotizzare, per i motivi che vedremo, di essere di fronte a scomparse “standard” bensì a qualcosa di differente che rifuggiva le spiegazioni più comuni.

Vi sono specifici elementi che caratterizzano una scomparsa “anomala” da una scomparsa potenzialmente provocata da cause comuni (animali, rapitori, assassini).

Questi aspetti emergono dall’attento esame di centinaia e centinaia di casi, tutti accomunati da specificità che portano a inquadrare l’evento all’interno di una tipologia ben definita.

Il primo ad aver notato questi elementi ricorrenti è lo studioso statunitense David Paulides, ex membro della polizia di San Jose in California.

Per consentire di comprendere fin da subito quali siano questi elementi e di individuarli nell’esposizione dei singoli casi, procediamo a un elenco.

1) I cani molecolari dei team di ricerca non riescono a trovare alcuna traccia olfattiva, come se le persone fossero scomparse nel nulla.

2) Le vittime vengono ritrovate in un’area che era stata precedentemente esaminata con accuratezza.

3) Perdita di memoria. Sono rari i casi in cui le persone vengano ritrovate, così come sono ancora più rare le volte in cui vengano ritrovate vive. In questi casi, la gran maggioranza non ricorda come si sia persa e che cosa sia accaduto durante le ore o i giorni in cui era sparita, un vero e proprio missing time.

4) Malfunzionamento di bussole e di altro equipaggiamento. Nel corso delle ricerche di persone scomparse, spesso vengono utilizzati mezzi aerei quali elicotteri o aeroplani per cercare di cogliere tracce di calore all’infrarosso oppure di avere un contatto visivo. Molti sono i casi in cui i piloti hanno lamentato problemi con la bussola, malfunzionamenti, indicazioni errate del nord magnetico. Problemi che, a volte, interessano anche coloro che poi scompariranno, i quali, prima di far perdere le proprie tracce, hanno dichiarato di avere problemi nello stabilire l’orientamento, oppure in casi in cui vi sono gruppi di più persone e una di esse scompare, mentre le altre testimoniano di aver avuto queste problematiche.

5) Zone “calde”. Le si possono definire “zone calde”, oppure “raggruppamenti”: con questa definizione si intende indicare come vi siano aree ben precise in cui i tassi di scomparsa aumentano in maniera impressionante.

6) Riferimenti anomali nella toponomastica. Un alto numero di persone scompare in zone che la toponomastica ha caratterizzato in una precisa maniera negativa, quasi che queste aree fossero storicamente conosciute come luoghi in cui era meglio che i viandanti non si avventurassero, pena l’alta probabilità di non tornare più: ponte del diavolo, montagna delle streghe, Devil’s Peak, Devil’s Den, Satan Hill, ecc., tutte connotazioni che rimandano a voci antiche su cosa avvenisse in quelle specifiche zone.

7) In un alto numero di casi, coloro che vanno a raccogliere frutti di bosco tendono a sparire. Questo aspetto può sembrare ancor più strano di altri e potrebbe persino indurre a sorridere, ritenendolo una mera coincidenza, non fosse che rappresenta un dato comune a molte vicende di persone scomparse mentre erano all’aperto a raccogliere frutti di bosco.

Su questo aspetto torneremo più avanti perché consente un collegamento diretto con storie del folklore e permette di rilevare un filo rosso che si dipana nei secoli.

Vediamo alcuni casi eclatanti:

Nathan Madsen, 1989, Oregon, Deschutes National Forest

22 ottobre 1989, la famiglia Madsen e alcuni loro amici si trovavano nei pressi del fiume Little Deschutes come ogni anno per effettuare la transumanza del bestiame prima dell’arrivo dell’inverno. Si trattava di un evento importante che coinvolgeva sempre un certo numero di persone.

Erano le 14, quando il piccolo Nathan Madsen, figlio di 9 anni di Jerry Madsen, si affiancò con il proprio pony al padre e gli spiegò che aveva freddo, ragion per cui voleva tornare al campo dove stavano accampati tutti. Jerry acconsentì, dicendo al figlio che poteva tornare indietro, consapevole che avrebbe seguito la stessa strada percorsa all’andata.

Verso sera, Jerry tornò al campo ma sua moglie Sarah disse che Nathan non era mai rientrato. Preoccupatissimo, Jerry percorse in lungo e in largo insieme ad altre persone l’area tra il campo e il punto in cui si erano divisi con Nathan. Le ricerche durarono tutta la notte ma nessuna traccia di Nathan.

Venne subito dato l’allarme e le ricerche videro l’arrivo di riservisti dell’aeronautica, di funzionari dell’ufficio dello sceriffo della contea di Klamath, della Guardia Nazionale dell’Oregon e di numerosi volontari. Le ricerche vennero confinate inizialmente a un’area di 18 km2, per poi essere estese a 90 km2.

Ora come ora sembra che sia scomparso dalla faccia della terra”, queste le parole dello sceriffo Carl Burkhardt il 26 ottobre.

Tre giorni dopo, il 29, lo sceriffo chiamò il detective Mark Hannigan, esperto di omicidi, per intervistare tutti coloro presenti quel giorno all’accampamento e durante la transumanza.

Nei primi 10 giorni di indagini, oltre 350 persone percorsero la zona alla ricerca di Nathan Madsen. A malincuore, dopo che nessun risultato fosse emerso, lo sceriffo Burkhardt fu costretto a dichiarare che avevano esaurito i posti in cui cercare.

Ciononostante, il padre Jerry continuò la ricerca del figlio, percorrendo le vallate sul suo cavallo alla ricerca di indizi.

Il 19 novembre 1989, un barlume di speranza balenò nell’animo di Jerry. In una vasta radura vicino alle sorgenti del fiume Little Deschutes, Jerry trovò il pony di suo figlio. Era molto dimagrito e privo di sella. Quattro giorni dopo, un signore del posto prestò il proprio elicottero per oltre quattro ore per volare sopra l’area in cui era stato trovato il pony, nella speranza di trovare Nathan. Purtroppo, non venne ritrovato.

Il 30 novembre lo Spokane Review pubblicò un’intervista con il procuratore distrettuale Edwin Caleb il quale dichiarò che la polizia stava trattando la scomparsa di Nathan prendendo in considerazione l’ipotesi che fosse stato commesso un reato. Inizialmente sembrava molto inverosimile che qualcuno che si fosse deciso a rapire Nathan si trovasse lì proprio nel momento in cui il bambino aveva deciso di tornare al campo. Questa ipotesi, però, prese piede nel momento in cui le ricerche condotte in maniera così capillare non avevano portato alcun risultato.

Michelle Vanek, 2005, Eagle County, Colorado

Michelle Vanek era una donna trentacinquenne sposata, atleta di triathlon in perfette condizioni fisiche.

Nel 2005 un suo amico, Eric Sawyer, era giunto a scalare 35 delle 53 montagne del Colorado di altitudine superiore ai 4.000 metri, tra i quali mancava però l’Holy Cross Mount, alla cui scalata Michelle teneva molto, al punto da avergli chiesto di comunicarle quando volesse scalarlo in modo che anche lei potesse unirsi nell’impresa.

Il 24 settembre i due partirono per la scalata. Entrambi in ottima forma, adusi alle gite montane tecniche, con abbondanti scorte di cibo e d’acqua.

Durante l’ascesa Michelle stava sempre a una ventina di metri dietro Eric. A circa un chilometro dalla cima, Michelle disse a Eric che non ce la faceva a continuare: era stanca, senz’acqua e voleva riposarsi un po’. Eric le propose di tornare insieme all’automobile, ma Michelle rifiutò e gli disse di proseguire lui, indicandogli dove si sarebbero dovuti rivedere dopo.

Erano le 13,30. Eric giunse in cima alle 13,42. C’erano altre persone in cima che scattavano foto e firmavano il registro di coloro che avevano scalato la montagna. Eric stesso scattò alcune foto e si fece fotografare. Chiamò sua moglie e le disse che doveva sbrigarsi per andare a ricongiungersi con Michelle.

Tempo pochi minuti ed Eric era nel punto in cui aveva concordato con Michelle di trovarsi. La donna non c’era. Eric cercò nei dintorni, provò l’imbocco di alcuni sentieri che si dipartivano nelle vicinanze ma non la vide. Incontrando persone che salivano, chiese loro se avessero visto la donna. Nessuno aveva notato Michelle scendere dai sentieri.

Eric continuò allora a dirigersi verso l’automobile e, non vedendola, contattò le autorità.

La ricerca che venne messa in moto per trovare Michelle Vanek è celebre in Colorado per essere stata la più estesa di tutti i tempi. Il team di Vail fu il primo a mettersi in azione, con 700 persone sul campo per cercare la giovane donna. Il team perlustrò la zona palmo a palmo, cercando anche in pertugi dove nemmeno un bambino si sarebbe potuto nascondere.

Tim Cochrane, direttore del team di ricerca di Vail, in un’intervista per il Vail News del primo ottobre dichiarò che “è proprio un mistero dove sia Michelle. È la cosa che più mi sorprende. Abbiamo messo in azione cinque cani da ricerca ma non hanno trovato nulla”.

Venne intervistato il marito, in un’ottica di potenziale sospetto verso Eric Sawyer, ma questi diradò ogni dubbio, dichiarando che Eric era un amico di lunga data e che non avrebbe mai fatto nulla che potesse mettere in pericolo Michelle.

Dov’era scomparsa la donna? Cosa le era successo?

Alcuni testimoni dissero che il 24 settembre avevano visto una figura nei pressi della sommità che poteva essere Michelle. Che cosa intendevano di preciso con l’utilizzo del termine “figura”? Era davvero Michelle?

Il caso rimane insoluto, a dispetto degli ingenti mezzi messi in campo. Non fu trovato nemmeno il cadavere, i bastoncini da camminata, l’equipaggiamento di Michelle: scomparsa dalla faccia della terra.

Albert Beilhartz, 1938, Rocky Mountain National Park, Colorado

La famiglia Beilhartz aveva lasciato la propria casa a Denver per andare in vacanza un fine settimana nel parco nazionale delle Montagne Rocciose. La meta precisa era un bacino tra due fiumi a un’altitudine di quasi tremila metri.

Era sabato 2 luglio mattina, la famiglia aveva fatto colazione presto e si stava incamminando verso il fiume Roaring in un contesto bucolico formato da pini, ruscelli e aria pura.

Dopo circa mezz’ora di camminata, il padre, William Beilhartz, si rese conto che da alcuni minuti non aveva più visto il figlio Albert. Iniziò immediatamente a chiamarlo a gran voce, ripercorrendo il sentiero all’indietro. La ricerca divenne frenetica dato che non poteva essersi nascosto in molti posti. Non trovandolo, il padre corse al campeggio in cerca di aiuto e per informare il National Park Service.

Di lì a poco, centinaia di volontari e di membri del National Park Service erano giunti sul posto per cercare il piccolo Albert.

Accorsero subito anche alcuni team con cani per seguire le tracce del bambino. I cani parvero percepire una traccia in direzione del fiume, ma non seppero seguirla ulteriormente.

I membri del National Park Service erano dell’idea che il bimbo fosse affogato e ottennero di deviare il fiume Roaring in modo da seccarlo e cercare il cadavere di Albert: non fu mai trovato.

I genitori, al contrario, erano dell’idea che Albert fosse stato rapito e decisero di contattare il FBI.

In una capanna abbandonata nei dintorni fu ritrovato un cerotto che, secondo i genitori, era stato messo ad Albert per alleviare il dolore di una vescica causata dagli stivali nuovi.

Le indagini portarono all’emersione di una testimonianza molto interessante. Il giorno della scomparsa di Albert una giovane coppia stava camminando su una stradina che costeggia il monte Chapin, a 10 chilometri da dove Albert era scomparso. I due stavano riposandosi un attimo su un masso, quando notarono in lontananza un bambino seduto su un ripido lato della montagna. Incuriositi, cercarono di avvicinarsi al punto in cui c’era il bambino ma, una volta giunti sul posto, era scomparso. I due dichiararono che sembrava loro totalmente impossibile che un bambino di quell’età potesse essere giunto così in alto superando simili pendenze da solo, senza l’ausilio di qualcuno.

Quando seppero che proprio quel giorno era scomparso un bimbo, i due contattarono subito le autorità e raccontarono il proprio avvistamento. Le ricerche vennero di conseguenza dirottate verso quest’area, dall’inquietante nome di Devils Nest, il nido dei diavoli. Come mai questa zona ha questo nome?

Di Albert nessuna traccia nemmeno nel Devils Nest, era scomparso per non essere mai più ritrovato.

Steven R. Kubacki, 1978, Holland, Michigan

Il caso in esame si staglia per la stranezza dello svolgimento e dell’epilogo – fortunatamente a lieto fine – che solleva ancor maggiori perplessità rispetto ad altre scomparse.

Steven Kubacki era uno studente del Hope College di Holland, cittadina del Michigan con una vasta casistica di sparizioni anomale nei corso dei decenni, sparizioni che hanno riguardato persino aerei e navi mai più ritrovati nello spazio aereo e nelle acque del lago Michigan proprio in prossimità di Holland.

Il 19 febbraio 1978 Steven disse ai suoi compagni di stanza che sarebbe andato a fare sci di fondo a Saugatuck, lungo il lago Michigan.

Dal momento che il giovane non fece più ritorno quella sera, i suoi amici contattarono la polizia.

Le ricerche furono estese e approfondite: team di ricerca a terra, cani, elicotteri, ma a nulla valsero per ritrovarlo.

Un articolo del 7 maggio riportò il ritrovamento degli sci e delle bacchette del ragazzo proprio sulla superficie ghiacciata del lago, con tanto di impronte che si dipanavano per circa 200 metri per poi scomparire all’improvviso. Come ben si può comprendere, la polizia giustamente ipotizzò che il ghiaccio si fosse spaccato e il ragazzo fosse affogato nelle gelide acque lacustri.

I mesi passavano e ormai tutti avevano perso le speranze di rivedere Steven, ma il futuro aveva in serbo una svolta impressionante e ancor più inquietante di quanto non sarebbe potuto essere il ritrovamento del cadavere del ragazzo.

Il 5 maggio dell’anno successivo, 14 mesi dopo, Steven Kubacki ricomparve. Come riportato in un articolo del quotidiano The Independent, il ragazzo disse di essersi svegliato di notte a 40 miglia dalla casa di suo padre (e a ben 700 da dove era scomparso). Ricordava di essere sulla superficie del lago e di avere freddo, poi non ricordava più nulla fino al suo risveglio, 14 mesi dopo, nel mezzo di un prato a Pittsfield, con indosso vestiti che non erano suoi, uno zaino e delle mappe. Non sapeva che giorno fosse fin quando non comprò un giornale in città, rimanendo esterrefatto per il tempo trascorso di cui non riusciva a dare contezza.

La polizia indagò anche nella direzione di una possibile scomparsa pilotata, vale a dire l’ipotesi che il ragazzo fosse fuggito volontariamente e stesse raccontando una menzogna, ma non emerse alcun elemento che facesse pensare che fosse stato altrove in quei 14 mesi di “buco”.

Ogni indizio spingeva nella direzione della genuinità della sua sorprendente testimonianza. Cosa era successo al ragazzo? Dove era stato in quei mesi di cui non ricordava nulla?

Carl Disch, 1965, Antartide

Carl Disch era un ragazzo americano del Wisconsin. Nel 1964, a 25 anni, fu assunto dai Boulder Laboratories, con sede in Colorado, e accettò di andare alla stazione antartica Byrd, dove arrivò il 9 febbraio dell’anno successivo.

Il 2 maggio Carl telefonò alla sua famiglia e comunicò che andava tutto bene.

L’8 maggio Carl sparì. Aveva lasciato la stazione radio alle 9,15, chiamando il campo base per dire che stava tornando indietro. Il tragitto era di circa 2 chilometri e c’erano dei segnali a terra da seguire per non perdersi. Era vestito di tutto punto, con indumenti adatti al freddo. Alle 10 non era ancora tornato, per cui due colleghi andarono a cercarlo, senza trovarlo. Alle 11,30 i due tornarono alla base per chiedere l’aiuto di altri colleghi, ma anche questa ricerca risultò vana.

Alle 18 le ricerche continuavano senza sosta, ricoprendo un’area moto ampia. Finalmente furono ritrovate delle tracce che però scomparivano all’improvviso, non consentendo di capire dove fosse potuto andare Carl. Stando ai resoconti dei colleghi, l’ampiezza del passo visibile nelle impronte non denotava una diminuzione della falcata, il che lasciava sbalorditi, dovendosi ipotizzare che avesse percorso oltre sei chilometri a meno trenta gradi con venti molto forti senza diminuire mai l’andatura.

Le ricerche continuarono fino al 12 maggio, senza esito.

Alcuni colleghi videro delle luci anomale in cielo e udirono dei rumori di motori in lontananza, senza capirne l’origine.

Secondo voci non confermate, Carl sarebbe scomparso volontariamente. Questa ipotesi presenta parecchie problematiche: che senso avrebbe sparire in Antartide, con le difficoltà climatiche del luogo? Non sarebbe stato molto più facile far perdere le proprie tracce negli Stati Uniti? Se davvero Carl avesse voluto cambiare vita e simulare la scomparsa, dove avrebbe potuto trovare rifugio in una simile tormenta? Da quella zona, inoltre, dove sarebbe andato a piedi? Morte certa lo avrebbe atteso. Inoltre, i cani non sono riusciti a trovare le sue tracce, né hanno trovato un eventuale cadavere, il che lascia presumere che né sia scomparso volontariamente, né sia morto assiderato nei dintorni.

Gary Tweddle, 2013, Leura, Australia

Gary Tweddle era nato in Inghilterra a Cremorne per poi trasferirsi a Reading. Suo padre era un ufficiale nell’esercito britannico ed era andato spesso con il figlio a fare escursioni sulle montagne più impervie di Scozia e Galles. Nel 2005 la famiglia si trasferì nei pressi di Sydney, in Australia.

Gary era in ottime condizioni atletiche e lavorava per Oracle come rappresentante.

La sera del 16 luglio 2013 Gary e altri membri di Oracle andarono a cena nella cittadina di Leura in un ristorante rinomato. Il gruppo trascorse una piacevole serata e ritornò in taxi in hotel. A un certo punto, nel filmato della videocamera dell’hotel, si vede Gary lasciare l’albergo mentre parla al cellulare.

Poco dopo il ragazzo chiamò i suoi amici per dire che si era perso. Al telefono apparve inizialmente abbastanza calmo, per quanto preoccupato di non sapere dove si trovasse. Disse che stava avvicinandosi verso una “luce sulla collina”. Dopo 17 minuti di conversazione Gary chiuse la chiamata perché non voleva che si scaricasse la batteria del cellulare.

Secondo un amico, dal rumore che si percepiva nel corso della telefonata si poteva ipotizzare che stesse correndo nella boscaglia.

Dopo quella chiamata il nulla, Gary non si fece più sentire, era scomparso.

Gli amici contattarono subito le autorità e venne dato il via alle ricerche. Team a terra, elicotteri, cani, giorni e giorni di perlustrazioni in lungo e in largo ma niente, di Gary nemmeno l’ombra.

Un articolo del Telegraph del 7 settembre riportò quanto videro un giorno alcuni piloti di elicottero: stavano procedendo in cerchio per scandagliare il terreno quando l’attenzione venne attratta da un riflesso di luce sul ramo di un albero. Guardando meglio, non credettero ai loro occhi: il corpo di un uomo, a faccia in giù dalla cima di un albero, con jeans scuri e brandelli di t-shirt sul torso nudo.

Si trattava proprio di Gary Tweddle.

Nessuno capì come fosse potuto perdersi e come fosse finito sull’albero in quella postura di caduta dall’alto, un mistero totalmente inspiegabile.

Micheal Steffan e Edwin Adams, 1910, Pennsylvania

16 aprile 1910, Ludlow, Pennsylvania. Michael Steffen, bambino di 7 anni, saluta sua madre dicendole che sta andando a pescare con il suo amico George Ankovitch, di nove anni. I due prendono la canna da pesca ed escono. Trascorrono la mattinata camminando verso il torrente Windfall. George raccontò che si trovava pochi metri davanti a Michael quando, girandosi, non lo vide più. Lo cercò nei dintorni e, non trovandolo, tornò a casa per vedere se fosse rientrato per qualche motivo. Non era lì, né sarebbe ritornato dopo cena.

Proprio in quelle ore, a 18 miglia di distanza, gli Adams stavano disperatamente cercando il loro figlio Edwin, di nove anni. Il bambino era andato a giocare nei boschi con alcuni amici quando furono tutti spaventati da uno “strano uomo” (così lo descrissero ai giornali) e scapparono a casa. Tutti tranne Edwin, le cui tracce si persero senza spiegazione. Subito partirono le ricerche, con oltre 300 persone e alcuni segugi a setacciare l’area palmo a palmo. Il giorno seguente si aggiunsero 50 colleghi del padre, dipendente presso la United Natural Gas.

Nulla, Edwin era scomparso.

La voce si sparse e le comunità locali erano stupite di quanto fosse accaduto, temendo una mano comune dietro ai due tragici eventi. Correva voce potesse essersi trattato di un misterioso rapitore, ma non vi erano indizi precisi e concordanti in tal senso.

Da New York arrivarono altri team di ricerca, portando a mille il numero di persone impegnate in maniera indefessa.

Fu contattata anche una chiaroveggente che non fu in grado di localizzare nessuno dei due bambini. Con riferimento a Edwin, la signora disse che il bambino era vivo ma in mano a “stranieri”… che stranieri? Chi mai si aggirerebbe a 150 chilometri da Pittsburgh in mezzo al nulla più assoluto per rapire bambini?

Le comunità locali si rinsaldarono ancor più e ancor più persone si misero a cercare i due bambini. La polizia di Stato della Pennsylvania inviò 50 uomini a cavallo esperti nel trovare tracce, ma fu tutto senza esito.

Cos’era accaduto? Chi era l’uomo strano di cui al racconto dei bambini? In cosa era strano?

Umberto Visani
Umberto Visanihttps://www.facebook.com/visanium
Umberto Visani nasce a Torino nel 1983. Laureato con lode presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Torino è un ricercatore indipendente di ufologia, archeologia misteriosa e criptozoologia. Scrive per numerose riviste specializzate a livello nazionale e internazionale, tra cui “Mistero Magazine”, “Ufo International Magazine”, “Révista Ufo Brasil”, “Fate Magazine”. È stato più volte ospite della trasmissione televisiva “Mistero” in onda su Italia 1. Ha pubblicato nel 2012 il saggio “Mondo Alieno: Ufo ed extraterrestri nella storia dell'umanità”, edito da Arethusa Edizioni, seguito nel 2014 dal romanzo “Ubique”, nel 2016 dal saggio “Mai stati sulla Luna?”, per Uno Editori, nel 2017 dal saggio “I Misteri dell’Umbria”, con Morlacchi editore, nel 2018 dal saggio “Ufo: le prove”, Edizioni Segno e quest’anno è uscito “Ufo: i casi perduti”, Edizioni Segno.

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