Scipione ha attentamente studiato il problema Annibale, e, dopo il massacro di Canne, espone il piano che ha elaborato: lo scontro diretto in quel momento, unico provvedimento concepito a Roma, a lui appare non ancora praticabile. E, come un abile scacchista, orienta la propria strategia su due mosse vincenti, se vanno a buon fine, e lui è sicuro che così sarà, perché ciò che ha nella testa lo sa solo lui, ed il nemico non arriverà mai ad intuirlo, tanto pare legato al contingente. La prima cosa da fare è riportare la Spagna sotto il controllo di Roma: i cartaginesi attraverso la Spagna sono in grado di far pervenire aiuti e mezzi ad Annibale in Italia. Sul mare domina la flotta romana, e Scipione intende bloccare la via di terra, che passa appunto per la Spagna, dove i cartaginesi hanno fondato addirittura una colonia, Nuova Cartagine (oggi Cartagèna) , una città molto ben fortificata, destinata a far da base sicura per uomini e mezzi.

Publio Cornelio, quasi per iniziativa privata, porta le sue truppe in terra iberica, e pone l’assedio a Nuova Cartagine. Ma, quando arriva, viene a sapere che Asdrubale, fratello di Annibale, sta già viaggiando verso l’Italia con un numeroso esercito, per ricongiungersi al fratello, ed insieme attaccare Roma. Annibale, infatti, dopo Canne non ha osato farlo, temendo di essere a sua volta attaccato alle spalle da truppe degli italici, rimasti fedeli a Roma quasi al completo. Però, disponendo di un altro esercito, quello del fratello, avrebbe potuto tentare l’attacco finale. Scipione corre verso i Pirenei, per dove anni prima era transitato Annibale, in attesa di Asdrubale, ma questi, prevedendo la mossa, si era portato verso i Pirenei atlantici, ed era passato indisturbato. Scipione, dunque, pone l’assedio intorno a Nuova Cartagine.

Ma la città è ben costruita, e gli attacchi si rivelano inefficaci, benché supportati dagli iberici, decisamente ostili ai cartaginesi. Su uno dei lati delle mura della città c’è un acquitrino, e da quella parte è complicato attaccare a causa dell’acqua, e quindi c’è anche minore sorveglianza. Gli indigeni spiegano a Scipione che in determinate ore del giorno dalla terra soffia un forte vento su quella palude, tale da abbassarne di molto il livello dell’acqua. Scipione controlla, e prende una decisione: all’avvicinarsi dell’ora del vento sferra un potente attacco dalla parte opposta, così che tutti i cartaginesi si spostano di là. Nello stesso tempo le migliori truppe romane attraversano facilmente a piedi la palude, e salgono indisturbati sulle mura. E la città è presa e saccheggiata.

Arriva intanto un altro esercito punico, comandato da Asdrubale figlio di Giscone e da Annone. Publio gli va incontro, ed i due eserciti si accampano presso Ilipa (nel territorio di Siviglia), e si studiano. Scipione decide di giocare d’astuzia. Suonano le trombe nel campo romano, e danno il segnale di battaglia. I due eserciti escono dai rispettivi accampamenti e si schierano in ordine di battaglia. E Scipione schiera al centro le truppe migliori, riconoscibili dall’armatura. I cartaginesi osservano e si preparano. Ma ecco che la tromba romana dà il segnale di rientro nel campo. Poteva succedere, specie per ragioni religiose, ed i punici non ci trovano nulla di strano e rientrano anche loro. La situazione si ripete identica per più giorni consecutivi. Finché Scipione non fa travestire da soldati più potenti (principes e triari) proprio i più deboli. E li piazza al centro. E questa volta la tromba tace. E’ battaglia. I punici, convinti dall’osservazione dei giorni passati, attaccano a tutto spiano il centro dei romani, che cede subito, mentre le ali si dispongono ai lati dei nemici, li accerchiano e li attaccano in contemporanea con morsa a tenaglia. Si parla di 50 mila punici uccisi: Canne era vendicata. E la Spagna è romana!

Intanto Annibale s’è spostato nel Bruzio (Calabria) e s’è accampato, e di fronte a lui il campo romano, guidato dal console Tiberio Claudio Nerone. Non si muove Annibale, come se aspettasse qualcosa. Già! Ma cosa? Il console ordina di stare con gli occhi aperti, ed ecco che vengono catturate delle staffette cartaginesi, mandate da Asdrubale a dire ad Annibale che ormai era nelle Marche. Il console capisce il progetto dei fratelli di unire le forze ed attaccare ROMA! Ed allora che fa? Ordina al suo esercito di uscire di notte dal campo nel massimo silenzio (il primo che starnutisce, lo ammazzo!), e lascia nel campo qualche centinaio di uomini, con l’ordine di esibirsi in grandi attività, per non far capire ai cartaginesi che l’esercito è partito. Coprendo a piedi 63 km al giorno, Claudio Nerone in sei giorni arriva nelle Marche, unisce le proprie forze a quelle dell’altro console, Livio Salinatore, e sul Metauro affrontano Asdrubale, e ne sterminano le truppe. Muore anche Asdrubale, a cui Claudio fa staccare la testa, e se la porta via. Rientra nel campo zitto zitto, come ne era uscito, ed i nemici non si accorgono di nulla.

Il giorno dopo dal campo romano parte un drappello di cavalieri, ed uno di loro porta un sacco. Arrivati alla giusta distanza, il sacco viene scagliato e fatto arrivare nel campo cartaginese. Lo portano ad Annibale, che l’apre e dentro vi trova la testa del fratello! Ha chiara la percezione che l’impresa di prendere Roma è ormai una chimera. E resta immobile, incerto sul da farsi.

Scipione intanto torna a Roma, e decide che è l’ora di portare la guerra in Africa, per costringere Annibale a sloggiare dall’Italia: se la cosa riesce – pensa Scipione – dopo sedici anni di incubo Roma sarà libera, e lui ne sarà il liberatore. E diverrà l’idolo della città. Ma, per arrivare a tanto, si deve portare l’attacco al cuore, a Cartagine, in Africa! Tripoli, bel suol d’amore, avrebbero poi cantato gli indegni discendenti di qualche millennio dopo.

1 COMMENT

  1. Gli Scipioni non hanno mai perso contro i Barca, perche’ non erano cosi’ cretini come Flaminio e Terenzio Varrone (lo sparafucile). In Abruzzo, 60 anni fa ca. lo sparafucile era quell’idiota che sulla soglia della chiesa, mentre usciva la processione del Santo, sparava in aria col fucile e gridava ad alta voce: “Viva il Santo, pe la Madonna). Questa era un’esclamazione, piuttosto che una bestemmia. Lo sparafucile era l’immagine dello scoreggione, tutta pancia e niente cervello. Quando i Barca si trovano a fronteggiare degli sparafucile romani, li insaccano come salsicce; quando, pero’ si trovano contro gli Scipioni (furbi di sette cotte), si fanno insaccare come mortadelle.

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