Poeta lucano del tempo e della cerchia di Augusto, nonché elemento di punta del Circolo di Mecenate

 

“Questo era nei miei desideri:…..”. E qui mi fermavo, per domandare agli studenti del terzo classico, cosa intendesse Orazio, quando scriveva QUESTO. Arrivavano svariate risposte: la saggezza, la tranquillità, la serenità, la filosofia….. Facevo sommessamente notare l’esistenza dei due punti dopo desideri, e quindi stava per dircelo lui, bastava proseguire nella lettura. Ed infatti: “Un appezzamento di terra mica COSI’ grande, con un giardino, e vicino casa una sorgente di acqua perenne, ed un pochino di selva.”. A questo punto domandavo ancora: “Avete capito?”. Resi guardinghi dalla domanda precedente: “Sì,….. ci pare di sì!”. Ed io: “Cosa intende con quel COSI’?”. “Già, dicevano loro, cosa vorrà dire?”. Ed io: “Un appezzamento anche più piccolo, non COSI’ grande, mi andava benone!”.

Ma torniamo al Poeta: “Gli dèi hanno fatto di più e meglio, e sta bene così. Null’altro chiedo, o Mercurio figlio di Maia, se non che tu mi renda stabili tali doni.”. Era una buona classe, e voi, ragazzi, vi ricordo tutti con grande affetto e simpatia. Molti di loro oggi sono laureati, e sono fiducioso che si faranno strada, anche in questo tempore iniquo patriae….. E doni erano veramente quelli per Orazio, venuti da Mecenate e, forse, da Augusto, i potenti della terra, con i quali intratteneva rapporti di reciproca stima, e con Mecenate, di amicizia. Letta sui volti dei ragazzi la soddisfazione per avere appreso qualcosa di più, si andava avanti.

“Se la proprietà non l’ho ingrandita con sistemi da vergognarsi e non la dissiperò con colpevole spreco, se non mi sottometto ad alcuna delle seguenti fisime: “Magari potessi acquistare quella striscia confinante di terra, che ora rende irregolare ed imbruttisce il mio campo (ipocrita scusa di tipo estetico, tipica degli insaziabili della roba. NdR).”. O anche: “Volesse il cielo farmi trovare un cofanetto d’argento, come è capitato a quello, che poté così diventare padrone del campo che arava da salariato, grazie alla protezione di Ercole!”, se sono soddisfatto per quello che ho, allora questa è la preghiera che ti rivolgo, o Mercurio: a me che sono il padrone rendi grasso il bestiame e tutto il resto, con l’eccezione del cervello (che deve restare leggero ed agile. NdR), e, come sempre fai, assistimi come il mio più grande tutore.”.

Ad Orazio era stata regalata la proprietà in Sabina da Mecenate, suo amico e protettore. Mecenate era il consigliere numero uno di Ottaviano Augusto, ed aveva il compito di suscitare il consenso intorno alla figura del principe (il vocabolo “princeps” vuol dire “il primo”, ed Augusto aveva inventato e diffuso il bizantinismo “primus inter pares”, il primo tra i pari grado). E Mecenate si era dato da fare, mettendo insieme quello che è noto come “Circolo di Mecenate”: non era un Ente ufficiale, ma una struttura propagandistica per così dire spontanea, in cui entravano in modo automatico i maggiori intellettuali del tempo, che frequentavano la casa di Mecenate ed il Palatium di Augusto. Quindi più che di circolo dovremmo parlare di “Cerchia di Mecenate”. Tanto per non restare nel vago, propongo tre nomi: Orazio, Virgilio, e lo storico Tito Livio, e chiedo scusa se è poco! Ovviamente da tale frequentazione delle case dei potenti derivavano benefici materiali, ma non era questo che garantiva l’adesione. I tre citati ed altri erano convinti sostenitori dell’ideologia del principato augusteo (ma Tito Livio ci stava un pò stretto, tanto che lo stesso Augusto lo aveva soprannominato ‘Il pompeiano’ per la sua nostalgia della Roma repubblicana).

Mecenate era etrusco di origine, probabilmente da famiglia aretina. A Roma apparteneva alla seconda classe sociale, quella equestre, ma in Etruria sarebbe stato un lucumone, un re etrusco. (Maecenas, atavis edite regibus, o Mecenate, discendente di antichissimi re, dice Orazio nella primissima ode, quella dedicataria). Ma gli etruschi ormai come entità sociale e politica non esistevano più, e s’erano fusi con i romani, romanizzandosi. E Mecenate da subito s’era aggregato ad Ottaviano, nelle convulsioni finali della Repubblica romana. Verso i componenti della cerchia aveva mano leggera, e mediava tra loro ed il principe, di carattere ombroso. Avrebbe voluto, Augusto, che Orazio componesse il nuovo poema epico nazionale romano: si studiava ancora quello di Ennio, gli “Annales”, che risaliva ormai a più di un secolo prima, e che secolo quanto a storia! Serviva qualcosa di più attuale ed aggiornato. Ma Orazio non sentiva nel suo animo la corda epica, e rifiutò con garbo e fermezza la proposta del principe, che ripiegò su Virgilio, e meno male! Anche questi non possedeva la corda epica, ma di carattere più timido, non ebbe il coraggio di rifiutare, e quindi compose l’Eneide! Poema epico nazionale romano, certo, ma romanzo in versi sulla faticosa esistenza di noi esseri umani, fragili sì, ma portatori di un imperativo categorico e divino: se cadi – e cadrai! – rialzati e riprendi la strada, fino all’ultimo respiro (“Fatti non foste a viver come bruti” dirà il più grande di tutti e di tutti i tempi e luoghi, che non a caso sceglierà Virgilio come guida nei marosi del vizio e nella luce della redenzione).

Mecenate s’era costruito una villa sul colle Esquilino, nei pressi della stazione Termini (ci sono resti imponenti). Però, siccome su quell’area sorgeva il cimitero della gente comune (i patrizi dedicavano a se stessi e familiari e servi le tombe monumentali lungo le vie consolari alle porte di Roma, per orgoglio gentilizio e per monito a chi arrivava nell’Urbe), Mecenate lo fece sbancare, ricoprendo le misere tombe con uno strato di terra. Ma il ricordo della primitiva destinazione era ancora vivo, come vedremo nel prosieguo della satira. Per oggi spero che basti.

Un’ultima notazione; prima dell’Esquilino la zona del cimitero era la palude di quello che sarà il foro. Dopo l’operazione di Mecenate il cimitero della gente comune sorgerà su una collinetta al di là del Tevere, il colle Vaticano. Lì verrà sepolto San Pietro, la cui tomba è nei sotterranei della basilica, giusto in corrispondenza dell’altare maggiore.

Orazio , satira sesta del II libro (seconda parte):
A cena con il poeta in campagna

Immagino che il Poeta queste cose (vedi il post di domenica scorsa) le dica, quando, giunto finalmente in campagna, respira a pieni polmoni, e negli occhi ha la festa di un panorama sereno e tranquillo, naturale e silenzioso, che gli allieta lo spirito. Dice infatti:

“Appena mi ritiro dalla città, tra questi monti e la mia rocca, cosa mi andrà di disegnare con la poesia bonaria delle satire? Non mi rovina la malattia dell’ambizione, e nemmeno lo scirocco nero come il piombo o l’autunno pesante, quando a mietere è Libitina, divinità dell’aspra morte. O padre del mattino, Giano, se preferisci questo nome, a cui gli esseri umani attribuiscono l’inizio del loro affaccendarsi – secondo il volere degli dèi – sii tu l’esordio del carme, Quando sono a Roma mi trascini a far da garante: “Sbrigati! Forza! Non vorrai mica che un altro risponda al tuo posto!”. Ma anche quando a radere la terra è la tramontana, o la neve e la bruma trascinano il giorno in un giro più basso sull’orizzonte, devo andare, è inevitabile. E dopo aver giurato senza equivoci, qualcosa che potrebbe ritorcermisi contro, mi devo districare tra la folla, e trattare con sgarbo quelli che vanno lenti. “Ma che vai cercando, pazzo, e che hai di importante da fare?”, mi apostrofa con accenti sdegnosi qualcuno adirato.”.

“Satura tota nostra”, dirà un secolo dopo Quintiliano, quando sentenzia che i romani molto hanno ripreso dai greci in letteratura, ma la satira è del tutto romana de Roma. Ci sono due generi di satira: quella bonaria, luogo del riflettere ad alta voce sui casi della vita e su tutti gli argomenti, che non rientrino nei generi poetici canonici; e quella aggressiva, che si ispira all’onomastì comodèin in cui si chiamano con nome e cognome i personaggi da trattare come oggi fa Crozza, che era peculiare della commedia attica antica, con Aristofane in testa. La satira oraziana appartiene al primo tipo, anzi il poeta chiamava sermones le proprie satire.

“Tu travolgeresti tutto quello che ti ostacola, se in mente hai il pensiero per Mecenate!”. Sarò sincero, questa frase mi fa proprio piacere! Quando arrivo, però, al lugubre Esquilino (vedi il post di domenica scorsa a proposito di “lugubre”), mille problemi altrui mi ballano intorno alla testa ed ai fianchi: “Roscio di prega di assisterlo al Puteale, domani, prima delle sette”, e “Gli scrivani ti supplicano di non dimenticarti oggi di quella faccenda importante ed insolita, Quinto, e vedi di non mancare!”; e poi “Fà in modo che Mecenate firmi queste carte!”, e tu a dire: “Ci provo!”, e quello: “Se vuoi, puoi!”. E lo dice con tono perentorio.”.

Appena terminati gli studi, Orazio si era rimediato un posto da scriba quaestorius, come dire segretario del questore, e la questura era il primo gradino della carriera politica, ma quella più importante: quindi gli consentiva il contatto con i più potenti della terra. Allora il collegio professionale che lo aveva annoverato gli si raccomandava.

“Se ne sono andati sette anni, e siamo vicini all’ottavo, da quando Mecenate ha preso a tenermi nel novero dei suoi frequentatori, ma solo per questo, per avere uno da prendere con sé in viaggio, ed al quale affidare robetta del seguente genere: “Che ora sarà?”, e “Il Trace Gallina è all’altezza di Siro?” (insomma chi ti pare più forte, Messi o Ronaldo? I due erano gladiatori); oppure: “Fa fresco la mattina, e gli incauti rischiano di restare fregati!”, ed altre, che sono adatte ad un orecchio con fessure (quindi che non trattengono), e però sono sempre più soggetto di giorno in giorno, anzi di ora in ora, al malocchio. Abbiamo assistito insieme ai giochi in Campo Marzio? “Figlio della fortuna!” dicono tutti; una raggelante diceria si diffonde dai rostri (tribuna per gli oratori in foro. Ndr) per i crocicchi? Chiunque mi incontri, mi interpella: “dì un po’, caro – è impossibile che non lo sappia tu, che stai a contatto con gli dèi – che si dice a proposito dei daci?”. “Nulla, per la verità!”. “Ti piace sfottere, vero?”. “Ma che gli dèi tutti mi scuotano, se so qualcosa!”. “Che si dice, le terre promesse ai soldati Augusto le darà in Sicilia o in Italia?”. Mostrano grande meraviglia, se giuro di non saperne nulla, come verso l’unico mortale capace di un silenzio assoluto.”.

“In mezzo a cose simili se ne va la vita, ed intanto recrimino: “O campagna, quand’è che ti rivedrò? E quando avrò la possibilità di abbandonarmi alla gioiosa dimenticanza di una vita travagliata, ora con gli scritti antichi, ora con il sonno e le ore in abbandono? Quando mi verranno serviti la fava, parente di Pitagora, con verdure cotte con grasso lardo? O notti e cene divine, in cui io con i miei davanti al focolare domestico mi sazio, e propongo da mangiare ai figli piccoli e liberi di parola degli schiavi bocconi prelibati, e poi come a ciascuno piace, a tavola bere il vino che si vuole, commensale sciolto da stupide norme, e prendere coppe abbondanti o anche accontentarsi solo di umettare le labbra?”.

Le stupide norme a cui allude sono quelle del banchetto solenne: tra i commensali si indicava il “rex convivii”, il re del banchetto, che aveva anche il compito di regolare bevute e brindisi e qualità dei vini. Pitagora parente della fava? Il grande e geniale filosofo e scienziato di Samo aveva stabilito che le anime dei defunti hanno il destino della metempsicosi, cioè di trasmigrare da un corpo all’altro, anche nei vegetali, a partire dalle fave, che quindi non era lecito mangiare: potevano ospitare anche l’anima di nonno! Come mai? Suppongo che si fosse reso conto della pericolosa allergia del favismo, e la contrastava con una norma filosofica-religiosa. Ma Orazio &C se ne infischiano, come facciamo noi. Chi le vende, oggi, deve affiggere un avviso all’ingresso del negozio di vendita, perché, chi soffre di allergia emolitica, rischia di brutto.

“Ed ecco che sorge il SERMO, la conversazione, ma mica sulle ville o le domus altrui, né sul modo di ballare di Lepore, se piace o no; ma discutiamo soprattutto di ciò che ci riguarda ed è sbagliato ignorare, cioè se noi esseri umani si sia beati grazie alla ricchezza o alla virtù, e cosa ci porta all’amicizia, se il vantaggio o non piuttosto ciò che è onesto, e quale sia la natura del bene e la sua sommità.”.

Notti estive, e cene frugali, in cui ognuno mangia e beve a suo piacimento, senza dover seguire rituali privi di senso, ed i figli piccolini degli schiavi: bambini che circolano nella sala, e che l’ingenuità dovuta all’età rende liberi (procaces) di dire ciò che vogliono, privi come sono di malizia, ed il padrone, che non ha messo su famiglia e quindi non ha avuto figli, si diverte ad offrire loro bocconi prelibati, che fanno la gioia delle creature. E poi discorsi filosofici alla buona, ma fondamentali, sui temi più impegnativi dell’esistenza.

Purtroppo, poverini!, non avevano la TV, né il Grande Fratello, l’isola dei famosi (o degli affamati), X factor, le sit commedy con le risate finte, né i penosi talk shaw, né danzando sotto o con le stelle, eccetera eccetera. Allora si dovevano arrangiare con discorsini come: “Si è amici per tornaconto o per corrispondenza di amorosi sensi?”. Oppure: “Cosa rende felici, la ricchezza o la virtù?”.

 

 

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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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