Roberto Poggi: UNA GENERAZIONE ALLO SPIELBERG – parte terza

Prima di diventare il carcere più temuto dell’impero asburgico lo Spielberg per secoli era stato una fortezza a difesa della citta di Brno, che domina dall’alto di una collina. Per una macabra ironia della sorte, il significato letterale del suo nome è “monte dei giochi”, poiché anticamente i signori della Moravia vi celebravano in alcune ricorrenze dell’anno feste e manifestazioni ludiche.

Al massiccio edificio a pianta rettangolare, risalente all’XI secolo, ma profondamente rimaneggiato in varie epoche, si accedeva attraversando un ponte protetto su di un lato da un bastione e sull’altro da un fossato. Un corridoio, fiancheggiato da un antico ponte levatoio, conduceva in un primo cortile in cui si ergeva la cappella della Trinità, un secondo più ampio cortile ospitava i resti dell’arsenale distrutto dai francesi nel 1809. Sulle facciate si aprivano strette finestrelle munite di inferriate da cui si poteva osservare la città sottostante e le colline boscose che erano state teatro nel 1805 della battaglia di Austerlitz. Il carcere si componeva di due bracci. Uno, eretto nel 1742 durante il regno di Giuseppe II, ospitava le celle dei prigionieri politici disposte su più livelli, dal sottosuolo ai piani superiori, e le camerate dei detenuti comuni, l’altro speculare, ultimato alla fine del settecento per volontà dell’imperatore Leopoldo II, conteneva il corpo di guardia, la sezione femminile della casa di pena, ed un angusto locale, posto quasi al centro della lunga costruzione, adibito a luogo di punizione, in cui veniva inflitta la “bastonata” nei casi di grave indisciplina. Almeno questo supplizio fu risparmiato ai patrioti italiani.

La fortezza dello Spielberg

Il regime carcerario poteva essere duro oppure durissimo, a fare la differenza erano le catene. Il primo comportava una catena alle caviglie che costringeva a muoversi faticosamente a piccoli passi. Tramite corregge di cuoio legate in vita la catena veniva tenuta sollevata per non intralciare troppo la deambulazione ed evitare che i ferri provocassero ferite ed escoriazioni alle caviglie ed al collo del piede. Nonostante questo accorgimento la catena era un tormento continuo, soprattutto di notte, poiché impediva di assumere una posizione propizia al sonno. Pellico ne soffrì acutamente: “L’incomodo della catena a’ piedi togliendomi di dormire, contribuiva a rovinarmi la salute. Schiller (il secondino) voleva ch’io reclamassi e pretendeva che il medico fosse in dovere di farmele levare. Per un poco non l’ascoltai, poi cedetti al consiglio e dissi al medico che per riconquistare il beneficio del sonno io lo pregava di farmi scatenare almeno per alcuni giorni. Il medico disse di non giungere a tal grado le mie febbri, ch’ei potesse appagarmi ed essere necessario ch’io mi avvezzassi ai ferri. La risposta mi sdegnò, ed ebbi rabbia di aver fatto quella inutile domanda.”. Il secondo regime, durissimo, riservato ai prigionieri più indisciplinati, imponeva in cella una immobilità quasi assoluta, attraverso una catena fissata al muro ed ai fianchi del detenuto. La catena al muro era così corta da consentire di muovere appena qualche passo rasente il tavolaccio che serviva da giaciglio.

Il cibo, scarso e quasi immangiabile, era uguale per tutti. In entrambi i regimi era obbligatorio il lavoro. I detenuti comuni si dedicavano alla falegnameria, alla sartoria e ad altre attività artigianali, secondo le loro competenze. Nei primi anni di prigionia i detenuti politici furono esentati da ogni tipo di occupazione, poi furono ammessi al lavoro su loro stessa insistenza. La loro speranza di rompere la monotonia del carcere, divenuta intollerabile dopo la requisizione dei libri, e di irrobustire il corpo con attività all’aria aperta si rivelò vana. Essendo spesso troppo deboli ed emaciati per compiere sforzi fisici, i politici furono costretti a svolgere noiosi lavori in cella che diventarono un’ulteriore fonte di afflizione.

Ai circa trecento detenuti, per lo più ladri ed assassini, era distribuita la stessa avvilente divisa, composta da “…un paio di pantaloni di ruvido panno, a destra color grigio, e a sinistra color cappuccino; un giustacuore di due colori egualmente collocati, ed un giubbettino di simili due colori, ma collocati oppostamente, cioè il cappuccino a destra ed il grigio a sinistra. Le calze erano di grossa lana; la camicia di tela di stoppa piena di pungenti stecchi – un vero cilicio: al collo una pezzuola di tela pari a quella della camicia. Gli stivali erano di cuoio non tinto allacciati. Il cappello era bianco.”.

I detenuti comuni erano di solito alloggiati in affollate camerate comuni. A quelli politici erano invece assegnate celle inizialmente singole poi doppie. Tali covili, come li definì Pellico, erano bui, angusti e spogli: un tavolaccio per giaciglio, una brocca, una tinozza ed un bugliolo per i bisogni corporali. L’assenza di ogni minima comodità non mancava di gettare nello sconforto ogni nuovo prigioniero. Ai più sfortunati erano assegnate le celle nel sottosuolo, umide e terribilmente malsane. Maroncelli fu uno di questi. Anche Pellico vi passò qualche giorno, poi le sue condizioni di salute si fecero così preoccupanti da convincere il direttore, su insistenza del medico carcerario, a trasferirlo al piano superiore dove la luce penetrava da una stretta finestrella ed arrampicandosi alle sbarre si poteva scorgere la vallata sottostante. Quel trasferimento, insieme alla temporanea concessione di un vitto migliore, gli salvò la vita.

Pellico non fu l’unico ad ammalarsi gravemente, tutti i prigionieri politici subirono un deterioramento così drastico delle loro condizioni fisiche da spingere l’imperatore ad autorizzarne l’appaiamento, “affinché uno servisse d’aiuto all’altro”. Furono quindi create coppie in alcuni casi destinate a durare per tutto il tempo della detenzione. Una di essa fu quella formata da Pellico e Maroncelli. Quando furono riuniti dopo qualche mese di separazione i due amici poterono misurare con sgomento il grado del loro disfacimento fisico.

Il saluzzese era stato in punto di morte, aveva ricevuto l’estrema unzione prima di ritrovare la forza di aggrapparsi alla vita, il forlivese, che emergeva dal sottosuolo dello Spielberg “…era appena riconoscibile. Quelle sembianze, già sì belle, sì floride, erano consumate dal dolore, dalla fame, dall’aria cattiva del tenebroso suo carcere!”. Le sofferenze e le privazioni trasfiguravano i prigionieri, facendoli invecchiare precocemente. Costantino Munari, arrestato insieme ai carbonari di Fratta in quanto autore della “costituzione latina”, un vago progetto politico di ispirazione repubblicana, appariva ai suoi compagni come un decrepito settantenne dalla salute “danneggiatissima”, benché non avesse compiuto sessant’anni. Nell’aprile del 1832, Munari fu colpito da un ictus che gli causò la paralisi della parte destra del corpo, compromettendo la sua capacità di esprimersi fluidamente. La direzione del carcere tentò di alleviare la sua penosa condizione concedendogli, in deroga al regolamento, una sedia ed un materasso, già appartenuti a Maroncelli dopo l’amputazione della gamba, e perfino una lampada da tavolo per la notte. Dovettero trascorrere però altri tre anni prima che Munari potesse con un atto di grazia riottenere la libertà.

La convivenza nello spazio ristretto delle celle, che accentuava le incompatibilità di carattere, ingigantiva gli screzi, metteva a dura prova la tolleranza, fomentava liti e talvolta anche sospetti, non fu per tutti serena e riscaldata dal calore dell’amicizia e della mutua assistenza. Tra Bachiega e Foresti i rapporti in cella si fecero così tesi da indurre l’imperatore, che nel suo studio a Vienna disponeva di una pianta dettagliata dello Spielberg in cui era specificata la collocazione di ogni coppia di prigionieri, ad ordinare una immediata separazione. L’antipatia verso Foresti era piuttosto diffusa tra i prigionieri. Essa era alimentata dal suo temperamento aggressivo e provocatorio e soprattutto dal sospetto che collaborasse con le autorità austriache, riferendo tutte le informazioni compromettenti che i suoi compagni si lasciavano sfuggire. Le relazioni inviate a Vienna dalla polizia di Brno dimostrano che quel sospetto non era infondato. Foresti effettivamente spiò Bachiega, Munari, Pellico, Maroncelli ed Albertini. Anche l’atteggiamento di Solera fu guardato con sospetto da alcuni prigionieri come Moretti ed Andryane che leggevano su “quel volto da ipocrita” la prova della sua delazione. I documenti ufficiali non forniscono conferme.

Uno dei prigionieri più intrattabili, infidi e senza scrupoli fu il marchese Pallavicino, che già durante la detenzione a Milano aveva dato segni di squilibrio mentale. Giunto allo Spielberg, la sua facoltà di distinguere la realtà dalle fantasie si affievolì, inducendolo a muovere accuse inverosimili verso i compagni di cella e di prigionia. Al direttore della polizia di Brno espresse la convinzione che Borsieri e De Castillia, temendo una sua imminente delazione, stessero tramando, con la complicità di Confalonieri, per ucciderlo. Nonostante la palese infondatezza dei suoi timori, fu subito disposto il suo trasferimento in isolamento. Non ancora tranquillizzato per la sua incolumità, Pallavicino implorò di essere trasferito ad un altro carcere e si offrì in cambio di fornire rivelazioni su Confalonieri che, a torto, sospettava di nutrire un profondo rancore nei suoi confronti per le deposizioni che durante il processo aveva reso. Per placare i rimorsi di coscienza, completò la sua offerta con la richiesta dell’impunità per gli autori dei reati che le sue rivelazioni avrebbero portato alla luce. Francesco I giudicò inaccettabile tale pretesa di immunità e non volle spingersi oltre una vaga promessa di clemenza. Pallavicino dichiarò allora che non avrebbe aperto bocca, salvo poi ricredersi e rilasciare una deposizione farneticante che si ridusse ad un meschino attacco personale a Confalonieri, senza alcuna rilevanza penale. Per queste confidenze, ispirate dalla “sua sempre eccitata fantasia”, come si legge nella relazione di polizia, fu comunque ricompensato dall’imperatore con il tanto agognato trasferimento nel carcere di Gradisca. Rimane aperto l’interrogativo se la nevrosi del marchese fu del tutto reale oppure simulata. In ogni caso da essa seppe trarne il massimo vantaggio.

Soltanto all’affiatata coppia Confalonieri Andryane fu accordato il privilegio di avere una cella più spaziosa delle altre. Tuttavia, anche con qualche metro in più a disposizione la monotonia delle giornate allo Spielberg non era meno opprimente.

Federico Confalonieri

I prigionieri erano svegliati all’alba dalla prima ispezione. I secondini entravano nelle celle ed esaminavano le sbarre e le catene anello per anello. Alcuni carcerieri come Schiller, un anziano veterano delle armate asburgiche alto ed ossuto, e Kral, un giovane minuto, incaricato di distribuire i libri e di vigilare col fucile in spalla durante l’ora d’aria, mostravano verso i detenuti tatto, compassione ed umanità, ma non per questo erano disposti a svolgere con leggerezza i loro doveri. Se si lasciavano andare a qualche strappo al rigido regolamento lo facevano a beneficio della salute dei prigionieri e non a danno delle misure di sicurezza.

Giungeva poi un detenuto comune per spazzare le celle, vuotare il bugliolo e distribuire la colazione descritta da Andryane come “acqua calda in cui nuotavano granelli d’orzo”. Qualche sottilissima fetta di pane di segale accompagnava quella brodaglia. Il caffè, un liquido brunastro che sapeva di rabarbaro e di ghiande, era considerato un tonico da somministrare dietro prescrizione medica, così come il tabacco da fiuto ed il vino, riservato ai casi più gravi di debilitazione. Sia prima che dopo l’amputazione della gamba, Maroncelli poté godere del conforto di qualche bicchiere di vino.

Prima della visita, intorno alle nove, del direttore, oppure del medico quando era necessario, i reclusi godevano di un paio d’ore da dedicare all’igiene personale, alla conversazione ed alla lettura.

Il conforto dei libri non era un diritto acquisito dei detenuti, ma una generosa concessione dell’imperatore che poteva revocarla a suo piacimento. E così fece, annullando la decisione provvisoriamente assunta dal governatore della Moravia di consentire la distribuzione dei libri che i patrioti italiani avevano portato con sé: romanzi, raccolte di poesie, tragedie per un totale di circa centocinquanta volumi di autori italiani, latini, greci, francesi, inglesi e tedeschi. Un tesoro inestimabile per i prigionieri che potevano innalzare il loro spirito in compagnia di Omero, Dante, Petrarca, Shakespeare, Chateaubriand, Pascal e molti altri. Il crudele provvedimento imperiale fu probabilmente ispirato dal padre spirituale assegnato ai detenuti politici, don Stefano Paulovich-Lucich, come meschina ripicca al loro rifiuto di piegarsi ad un infame ricatto. Il sacerdote dalmata, afferma Maroncelli, si presentò “…con una sedicente scomunica papale, pretendendo che noi vi eravamo compresi e ci offriva i mezzi per rientrare nel grembo della Chiesa.”. Quei mezzi erano la delazione e la rivelazione di tutti i segreti che Salvotti ed i suoi colleghi non erano riusciti a strappare. Confalonieri Pellico, Maroncelli, Andryane e molti altri non caddero in quella trappola ed opposero un dignitoso rifiuto che fu prontamente riferito a Francesco I. Secondo la ricostruzione di Andryane, frustrato per non essere riuscito a carpire segreti, guadagnandosi così la riconoscenza imperiale, don Paulovich lanciò un’ammonizione che aveva il sapore di una minaccia incombente: “Val meglio per il prigioniero l’umiltà, il pentimento e la preghiera che un vano sapere, il quale genera l’orgoglio e l’impenitenza.”. Dopo breve tempo giunse l’annuncio dell’imminente requisizione dei libri e della loro spedizione a Vienna. Prima che l’ordine diventasse esecutivo i prigionieri si affrettarono ad occultare nei più ingegnosi nascondigli quanti più libri poterono, gli altri furono imballati e spediti. Dalle loro celle i prigionieri udirono i secondini inchiodare le casse “…ed ogni colpo che si batteva risuonava nell’anima … come se avessero inchiodato … il feretro di un amico diletto!”.

I più religiosi, come Pellico, trovarono una parziale consolazione alla perdita dei libri nella messa domenicale a cui i detenuti politici, prima esclusi per ragioni di sicurezza, furono ammessi per intercessione di don Paulovich.

Un corridoio dello Spielberg

Dopo qualche tempo l’imperatore attenuò la proibizione dei libri, consentendo la distribuzione di edificanti opere religiose. Non si trattò però di doni personali di Francesco I ai singoli detenuti come fece credere don Paulovich. L’amministrazione del carcere provvide all’acquisto a Vienna di un certo numero di opere ascetiche, come attestano i documenti contabili. Seppur ridotte alle vite dei santi, le letture dei condannati rimasero oggetto di costante e meticolosa vigilanza. Nei frequenti rapporti all’imperatore non mancavano mai precisi riferimenti ai controlli effettuati sui libri presenti nelle celle. Ogni abuso era segnalato e punito, ogni richiesta di deroga valutata con attenzione. Nel febbraio del 1832, il marchese Pallavicino, sofferente da tempo di crisi nervose che a giudizio del medico potevano degenerare in una “specie di perturbazione mentale”, chiese per motivi di studio che gli fossero concessi oltre ai testi ascetici altre opere, tra cui la “Divina commedia” ed il “Paradiso perduto”. La sua supplica giunse fino a Francesco I che la respinse, dopo aver consultato il suo ministro di polizia ed un alto funzionario della biblioteca di corte. Determinante fu il parere espresso da quest’ultimo circa la capacità di Dante e di Milton di eccitare la fantasia e quindi di mettere a rischio il fragile equilibrio mentale del Pallavicino.

Terminata la visita del direttore, le ore sino al pranzo erano spesso dedicate al lavoro: segare tronchi nel cortile, oppure fare filacce o sferruzzare calzette in cella. Le filacce erano ricavate da stracci sudici. Ad ogni detenuto era assegnato un quantitativo da produrre e non mancavano le verifiche di cui si occupavano i secondini per mezzo di una bilancia. Far calzette era considerata una occupazione ancora più odiosa ed avvilente. Maroncelli nelle sue “Addizioni” scrisse: “Quando io segava legna, quando facea filacce, la mano sola era schiava, il pensiero volava a suo grado: ma per far la calzetta, la mente e l’occhio e la mano doveano essere incatenati lì, lì alla maglia, ferocemente lì, e non potea pensare. Doppia schiavitù e questa seconda mille volte più intollerabile della prima. Non pensare alla madre, alle sorelle, agli amici! non pensare al mio dolore! era ben ciò che di più sacrificante avesse lo Spielberg!”. Per il “tormento di far calzetta” Munari “piangeva come un fanciullo”, altri montavano “in furore”, diventavano “idrofobi”, ma tutti dovevano sottostare alla volontà imperiale. Ogni detenuto, dopo un opportuno addestramento da parte dei secondini, era obbligato a produrre un paio di calze a settimana. La consegna era fissata per la domenica mattina. Chi non rispettava le scadenze era punito con provvedimenti disciplinari che andavano dalla privazione del cibo e dell’ora d’aria alla “bastonata” e sino al rapporto all’imperatore che teneva in pugno il destino di ognuno. Anche la lana gli apparteneva ed i prigionieri non potevano servirsene per usi personali. Durante un’ispezione, un alto funzionario inviato da Vienna notò sul tavolaccio di Felice Foresti un paio di guanti confezionati con quella lana e si indignò, soprattutto quando apprese che quell’abuso non era un caso isolato. La direzione del carcere si sentì quindi in dovere di sequestrare tutti i guanti in possesso dei prigionieri politici. A nulla servì protestare, come fece il combattivo Maroncelli, ricordando che era stata la direzione stessa, qualche tempo prima, a concedere il permesso di confezionare quei guanti.

Far calzetta oltre che faticoso era anche stomachevole, a causa del fetore che emanava dal grosso gomitolo di lana imbevuto d’olio. Nelle celle anguste e mal aerate quel fetore stagnava causando ai prigionieri chini sui ferri da maglia nausea ed emicrania.

Nella cella divisa da Pellico e Maroncelli il fetore non proveniva solo da quella “lana putente”. Sin da prima dell’arresto e della traduzione allo Spielberg il musicista forlivese era affetto da un linfoma, originato da una malattia venerea contratta in gioventù, che non tardò a manifestarsi in forma di artriti dolorosissime e di tumori maleodoranti alle estremità. Una rovinosa caduta durante l’ora d’aria sul terreno ghiacciato aggravò il suo reumatismo al ginocchio sinistro. Il medico ordinò che fosse liberato dalle catene, ma quel gesto compassionevole non bastò certo ad arrestare il linfoma che aggredì il ginocchio causando un tumore che si ingrossava di giorno in giorno. Con il crescere del tumore il fetore diventava insopportabile, tanto da indurre la direzione a separare i compagni di prigionia.

L’imperatore Francesco I

Per non abbandonare Maroncelli a sé stesso fu aperta una comunicazione tra la sua cella e quella attigua assegnata a Pellico. Il dottor Schlösser applicò sanguisughe, pietre caustiche ed impacchi, praticò incisioni per dare sfogo al tumore, poi si rassegnò a procedere all’amputazione della gamba al di sopra del ginocchio. Pellico, prima e dopo la separazione, si prodigò amorevolmente, ammirando la dignità ed il sereno coraggio con cui il suo amico affrontava quelle terribili sofferenze: “Per ultimo si segò l’osso. Maroncelli non mise un grido. Quando vide che gli portavano via la gamba tagliata, le diede un’occhiata di compassione, poi voltosi al chirurgo operatore gli disse: – Ella m’ha liberato di un nemico, e non ho modo di remunerarla. V’era in un bicchiere sopra la finestra una rosa. – Ti prego portami quella rosa mi disse. Gliela portai. Ed ei l’offerse al vecchio chirurgo, dicendogli: – Non ho altro in testimonianza della mia gratitudine. Quegli prese la rosa e pianse.”

Dopo l’amputazione “far calzette” divenne per Maroncelli ancora più gravoso. Stare seduto a lungo gli provocava dolorosi crampi, in più l’artrite si era estesa agli arti superiori ed alle mani che dovevano reggere ed incrociare i ferri da calza.

La fatica del lavoro era interrotta dall’ora d’aria che, a discrezione delle guardie, poteva essere concessa prima o dopo il pranzo, servito intorno alle undici. I prigionieri con la salute più compromessa potevano godere in via eccezionale di lunghi periodi di permanenza all’aria aperta. Temendo il rischio di un’epidemia, la direzione del carcere autorizzò Maroncelli a trascorrere gran parte della giornata sul terrapieno dello Spielberg, in compagnia dell’inseparabile Pellico, quando, dopo l’amputazione, comparvero sul suo volto le macchie livide dello scorbuto. Lo stesso privilegio fu accordato anche al macilento Munari.

Il pranzo riservava ben poche soddisfazioni. Di solito veniva servita la ributtante brenn-zuppe, di cui Maroncelli si preoccupò di tramandarci la ricetta: “Due volte all’anno il trattore dello Spielberg faceva soffriggere farina con lardo; e poi quando era giunta a cottura la riponeva in grandi olle che la conservavano di sei in sei mesi. Quindi ogni mattina attingeva con larghi ramajuoli, e versando acqua bollente, attendeva che la farina diluisse.”. Ad ogni ciotola di questa sbobba venivano aggiunti tozzi di pane nero, che per alcuni dallo stomaco delicato, come Pellico, costituivano l’unico alimento digeribile. A giudicare la brenn-zuppe “stomachevole, “pessima” e persino “antieuropea” non era solo il palato di Maroncelli e degli altri prigionieri abituati ai sapori del belpaese, almeno due rapporti ufficiali stilati dal direttore della polizia di Brno, Von Muth, la definirono “immangiabile” e sollevarono seri dubbi sull’igiene delle pentole in cui veniva cotta. Tali rapporti non furono senza conseguenze, nel corso degli anni si registrò un lieve miglioramento del vitto, la fame rimase comunque una compagna inseparabile dei prigionieri.

Gli slanci di generosità dei secondini e dei galeotti incaricati della pulizie delle celle costituivano una preziosa opportunità per contrastare i morsi della fame. Non tutti i prigionieri però ne approfittarono allo stesso modo. Nel timore di comprometterlo e di esporlo al rischio di sanzioni disciplinari, Pellico rifiutò i tozzi di pane e persino le fette di carne lessa che il vecchio Schiller di tanto in tanto gli offriva di nascosto. Cedette soltanto difronte a qualche pera matura e ad un pugno di ciliege. Assaporando quelle stesse ciliege, avute in dono da Kral, Maroncelli per un attimo sognò di essere ritornato in Italia e dinanzi agli occhi rivide le ficaie e gli aranceti di Napoli, dove aveva trascorso la sua giovinezza. Anche la voracità, oltre agli scrupoli morali, poteva impedire di trarre beneficio da una razione supplementare di cibo. Antonio Villa, la cui delazione aveva trascinato in carcere i “cugini” di Fratta, ricevette dal galeotto Kunda una pagnotta di segale “grande come una ruota” e la divorò in un paio d’ore, anziché farsela bastare per una settimana.

A chi proprio non riusciva a buttar giù la brenn-zuppe e mostrava evidenti segni di deperimento veniva servito il vitto dell’infermeria, il cosiddetto “quarto di porzione”, di qualità migliore rispetto al rancio ordinario, ma di quantità minime: “Erano tre minestrine leggerissime al giorno, un pezzettino di arrosto d’agnello da ingoiarsi in un boccone, e forse tre once di pane bianco.”. Un’oncia corrispondeva a ventotto grammi. Pellico dovette sopportare questo regime per oltre un anno. Riuscì a stento sopravvivere, sostenuto da una incrollabile volontà, fortificata dalla fede, ed aiutato dalla sua corporatura minuta. Altri prigionieri ben più robusti, come Oroboni e Villa, morirono di inedia. Prima di mettere piede allo Spielberg Antonio Fortunato Oroboni era un vigoroso giovane sui trent’anni di bello e nobile aspetto, poi la denutrizione ed il sopraggiungere della tubercolosi lo trasformarono in un pallido spettro, infine lo uccisero. La sua morte colpì profondamente i compagni di prigionia, e più di tutti Pellico che nelle conversazioni bisbigliate da una cella all’altra aveva avuto modo di apprezzarne la delicata sensibilità d’animo ed il profondo spirito cristiano. Il corpo di Oroboni fu seppellito in una fossa comune nel cimitero del carcere. Una guardia pietosa segnò il luogo della sua sepoltura, ma nel tempo purtroppo quella traccia si perse, consegnando per sempre i resti di Oroboni allo Spielberg. I compagni di prigionia, immaginando di poter un giorno erigere un cippo alla sua memoria, composero commossi epitaffi. Tra tutte le loro esercitazioni poetiche scelsero poi quella composta da Maroncelli, giudicandola più ispirata ed efficace. Per uno dei lati della pietra funeraria il forlivese pensò questa iscrizione: “Stranieri! Le ossa reclamano la patria e voi ne avrete una il dì che renderete a queste mie la loro.”.

Alexandre Andryane

Villa aveva un vorace appetito ed una corporatura così imponente da meritarsi il soprannome di “Elefante”. La fame patita allo Spielberg e la tubercolosi non impiegarono molto tempo a sgretolare quel colosso, riducendolo ad uno scheletro che neppure sua madre avrebbe riconosciuto. Per una tragica beffa, l’autorizzazione ad arricchire la sua dieta con alimenti più nutrienti ed abbondanti giunse da Vienna quando ormai si stava spegnendo. La denutrizione contribuì anche al decesso nel 1833 del farmacista Cesare Albertini, appartenente alla rete mantovana dei federati.

Nelle ore pomeridiane la luce, soprattutto nei mesi invernali, filtrava a fatica nelle celle, limitando il lavoro o la lettura quando era concessa. L’illuminazione artificiale era così scarsa che durante la sua ispezione lo stesso alto funzionario che si era indignato alla vista dei guanti di Foresti si impegnò a fornire un po’ di luce ai prigionieri. La sua promessa divenne realtà un anno dopo con l’installazione nei corridoi di alcune lampade che gettavano un “lume sepolcrale” nelle celle.

Un’alternativa al lavoro ed alla lettura dei testi religiosi approvati da don Stefano era la comunicazione da una cella all’altra. Picchiare sulle pareti trasformando ogni lettera, di ogni parola, in un certo numero di colpi corrispondenti alla sua posizione nell’alfabeto era un sistema molto utilizzato, benché faticoso e piuttosto inefficace. A causa della corrispondenza imperfetta tra l’alfabeto italiano e quello francese, Andryane impiegò più tempo dei suoi compagni a comprendere distintamente la “voce” del carcere. I sussurri da una cella all’altra, spesso tollerati dalle guardie che sorvegliavano il corridoio, consentivano una comunicazione più ampia, ma non potevano coinvolgere più di un paio di coppie di prigionieri. Per comunicare con una certa libertà, oltre i confini delle celle vicine, i prigionieri si affidavano a bigliettini vergati con una scrittura finissima per non sprecare né carta né inchiostro. La direzione del carcere non consentiva ai detenuti né di ricevere, né di inviare lettere, pertanto non provvedeva alla distribuzione dell’occorrente per scrivere. Soltanto a chi si trovava in punto di morte veniva pietosamente accordato il permesso di indirizzare ai parenti un estremo saluto. Pellico poté farlo dopo aver ricevuto l’estrema unzione. Lo stesso fecero Oroboni e Villa durante la loro agonia. In rare occasioni venivano fornite ai prigionieri notizie sulle loro famiglie. Dopo un lungo iter burocratico, il direttore dello Spielberg fu autorizzato a notificare a Confalonieri la morte di sua moglie Teresa, avvenuta quasi due anni prima.

Finché i libri circolarono con una certa libertà fornirono carta da scrivere in abbondanza. Dai margini delle pagine, dalle copertine, dagli spazi bianchi inseriti qua e là nei testi potevano essere ricavate striscioline che, con la complicità dei detenuti comuni incaricati delle pulizie, si diffondevano per il carcere. Dopo la requisizione dei libri la carta divenne più preziosa. Le cartacce che i detenuti comuni riuscivano a procurare rovistando in ogni angolo dello Spielberg non erano sufficienti a garantire un flusso di comunicazione adeguato all’ansia dei patrioti italiani di condividere informazioni ed emozioni. Una brillante idea di Maroncelli risolse il problema della penuria della carta. Pensò di lavorare la carta igienica sino a trasformarla in carta da lettere. Dopo vari infruttuosi tentativi, giunse a mettere a punto una tecnica efficace. Per evitare che la porosità della carta igienica trasformasse lo scritto in una macchia illeggibile di inchiostro, ammollava i foglietti nella brocca in cui aveva fatto sciogliere della mollica di pane. Una volta asciutti e levigati con pazienza con il dorso del cucchiaio di legno in dotazione ad ogni detenuto, quei foglietti diventavano lisci e, grazie alla patina di mollica, consentivano alla penna di tracciare distintamente ogni parola.

Produrre l’inchiostro non era meno laborioso. Mischiando acqua e fuliggine o polvere di ferro, ricavate dai servizievoli detenuti comuni pulendo stufe e camini o raspando le pentole di ferro in cui cuoceva la brenn-zuppe, si otteneva un liquido denso e nerastro che serviva perfettamente allo scopo. Quando la fuliggine ed il ferro mancavano, i prigionieri trituravano pezzetti di mattone sino a ricavarne una polvere che mischiata all’acqua produceva un inchiostro molto tenue ed appena leggibile, oppure ricorrevano al proprio sangue che sulla carta risaltava invece distintamente. Andryane racconta di aver ricevuto da Pellico e da Maroncelli una ampollina contenente il loro sangue, come segno di incoraggiamento al completamento della stesura di un’opera letteraria che per mancanza di inchiostro temeva di non poter terminare.

Al tramonto si ripeteva il rituale dell’ispezione delle celle, delle catene e delle inferriate, seguiva poi la cena non certo più appetitosa ed abbondante del pranzo.

Silvio Pellico dopo la liberazione

Dopo l’arrivo di Confalonieri, un’ispezione notturna, intorno a mezzanotte, si aggiunse a quella serale. Insieme al sequestro dei libri, fu il primo segnale di un irrigidimento della disciplina che scaturiva dal timore dell’imperatore che il conte milanese potesse architettare qualche ingegnoso piano di fuga oppure impiegasse il suo riconosciuto carisma per eccitare gli animi degli altri prigionieri. Le apprensioni dell’imperatore parvero trovare una conferma nel ritrovamento, tra le carte di un sergente della scorta che aveva trasferito i cospiratori italiani da Milano allo Spielberg, di una lettera della marchesa Antonietta Trotti, in cui raccomandava a sua sorella, la contessa Schaffgotsch di Brno, di vegliare sul marito della sua cara amica Teresa Casati Confalonieri e di raccogliere informazioni sulla sua salute. Il sergente e l’ufficiale che gli aveva consegnato quella missiva furono severamente puniti, la marchesa Trotti, ansiosa di allontanare da sé e dalla propria famiglia ogni accusa di complicità con i nemici dell’impero, si affrettò a consigliare vivamente alla sorella di disinteressarsi di ciò che avveniva tra le mura dello Spielberg e per prigionieri italiani si inaugurò un periodo definito da Pellico di “cresciuti rigori”.

Il principale esecutore di questa stretta disciplinare fu lo zelante ed ottuso direttore della polizia di Brno Von Muth, che si prodigò per rassicurare il suo imperatore. Francesco I era un risoluto difensore del principio di autorità e di legittimità e considerava pericolosissime le idee figlie della rivoluzione francese che, sospinte dalle baionette di Napoleone, avevano quasi rovesciato il suo trono. Sconfitto sul campo, cacciato ripetutamente dalla sua capitale, costretto a rinunciare alla corona del Sacro Romano Impero, soppresso nel 1806 dall’usurpatore corso, Francesco I si era salvato dalla catastrofe dando in moglie a Napoleone sua figlia Maria Luisa. Quell’opportunistica alleanza era durata il tempo necessario per riorganizzare il suo esercito e volgerlo contro il genero, gravemente indebolito dopo la disastrosa campagna di Russia. Ridivenuto con il congresso di Vienna padrone d’Europa e d’Italia, Francesco I intendeva restarlo ed esercitava un controllo ossessivo sui suoi nemici, soprattutto quelli sconfitti, come i cospiratori italiani. Da questa volontà imperiale, che sconfinava nella fissazione senile, discendevano le vessazioni messe in atto da Von Muth.

Oltre alle tre ispezioni giornaliere, una volta al mese il direttore della polizia di Brno procedeva ad una minuziosa perquisizione delle celle che poteva durare ore ed ore. Pellico scrisse: “Benché nulla di clandestino potessero trovarci, questa visita ostile e di sorpresa, ripetuta senza fine, aveva non so che, che mi irritava, e ogni volta metteami la febbre.”. Infatti i detenuti erano costretti a denudarsi e ad assistere ad un esame dei loro poveri indumenti cucitura per cucitura alla ricerca di nascondigli segreti, poi toccava ai pagliericci che venivano frugati e svuotati nel cortile, dove, prima di essere restituiti ai loro proprietari, si inzuppavano di neve o di pioggia. Neppure il bugliolo era risparmiato.

Durante uno di questi interminabili supplizi, Von Muth arrivò a sequestrare a Pellico ed a Maroncelli gli occhiali e le forchette, che avevano ricavato intagliando dei pezzetti di legno. Il forlivese protestò facendo notare di essere stato condannato al carcere duro e non alla cecità. Il giorno seguente le lenti furono restituite ad entrambi. Riguardo alle forchette, non contemplate nella dotazione regolamentare dei prigionieri, ebbero minor fortuna. Il mite Pellico sbottò: “Crolla forse la monarchia austriaca, se invece di mangiare sudiciamente con le dita lo fo con un pezzo di legno?”. Questa domanda provocatoria non ottenne risposta. Dovettero attendere tre anni ed un avvicendamento al vertice del governatorato della Moravia per riavere, in via ufficiosa, le loro forchette.

Monumento ai martiri italiani nello Spielberg

L’ottusità regolamentare di Von Muth si abbatté anche su Giovanni Bachiega, un ex ufficiale napoleonico appartenente alla “vendita” di Fratta, che sfidava il regolamento tenendo in cella un passerotto raccolto durante l’ora d’aria. L’uccellino fu sequestrato e le guardie che avevano chiuso un occhio su quell’abuso furono licenziate. Bachiega, che durante il suo processo aveva mantenuto un contegno fermo e coraggioso, resistendo quaranta giorni a pane ed acqua senza tradire i suoi confratelli, fu così affranto dalla separazione da quel piccolo animaletto da avanzare una supplica all’imperatore per avere il permesso di tenerne con sé un altro. Alcuni mesi più tardi la sua richiesta fu esaudita.

Le ispezioni di Von Muth erano di solito precedute da quelle del direttore del carcere, che temeva di essere messo in cattiva luce difronte all’imperatore dal capo della polizia. Per avere una visione ancora più completa ed affidabile, Francesco I si preoccupava di incaricare il governatore della Moravia, oppure altri importanti funzionari dell’amministrazione, di effettuare ispezioni speciali. Ogni visitatore dello Spielberg si sentiva in dovere di dimostrare la propria inflessibilità. Uno di questi, il barone Von Vogel, dispose il sequestro di un cuscino che Confalonieri teneva sul suo tavolaccio. Quel cuscino, donatogli dalla moglie che lo aveva bagnato con le sue lacrime, gli era stato lasciato al suo arrivo allo Spielberg in considerazione delle sue gravi condizioni di salute. Superata la malattia, Confalonieri aveva continuato a godere indisturbato di quel privilegio. Von Vogel si fece scrupolo di ristabilire il pieno rispetto del regolamento, che non contemplava cuscini.

Mentre Francesco I moltiplicava le ispezioni ed incoraggiava lo zelo dei suoi funzionari nell’affliggere quegli sconsiderati che avevano osato sfidare la sua autorità, tra Milano e Parigi due donne, Teresa Confalonieri e Costanza Arconati-Trotti, idearono uno sfortunato tentativo di fuga dal carcere più sorvegliato dell’impero asburgico. Per prudenza le due nobildonne non comunicavano direttamente, indirizzavano le loro missive in Piemonte ad un uomo di fiducia della famiglia Arconati che provvedeva poi a recapitarle. L’occhiuta polizia sarda scoprì in quella corrispondenza un misterioso biglietto cifrato destinato alla contessa Confalonieri e non esitò ad allertare le autorità austriache, che reagirono rafforzando immediatamente la guarnigione dello Spielberg, sostituendo i secondini ed accrescendo tutte le misure di sicurezza. Nelle carte della polizia asburgica si trova traccia di una comunicazione inviata nel marzo del 1829 al governatore della Moravia per segnalargli i connotati di un certo Carlo Raiser, un fedelissimo domestico della famiglia Confalonieri, improvvisamente scomparso da Milano e sospettato di essersi recato a Brno per far evadere, con la complicità di qualcuno all’interno del carcere, il suo padrone. Raiser non fu trovato né in Moravia, né altrove, palazzo Confalonieri a Milano fu ancora una volta perquisito senza che emergesse nulla di compromettente ed il conte, con grande soddisfazione dell’imperatore, rimase a languire dietro le sbarre dello Spielberg. Andryane, sempre pronto a celebrare la nobiltà d’animo del suo compagno di cella, spiegò la mancata evasione con il netto rifiuto del conte di abbandonare a loro stessi i compagni di prigionia, esponendoli così alle prevedibili ritorsioni dell’imperatore. E’ lecito supporre che, oltre agli scrupoli morali, pesarono sulla decisione di Confalonieri anche le insormontabili difficoltà materiali della fuga, a cominciare dalla repentina sostituzione del personale di sorveglianza.

Più che a chimerici tentativi di evasione i prigionieri italiani affidarono le loro speranze di lasciare vivi lo Spielberg alla clemenza di Francesco I. La scarcerazione anticipata di don Marco Fortini, il sacerdote che aveva aderito alla Carboneria senza averne afferrato le finalità, e di Antonio Solera, l’ex magistrato che aveva ricoperto un ruolo di direzione teorica della “vendita” di Fratta, aprì uno spiraglio nel tetro grigiore del carcere, moltiplicando gli interrogativi dei prigionieri. Pellico annotò: “Era la liberazione di que’ due compagni senza alcuna conseguenza per noi? Come uscivano essi, i quali erano stati condannati al pari di noi, uno a vent’anni, l’altro a quindici, e su noi e molt’altri non risplendeva la grazia? Contro i non liberati esistevano dunque prevenzioni più ostili? Ovvero sarebbevi la disposizione di graziarci tutti, ma a brevi intervalli di distanza due alla volta? forse ogni mese? forse ogni due o tre mesi? Così per alcun tempo dubbiammo.”.

Se la liberazione di don Fortini fu unanimemente considerata un giusto e doveroso riconoscimento delle sue qualità umane e cristiane, dimostrate nell’alleviare con premurosa abnegazione le sofferenze di Oroboni e di Villa durante la loro agonia e nell’accudire Moretti di giorno in giorno più svanito, quella di Solera si prestò invece ad interpretazioni maligne. Alcuni, come Andryane e Moretti, poterono sospettare che essa non fosse altro che un premio per la sua attività di confidente svolta all’interno del carcere, Nella prima edizione delle sue memorie il francese lanciò questa infamante accusa, per poi attenuarla in quelle successive.

La grazia concessa nell’estate del 1830 a Pellico, Maroncelli e Tonelli fu accolta da tutti come la prova che le porte dello Spielberg potevano aprirsi prima del tempo anche difronte a chi non aveva ceduto a compromessi. Certo tutti e tre i graziati, come molti altri allo Spielberg, avevano durante il loro processo reso una piena confessione ed avevano con le loro dichiarazioni coinvolto altri confratelli, ma una volta in carcere non si erano prestati in alcun modo alla delazione.

La speranza della grazia illuminò persino il colonnello Silvio Moretti che difronte a Salvotti si era ostinato a negare con fermezza ogni addebito. Più di una volta invocò la clemenza dell’imperatore, ma non ottenne altro che rifiuti. Giunto allo Spielberg già logorato nel fisico, Moretti sprofondò dopo qualche tempo in uno stato di alienazione mentale che aggravò il suo deperimento sino a condurlo alla tomba nel 1832. In quello stesso anno Francesco I, “piegandosi ad una istanza di famiglia”, concesse la grazie ad Andryane.

L’ascesa al trono d’Austria di Ferdinando I nel 1835 portò con sé la riconquista della libertà per altri prigionieri politici. Munari, menomato dall’ictus, e Bachiega, in precarie condizioni di salute, ricevettero la grazia e poterono tornare in Italia, a Confalonieri, Foresti, Borsieri, De Castillia e Pallavicino il nuovo imperatore offrì la scelta tra l’esilio negli Stati Uniti e l’esaurimento della pena residua in carcere. Tutti optarono per l’esilio. Implorando che alla sua anziana madre fosse risparmiato lo strazio di vederlo esiliato nella lontana America, Pallavicino ottenne di rimanere in Europa, a Praga, entro i confini dei domini asburgici. Gli altri beneficiari della clemenza imperiale dovettero attraversare l’oceano per riappropriarsi di ciò che restava della loro vita.

L’esperienza del carcere li aveva segnati profondamente nel corpo e nello spirito. Dopo la scarcerazione, solo Pallavicino, ritrovato il suo equilibrio mentale, ricoprì un ruolo di primo piano nel Risorgimento come fondatore della Società Nazionale, gli altri rifuggirono, pur senza negare gli ideali della loro gioventù, dall’assunzione di responsabilità politiche di rilievo. Lo sforzo di liberarsi completamente dalle catene dello Spielberg, di rielaborare l’incubo che avevano vissuto assorbì le loro energie e li tormentò per tutta la vita. Ventiquattro anni dopo il suo rilascio, sul suo letto di morte a palazzo Barolo, nel cuore di Torino, assistito dall’amorevole sorella Giuseppina, Pellico continuava ad avere dinanzi agli occhi lo Spielberg: “Quasi ogni notte, se riposava un momento egli sognava d’essere nuovamente in prigione, del che si desolava perché non sperava di uscirne la seconda volta. Non è a dire quanto quei sogni lo stancassero: ed avrebbe avuto tanto bisogno di qualche ora di dolce sonno!”:

parte prima

parte seconda

 


Bibliografia

ALDO MOLA, Silvio Pellico. Carbonaro, cristiano e profeta della nuova Europa, Milano, Bompiani, 2005.

ILARIO RINIERI, Della vita e delle opere di Silvio Pellico, Torino, 1899.

GIORGIO CANDELORO, Storia dell’Italia moderna. Vol. II. Dalla restaurazione alla rivoluzione nazionale, Milano, Feltrinelli, 1994.

FRANCO DELLA PERUTA, Storia dell’Ottocento. Dalla restaurazione alla “belle époque”, Firenze, Le Monnier, 1996.

DINO FELISATI, I dannati dello Spielberg. Un’analisi storico-sanitaria, Torino, Franco Angeli, 2011.

ALESSANDRO LUZIO, Antonio Salvotti ed i processi del ventuno, Roma, Dante Alighieri, 1901.

AUGUSTO SANDONA’, Contributo alla storia de’ processi del ventuno e dello Spielberg, in “Il Risorgimento italiano. Rivista storica. Organo ufficiale della Società nazionale per la storia del Risorgimento italiano”, anno III-IV, Torino, Fratelli Bocca Editori, 1910-1911.

SILVIO PELLICO, Le mie prigioni, Milano, Mondadori, 1986.

PIERO MARONCELLI, Addizioni alle mie prigioni di Silvio Pellico, 1833.

ALEXANDRE ANDRYANE, Memorie di un prigioniero di stato nello Spielberg, Milano, 1861.

ANNA KOPPMANN (a cura di), Memorie di Giorgio Pallavicino, pubblicate per cura della moglie. Torino, Loescher, 1882-1895.

Roberto Poggi
Roberto Poggi
Dopo essersi laureato, nel 1995, in Scienze Politiche presso l'Università di Torino, ha lavorato per una decina di anni come assistente per le cattedre di Storia Moderna e Storia dello Stato, poi ha intrapreso la professione di formatore in materia di Sicurezza sui luoghi di lavoro, ma non ha mai smesso di coltivare la sua grande passione per gli studi storici.

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