Roberto Poggi: UNA GENERAZIONE ALLO SPIELBERG – parte seconda

La distruzione della rete cospirativa creata da Maroncelli non indusse la polizia asburgica ad abbassare la guardia. Mentre i “cugini” languivano nel carcere sull’isola di San Michele di Murano in attesa di conoscere la loro sorte, alcuni rassegnandosi al peggio, altri confidando nella clemenza imperiale, i “lupi”, come erano chiamati i poliziotti nel gergo carbonaro, tornarono ad azzannare nuove prede.

 

Il 1° dicembre 1821, il conte Strassoldo, governatore di Milano, ordinò la perquisizione dell’abitazione di Gaetano De Castillia, un giovane avvocato sospettato da mesi di simpatie liberali e di aver intessuto relazioni con la corte di Torino in vista di una invasione del territorio lombardo da parte delle truppe piemontesi. A metter sull’avviso la polizia era stata la denuncia del fratello di Gaetano, Carlo, che nel mese di marzo aveva riferito di una riunione avvenuta in una casa di San Siro, sotto la direzione di Giuseppe Pecchio, al fine di preparare l’insurrezione a sostegno dell’esercito sardo. L’attendibilità dell’informazione, peraltro anonima, era stata inizialmente sottovalutata dalla polizia che aveva ritenuto più prudente raccogliere altre indiscrezioni prima di agire. Quando il governatore ordinò la perquisizione disponeva di indicazioni molto precise, come dimostra l’invito a ricercare in casa De Castillia un sigillo recante l’iscrizione sediziosa “Leggi e non re. L’Italia c’è”.

I poliziotti non si rammaricarono troppo di non aver scovato il sigillo, poiché rinvennero indizi ancora più pesanti di colpevolezza: corrispondenze che lasciavano trapelare il desiderio di “politiche novazioni”, implicandolo con gli avvenimenti rivoluzionari in Piemonte, ed una misteriosa lettre à jour. Tratto in arresto, De Castillia non seppe tacere, compromettendo il marchese Giorgio Pallavicino Trivulzio che fu interrogato, perquisito ed arrestato a sua volta. Il marchese fornì nelle sue memorie una versione piuttosto fantasiosa delle circostanze del suo arresto che non trova riscontro nei documenti: ”Un amico mi reca la dolorosa nuova soggiungendo: sussurrasi che io mi sia procacciata l’impunità col sacrificio del mio compagno. La circostanza dell’aver la polizia imprigionato il Castillia e non me, aveva dato origine all’indegna calunnia. Qual meraviglia che io, invece di cercar scampo nella fuga, attendessi a salvare la mia fama? Me ne vo di filato in polizia e mi consegno prigioniero dicendo: ‘Gaetano Castillia fu da me trascinato in Piemonte; se quel viaggio è riputato delitto, io solo sono il delinquente, io solo sono meritevole di pena!’. (…) Il direttore di polizia non mi ritenne quel giorno. E forse volle procacciarmi l’opportunità di mettermi in salvo, facendomi dire che potevo tornarmene a casa, ma non uscire dalla città… . Passò quel giorno, ed il seguente. Venuta la sera, io me ne andai al teatro Re…”, dove la polizia lo arrestò.

Risulta assai poco credibile che sapendo di rischiare la testa per una accusa di alto tradimento il marchese si sia spontaneamente consegnato alla polizia solo per tutelare il suo buon nome. Ancora più falsa suona l’affermazione secondo cui la polizia, che già aveva avuto sentore delle trame tra cospiratori lombardi e piemontesi, lo abbia rilasciato dopo aver udito una aperta e provocatoria ammissione del suo viaggio a Torino. De Castillia era stato arrestato sulla base di indizi molto più vaghi al confronto. Certamente il prestigio sociale del Pallavicino potrebbe aver fatto la differenza, i documenti ufficiali non offrono però alcuna conferma in merito.

Lasciando da parte le circostanze del suo arresto, quando fu interrogato Pallavicino non esitò a coinvolgere il conte Confalonieri e ad indicarlo come ideatore del suo viaggio a Torino per strappare a Carlo Alberto una promessa di intervento militare. Dichiarò inoltre di far parte della società segreta dei federati italiani e di esservi stato introdotto da Confalonieri. L’ampiezza e la rapidità di tali ammissioni stridono con l’immagine, costruita a posteriori dallo stesso Pallavicino, dell’aristocratico intrepido ed imperturbabile, disposto anche a sacrificare la propria vita pur di allontanare da sé l’ombra di una calunnia infamante.

Immediatamente fu spiccato un ordine di cattura per il conte, che, in violazione delle procedure, fu incriminato per alto tradimento prima ancora di poter presentare elementi a sua discolpa. La testimonianza di Pallavicino fornì finalmente consistenza legale ai sospetti che, soprattutto durante il processo Maroncelli-Pellico, si erano accumulati sul fondatore del “Conciliatore”. Confalonieri rappresentava tutto ciò che il governo asburgico odiava e temeva, un aristocratico che impiegava il proprio denaro in attività economiche innovative, come l’acquisto del battello “Eridano”, che implicitamente mettevano in evidenza quanto gli artificiosi confini imposti dal congresso di Vienna fossero un ostacolo allo sviluppo della valle del Po; un intellettuale liberale che non perdeva occasione per scuotere le coscienze assopite degli italiani, rinsaldare i legami con la cultura riformista europea e sbeffeggiare l’ottusa censura imperiale, lasciando vuoti sulle pagine azzurre del “Conciliatore” gli spazi degli articoli soppressi; un pericoloso cospiratore che non si accontentava di gingillarsi con riti iniziatici e messaggi in codice, ma guardava al Piemonte ed alla sua forza militare per liberare il lombardo-veneto dall’occupazione straniera.

Nel pomeriggio del 13 dicembre 1821, una squadra di poliziotti, al comando dell’attuario Cardani, si presentò a palazzo Confalonieri e fu introdotta nella camera da letto del conte, sorprendendolo mentre questi si stava vestendo assistito da un domestico. La stanza fu rovista da cima a fondo, numerose carte furono sequestrate e stipate in un sacco. Al termine della perquisizione, Confalonieri, come ci informa il verbale redatto dal Cardani, “…addusse un forte bisogno, ed indicando una piccola latrina all’inglese che sta in un piccolissimo stanzino contiguo alla sua stanza da letto chiese di ivi recarsi. Io prima di permettergli l’accesso, sebbene (avessi) già osservato lo stanzino all’atto della perquisizione, entrai in esso per vedere se vi era qualche segreta uscita, ma le indagini (mi) persuasero che non ve ne esisteva sembrando tutto di muro circondato.”. Lasciato alla sua intimità, il conte aprì un passaggio segreto da cui sgattaiolò nel solaio. Cardani ed i suoi uomini impiegarono qualche minuto ad accorgersi della fuga, poi, superato lo stupore iniziale, reagirono con prontezza, nonostante il trambusto inscenato dai domestici e dai familiari per rallentare e forviare le ricerche. Cardani corse a cercare rinforzi con cui circondare il palazzo, mentre i suoi sottoposti frugavano ogni stanza. Il nascondiglio del conte fu ben presto trovato in una nicchia del solaio. Confalonieri cercò goffamente di giustificarsi, dicendo di “…essersi dato alla fuga non con decisa intenzione di evadersi, ma per mettersi per il momento al sicuro, e per presentarsi poi lui medesimo a giustificarsi alla commissione speciale di Milano…”, senza tuttavia riuscire a convincere il Cardani, che considerò la scoperta di un secondo passaggio segreto dietro il letto come la prova che il conte si era da tempo attrezzato per sfuggire ad un ordine di cattura.

Il governatore Strassoldo, pur rallegrandosi per la cattura, non risparmiò a Cardani ed ai suoi agenti una dura reprimenda per i modi rudi e villani con cui avevano trattato la moglie del conte, Teresa, il suo anziano padre, Vitaliano, ed i domestici. In particolare l’epiteto di “donna di malaffare” rivolto da uno degli agenti alla contessa indignò il governatore. A difesa dell’operato di Cardani intervenne il direttore generale di polizia Goehausen che esaltò la prontezza di spirito ed il coraggio del suo funzionario, esecrando al tempo stesso la condotta del conte, degna di uno “scellerato” e non di un “cavaliere”.

Il giorno dopo la brillante operazione condotta dal Cardani, la polizia fornì nuovi argomenti a chi la accusava di eccessi e di mancanza di tatto, procedendo senza un mandato legale all’arresto di un amico cremonese di Confalonieri, il barone Sigismondo Trecchi, menzionato dal Pallavicino nelle sue deposizioni.

Strassoldo condannò con fermezza il mancato rispetto delle procedure, enfatizzando come simili abusi fossero lesivi dell’immagine pubblica del governo. L’arresto di Trecchi fu prima confermato ex post dalla commissione speciale, con grande soddisfazione di Goehausen, poi revocato dopo poco più di un mese per insufficienza di prove.

Mentre le autorità asburgiche battibeccavano tra loro, delineando il contrasto tra i sostenitori della cautela e della moderazione e quelli della più sbrigativa repressione, le deposizioni di Pallavicino furono confermate dal De Castillia, rendendo difficilissima la posizione di Confalonieri, che si difese opponendo il silenzio alle domande del giudice De Menghin.

Soltanto nella primavera del 1822, pur senza ammettere di aver preso parte attiva alla congiura di cui era accusato, Confalonieri iniziò ad abbandonare il suo mutismo, fornendo vaghe informazioni sulle sue relazioni con personalità d’oltralpe di sentimenti liberali.

L’idea che la Federazione, una setta diversa dalla Carboneria, ormai quasi annientata, minacciasse i domini austriaci in Italia tormentava gli inquirenti, inducendoli a moltiplicare le pressioni per strappare una piena confessione a Confalonieri, considerato, alla luce delle deposizioni di Pallavicino, come capo della cospirazione, nonché custode del nascondiglio segreto dei documenti più preziosi per sgominare l’intera rete dei federati in Lombardia ed altrove.

Nell’aprile del 1822, l’imperatore Francesco I sciolse le commissioni speciali di prima di seconda istanza di Venezia e ne costituì due analoghe a Milano. Contestualmente trasferì da Venezia a Milano il magistrato che più di ogni altro aveva dato prova di esemplare abnegazione nella lotta contro la Carboneria: Antonio Salvotti, che con la consueta tenacia riuscì a fare breccia nella difesa di Confalonieri, costringendolo ad ammissioni incriminanti. Anziché affrontare di petto il suo avversario, Salvotti agì d’astuzia, cercando di ottenere ulteriori accuse a carico del conte dagli altri congiurati. La prima vittima della sua tortuosa, ma efficace, strategia fu un collaboratore del “Conciliatore”, incarcerato in base alle deposizioni di Pallavicino, Pietro Borsieri che, indotto subdolamente a credere che Confalonieri avesse già reso un’ampia confessione, non si rifiutò di confermare quanto riteneva fosse già noto a Salvotti. Dichiarò di essere stato affiliato alla Federazione dall’amico Confalonieri e di essere al corrente sia delle trame con i liberali piemontesi, sia dell’esistenza di una rete cospirativa a Brescia. Per compiacere Salvotti, Borsieri non si trattenne dal puntare l’indice contro un giovane bresciano, Andrea Tonelli.

Alle rivelazioni di Borsieri seguirono quelle del barone Francesco Arese Lucini, ex colonnello delle armate napoleoniche, nonché ministro della Guerra in pectore del governo provvisorio vagheggiato dai federati, e quelle di Tonelli, tutte concordi nell’assegnare a Confalonieri un ruolo eminente nella cospirazione.

Difronte al moltiplicarsi degli elementi a suo carico, Confalonieri finì per lasciarsi andare a parziali ammissioni. Continuò a negare di essere associato alla Federazione e di aver iniziato Borsieri, e tutti gli altri che lo accusavano, ammise tuttavia di aver riconosciuto in Giuseppe Pecchio, già latitante, un cospiratore in relazione con i liberali piemontesi. Non seppe fornire convincenti giustificazioni al versamento di denaro effettuato a favore di Filippo Ugoni, sospettato di essere il capo della ramificazione bresciana della Federazione. Si sforzò senza successo di convincere Salvotti che quel denaro non aveva finalità rivoluzionarie, ribadendo il proprio rifiuto dei mezzi violenti e rivoluzionari. Senza preoccuparsi di sfidare il ridicolo, si ostinò a dipingersi come un “passivo contemplatore dei progressi” dei federati in Lombardia, lasciò intendere di conoscere l’estensione della cospirazione a Milano, Brescia, Pavia e Mantova, limitandosi però a citare personaggi come Pecchio ed Ugoni che sapeva essere già al sicuro dalle spire della polizia asburgica. Incalzato da Salvotti, quanto mai irritato dalla maschera inverosimile del “passivo contemplatore”, Confalonieri confessò di essere stato informato del progetto della creazione di una guardia civica e di un governo provvisorio, a garanzia dell’ordine, in attesa dell’invasione delle truppe piemontesi, invasione che egli stesso aveva sollecitato scrivendo al generale dell’esercito sardo San Marzano. Nell’ingenuo tentativo di discolparsi affermò che le trame di cui era venuto a conoscenza non avevano altro fine che quello di scongiurare l’anarchia nel caso in cui il governo austriaco si fosse trovato minacciato da repentini mutamenti politici. Salvotti non si sognò mai di considerare Confalonieri un uomo d’ordine alieno da ogni passione rivoluzionaria antiaustriaca, né di accettare come attenuante il fatto che il conte nel marzo del 1821 si trovava gravemente malato e quindi nell’impossibilità di prendere parte attiva alla cospirazione, il disegno di cui era venuto a conoscenza era palesemente eversivo e violento, la mancata denuncia di esso configurava senza mezzi termini il reato di alto tradimento. L’ostinazione di Confalonieri nel respingere l’accusa di essere a capo della setta dei federati irritava Salvotti, impedendogli di far luce su tutti gli aspetti della vicenda, ma non di ritenerlo reo di alto tradimento.

Con ogni probabilità, l’inefficace linea difensiva del conte fu ispirata da una conoscenza molto superficiale del codice penale asburgico. Se Confalonieri nel suo lungo duello con Salvotti avesse potuto avvalersi di una assistenza legale, non sarebbe certo scivolato, come tanti altri patrioti, lungo il pendio sdrucciolevole delle parziali ammissioni e dei tortuosi distinguo, avrebbe negato ogni contestazione, inceppando così l’apparato repressivo imperiale. La correttezza formale e l’indubbia abilità inquisitoria di Salvotti non devono far perdere di vista il carattere profondamente iniquo ed illiberale del sistema giuridico asburgico. L’assenza di limiti alla carcerazione preventiva, la negazione di ogni diritto alla difesa, il riconoscimento del valore di prova alla semplice delazione di due coimputati, il totale e minuzioso controllo esercitato dall’imperatore su ogni fase del processo, sulle condizioni della carcerazione, nonché sulla nomina e sulla carriera dei giudici, ponevano l’imputato in una posizione di tale inferiorità da renderne quasi inevitabile la condanna, se non la piena confessione, genuina o meno che fosse.

Anche in assenza di una piena e contrita confessione di Confalonieri il processo contro i federati continuò con inesorabile lentezza, arrivando a coinvolgere decine di indagati. Le imprudenti dichiarazioni di Tonelli consegnarono a Salvotti tutto il filone bresciano della cospirazione, tranne il capo, Filippo Ugoni, che sin dalle prime fasi dell’inchiesta si era messo in salvo in Svizzera. Il testimone chiave fu il conte Ludovico Ducco, un possidente bresciano menzionato da Tonelli. Inizialmente i sospetti a suo carico erano tanto vaghi che Salvotti dovette accontentarsi di convocarlo per un accertamento, anziché procedere al suo arresto. Interrogato a proposito dei suoi rapporti con Ugoni, Ducco confermò di essere stato informato dei suoi progetti rivoluzionari, aggiunse però di averli avversati, considerandoli folli. Commise lo stesso errore di valutazione di Confalonieri, ritenendo che la semplice conoscenza di un progetto eversivo non costituisse di per sé un grave reato. Salvotti ordinò immediatamente il suo arresto, non solo per le dichiarazioni incriminanti che aveva reso, ma soprattutto perché la sua lunga esperienza di inquisitore gli aveva suggerito che Ducco sapesse molto di più e non avesse la forza di carattere per resistere ad un interrogatorio serrato. Come scrisse nella sua relazione mensile all’imperatore, osservandolo Salvotti notò che: “…una cupa tristezza gli sedeva sulla fonte, e pareva che egli in quel momento tutta sentisse l’angoscia della sua posizione ed era evidente che egli sottaceva dei più importanti segreti.”. Non si sbagliava.

Dopo qualche debole resistenza, Ducco crollò, aggravando la posizione di Confalonieri. Confessò di essere stato iniziato alla Federazione dal conte in persona e lo indicò come capo indiscusso della cospirazione, rivelò inoltre i nomi di tutti gli aderenti alla rete bresciana. Il conte Vincenzo Martinengo, l’ingegner Pietro Pavia, l’avvocato Dossi e suo figlio Antonio e molti altri furono arrestati, tra questi anche l’ex colonnello napoleonico Silvio Moretti, che si era offerto nel marzo del 1821 di guidare un audace colpo di mano contro un convoglio incaricato di trasferire fuori da Milano le casse pubbliche. L’estrema prudenza dei congiurati bresciani gli aveva però impedito di passare all’azione.

Moretti diede prova del suo temperamento risoluto al momento dell’arresto, tentando di tagliarsi la gola con un coltello. La ferita, per quanto grave, non fu mortale. Fallito il tentativo di suicidio, Moretti non offrì a Salvotti alcuna collaborazione andando incontro alla condanna con grande dignità e compostezza.

Le ampie e circostanziate rivelazioni di Ducco furono particolarmente apprezzate da Salvotti poiché vanificarono la tardiva ritrattazione da parte di Pallavicino e di Borsieri delle accuse rivolte contro Confalonieri. Lo scaltro Salvotti considerò subito sospetta la simultaneità delle ritrattazioni e giunse alla conclusione che i due imputati dovevano essere riusciti ad aggirare la sorveglianza dei secondini ed a concordare una versione comune. Non tardò ad accertare che Borsieri e Pallavicino avevano comunicato usando un ingegnoso sistema: “…un picchio denota la lettera A, due picchii la lettera B, tre la C, e così progressivamente. Quantunque l’uso di questo linguaggio sia lento e poco atto a lunghi discorsi, esso basta però per far conoscere i rispettivi nomi, e il sostanziale tenore dei propri costituti (interrogatori). Un detenuto può in questo modo corrispondere con due suoi vicini e con quello che fosse custodito nel carcere sottoposto, perocché si picchia e nelle pareti di divisione e nel pavimento.”.

Informato nella periodica relazione del 21 novembre 1822, l’imperatore manifestò il proprio disappunto e raccomandò una vigilanza più stretta dei detenuti. Al tempo stesso si rallegrò della notizia che Salvotti riteneva di essere in possesso, nonostante le ritrattazioni concordate di Borsieri e di Pallavicino e la mancata confessione di Confalonieri, degli elementi per preparare una dura requisitoria contro gli imputati ed invocare pene severissime.

Mentre Salvotti era impegnato a tirare le fila dell’inchiesta, affinché la commissione speciale di prima istanza potesse pronunciarsi, il 18 gennaio 1823 fu arrestato a Milano un giovane cittadino francese, provvisto di passaporto ginevrino, di nome Alexandre Andryane. Quel viaggiatore così ansioso di visitare l’Italia da valicare le alpi nel cuore dell’inverno, munito di un passaporto rilasciato dalle autorità di una città che ospitava numerosi latitanti, condannati o ricercati per il reato di alto tradimento, non era passato inosservato alla polizia asburgica. Per fugare i suoi sospetti, il direttore generale di polizia Torresani aveva quindi disposto l’intercettazione della corrispondenza dell’Andryane, che, pur avendo dichiarato, prima all’ambasciata austriaca di Berna e poi ai funzionari doganali, di essere diretto a Firenze, non mostrava alcuna fretta di lasciare la capitale lombarda. Una lettera proveniente dal canton Ticino in cui si accennava all’imminente consegna di merci da tempo attese aveva convinto Torresani ad ordinare una perquisizione nella camera presa in affitto dal francese. Forse, più ancora del testo, lo aveva messo in allarme la firma in calce alla missiva: Mitridate. Quel nome altisonante poteva appartenere soltanto al re del Ponto di classica memoria, oppure ad un cospiratore non troppo abile nell’arte della dissimulazione.

Con il pretesto di verificare la presenza di merci di contrabbando, gli agenti della finanza si erano presentati all’appartamento di Andryane. Tra di essi si celava un esperto funzionario di polizia, il conte Bolza, che aveva subito riconosciuto come assai compromettente un fascio di carte, molte delle quali in codice, contenuto in un portafoglio di cuoio nascosto sotto i cuscini di un sofà. Il vano quanto goffo tentativo di Andryane di strappargli dalle mani quelle carte e distruggerle un attimo prima che fossero sequestrate, aveva offerto a Bolza una conferma alla sua prima impressione.

Il voluminoso portafoglio conteneva una trentina di documenti: fogli con annotazioni misteriose, cifre e segni iniziatici, tabelle alfabetiche, pezzetti di carta su cui erano annotati nomi ed indirizzi, diverse lettere di presentazione indirizzate a destinatari sparsi in tutta Italia dal contenuto così anodino e fumoso da apparire senza ombra di dubbio comunicazioni settarie, nonché regolamenti, statuti e rituali di una società segreta denominata dei Sublimi Maestri Perfetti.

Tradotto in carcere ed interrogato, Andryane mostrò di non essere “…troppo provetto in materia…” di cospirazione, esprimendo il proprio pentimento per gli atti “imprudentissimi” ai quali si era abbandonato. Per vincere le reticenze del francese, Torresani gli fece intravvedere la possibilità, in caso di piena ed incondizionata collaborazione, di un perdono imperiale e forse persino di un rimpatrio a breve termine. Andryane disse di aver ricevuto le carte in suo possesso a Ginevra da due individui di cui si rifiutò di fare il nome, anche a costo della vita. Non tacque invece i nomi dell’astronomo Massotti e dell’ex colonello napoleonico Varese con cui si era incontrato durante il suo soggiorno milanese, affrettandosi a specificare di non aver scambiato con loro opinioni politiche.

Dopo i primi interrogatori, in cui il francese appariva già sul punto di sgravarsi la coscienza, l’inchiesta, data la grande rilevanza riconosciuta alle carte sequestrate, fu affidata alla commissione speciale ed al giudice Salvotti.

Nelle sue memorie Andryane fornì una descrizione sulfurea di Salvotti al cui “…sguardo scrutatore, pieno d’intelligenza, d’orgoglio … di malignità … di doppiezza e di malvolere…” non seppe opporre a lungo resistenza. Svelò di essere un emissario di Filippo Buonarroti, il cospiratore di ideali egualitari più temuto ed esecrato dai governi della restaurazione, intenzionato a riorganizzare la rete settaria italiana scompaginata dai recenti processi. Raccontò di aver conosciuto Buonarroti a Ginevra, dove era stato costretto a cercare riparo per sottrarsi ai suoi numerosi creditori. Dopo la sconfitta a Waterloo dell’armata napoleonica, in cui aveva fatto appena in tempo a guadagnarsi i galloni da ufficiale, Andryane per consolarsi dei sogni di gloria infranti si era lasciato risucchiare dal vortice della mondanità parigina, sperperando una quota rilevante del cospicuo patrimonio di famiglia. A Ginevra aveva cercato di rimettere ordine nella propria vita dedicandosi allo studio. Come docente di musica e di italiano aveva incontrato l’anziano Buonarroti e non aveva tardato a subire il fascino di un “..repubblicano indomabile…” che “…le persecuzioni e l’avversità non avevano potuto abbattere né mutare…”. Era stato perciò profondamente lusingato dalla proposta di essere iniziato alla setta dei Sublimi Maestri Perfetti, fondata dallo stesso Buonarroti, ed ancor più di essere innalzato in breve tempo al rango di “Diacono straordinario e territoriale del Gran Firmamento”, il misterioso consiglio direttivo della setta. Il suo entusiasmo giovanile, il suo spirito d’avventura, la convinzione di essere destinato a grandi impese, l’amore per l’Italia e per i sacri principi della rivoluzione francese, le capacità seduttive ed affabulatorie di un grande vecchio dell’estremismo politico – che aveva esordito sulla scena europea nel 1796 con la “congiura degli eguali”, ordita insieme a Babeuf contro la deriva moderata e borghese del Direttorio – avevano finito per convincerlo ad accettare l’ardua missione di fare nuovi proseliti alla causa della libertà e dell’indipendenza italiana e di ricostruire in tutta la penisola una vasta ed efficace rete cospirativa. A Tale scopo, prima di lasciare Ginevra, Buonarroti lo aveva provvisto di un diploma, che attestava il suo alto rango nella setta, di documenti iniziatici come statuti, regolamenti e rituali, oltre ad un buon numero di lettere di presentazione a confratelli, a massoni in sonno, a patrioti un tempo determinati ad impegnarsi nella lotta contro lo straniero, a superstiti del settarismo italiano da coinvolgere nella sua nobile impresa.

Tra i referenti segnalati da Buonarroti comparivano anche personaggi ben noti a Salvotti come Antonio Dossi, implicato nell’inchiesta sui federati bresciani ed altri già da anni tenuti sotto sorveglianza dalle autorità. Si trattava nel complesso di personalità minori, prive di uno spessore politico rilevante. Proprio sull’inconsistenza dei suoi contatti italiani, Andryane, probabilmente limitandosi soltanto ad enfatizzare a proprio vantaggio la realtà, tentò costruire la propria linea difensiva.

Se il primo contatto a Bellinzona con Mitridate, un patriota piemontese di nome Malinverni a cui aveva consegnato le sue preziose carte affinché questi gliele recapitasse a Milano, aveva acceso in Andryane la speranza di poter felicemente portare a termine la sua missione, i successivi incontri milanesi con Massotti, con il colonnello Varese ed altri lo avevano invece deluso amaramente. Né nei patrioti a cui si era rivolto, né tanto meno nell’opinione pubblica aveva riscontrato i segnali di un fermento rivoluzionario in cui la società dei Sublimi Masestri Perfetti potesse prosperare. Lo sconforto nell’apprendere che la situazione italiana era ben diversa da quella prospettatagli a Ginevra era stato così grande da spingerlo a scrivere a Buonarroti, già alla fine di dicembre, per rifiutare l’incarico che con giovanile leggerezza aveva accettato. A questo improvviso voltafaccia era seguita una lettera da parte di Buonarroti, conservata tra le carte sequestrate, in cui rimproveri ed esortazioni si mescolavano.

Per molte ragioni la ricostruzione offerta da Andryane non persuase affatto Salvotti. Il testo della lettera attribuita dal francese a Buonarroti era tutt’altro che esplicito e cristallino, per di più la firma in calce al documento non era quella del rivoluzionario toscano, ma di un misterioso Richard. Inoltre, anche ammettendo che Andryane nell’arco di pochi giorni fosse passato dall’entusiasmo al più nero pessimismo, constatando che il governo austriaco non era così odiato come gli avevano fatto credere e gli italiani non così ansiosi di liberarsi dal giogo straniero, restava inspiegabile la sua rinuncia a proseguire il suo apostolato rivoluzionario in altri stati italiani, dal momento che i suoi contatti si estendevano ben oltre i confini dei domini austriaci. Infine, la reazione più ovvia alla delusione difronte al carattere del tutto velleitario ed improvvisato del disegno politico di Buonarroti sarebbe stata la distruzione delle carte che gli erano state affidate, tanto inutili quanto compromettenti.

Le considerazioni di Salvotti sfavorevoli all’attendibilità della ricostruzione di Andryane furono ulteriormente rafforzate dall’esito contradditorio dei riscontri effettuati dalla polizia. Interrogato, il colonnello Varese confermò di essere stato avvicinato dal giovane francese e risultò convincente quando dichiarò di averlo diffidato dal ripresentarsi a casa sua, prima ancora che potesse orientare la conversazione verso temi eversivi. L’astronomo Massotti invece riparò a Ginevra, offrendo così a Salvotti ottimi argomenti per ritenere che restassero ancora molti segreti da svelare.

Dal canto suo Andryane, avendo esaurito le informazioni da rivelare su di una rete cospirativa che non aveva fatto in tempo a creare, per conquistarsi la fiducia di Salvotti, e quindi la speranza di ottenere clemenza, non ebbe altra scelta che raccontare tutto quanto conosceva sui segreti iniziatici della setta dei Sublimi Maestri Perfetti. Senza farsi pregare troppo, fornì la chiave di decifrazione degli statuti, dei regolamenti e dei rituali che gli erano stati sequestrati. Ne sortì un quadro che dovette far fremere d’orrore Salvotti e tutti gli altri fedeli servitori della monarchia asburgica che esaminarono le carte processuali. Nei simboli, negli emblemi, nelle parole mistiche, nelle formule rituali abbondavano i riferimenti alla rivoluzione francese ed all’esaltazione del regicidio come catarsi dei popoli. Il senato lombardo-veneto nella sua relazione conclusiva all’imperatore sul processo Andryane così sintetizzò le finalità della setta: “…sconvolgere tutti i governi attuali e tutte le religioni … abbattere e trucidare tutti i principi regnanti … coprire la superficie della terra di sangue e stragi, ed infine di repubbliche popolari.”.

Poco importava che lo sprovveduto Andryane di fatto non avesse potuto causare gravi danni al governo austriaco, le finalità ultime della setta, in cui egli occupava comunque un grado elevato, come attestavano i documenti, erano così esecrabili da rendere inopportuno qualsiasi atto di clemenza, a meno che l’imputato non mostrasse un genuino e profondo pentimento, rivelando ai giudici fino all’ultimo segreto di cui era depositario. In questo senso si espresse Salvotti nella sua requisitoria, chiedendo la pena di morte per Andryane, e consigliando al tempo stesso all’imperatore di considerare la possibilità di concedere la grazia a condizione che il reo fornisse “più ampie propalazioni”.

Ad irritare Salvotti era soprattutto l’ostinazione del francese ad essere reticente sulla composizione del Gran Firmamento, il cervello direttivo della setta. Il solo nome di Buonarroti, per quanto luciferino, non poteva certo soddisfare pienamente la sua curiosità. Tanto più che fin dai primi interrogatori Andryane aveva affermato di aver ricevuto le istruzioni ed i materiali per la sua missione italiana da due soggetti, e non da uno solo. Pertanto, oltre al decano dei cospiratori europei dovevano esserci ai vertici della setta altri pericolosi nemici dell’ordine costituito.

Tra maggio ed agosto del 1823, la commissione speciale di prima e di seconda istanza, così come il senato lombardo-veneto sottoscrissero la requisitoria di Salvotti: Andryane meritava la pena capitale per alto tradimento e la grazia imperiale poteva essere concessa soltanto sub condicione. Il giovane francese, più volte sollecitato a guadagnarsi la clemenza imperiale, non seppe aggiungere nulla di rilevante a quanto aveva già confessato. I giudici e lo stesso Francesco I scambiarono l’esaurimento delle informazioni in possesso di Andryane per ostinata e colpevole reticenza. Nel dicembre del 1823, Francesco I commutò la pena capitale inflitta a Pallavicino e Borsieri in vent’anni di carcere duro da scontare allo Spielberg. Altri condannati a morte come Tonelli, De Castillia ed Arese beneficiarono di una clemenza ancora più larga: dieci anni di carcere duro per i primi due ed appena tre per il terzo. Riguardo al destino di Confalonieri e di Andryane, l’imperatore fu invece irremovibile, attenendosi alle conclusioni dei suoi giudici, confermò per entrambi la pena capitale. Il conte milanese si era rifiutato di rendere una piena confessione ed il giovane francese non aveva saputo allontanare da sé il sospetto di essere reticente.

L’influente famiglia Confalonieri non si rassegnò ad un verdetto così severo, fece appello a tutte le sue reti di relazioni per strappare all’imperatore un atto di clemenza. L’anziano padre di Federico, sua moglie, Teresa, e suo cognato Gabrio Casati si precipitarono a Vienna ed ottennero un’udienza presso l’imperatrice, che si impegnò ad intercedere a favore dello sventurato conte. Forse gli inviti alla clemenza rivolti dall’imperatrice a suo marito, uniti a quelli della figlia Maria Luisa, che governava con mano sicura il ducato di Parma, sortirono qualche effetto, ma non nell’immediato.

Dietro l’arcigna severità imperiale, si nascondeva tuttavia il tarlo del dubbio, fortificato dalle pressioni familiari, su come i sudditi lombardi avrebbero accolto l’esecuzione di un personaggio così illustre come Confalonieri. Per sincerarsi di non essere sul punto di creare un martire politico che avrebbe potuto nuocergli più da morto che da vivo, Francesco I inviò da Vienna nel lombardo-veneto numerosi funzionari con l’incarico di raccogliere informazioni in vari ambiti sociali sulle reazioni dell’opinione pubblica alla prospettiva di una esecuzione di Confalonieri. Quasi tutti i rapporti furono concordi nel descrivere come pessima l’impressione degli italiani a proposito della condanna capitale. Anche al direttore della polizia milanese Torresani fu richiesto di esprimere un’opinione in merito. All’inizio di gennaio del 1824 la sua ben argomentata relazione fu determinante per ispirare nell’imperatore un atteggiamento più clemente. Torresani non nascose che la notizia della corsa della contessa Confalonieri a prostrarsi ai piedi dell’imperatrice era stata accolta dai milanesi con sincera costernazione. Fece poi notare che la pubblica opinione avrebbe forse accettato di buon grado un’esecuzione che fosse avvenuta a breve distanza dall’arresto. Al contrario, dopo due anni di indagini, culminate con l’annientamento di ogni rete cospirativa nel lombardo-veneto, in un contesto politico del tutto mutato in cui i fuochi rivoluzionari apparivano spenti in tutta la penisola, togliere la vita al conte avrebbe suscitato sdegno ed ispirato vendetta, soprattutto nella cerchia dell’aristocrazia, a cui la famiglia Confalonieri apparteneva da generazioni.

Alle ponderate parole di Torresani si unirono quelle più accorate del governatore Strassoldo che si fece portavoce della “costernazione indescrivibile” dei milanesi e della loro trepidante attesa della grazia imperiale.

Francesco I non osò deludere i suoi sudditi lombardi rischiando di indebolire il suo trono, l’8 gennaio 1824 commutò la pena di Confalonieri nel carcere duro a vita. Lo stesso fece con Andryane, dal momento che sarebbe stato assurdo e controproducente accanirsi nella punizione di un gregario, per giunta poco più che ventenne e straniero, dopo aver concesso clemenza ad un cospiratore blasonato, a cui i milanesi non stentavano a riconoscere il carisma del capo.

Secondo le relazioni della polizia, i milanesi assiepati nella piazza difronte al tribunale ascoltarono la pubblica lettura della sentenza senza manifestare proteste per la sorte dei condannati, gli unici fischi furono rivolti all’eccesso di zelo mostrato dalla cavalleria nel tentativo di contenere la folla. Senza incidenti si svolse anche l’esecuzione in effigie dei condannati a morte in contumacia, come, tra gli altri, Pecchio ed Ugoni.

Neppure dopo la concessione della grazia, le insistenze dell’imperatore affinché Confalonieri facesse luce sui punti oscuri delle sue deposizioni cessarono. Nelle settimane precedenti la partenza dei condannati per lo Spielberg, il direttore Torresani ebbe almeno un paio di incontri con Confalonieri che, ansioso di dimostrare la propria riconoscenza per la grazia ricevuta e di conquistarsi nuovi meriti per attenuare la propria condanna all’ergastolo, ammise finalmente di essere stato il capo della cospirazione dei federati e di aver personalmente iniziato alla setta Ludovico Ducco. Aggiunse inoltre, stando a quanto riportato da Torresani, di “…detestare pienamente il suo delitto…” e di essere “…del tutto rinsavito dalla sua politica esaltazione…”, avendo maturato la convinzione che “…ogni miglioramento nella forma di governo debba giungere al popolo dall’alto, cioè dal sovrano, e che qualsiasi innovazione impresa dal popolo contro la dinastia legittima non sia altro che una chimera apportatrice di malanni…”. Riconobbe infine “…essere una vera aberrazione ogni sorta di idee di popolare libertà, di indipendenza, ovvero di costituzione popolare, aberrazione per cui verrebbe propagata la più grande calamità sopra interi paesi e popoli.”.

Tale abiura del proprio credo liberale dovette costare uno sforzo immane allo spirito fiero di Confalonieri, ma non bastò tuttavia a rassicurare completamente l’imperatore, che volle addirittura deviare sino a Vienna il viaggio di trasferimento del conte allo Spielberg, affinché il suo cancelliere, il principe Metternich, potesse tentare per un’ultima volta di ottenere confessioni ancora più larghe sulla cospirazione europea. L’incontro avvenne in gran segreto nel marzo del 1824 presso il palazzo della direzione generale di polizia . Dopo un paio d’ore di colloquio, in cui Confalonieri, per ammissione dello stesso principe non mendicò sconti di pena né si lasciò andare a nuove rivelazioni, Metternich si accomiatò dicendo di essere atteso ad un ballo. Confalonieri invece si rassegnò a riprendere la sua strada verso lo Spielberg.

 

 

parte prima

parte terza


BIBLIOGRAFIA

  • ALDO MOLA, Silvio Pellico. Carbonaro, cristiano e profeta della nuova Europa, Milano, Bompiani, 2005
  • ILARIO RINIERI, Della vita e delle opere di Silvio Pellico, Torino, 1899
  • GIORGIO CANDELORO, Storia dell’Italia moderna. Vol. II. Dalla restaurazione alla rivoluzione nazionale, Milano, Feltrinelli, 1994
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  • DINO FELISATI, I dannati dello Spielberg. Un’analisi storico-sanitaria, Torino, Franco Angeli, 2011
  • ALESSANDRO LUZIO, Antonio Salvotti e i processi del ventuno, Roma, Dante Alighieri, 1901
  • AUGUSTO SANDONÀ, Contributo alla storia de’ processi del ventuno e dello Spielberg, in “Il Risorgimento italiano. Rivista storica. Organo ufficiale della Società nazionale per la storia del Risorgimento italiano”, anno III-IV, Torino, Fratelli Bocca Editori, 1910-1911
  • SILVIO PELLICO, Le mie prigioni, Milano, Mondadori, 1986
  • PIERO MARONCELLI, Addizioni alle mie prigioni di Silvio Pellico, 1833
  • ALEXANDRE ANDRYANE, Memorie di un prigioniero di stato nello Spielberg, Milano, 1861 ANNA KOPPMANN (a cura di), Memorie di Giorgio Pallavicino, pubblicate per cura della moglie., Torino, Loescher, 1882-1895
Roberto Poggi
Roberto Poggi
Dopo essersi laureato, nel 1995, in Scienze Politiche presso l'Università di Torino, ha lavorato per una decina di anni come assistente per le cattedre di Storia Moderna e Storia dello Stato, poi ha intrapreso la professione di formatore in materia di Sicurezza sui luoghi di lavoro, ma non ha mai smesso di coltivare la sua grande passione per gli studi storici.

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