Roberto Poggi: UNA GENERAZIONE ALLO SPIELBERG – parte prima

Il 4 ottobre 1820 il fermo del sarto Giovanni Pirotti, sospettato di frodare abitualmente il servizio postale imperiale, svelò alla polizia asburgica il tentativo della Carboneria, da qualche tempo in cima alle preoccupazioni dell’imperatore Francesco I, di ramificarsi a Milano. Addosso al sarto, di origini siciliane, ma residente a Bologna, furono rinvenute diciotto missive sigillate, tutte dal contenuto innocente, tranne una indirizzata dal giovane musicista Piero Maroncelli a suo fratello Francesco che a Bologna esercitava la professione medica. Il testo, tutt’altro che impenetrabile, destò subito nel segretario generale di polizia Carlo di Villata il sospetto che celasse dei maneggi settari. Tra periodi involuti e contorti comparivano a chiare lettere alcuni nominativi tra cui quelli di Federico Confalonieri, Luigi Porro e Silvio Pellico, che con il loro fervore liberale avevano animato le pagine azzurre de Il Conciliatore, irritando la censura imperiale. Essi venivano addirittura citati come cugini, grado di parentela che la polizia aveva ormai imparato a considerare sinonimo di carbonaro, cioè di pericoloso sovvertitore dell’ordine costituito. Anche altre espressioni non passarono inosservate: “Vendere con massimo profitto le manifatture di queste industrie nazionali…”; “Essi vorrebbero una regolare stanza di scientifico consiglio…”. Il linguaggio settario non avrebbe potuto essere più cristallino: “vendere” significava fare proseliti, “aprire una vendita” segnalava la costituzione di un nucleo di cospiratori, la “regolare stanza di scientifico consiglio” alludeva alla creazione di un luogo di ritrovo per gli iniziati, completo di tutti gli arredi simbolici e soprattutto degli statuti della Carboneria.

Silvio Pellico

Probabilmente Maroncelli non aveva posto grande attenzione nel pesare le parole e nel proteggere i suoi “cugini” poiché riteneva sicuro il canale di comunicazione tra Milano e Bologna attraverso il Pirotti, canale di cui si avvaleva da tempo senza inconvenienti il suo datore di lavoro, l’editore musicale Giovanni Ricordi. Ben otto delle lettere sequestrate recavano la firma dell’editore milanese.

Pirotti fu ritenuto un corriere inconsapevole e quindi rilasciato, non prima però di aver ricevuto un rimbrotto. Maroncelli invece, vittima della sua ingenua sventatezza, fu immediatamente arrestato. Nella camera che occupava all’albergo “Lombardia” fu trovata una lettre à jour, strumento prediletto dai cospiratori per comunicare in codice. Si trattava di un foglio traforato in alcuni punti che sovrapposto al testo di una lettera permetteva di evidenziare alcune parole chiave distribuite in una sequenza cifrata. Un denso fumus settario fu riconosciuto anche in una lettera di presentazione di Maroncelli, scritta da Silvio Pellico al fratello Luigi, funzionario dell’amministrazione sabauda a Genova.
Le parole imprudenti scritte al fratello Francesco a Bologna, la lettre à jour, la lettera di presentazione a Luigi Pellico apparvero a Maroncelli prove così schiaccianti di colpevolezza da indurlo a imboccare fin dai primi interrogatori la via della collaborazione con gli inquirenti e delle parziali ammissioni.
Rispetto al passato, confessò candidamente di essersi affiliato alla Carboneria nel 1815 a Napoli, dove si trovava per completare i suoi studi musicali, e di aver subìto un processo a Roma nel 1817 per la diffusione a Forlì, sua città natale, di un’ode a San Giacomo dai contenuti sediziosi. Mentì però sulle circostanze del suo rilascio da parte delle autorità pontificie. Non era stata infatti l’insufficienza delle prove a suo carico, bensì la clemenza papale, verso un reo confesso che aveva fatto atto di contrizione, a rimetterlo in libertà. Rispetto al suo soggiorno a Milano cercò tra bugie e mezze verità di imbastire una debole linea difensiva, ammise di avere intenzione di costituire una “vendita” carbonara, tuttavia, nel tentativo di alleggerire la sua posizione, ricorse alla fantasia, proclamandosi filoaustriaco e quindi intenzionato con le sue manovre ad aiutare l’impero d’Austria a farsi padrone di tutta l’Italia, a cominciare dai territori posti sotto la sovranità del papa.

Tali affermazioni furono accolte con scetticismo dagli inquirenti e non contribuirono a porre l’indagato in una luce a lui più favorevole, dal momento che tra Vienna e Roma esisteva una forte solidarietà sul terreno della lotta contro i cospiratori di ogni risma. Il conte Giulio Strassoldo, governatore di Milano, non appena fu informato del contenuto delle deposizioni di Maroncelli, si affrettò a scrivere al cardinale Spina, legato di Bologna, per metterlo al corrente delle ramificazioni degli intrighi carbonari che lambivano la sua città. La polizia pontificia non rimase inoperosa, l’abitazione bolognese del dottor Francesco Maroncelli fu perquisita minuziosamente, senza tuttavia rivelare nulla di compromettente. Non vi furono arresti, ma la sorveglianza su tutti i sospetti fu accresciuta.

Pietro Maroncelli

Oltreché sulle finalità politiche della cospirazione, la curiosità degli inquirenti milanesi si appuntò sui quei nomi indicati con l’appellativo di “cugini”. Il giovane musicista forlivese si affidò ancora una volta alle mezze ammissioni. Riguardo a Pellico, dichiarò che l’amore e non la Carboneria li aveva apparentati, tra loro si consideravano cugini in pectore in virtù della passione che nutrivano verso le cugine Carlotta Marchionni e Teresa Bartolozzi, entrambe attrici, la prima affermata, la seconda esordiente. Pur negando l’esistenza di legami settari, incalzato dalle domande Maroncelli ammise di aver notato in Pellico una tale condivisione di principi politici da fargli ritenere di avere in mano la sua adesione alla Carboneria e anche quella dei suoi amici, a cominciare dal conte Porro e dal conte Confalonieri. La convinzione di essere entrato in contatto attraverso Pellico con una cerchia di persone di sentimenti liberali e ben disposte ad affiliarsi alla Carboneria lo aveva spinto a rivolgersi a suo fratello per ottenere le carte necessarie a istituire una “vendita”. Con tali dichiarazioni Maroncelli si illudeva di proteggere le persone che aveva compromesso con la sua leggerezza, dipingendole come ignare pedine di un disegno cospirativo in fieri, a cui formalmente non avevano ancora aderito. Se fosse riuscito a rimanere coerente su questa linea, forse avrebbe potuto ottenere qualche risultato. Tutti coloro che erano stati citati da Maroncelli nella sua sconsiderata lettera, a cominciare Pellico, difficilmente avrebbero potuto essere incriminati per il semplice fatto di essere stati indicati come potenziali e inconsapevoli cospiratori. A ciascuno di essi sarebbe stato sufficiente negare l’affiliazione alla Carboneria per evitare ogni castigo.

Purtroppo però, Maroncelli, privo di ogni assistenza legale e sottoposto a estenuanti interrogatori, non tardò a inciampare in una contraddizione quando ammise che Pellico aveva intuito la sua affiliazione alla Carboneria. Tanto bastava agli inquirenti per considerare lo scrittore saluzzese un correo da punire ai sensi del codice penale.
Nell’agosto del 1820, il governatore Strassoldo, per ordine dell’imperatore Francesco I, aveva emanato una notificazione per ammonire i sudditi che l’affiliazione alla Carboneria, il cui fine ultimo era “lo sconvolgimento e la distruzione dei governi”, comportava di fatto il reato di alto tradimento, punito con la pena capitale. Chi non avesse denunciato i carbonari a lui noti era inoltre da considerarsi correo di alto tradimento e punibile con il carcere duro a vita.
Pertanto, quel cenno all’intuizione dell’appartenenza di Maroncelli alla Carboneria trasformò il generico sospetto su Pellico, maturato nella polizia asburgica fin dai tempi della sua collaborazione con Il conciliatore, quando con articoli come la “Lettera sulla Spagna” aveva espresso il suo slancio patriottico, in un preciso capo d’accusa.
Il 13 ottobre, Pellico fu tratto in arresto in casa del conte Porro, presso cui svolgeva le funzioni di precettore dei suoi due figli. Considerazioni di prudenza politica consigliarono agli inquirenti di non molestare né il conto Porro, né tanto meno il conte Confalonieri. Entrambi, per quanto da tempo in odore di liberalismo e persino di settarismo, appartenevano all’influente patriziato milanese che avrebbe gridato allo scandalo e al sopruso se i suoi esponenti più illustri fossero stati perquisiti e arrestati sulla base delle vaghe rivelazioni di un giovane musicista spiantato, reo confesso di alto tradimento. Pellico, invece, suddito del re di Sardegna, di modesta condizione sociale, con una ingombrante fama di patriota liberale e una imputazione per mancata denuncia di attività sovversiva, apparve l’anello più debole della catena della cospirazione sui cui poter agire per risalire ai vertici.

Da giorni Pellico era in allarme, cioè da quando, rientrando a Milano dopo la conclusione della crociera in compagnia di Porro e di Confalonieri a bordo dell’Eridano, aveva appreso la notizia dell’arresto di Maroncelli. Attendendosi una visita della polizia da un momento all’altro, si era affrettato a distruggere tutte le prove della sua affiliazione alla Carboneria e aveva fatto tutto il possibile per avvisare i “cugini” che si trovavano in pericolo. Il suo primo pensiero era andato a un “cugino” che egli stesso aveva iniziato, Giuseppe Odoardo Bonelli, un produttore di aceto di Lézzeno, sul lago di Como, non lontano da Lenno, dove si trovava la villa del Balbianello di proprietà della famiglia Porro-Lambertenghi.
L’iniziazione di Pellico alla Carboneria, ad opera di Maroncelli, risaliva soltanto ad agosto, ma da allora lo scrittore si era gettato anima e corpo nella buona causa, coinvolgendo, oltre a Porro, Bonelli e l’attore torinese Angelo Canova della compagnia teatrale della Marchionni, progettando di aprire “vendite” a Genova, tramite suo fratello Luigi, e a Torino, grazie all’amicizia che lo legava al principe Emanuele Dal Pozzo della Cisterna.

Targa posta in via monte di pieta’ a Milano, dove fu arrestato Pellico

La stessa crociera tra Pavia e Venezia, inaugurale del primo battello a vapore in servizio sul Po, era stata concepita come parte della cospirazione, aveva lanciato un ardito segnale di progresso attraverso lo sviluppo dei traffici fluviali, dando prova dello spirito di iniziativa di Confalonieri, proprietario dell’Eridano, al tempo stesso aveva fornito una copertura alla frenetica attività di proselitismo politico di Pellico e dei suoi sodali. A Mantova, dove il battello aveva attraccato per qualche giorno, era stato avvicinato il conte Giovanni Arrivabene, un proprietario terriero di idee progressiste, a Venezia, ultima tappa della crociera, erano stati coinvolti Leopoldo e Girolamo Cicognara.

In previsione di un imminente viaggio di Maroncelli a Como, Pellico gli aveva affidato una lettera di presentazione a Bonelli, che quindi si trovava esposto a gravi rischi. Diffidando ormai delle poste, Pellico, d’intesa con Porro, si era recato di persona a Lézzeno dal Bonelli. Non trovandolo in casa gli aveva lasciato un biglietto. Quando Bonelli lo aveva letto non aveva esitato a mettersi in salvo in Svizzera. In quelle stesse ore anche Pellico aveva accarezzato l’idea di far perdere le proprie tracce oltre confine, ma l’aveva poi accantonata, ritenendo che una fuga sarebbe stata interpretata come una ammissione di colpevolezza che non avrebbe fatto altro che compromettere ulteriormente Porro. Era quindi rientrato a Milano e aveva atteso gli eventi, riprendendo la rassicurante routine quotidiana.

I poliziotti asburgici giunsero a palazzo Porro mentre Pellico stava facendo lezione ai figli del conte e lo condussero al carcere di Santa Margherita, dove fu sottoposto a un interrogatorio di sei ore. Pellico negò con pacata fermezza ogni addebito. Come dimostra il suo epistolario, il contenuto della notificazione dell’agosto 1820 gli era ben noto, sapeva quindi che cosa rischiava. Raccontò di aver conosciuto Maroncelli attraverso la celebre attrice Carlotta Marchionni che nel 1815 aveva portato al successo la sua tragedia “Francesca da Rimini”. Fornì conferme all’immagine dei cugini in pectore creata da Maroncelli non nascondendo l’amore che nutriva per Teresa Bartolozzi, detta Gegia, un amore contrastato da suo padre Onorato Pellico che giudicava sconveniente una relazione con un’attricetta. Dipinse le sette, le cospirazioni politiche e i giuramenti iniziatici come lontanissimi dalla sua indole e dai suoi interessi. Nel corso dei numerosi interrogatori a cui fu sottoposto non cadde mai in contraddizione, rivelando una tempra che forse neppure egli stesso sospettava di avere. Diede prova anche di una certa scaltrezza evitando la trappola tesagli involontariamente dall’ingenuo Maroncelli. Questi, attraverso un addetto alle pulizie del carcere, gli fece recapitare un biglietto in cui lo invitata a confermare la linea difensiva che aveva assunto proclamandosi filoaustriaco. Sospettando che i biglietti scambiati tra le celle sarebbero stati intercettati dai secondini, Pellico, puntosi con uno spillo, scrisse con il proprio sangue una risposta in cui ribadiva la propria estraneità a ogni disegno politico. In un altro biglietto, indirizzato a Porro con la consapevolezza che sarebbe finito nelle mani degli inquirenti, protestò la propria assoluta innocenza. Nelle lettere scritte, con il consenso dei suoi carcerieri, ai familiari e agli amici manifestò la stessa posizione. Con gli altri ospiti del carcere di Santa Margherita non si tradì mai. Alla curiosità dei detenuti comuni suoi vicini di cella sulle ragioni del suo arresto, Pellico, come annotò nelle Mie prigioni, rispondeva di essere accusato di appartenenza alla Carboneria, pur non sapendo spiegare che cosa fosse. Non calò la maschera dell’innocente vittima di un tragico errore giudiziario, generato dall’accesa fantasia di Maroncelli, neppure in occasione delle visite del padre e del conte Porro, concesse con ogni probabilità dagli inquirenti non tanto per spirito di umanità, quanto nella speranza di provocare un cedimento emotivo nell’indagato. Restituito alla solitudine della sua cella il falso ottimismo ostentato con il padre lasciava il posto all’angoscia e ai singhiozzi. La sua tensione nervosa era così grande da causargli “…una febbre ardente con fortissimo mal di capo”.

Altrettanto infruttuosi per gli inquirenti furono gli interrogatori di altri sospetti, citati nella sconsiderata lettera di Maroncelli al fratello, come il conte Camillo Laderchi e l’economista Melchiorre Gioia, arrestati rispettivamente in ottobre e in dicembre, nel tentativo di moltiplicare gli sforzi per ottenere una confessione sull’effettiva esistenza di una “vendita” carbonara a Milano. Gioia rimase in carcere sette mesi prima di essere rimesso in libertà. Il torto subito gli ispirò l’opera in due volumi Dell’ingiuria, dei danni, del soddisfacimento e relative basi di stima avanti i tribunali civili. Il conte Laderchi, che insieme a Maroncelli aveva iniziato Pellico alla Carboneria, fu scarcerato per insufficienza di prove ed espulso dal Lombardo-Veneto già nel gennaio del 1821. Tale rilascio, che dimostrava quanto si stesse facendo strada nella mente degli inquirenti l’idea che le affermazioni di Maroncelli fossero soltanto le farneticazioni politiche di una mente eccitabile, dovette infondere in Pellico un certo ottimismo, tanto da indurlo a rassicurare ancora una volta il padre sul suo prossimo ritorno alla libertà. Interpretò l’assegnazione di una cella più luminosa e meglio riscaldata e la concessione di un quinterno di carta da lettere come incoraggianti segnali di un atteggiamento più benevolo nei suoi confronti.
Si sbagliava, il suo calvario carcerario e giudiziario era solo all’inizio.

I timori per il proliferare delle cospirazioni liberali, che avevano fatto vacillare i troni di Spagna e di Napoli, avevano suggerito all’imperatore d’Austria di istituire a Venezia una commissione speciale contro la setta dei carbonari. Prima Maroncelli, poi Pellico, infine tutti gli altri “cugini” indagati furono trasferiti a Venezia per essere sottoposti all’esame del giudice istruttore Antonio Salvotti, che si era guadagnato la stima di Francesco I per la determinazione con cui aveva stroncato la prima cospirazione della Carboneria, scoperta nel novembre 1818, a Fratta Polesine, non lontano da Rovigo. Magistrato di origini trentine, scrupolosamente attento alle procedure, non privo di umanità, ma inflessibile nella difesa del trono imperiale a cui aveva giurato fedeltà, Salvotti aveva saputo strappare con i suoi serrati interrogatori ampie e circostanziate confessioni.

Arresto di Silvio Pellico e Piero Maroncelli – Carlo Felice Biscarra

A spalancare difronte ai “cugini” di Fratta le porte del carcere era stato un brindisi al figlio di Napoleone, l’infelice duca di Reichstad, e all’Italia, pronunciato in casa di Elena Monti, moglie del generale francese d’Arnaud. Tra gli ospiti, tutti di sentimenti antiaustriaci, magistrati infedeli, ex ufficiali dell’Armée, ex funzionari dell’effimero regno d’Italia, spiriti infiammati dal romanticismo e dai principi dell’89, si nascondeva un delatore: il nipote della padrona di casa, che era corso alla polizia a rendere conto delle parole sediziose che aveva udito. La reazione austriaca era stata immediata e drastica, tutti i sospetti erano stati tratti in arresto. Il primo ad ammettere la propria affiliazione alla Carboneria era stato Antonio Villa, che ricopriva a Rovigo l’incarico di giudice di pace. Anziché proteggere, in qualità di capo della “vendita” di Fratta, i suoi “cugini”, aveva coinvolti prima Felice Foresti, pretore a Crespino, che lo aveva iniziato, poi tutti gli altri affiliati: il conte Antonio Fortunato Oroboni, Costantino Munari, Giovanni Bachiega, Antonio Solera, don Marco Fortini e altri ventisette patrioti.

La rete cospirativa, cresciuta in fretta con un programma vago in cui convivevano nostalgie bonapartiste e aspirazioni repubblicane e ultrademocratiche, era tanto vasta quanto fragile. Alcuni congiurati avevano un’idea assai confusa delle finalità della Carboneria. Il più disorientato di tutti appariva don Marco Fortini, che aveva abiurato il cattolicesimo senza neppure rendersene conto e aveva suscitato negli stessi inquirenti una certa pietà per la debolezza del suo carattere e l’ingenua imbecillità delle sue risposte.
Deferiti al tribunale di Venezia, i congiurati si erano dovuti misurare con Salvotti che non aveva impiegato molto a vanificare il tentativo, ispirato da Foresti, di concordare una comune linea difensiva volta a presentare la “vendita” di Fratta come un’innocua associazione filantropica, senza alcuna finalità politica e, oltretutto, di fatto inattiva e mai ritualmente costituita.
Le torrenziali rivelazioni di Villa avevano fatto cadere nelle mani di Salvotti una copia della cosiddetta Costituzione latina, redatta da Munari; per quanto fumoso il testo lasciava intendere un progetto rivoluzionario, che confermava il carattere eversivo, e non certo filantropico, dell’organizzazione. Smentito dai documenti, Foresti si era offerto di collaborare, nella vana speranza di ottenere l’impunità. Caparbiamente ostile a ogni forma di collaborazione si era mostrato al contrario Giovanni Bachiega, un ex ufficiale che aveva servito con onore e dedizione Bonaparte e Murat.
Salvotti aveva concluso la sua inchiesta nel settembre del 1820, quando l’editto imperiale che puniva con la morte l’affiliazione alla Carboneria era appena entrato in vigore. L’indignazione per i moti liberali in Spagna e nel regno di Napoli aveva dissolto ogni scrupolo giuridico nell’imperatore che, calpestando il principio della non retroattività della legge, aveva imposto per i carbonari di Fratta pene di severità esemplare. I suoi tribunali lo avevano prontamente accontentato. Le numerose pene capitali comminate erano state poi graziosamente commutate da Francesco I in decine e decine di anni di carcere duro.

Nel caso di Solera, Foresti e Munari, l’imperatore aveva concepito la grazia come uno spregiudicato strumento di indagine e non come un atto di clemenza fine a sé stesso. Aveva subordinato la commutazione della loro pena di morte in vent’anni di carcere duro alla rivelazione di maggiori dettagli sulle loro attività sediziose e soprattutto sui vertici della Carboneria a Milano e in Lombardia. Il consigliere aulico Antonio Mazzetti era stato quindi incaricato di comunicare ai condannati l’offerta imperiale e di raccogliere le loro eventuali testimonianze. Solera tra le lacrime aveva compromesso qualche ex funzionario del regno d’Italia e alcuni massoni notori. Rendendosi conto dell’inconsistenza delle sue rivelazioni aveva aggiunto “..con tuono flebile e patetico che se da lui si chiedesse di più si trovava nella terribile situazione o d’inventare o di morire…”. Tanto era bastato per convincere Mazzetti della sua buona fede e del suo pentimento.

La lunga incertezza sulla propria sorte aveva prostrato Foresti che si era presentato al colloquio con Mazzetti “colla morte in corpo”. Poche ore prima, la convinzione di essere destinato al patibolo lo aveva spinto a tentare di sottrarsi al boia ingoiando i frammenti di una bottiglia e incidendosi i polsi. Il medico delle carceri lo aveva salvato facendogli “…subito bere gran copia di latte…” e fermando l’emorragia. Più delle cure mediche gli aveva giovato la proposta di cui Mazzetti era latore. Foresti non si era lasciato scappare l’occasione di guadagnarsi la grazia, aveva fornito vaghe indicazioni sui legami tra carbonari lombardi e liberali piemontesi, senza tacere il nome del principe di Carignano, e aveva inoltre riferito ogni parola udita in carcere dagli altri imputati.

Munari, a detta di Mazzetti, aveva tenuto un contegno più dignitoso e misurato. Dopo aver negato di conoscere i vertici della Carboneria, aveva destato la curiosità dell’emissario imperiale puntando l’indice contro la dubbia fedeltà di molti funzionari della polizia e delle altre amministrazioni che avevano servito il passato regime napoleonico. La benevola relazione di Mazzetti all’imperatore aveva salvato la vita a tutti e tre i condannati, benché non avessero aggiunto nulla di veramente utile a neutralizzare i vertici della Carboneria.
Né Pellico, né Maroncelli seppero resistere meglio dei “cugini” di Fratta all’incalzare implacabile delle domande di Salvotti. Il musicista forlivese ampliò le sue ammissioni e si dilungò sui dettagli della progettata insurrezione nei territori posti sotto la sovranità del papa. Salvotti ne trasse elementi per chiedere alle autorità pontificie di Faenza di arrestare nuovamente il conte Laderchi e a quelle imperiali di Milano di fare lo stesso con l’attore Angelo Canova. Nel frattempo la delazione di Carlo De Castillia, un impiegato del tribunale civile di Vigevano intenzionato a guadagnarsi l’impunità per il reato di alto tradimento di cui era accusato, informò il Salvotti della visita di Pellico a Bonelli nei giorni precedenti il suo arresto. La stessa fonte puntò l’indice anche contro il conte Porro. La figura di Pellico venne così ad assumere grande rilevanza, soprattutto alla luce dei recenti avvenimenti in Piemonte.

All’inizio di marzo del 1821, la guarnigione di Alessandria era insorta invocando la concessione della costituzione di Cadice del 1812 e innalzando il tricolore come simbolo della riscossa nazionale italiana che avrebbe dovuto muovere il suo primo passo con la dichiarazione di guerra all’Austria. Il moto si era poi propagato a Torino e ad altri centri del regno sabaudo. Vittorio Emanuele I aveva abdicato in favore del fratello Carlo Felice, pur di non cedere alle pressioni dei liberali, e si era rifugiato a Nizza. Prima di partire aveva nominato reggente il principe Carlo Alberto di Savoia-Carignano, in attesa che Carlo Felice, sorpreso dall’insurrezione mentre si trovava a Modena, raggiungesse Torino. Il giovane principe, noto per le sue simpatie liberali, era stato da tempo informato dai capi della cospirazione, il conte Santorre di Santarosa, il marchese di Caraglio Carlo Asinari di San Marzano, il conte Giacinto Provava di Collegno, il conte Guglielmo Moffa di Lisio, sui loro progetti insurrezionali. Inizialmente li aveva incoraggiati, offrendosi come mediatore con la corona per ottenere tanto una costituzione liberale quanto una dichiarazione di guerra all’Austria, poi aveva mutato atteggiamento invitandoli ad abbandonare ogni tentazione sediziosa. L’improvvisa defezione dell’alleato su cui i cospiratori liberali riponevano le loro migliori speranze non aveva bloccato sul nascere i moti. Divenuto reggente, Carlo Alberto aveva mantenuto la sua doppiezza, aveva concesso la costituzione di Cadice, dichiarando la tempo stesso di esservi stato costretto dagli eventi per giustificarsi di fronte al legittimo erede al trono. Il 17 marzo 1821 aveva ricevuto una delegazione di patrioti lombardi, composta da Giuseppe Pecchio, Gaetano De Castillia, fratello minore di Carlo, Giorgio Pallavicino Trivulzio e Giuseppe Arconati, ma aveva deluso le loro speranze di un intervento militare piemontese oltre il Ticino. Aveva continuato a fingere di abbracciare la causa della rivoluzione nazionale mentre si preparava a schierarsi con le forze della restaurazione. Nella notte del 21 marzo Carlo Alberto aveva lasciato Torino per raggiungere la guarnigione di Novara, fedele a Carlo Felice, visceralmente contrario a ogni prospettiva di riforma in senso liberale della monarchia, così come alla prospettiva di una guerra contro l’Austria, alla cui baionette intendeva affidare la difesa del suo trono. L’8 aprile le truppe costituzionali erano state sconfitte a Novara da quelle legittimiste, rinforzate da reggimenti austriaci e l’ordine era stato rapidamente ristabilito in tutto il regno.

A suscitare la curiosità di Salvotti non erano i tentennamenti di Carlo Alberto, ma i legami tra i liberali piemontesi, che avevano sfiorato l’obiettivo di trascinare il regno di Sardegna e il suo esercito in una guerra contro l’Austria, e la rete cospirativa dei carbonari lombardi, che in virtù di quel legame cessava di apparire come la debole e velleitaria minaccia di un gruppo di sconsiderati.

Giandomenico Romagnosi

In quel giovane letterato piemontese dall’aspetto mite, Salvotti riconobbe “…una franchezza che senza degenerare in tracotanza, attestava però in lui una particolare energia di carattere e di sentimenti, energia che mancava affatto a Maroncelli…”. Un’energia sospetta, che poteva nascondere molte preziose informazioni sui rapporti tra carbonari lombardi e liberali piemontesi e sul ruolo di un personaggio in vista come il conte Porro. Pellico fu quindi sottoposto a estenuanti interrogatori che misero a dura prova il suo autocontrollo. Rievocando quei giorni d’inferno, pur senza fornire dettagli sulla sua vicenda processuale, Pellico scrisse: “…io tornava nella mia stanza così esacerbato, così fremente che mi sarei ucciso, se la voce della religione e la memoria de’ cari parenti non mi avessero contenuto”. A ispirargli istinti suicidi contribuirono anche un temporaneo offuscamento della sua fede in Dio, avvio di quel cammino di profonda conversione che costituisce il nucleo centrale delle Mie prigioni, e le condizioni della sua carcerazione all’ultimo piano di palazzo Ducale, sotto un tetto rivestito di piombo che, con i primi caldi di una primavera precoce, arroventava la sua cella sino a renderla un forno: “Io non aveva mai avuto idea di un calore sì opprimente. A tanto supplizio si aggiungevano le zanzare in tal moltitudine, che per quanto io m’agitassi e ne struggessi, io n’era coperto; il letto, il tavolino, la sedia, il suolo, le pareti, la vôlta, tutto n’era coperto, l’ambiente ne conteneva infinite, sempre andanti e venienti per la finestra e facenti un ronzio infernale. Le punture di quegli animali sono dolorose, quando se ne riceve da mattina a sera e da sera a mattina e si dee avere la perenne molestia di pensare di diminuirne il numero, si soffre assai e di corpo e di spirito. Allorché, veduto simile flagello, ne conobbi la gravezza, e non potei conseguire che mi mutassero di carcere, qualche tentazione di suicidio mi prese, e talvolta temetti di impazzire. Ma, grazie al cielo, erano smanie non durevoli…”.

Mentre le zanzare tormentavano Pellico, privandolo del sonno e facendo vacillare la sua ragione, Salvotti non smetteva di torchiare Maroncelli e Canova che finirono per ammettere l’affiliazione del saluzzese alla Carboneria. Ai sensi del codice penale austriaco, la deposizione concorde di due complici era sufficiente a comprovare la colpevolezza di un terzo inquisito. Salvotti aveva quindi ottenuto ciò che gli occorreva per piegare l’ostinata resistenza di Pellico che il 17 aprile 1821 rese per iscritto la sua confessione: “La mia fermezza sarebbe stata forse invincibile se la voce dell’amicizia e dell’amore non si sollevasse potentemente nel mio cuore contro il sistema ch’io aveva preso di negar tutto. Accusare due uomini onesti d’aver detto il falso sarebbe un vero delitto, che la mia coscienza non mi perdonerebbe mai, quand’anche colla mia ostinazione avessi trionfato. Vi è qualche piccola inesattezza nella deposizione di Maroncelli, né vi sarà su ciò contestazione, perché egli ne converrà. (…) compiere il terribile sforzo di dimostrarmi imperterrito negando così a lungo il vero, fu un tal travaglio di mente di fibre, che ho creduto di restarne convulso a vita. M’abbandono ai miei giudici. Ho sentito che niun castigo può eguagliarsi a ciò che soffre l’uomo d’onore che si avvilisce mentendo.”.

Melchiorre Gioia

Con quel cenno a “qualche piccola inesattezza” Pellico alludeva all’incompletezza del suo rituale di affiliazione, in mancanza di quegli statuti che erano stati richiesti a Bologna, innescando una nefasta sequenza di eventi. Per tutta la sua vita Pellico, forse anche in virtù di quell’imperfezione rituale, avrebbe accuratamente evitato, negli scritti giunti sino a noi e nelle conversazioni con gli amici più intimi di cui abbiamo notizia, di professarsi carbonaro. Pur senza aver mai posato gli occhi sugli statuti della Carboneria, Pellico tra l’agosto del 1820, data della sua affiliazione o meglio della sua promessa di affiliazione, e l’ottobre dello stesso anno dispiegò un frenetico attivismo patriottico e non si nascose dietro le formalità rituali per sottrarsi alle sue responsabilità quando Salvotti gliene chiese conto; anzi le affrontò virilmente, pagando un pezzo altissimo sul piano personale, senza abbassarsi in nessuna occasione a recriminazioni verso Maroncelli e gli altri buoni “cugini”.

Pellico dopo aver confermato la sua iniziazione ad opera di Maroncelli dichiarò di essersi proposto di estendere la setta a Genova, attraverso il fratello, e a Torino, con l’aiuto del principe Dal Pozzo della Cisterna, e nel Veneto, avvalendosi dei cugini, di sangue e non di setta, Cicognara. Come già aveva fatto il forlivese, insistette sulla distinzione tra le intenzioni e gli atti effettivamente compiuti per proteggere gli altri affiliati.

L’obiettivo di Salvotti era giungere a incriminare i personaggi più eminenti tra quelli in odore di Carboneria, in particolare Porro e Confalonieri, che per posizione sociale ed economica, relazioni personali e statura intellettuale avevano le caratteristiche per ricoprire un ruolo di vertice. Il sempre più fragile Maroncelli non oppose alcuna resistenza al suo zelo investigativo, indicando nel conte Porro un affiliato deciso a usare la propria influenza per coinvolgere nella cospirazione persino popolani e contrabbandieri. Seguirono gli ordini di arresto per Bonelli, Porro e i fratelli Rezia, e di perquisizione per le abitazioni di tutti coloro che erano stati menzionati nella lettera sequestrata a Pirotti. Tra le carte di Confalonieri emersero molte conferme delle sue simpatie liberali e delle strette relazioni con esponenti della nobiltà piemontese, ma nessun elemento che potesse incriminarlo. Lo stesso esito deludente ebbero anche le altre perquisizioni.
Porro si sottrasse alla cattura, Bonelli si era già da tempo reso irreperibile, i figli del professor Giacomo Rezia, che per molti anni aveva occupato la prestigiosa cattedra di anatomia e chirurgia dell’università di Pavia, finirono invece in manette. Né il maggiore, Giacomo Alfredo, già capitano nell’esercito napoleonico, né il minore Francesco, fecero rivelazioni, guadagnandosi l’uno una pena mite e l’atro la scarcerazione.
Nel maggio del 1821, Pellico, informato da un biglietto in codice della fuga di Porro, cedette alle insistenze di Salvotti, confermando l’affiliazione del conte alla Carboneria, confessò anche di aver tentato, senza successo, di attrarre nella setta il professor Giandomenico Romagnosi. L’anziano giurista, docente presso l’università di Pavia, una volta arrestato seppe tener testa a Salvotti, convincendolo in punta di diritto se non della sua innocenza almeno dell’insufficienza di prove a suo carico. Un altro cattedratico, Adeodato Ressi, docente di economia nell’ateneo pavese, non ebbe la stessa fortuna. A condannarlo per mancata denuncia di attività sovversiva furono le affermazioni di un suo studente, il conte Camillo Laderchi, che sosteneva di avergli svelato la propria appartenenza alla Carboneria. Dopo aver deposto contro Ressi, il giovane conte fu consegnato alla giustizia pontificia che lo condannò a quindici anni di carcere, di cui ne avrebbe poi scontati solo una minima parte.

Nell’agosto del 1821, al termine di circa otto mesi di pazienti indagini e di serrati interrogatori, Salvotti stese la sua requisitoria, invocando per Maroncelli, Pellico e Canova la pena capitale, il carcere perpetuo per Ressi e l’assoluzione per insufficienza di prove per Arrivabene, Romagnosi e Rezia. La commissione speciale, presieduta dal conte Gardani, condivise tutte le conclusioni di Salvotti, chiedendo però l’assoluzione anche per Canova. Il tribunale d’appello si limitò ad adottare la formula piena per l’assoluzione di Romagnosi, Rezia, Canova ed Arrivabene, senza apportare ulteriori correttivi.
Il 6 dicembre 1821, il cesareo regio senato lombardo-veneto del supremo tribunale, sedente in Verona, pronunciò, dopo quelle consultive di primo e di secondo grado, la sentenza definitiva. Dimostrando quanto fosse ondivaga la giustizia asburgica, Canova fu condannato a morte, insieme a Pellico e Maroncelli; Ressi, nel frattempo deceduto per malattia nel carcere sull’isola di San Michele di Murano, e Rezia furono condannati al carcere perpetuo. Per mandare assolti Romagnosi e Arrivabene fu preferita la formula dubitativa a quella piena.
Nel febbraio del 1822 la grazia dell’imperatore pose fine alle repentine oscillazioni del pendolo della giustizia. Come già era avvenuto per i “cugini” di Fratta, venne data pubblica lettura della sentenza. Nella piazzetta antistante il palazzo Ducale fu allestito un palco affinché la folla dei sudditi potesse vedere in faccia i rei in catene. Prima di salirvi, Pellico e compagni, che già erano stati informati sul loro destino, ricevettero comunque dal compassionevole medico delle carceri un corroborante “bicchierino di acqua di menta” per farsi coraggio.
Francesco I, pur avendo testimoniato a Salvotti il proprio apprezzamento per il lavoro svolto, commutò la pena di Maroncelli e di Pellico rispettivamente in venti e in quindici anni di carcere duro da scontare presso la fortezza dello Spielberg. Ridusse la pena di Canova e di Ressi a cinque anni e quella di Rezia a tre, da scontare nel castello di Lubiana. (continua)

 

parte seconda

parte terza

 

 

BIBLIOGRAFIA

  • ALDO MOLA, Silvio Pellico. Carbonaro, cristiano e profeta della nuova Europa, Milano, Bompiani, 2005
  • ILARIO RINIERI, Della vita e delle opere di Silvio Pellico, Torino, 1899
  • GIORGIO CANDELORO, Storia dell’Italia moderna. Vol. II. Dalla restaurazione alla rivoluzione nazionale, Milano, Feltrinelli, 1994
  • FRANCO DELLA PERUTA, Storia dell’Ottocento. Dalla restaurazione alla “belle époque”, Firenze, Le Monnier, 1996
  • DINO FELISATI, I dannati dello Spielberg. Un’analisi storico-sanitaria, Torino, Franco Angeli, 2011
  • ALESSANDRO LUZIO, Antonio Salvotti e i processi del ventuno, Roma, Dante Alighieri, 1901
  • AUGUSTO SANDONÀ, Contributo alla storia de’ processi del ventuno e dello Spielberg, in “Il Risorgimento italiano. Rivista storica. Organo ufficiale della Società nazionale per la storia del Risorgimento italiano”, anno III-IV, Torino, Fratelli Bocca Editori, 1910-1911
  • SILVIO PELLICO, Le mie prigioni, Milano, Mondadori, 1986
  • PIERO MARONCELLI, Addizioni alle mie prigioni di Silvio Pellico, 1833
  • ALEXANDRE ANDRYANE, Memorie di un prigioniero di stato nello Spielberg, Milano, 1861 ANNA KOPPMANN (a cura di), Memorie di Giorgio Pallavicino, pubblicate per cura della moglie., Torino, Loescher, 1882-1895
Roberto Poggi
Roberto Poggi
Dopo essersi laureato, nel 1995, in Scienze Politiche presso l'Università di Torino, ha lavorato per una decina di anni come assistente per le cattedre di Storia Moderna e Storia dello Stato, poi ha intrapreso la professione di formatore in materia di Sicurezza sui luoghi di lavoro, ma non ha mai smesso di coltivare la sua grande passione per gli studi storici.

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