Home POLITICA RIMPATRIO MIGRANTI DALLA TUNISIA: UN GROVIGLIO DI ACCORDI MAL FUNZIONANTI

RIMPATRIO MIGRANTI DALLA TUNISIA: UN GROVIGLIO DI ACCORDI MAL FUNZIONANTI

Con la diffusione del coronavirus di migranti si parla molto meno. Ormai lo si fa solo per cercare una scusa (assolutamente infondata) per la diffusione dell’epidemia in Italia. Di due aspetti legati al fenomeno delle migrazioni attraverso il Mar Mediterraneo si parla poco o per niente.
Il primo, quello di cui si parla poco, è il rientro dei migranti non accolti da altri paesi dell’Unione Europea e rispediti in Italia. Sono migliaia ogni anno, ma solo pochi siti spesso di associazioni umanitarie parlano di loro.
Ma c’è un altra sfaccettatura di questo fenomeno della quale non si parla affatto. Sembra che nessuno voglia sapere che fine fanno le persone che arrivano in Italia da paesi africani, moltissimi migranti adulti arrivano dalla Tunisia o da paesi mediorientali come il Pakistan e che non ricevono il riconoscimento di rifugiato. Anche dei minori stranieri non accompagnati arrivati dalla Tunisia lo scorso anno si parla poco. Ma per loro, grazie alla famosa legge Zampa, la 47/2017, esiste una forma di protezione almeno fino al raggiungimento della maggiore età. Per gli altri migranti invece la situazione è ben diversa.
Nel 1998 Tunisia e Italia sottoscrissero un accordo triennale che prevedeva la “prevenzione” e la “lotta all’immigrazione irregolare”, oltre che la costruzione di strutture per la detenzione dei migranti in particolare lungo il confine con la Libia. L’accordo prevedeva anche una quota “privilegiata” di ingressi legali in Italia all’interno del decreto flussi.
Finiti i fondi stanziati, nel 2003, i ministri dell’Interno dei due Paesi, Giuseppe Pisanu e Hedi M’Henn, sottoscrissero un nuovo trattato che consentiva, a certe condizioni, l’ingresso legale in Italia ai tunisini. Al tempo stesso però prevedeva il rimpatrio di 9 mila cittadini tunisini irregolari presenti in Italia nell’arco di dieci anni.
Nel 2009 fu il nuovo ministro dell’Interno Roberto Maroni a siglare un altro accordo con la Tunisia.
Poi nel 2014 fu l’Unione Europea a scendere in campo: venne firmato un nuovo accordo tra Tunisia e dieci stati europei: Belgio, Danimarca, Germania, Spagna, Francia, Italia, Polonia, Portogallo, Svezia e Regno Unito. L’accordo, chiamato Mobility Parternship, mirava a creare un sistema regolato per i flussi migratori e procedure semplificate per il rilascio dei visti.
Tre anni dopo, nel febbraio 2017, il nuovo ministro degli Esteri italiano Angelino Alfano e il suo omonimo tunisino, Khemaies Jhinaoui, firmano una nuova intesa. Un accordo che prevedeva il rimpatrio dei tunisini presenti in modo irregolare in Italia mediante voli charter. E da allora, nel più totale silenzio mediatico, non si è più smesso. Durante la propria campagna elettorale Matteo Salvini aveva promesso 500mila rimpatri, diventati 90mila una volta designato ministro dell’Interno. In realtà furono solo 5.261 i rimpatri durante il suo mandato. Complessivamente sono stati 6.514 i rimpatri nel 2017 e 6.820 nel 2018. A questi devono aggiungersi i rimpatri effettuati nel 2019: due volte ogni settimana partono voli con a bordo con migranti rispediti nel paese d’origine in quanto non aventi diritti allo status di rifugiato.
Perchè nessuno parla mai di questi rimpatri? La vicenda è contorta e richiede alcuni chiarimenti. Se un migrante proviene da uno Stato “sicuro”, in teoria, non avrebbe diritto allo status di “rifugiato”. A meno che non si trovi in una grave situazione di pericolo personale. In caso contrario deve essere rispedito al Paese di origine. Ma per farlo sono necessarie due cose: prima di tutto bisogna accertare l’identità dello migrant, cosa questa tutt’altro che facile con gli arrivi sui barconi, e una volta trasmessi i dati al consolato bisogna attendere il “nulla osta” da parte del Paese d’origine.
Ma non basta: tra i due Paesi, quello di destinazione e quello di provenienza, devono esistere degli accordi in tal senso. Dei tredici Stati che il nuovo ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha inserito nel decreto come “sicuri” per il rimpatrio dei migranti, soltanto con due, Tunisia e Algeria, hanno firmato un’intesa con l’Italia (con il Marocco esisterebbe un protocollo ma non ratificato). Il rapporto con la Tunisia sarebbe anomalo anche per un altro motivo: è vero che questo paese ha firmato la Convenzione di Ginevra, ma non ha ancora adottato una legge nazionale sull’asilo pur avendo introdotto alcune tutele nella nuova Costituzione. Una carenza alla quale cerca di supplire in parte l’UNHCR. “In tutti i paesi del Nord Africa la situazione è questa: siamo noi a valutare se quella persona ha o meno diritto a ottenere lo status di rifugiato” ha dichiarato Vincent Cochetel dell’UNHCR.
Un miscuglio di accordi mai ratificati, paesi “poco sicuri”, migrazioni e giri d’affari multimiliardari di cui ha parlato recentemente un parlamentare tunisino: “È una questione più politica che una necessità dettata dai numeri”, ha dichiarato il membro di Ennahda, “Il numero delle persone che il governo italiano sta rimpatriando è minore di quanto prevedono gli accordi. I voli settimanali dei rimpatri dall’Italia spesso tornano con tanti posti vuoti”. Gli accordi siglati infatti prevedono che i migranti vengano rimpatriati su voli charter scortati ciascuno da due agenti di polizia. Condizioni queste che riducono enormemente il numero dei rimpatri e fanno lievitare i costi.
In sintesi i dati sui rimpatri sono pochi e spesso lacunosi: che fine hanno fatto le altre centinaia di migliaia di migranti? Si parla poco di come vengano scelti questi rimpatri, in base alla data di rigetto dell’istanza di protezione o in base alla data di in attesa di rimpatrio? Dove sono alloggiati? Quale trattamento è loro destinato in questa fase?
Anche il Consiglio d’Europa ha voluto dire la sua sul modo del governo di gestire i flussi migratori da parte del nostro Paese: lo ha fatto inviando una lettera al peperoncino al ministro degli Esteri Luigi Di Maio con la quale chiede formalmente all’Italia di sospendere le attività di cooperazione con la Guardia Costiera libica vista la situazione di caos e conflitto nel Paese nordafricano. Ma in questa missiva si ricordano anche le raccomandazioni formulate dal Consiglio sulla necessità di salvare la vita delle persone, proteggere i diritti umani e colmare l’apparente mancanza di protezione per i migranti nel Mar Mediterraneo.
Un fenomeno quello delle migrazioni dai paesi africani verso l’Italia sempre più ingarbugliato. Reso più complicato da accordi poco chiari con molti paesi europei, si pensi al trasferimento in altri paesi di rifugiati provenienti da Italia e Grecia: ma la stragrande maggioranza dei migranti giunti in Europa non possono essere dichiarati rifugiati, quindi…. Anche le promesse di finanziamenti ai Paesi africani non sempre sono chiare. Il cosiddetto Fondo per l’Africa o Emergency Trust Fund (Eutf) for Africa – questo il nome ufficiale – nato con l’obiettivo di contrastare “le cause profonde dell’immigrazione irregolare e dello sfollamento di persone in Africa promuovendo opportunità economiche e rafforzando la sicurezza”. Uno strumento chiave della politica europea in 24 paesi africani beneficiari (Burkina Faso, Camerun, Ciad, Costa d’Avorio, Gambia, Ghana, Guinea, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria e Senegal, Gibuti, Eritrea, Etiopia, Kenya, Somalia, Sud Sudan, Sudan, Tanzania e Uganda, Algeria, Egitto, Libia, Marocco e Tunisia) che dovrebbe disporre di 4,7 miliardi di Euro, di cui 4,1 versati dall’Ue. Un “Fondo fiduciario di emergenza per la stabilità e per affrontare le cause profonde della migrazione illegale in Africa”. Di questi, ad oggi, ne sono stati spesi circa la metà. Per quali progetti? Per capirlo basti l’esempio che riguarda la Tunisia. La somma destinata a questo Paese ammonta a 12,800 milioni di euro destinati “a sostenere l’operatività della strategia nazionale sulla migrazione della Tunisia, rafforzando le opportunità socioeconomiche attraverso la mobilitazione della diaspora e l’integrazione economica e sociale dei migranti e migranti di rimpatrio, al fine di consolidare il contributo della migrazione allo sviluppo socioeconomico a livello locale, regionale e nazionale”, tra le quali “sostenere il reinserimento economico e sociale dei rimpatriati tunisini, in modo da garantire la dignità delle persone e la sostenibilità dei loro progetti di reinserimento”.
Tuttavia una gran parte dei migranti arrivati in Italia lo scorso anno pare venissero proprio dalla Tunisia.

 

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