Riflessioni di Piero Visani

Qualche anno fa, un quotidiano di destra che stava conducendo un’inchiesta sui protagonisti della breve stagione della Nuova Destra italiana, filiazione nazionale ma non subalterna della Nouvelle Droite francese di Alain de Benoist, chiese ai membri del gruppo dirigente, tra cui si annoverava anche chi scrive, di tirare un bilancio della loro esperienza e di descrivere che cosa avevano fatto dopo. A me, l’intervistatore fece implicitamente notare che, rispetto ad altri protagonisti di quella breve ma intensa e felice esperienza, avevo fatto molto meno carriera, visto che c’era chi era diventato giornalista, chi politologo, chi scrittore, chi critico cinematografico, chi deputato. Io descrissi il mio personale itinerario, chiarii alcuni punti che mi riguardavano, precisai alcune distinzioni che mi erano proprie (ero sempre stato molto più vicino al marcato anticristianesimo della Nouvelle Droite francese che all’altrettanto marcato “baciapilismo” di quella italiana) e conclusi sottolineando che avevo fatto un percorso mio, molto attento – come sempre – a una rigida coerenza agli assunti ideologici originari. Ammisi che avrei potuto comportarmi diversamente e – senza in questo voler essere polemico con gli amici di allora, che tali sono e restano – che non avevo fatto carriera perché “preferisco tenermi stretta la mia vita ‘sbagliata'”. Ricevetti molti complimenti per quell’articolo. Molti amici di un tempo mi scrissero per solidarizzare. Ne fui orgoglioso, così come sono sempre orgoglioso, quando scopro di essere stato fedele a me stesso. Se potesse essere un’iscrizione tombale, “mi tengo stretta la mia vita ‘sbagliata'” non mi dispiacerebbe, anche perché è del tutto evidente che non la ritengo in alcun modo tale. So che c’è chi la ritiene tale per me, per conto mio, ma io la penso diversamente, io penso che la mia vita sia stata giustissima. Ho scritto “vita ‘sbagliata'” solo per mettermi nei panni altrui, per interpretare il loro giudizio. Non certo perché lo condividessi. Il mio onore si è sempre chiamato fedeltà, e continuerà a chiamarsi tale. Non ho mai tradito gli ideali dei miei 14 anni, quelli che mi portarono ad avere molti problemi fin dall’epoca del ginnasio e che fecero di me – secondo la splendida definizione di Marco Tarchi, che della Nuova Destra italiana fu l’indiscusso leader – uno dei tanti “esuli in patria”. Se un piccolo cambiamento c’è stato, esso consiste solo nel fatto che, mentre oggi sono sempre un esule, non ho più una Patria. La mia Patria si è squagliata. Come Robert Brasillach nei “Poemi di Fresnes”, posso ricalcare parola per parola quanto segue, da lui riferito alla Francia del periodo bellico: MON PAYS ME FAIT MAL Mon pays m’a fait mal par ses routes trop pleines, Par ses enfants jetés sous les aigles de sang, Par ses soldats tirant dans les déroutes vaines, Et par le ciel de juin sous le soleil brûlant. Mon pays m’a fait mal sous les sombres années, Par les serments jurés que l’on ne tenait pas, Par son harassement et par sa destinée, Et par les lourds fardeaux qui pesaient sur ses pas. Mon pays m’a fait mal par tous ses doubles jeux, Par l’océan ouvert aux noirs vaisseaux chargés, Par ses marins tombés pour apaiser les dieux, Par ses liens tranchés d’un ciseau trop léger. Mon pays m’a fait mal par tous ses exilés, Par ses cachots trop pleins, par ses enfants perdus, Ses prisonniers parqués entre les barbelés, Et tous ceux qui sont loin et qu’on ne connaît plus. Mon pays m’a fait mal par ses villes en flammes, Mal sous ses ennemis et mal sous ses alliés, Mon pays m’a fait mal dans son corps et son âme, Sous les carcans de fer dont il était lié. Mon pays m’a fait mal par toute sa jeunesse Sous des draps étrangers jetée aux quatre vents, Perdant son jeune sang pour tenir les promesses Dont ceux qui les faisaient restaient insouciants, Mon pays m’a fait mal par ses fosses creusées Par ses fusils levés à l’épaule des frères, Et par ceux qui comptaient dans leurs mains méprisées Le prix des reniements au plus juste salaire. Mon pays m’a fait mal par ses fables d’esclave, Par ses bourreaux d’hier et par ceux d’aujourd’hui, Mon pays m’a fait mal par le sang qui le lave, Mon pays me fait mal. Quand sera-t-il guéri ? A differenza di Robert Brasillach, che pure scriveva pochi giorni prima di essere fucilato per collaborazionismo (6 febbraio 1945), posso dire che io non spero più che il mio Paese possa guarire. E invece, esattamente come lui, posso dire che non solo il mio Paese mi ha fatto male, ma anche i suoi abitanti. Ma non mi sento, per la verità, politicamente ferito o disilluso. Mi sento umanamente trafitto. Nessuno mi metterà al muro, come lui, ma è come se lo fossi stato messo, giorno dopo giorno, innumerevoli volte. Tuttavia, riesco ancora a trovare rifugio nella letteratura, nella musica, nella poesia, nella solitudine più totale e in qualche amico vero. Pronto a vendere cara la pelle, a riconfermare la mia concezione aristocratica dell’esistenza. Pieno di sputi, di disprezzo, di odio. Ma cosa sono queste piccolezze, di fronte a una visione del mondo salda e coerente? Sì, mi tengo strettissima la mia vita “sbagliata”. Per me è stata l’unica giusta, l’unica possibile, l’unica vera.

 

Piero Visani

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