Da qualche anno sembra che di Hiv/Aids non si voglia più parlare. Eppure uno degli Obiettivi sostenibili del Millennio è proprio l’eliminazione dell’Aids entro il 2030. Un risultato che, stano ai numeri, difficilmente potrà essere raggiunto. Anche se negli ultimi dieci anni sono stati notevoli i progressi tra i bambini di età compresa tra i 0-9 e tra gli adolescenti, il numero di casi è ancora spaventosamente elevato. Le previsioni dell’Unicef per il 2030 lasciano lo stesso a bocca aperta: parlano di 360mila adolescenti destinati a morire di malattie correlate all’Aids tra 2018 e 2030, a meno che non si decida di cambiare radicalmente i programmi di prevenzione e senza che vengano stanziati ulteriori investimenti per i test e per il trattamento dell’Hiv. I numeri sono impressionanti, forse tanto quanto il fatto che non se ne parli mai: 1.9 milioni di bambini e adolescenti costretti a vivere con l’Hiv nel mondo; 270mila bambini e adolescenti infettati ogni anno; 56mila bambini morti a causa dell’Aids e delle malattie correlate ogni anno.
L’Unicef stima che dei 36,9 milioni persone che convivono con l’Hiv in tutto il mondo, nel 2017, 3 milioni erano bambini e adolescenti al di sotto dei 20 anni di età (circa 19,1 milioni sono donne e ragazze). Ogni giorno a questo elenco si aggiungono circa 4.900 nuovi casi e circa 2.580 persone muoiono per cause legate all’Aids.
In molti paesi la causa di tutto questo è soprattutto un accesso inadeguato ai servizi di prevenzione, cura e trattamento dell’Hiv. Le nuove infezioni da Hiv tra i bambini stanno diminuendo – di circa il 58% in meno dal 2000 – a causa di sforzi in scala per prevenire la trasmissione madre-figlio. Ma la situazione rimane incredibilmente grave: nel 2017, circa 12,2 milioni di adolescenti di età inferiore ai 18 anni hanno contratto l’Aids da uno o entrambi i genitori. Milioni di altri sono stati colpiti dall’epidemia a causa di un mix di cause che vanno dalla povertà, al vivere senza fissa dimora all’abbandono scolastico e alla discriminazione razziale e sociale. Dei 940mila morti per cause legate all’Aids nel 2017, 130mila avevano meno di 20 anni di età. E circa il 70% di queste morti evitabili riguardava bambini al di sotto dei 10 anni. Se è pur vero che il numero totale di decessi correlati all’Aids tra i bambini è diminuito dal 2000, il numero di decessi correlati all’Aids tra i 10-19 di età è aumentato. Specie in alcune zone del pianeta. Nel 2017, il numero totale di bambini sotto i 15 anni che vivono con Hiv ha raggiunto gli 1,8 milioni. L’Africa subsahariana, in particolare l’Africa australe, rimane la regione più colpita dall’epidemia: nel 2017, in questa zona del pianeta sono stati rilevati circa il 70% di tutti i casi di persone affette da Hiv, il 91% dei bambini affetti da Hiv e l’85 per cento degli adolescenti che vivono con l’Hiv. Nel resto del pianeta, l’Hiv colpisce in modo sproporzionato le persone che fanno uso di droghe o che hanno rapporti sessuali non protetti con soggetti già contagiate dal virus. Nell’Europa orientale e in Asia centrale le epidemie di Hiv che un tempo erano legate in gran parte alla trasmissione tra persone tossicodipendenti ora sono caratterizzate sempre di più da una significativa trasmissione sessuale.
È vero che sono stati compiuti progressi sulla copertura dei farmaci antiretrovirali materni per le donne incinte che vivono con l’Hiv, ma la sostenibilità dei servizi PMTCT, dove c’è stata oltre il 90 per cento di copertura, è critica. E i miglioramenti nei trattamenti per i bambini non hanno mantenuto il passo con la prevenzione. Circa il 48% dei 1,2 milioni bambini, cioè di età compresa tra 0 e 14 anni, che vivono con l’Hiv in tutto il mondo nel 2017 non hanno ricevuto l’ART, e quando lo hanno ricevuto, spesso è arrivato troppo tardi. La conseguenza è che un terzo dei bambini con Hiv muore prima del secondo anno di vita. Anche le differenze tra i sessi sono notevoli: le ragazze che rappresentano circa il 68% di tutte le nuove infezioni da Hiv nel gruppo di età 10 – 19 in tutto il mondo.
L’elevata crescita demografica in molti paesi a reddito medio-basso (LMIC) ha creato quello che l’Unicef definisce un “rigonfiamento giovanile” che ha reso necessario uno sforzo maggiore per far fronte alle nuove infezioni da Hiv tra gli adolescenti. Le proiezioni, infatti, dimostrano che, con i tassi attuali di progresso nella riduzione del tasso di incidenza dell’Hiv adolescenziale, il numero di nuove infezioni diminuirà dal 2017 al 2030, ma in modo insufficiente a raggiungere gli Obiettivi sostenibili del Millennio.

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