Quando l’emigrante cadeva nella trappola del “padrone system”

Il Castle Garden di New York, l’Hotel degli Immigrati di Buenos Aires e l’Hospedaria di San Paolo non li troveremo su Trip Advisor fra i miglior hotel del continente americano. Direi proprio di no. In verità queste strutture erano più vicine ad un lager che ad un albergo a quattro stelle e anche i nostri emigrati garfagnini lo sapevano bene.

Castle Garden, ossia “il Giardino del Castello” era tutt’altro che un giardino, in realtà nella sua origine era un forte militare meglio conosciuto come Fort Clinton. Nel 1847 questo edificio divenne il centro di smistamento della prima grande ondata immigratoria negli Stati Uniti d’America. Una pubblicità ingannevole diffusa anche in Italia descriveva questo posto decantandone le sue  virtù. Già il suo leggiadro nome “Il giardino del castello” faceva apparire questo luogo come un posto sereno e confortevole, dove al suo interno esistevano persone cordiali, pronte a ricevere l’immigrato con tutte le gentilezze possibili, anche le stesse pratiche burocratiche venivano presentate come semplice formalità, ma la realtà era ben diversa:

 “era sommerso da un flusso enorme di esseri umani confusi, spaventati, carichi di fagotti, accalcati gli uni contro gli altri, in preda al panico, mentre venivano intruppati come animali in file che molto lentamente passavano davanti a funzionari indifferenti”.

 

Le stesse autorità nei loro giudizi su questo luogo e sulla gente che vi era internata non andavano tanto per il sottile, il 6 novembre 1879 il New York Times pubblicò in un articolo una dichiarazione del Sovraintendente del Castle Garden:

 

passeggeri di terza classe c’erano 200 italiani, la parte più lurida e miserabile di esseri umani mai sbarcata”

Questo centro rimase in funzione fino al 1890, quando l’amministrazione federale decise di aprire una stazione più funzionale: Ellis Island, l’isola delle lacrime… Molti garfagnini giunsero anche in Argentina e sicuramente passarono dall’Hotel degli Immigranti di Buenos Aires. Questo “hotel” era un enorme edificio di quattro piani, capace di ospitare fino a tremila persone, fu costruito fra 1906 e il 1911 con lo scopo di ricevere e dare assistenza a tutti gli immigranti che raggiungevano la capitale argentina. Al pianterreno c’era la cucina e la sala da pranzo, ai piani superiori c’erano le camerate, quattro per piano, tali camerate potevano contenere fino a 250 persone che dormivano tutte in delle  cuccette prive di materassi, questi erano rimpiazzati da stuoie di cuoio per evitare infezioni o malattie.

Nell’albergo i nostri immigrati potevano sostare gratuitamente per cinque giorni, durante quei giorni l’immigrato doveva trovare lavoro, in caso contrario molte persone erano costrette a vivere li per settimane e settimane fino a che, qualche parente o conoscente (che già viveva a Buenos Aires) non andava a cercarli.

Un’altra delle mete migratorie predilette dei garfagnini era il Brasile, non si direbbe ma fra il 1875 e il 1914 circa ottantamila toscani partirono per quella lontana terra. I flussi maggiori di questi immigrati toscani provenivano infatti dai territori della Lunigiana e Garfagnana. Per capire bene quale fu la proporzione di questo fenomeno “brasilero” è necessario sottolineare i dati ufficiali del 1910 che evidenziarono la netta predominanza delle due aree geografiche che rappresentavano da sole il cuore dei movimenti migratori regionali, superiori a quelli di ogni altra provincia del Regno. Rimane il fatto che le destinazioni conclusive di quel lungo viaggio erano due “Hospedaria“: quella di Rio di Janeiro e di San Paolo.

Hospedaria di San Paolo

Quella di San Paolo fu il traguardo di molti garfagnini. Questa enorme costruzione era sita sul terreno nel bairro del Bras, era progettata per ospitare tremila persone, arrivò comunque a stiparne fino ad  ottomila. La struttura offriva tre pasti principali, assistenza medica e dentistica. Tutti dormivano in ampie camerate in attesa di un lavoro che molto probabilmente sarebbe arrivato dalle piantagioni di caffè. Era proprio per questo motivo che quel centro d’accoglienza era l’unico che non era all’interno di un porto, gli immigrati venivano caricati sui treni merci che collegavano San Paolo, una volta arrivati nella grande città brasiliana venivano fatti scendere, e in una scena che ricorderà negli anni che verranno altri tragici momenti, venivano selezionati e smistati per la manodopera necessaria per il faticoso lavoro nelle fazendas, le grandi aziende agricole dedite alla coltivazione del caffè. Insomma, quello che rimane chiaro è che questi luoghi, erano luoghi di speranza e di attesa, ma soprattutto erano luoghi di sofferenza. Ad alimentare questa sofferenza talvolta erano gli stessi emigrati italiani verso i loro stessi connazionali, in quello che è conosciuto come il fenomeno del “padrone system”.

Tanto era umiliante e degradante questa pratica che non troveremo testimonianze dirette di chi fu colpito da questa brutta esperienza. La vergogna e l’imbarazzo dell’emigrante era superiore a qualsiasi voglia di rivalsa o di denuncia, quello che è chiaro che anche molti garfagnini caddero nella trappola tesa dai loro stessi compatrioti arrivati prima di loro. Tutto accadeva ai tempi della “grande emigrazione”(dal 1861, agli anni ’20 del 1900) a New York nel già citato centro d’accoglienza di Castle Garden che nelle intenzioni doveva essere un centro a cui tutte le imprese e le persone che avessero avuto bisogno di assumere lavoratori dovevano far capo. In pratica la cosa fu ben diversa, gli immigrati venivano trattati e contrattati come alle fiere del bestiame che si facevano a quei tempi in Garfagnana, in una sorta di mercato degli schiavi.

Fu in questo clima che nacque il “padrone system”. Già lo stesso nome la dice lunga su questa abbietta pratica. Di solito anche gli stessi immigrati italiani (un po’ come succede adesso) tendevano ad “americanizzare” ogni parola, questa volta furono gli stessi statunitensi a lasciare per integro quel termine italiano “padrone” per distinguere bene l’origine di questa nefandezza. In pratica tutto ruotava intorno ad un boss (un padrone) che in cambio di una tangente procurava ai nuovi emigrati una pronta occupazione. Il padrone rimediava anche un alloggio in una lurida pensione a cifre esorbitanti, ed inoltre offriva lavori di durata settimanale per riscuotere in questo modo più frequentemente la tangente sull’ingaggio. In breve, quando si cadeva nelle mani di questa brutta persona, era certo che il suo compito era quello di spremere lo sventurato, il più possibile e il più a lungo possibile.

Fu un’antica prassi consolidata questa, purtroppo oggi in Italia esiste ancora e porta il nome di “caporalato“.

Una pratica attuata sui quei migranti stranieri che sbarcano nel nostro Paese. Qui il giro d’affari non è quello di oltre un secolo in America, le cifre sono maggiori e a dir poco esorbitanti.

 

 

 

 

 

 

Tale fenomeno oggi è un business da 4,8 miliardi di euro (dati 2019) che colpisce i lavoratori extracomunitari del settore agricolo nel sud Italia, mentre al nord è coinvolto il settore edile e anche al tempo, come oggi, il “padrone system” continuava per il povero emigrato fuori dall’orario lavorativo, nella vita di tutti i giorni. Il boss difatti dava in affitto baracche simili a case che dai datori di lavoro otteneva gratuitamente e che affittava al malcapitato di turno a suon di dollari che gli venivano trattenuti dalla busta paga. Ma non solo, anche i piccoli negozietti, gli spacci di merci ed alimentari dove andavano a comprare i nuovi immigrati erano gestiti dallo stesso boss, naturalmente i prezzi in queste botteghe erano altissimi, talvolta la mercanzia costava il cinquanta per cento di più dei prezzi correnti. Quello che posso dire al mio caro lettore è che sarebbe ingiusto accusare l’emigrante garfagnino d’ingenuità, faciloneria e di creduloneria, bisogna calarsi nella mentalità garfagnina di 110 anni fa, i nostri avi erano nati in una terra semplice, questi atti erano inimmaginabili nella testa del garfagnino di quel tempo, i nostri paesi erano comunità dove ognuno si aiutava reciprocamente nelle faccende domestiche e di vita sociale. Loro malgrado furono catapultati in una realtà totalmente diversa e nel vero senso della parola in un nuovo mondo dove non conoscevano la lingua, gli usi locali e non avevano relazioni sociali, perciò affidarsi a una persona (per di più della solita nazionalità) che  prometteva di aiutarti era quasi la normalità. Quello che mancava era infatti un’istituzione che vigilasse su questi biechi andamenti e se non ci pensò il governo americano ci pensò Santa Romana Chiesa con la St. Raphael’s Italian Benevolent Society. Questa organizzazione cattolica fu la principale istituzione cattolica che operò fra il 1891 e il 1923 per l’assistenza agli immigrati italiani negli Stati Uniti. L’idea di una organizzazione di assistenza agli emigranti italiani che nella seconda metà dell’ottocento si recavano ormai numerosissimi in America fu promossa da Giovanni Battista Scalabrini, vescovo di Piacenza, il quale a partire dal 1876 scrisse numerosi articoli sulla stampa cattolica richiamando l’attenzione sulle difficili condizioni materiali e spirituali degli immigranti in mancanza di un sostegno più attivo da parte della Chiesa cattolica.

Il 25 novembre 1887 con la lettera apostolica Libenter Agnovimus egli ricevette l’approvazione pontificia da Papa Leone XIII alla costituzione di una congregazione missionaria, che formasse dei religiosi specificamente specializzati in questa missione. Intanto nel 1890 padre Pietro Bandini (gesuita missionario) fu incaricato di costituire l’organizzazione a New York, punto di arrivo delle navi degli emigranti. Giunto a New York il 29 marzo 1891, Bandini si mise subito al lavoro, assistendo già nel primo anno oltre 20.000 persone, aiutandole nelle pratiche di immigrazione e fornendo anche alloggio temporaneo a chi ne avesse bisogno nella sede della Society. Molti garfagnini furono così sottratti dalle grinfie dei padroni. Negli anni a venire nacquero altre associazioni simili che  forzarono la mano al governo americano perchè varasse una legge a tutela degli immigrati. Il caso NON volle che questa legge prese il nome di “Padrone Act“. Fu così che nel 1930 il “padrone system” era praticamente estinto. Della serie “volere è potere”…


Bibliografia

  • “Storie di ieri e di oggi, di donne e di uomini. I migranti” Fondazione Paolo Cresci per la Storia dell’Emigrazione Italian

  • Gianpaolo Zeni, En Merica! L’emigrazione della gente di Magasa e Valvestino in America, Cooperativa Il Chiese, Storo 2005

Paolo Marzi
Paolo Marzihttp://paolomarzi.blogspot.de
Mi chiamo Paolo Marzi sono nato a Barga il 2 settembre del 1971, sono sposato ho due belle figlie e vivo da sempre in Mologno, un piccolissimo paese nel comune di Barga nella Valle del Serchio. Il mio paese è una “terra di confine” solamente un chilometro (nemmeno) e un ponte (il ponte di Gallicano) mi divide dalla Garfagnana (così come geografia dice) Oltre al mio paese sono legato molto a Gallicano, il luogo dove è nata la mia mamma e dove ho vissuto la mia bella infanzia. Non ho diplomi ne tanto meno lauree,ho solo la grande passione per lo scrivere e per la Storia, in particolare della Nostra Storia, la storia della nostra valle, della nostra Garfagnana.Questa passione mi porta a fare continue ricerche,verifiche,visite,viaggi e foto. Tutto questo materiale ho cercato di raccoglierlo in questo blog,nella speranza che possa diventare un punto di riferimento per tutti quelli che vogliono informarsi su tutto quello che era il nostro passato. Partecipo poi con il comune di Gallicano nell’organizzazione di eventi storico-culturali (l’ultimo in ordine di tempo “La Grande Guerra, storia e memoria del fronte alpino”). Faccio poi parte dell’istituto storico lucchese e collaboro con i miei articoli su “Il Giornale di Castelnuovo Garfagnana” e sulla testata on line “Lo Schermo”,inoltre ho contribuito con testi e foto alla bellissima opera “I luoghi del cuore”(un componimento fotografico e scritto sui luoghi più suggestivi di Lucca e la lucchesia), pubblicazione a dispense sul quotidiano “Il Tirreno”,in più sono uno dei vicepresidenti dell’Associazione culturale gallicanese “L’Aringo”, che ci ha visti uscire nel 2015 con una nuova pubblicazione trimestrale.Questo nuovo giornale si chiama anch’esso “L’Aringo” e si occuperà di storia, tradizioni e cultura e sarà il primo giornale ufficiale nel comune di Gallicano e mi vedrà oltre che “giornalista” anche nel comitato di redazione,mi occuperò della sezione storica.Da aggiungere che le mie ricerche storiche effettuate sul canale irrigatorio Francesco V di Gallicano, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, rivolte alla Sopraintendenza della Belle Arti, hanno contribuito al finanziamento per restaurare la bellissima opera dell’architetto Nottolini. @ Articoli

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