Ci sono mille modi per definirlo, nomi talvolta ricercati come postribolo o lupanare, altre parole un po’ più eleganti e distinte come casa di tolleranza, casa chiusa o casa di piacere, altre ancora invece non lasciano spazio a dubbi: casino, bordello o peggio ancora puttanaio…Rimane il fatto che questo luogo ha segnato la vita di molti italiani, vocabolo inteso proprio nel genere maschile del termine, era infatti un rito iniziatico quasi inevitabile per buona parte di quei giovani che raggiungevano la maggiore età, o sennò per molti altri uomini era una semplice abitudine come quella di prendere un caffè al bar, d’altronde i numeri parlano chiaro, negli anni del ventennio fascista,l’epoca proprio che andremo ad analizzare, coloro che frequentavano le case chiuse erano circa 10 milioni su una popolazione di 40 milioni di italiani, leviamoci da questa cifra donne e bambini e possiamo immaginare la proporzione del fenomeno.

“Bordello” (Brothel, 1562), di Joachim Beuckelaer. Scene animate di baldoria in locande di paese e nei bordelli erano molto bene illustrati come prova dei divertimenti a cui si abbandonavano con facilità i contadini.

Fra questi naturalmente c’erano molti garfagnini che di buona lena prendevano il treno dai nostri sperduti paeselli e frequentavano le case chiuse di Lucca, dal momento che in Garfagnana non ne esistevano. Dalle nostre parti tale “emancipazione” non arrivò mai perchè da sempre attaccati a valori culturali contadini  e fortemente cattolici che non permettevano una Sodomma e Gomorra simile. I valori di casa, chiesa, lavoro e famiglia erano ben radicati, naturalmente sotto sotto la storia era un’altra, non mancavano neanche al tempo amanti varie e scandali sotto le lenzuola e non mancavano nemmeno donnine di paese di facili costumi, ma quello che non si vedeva, non esisteva…l’importante era l’apparenza e bando alla morale sessuale anche dalla Garfagnana come detto si partiva in comitiva, proprio come si fa in una gita, in quel di Lucca verso quelle case chiuse che faranno epoca dall’unità d’Italia, quando il governo Cavour nel 1861 sancì la loro legale esistenza con il “Regolamento del servizio di sorveglianza della prostituzione” con tanto di ottenimento obbligatorio di “patente” (art.24,26 e 27) per esercitare la professione, fino al fatidico 1958 quando la senatrice Merlin le case chiuse, le chiuse per davvero…Ovviamente quale poteva essere il momento storico in cui i bordelli ebbero il loro apice? Logicamente il ventennio fascista. All’epoca non ci poteva permettere di battere la fiacca, la parola d’ordine era virilità e allora osserviamo attraverso testimonianze e racconti di (anonimi e anziani) garfagnini come erano le case di piacere. Tutto era regolamentato da severe leggi, per aprire un esercizio bisognava dotarsi di regolare licenza, inoltre bisognava pagare le tasse e istituti medici per i controlli sulla salute delle prostitute, per di più era severamente vietato all’interno vendere cibo e bevande, fare feste, balli e canti. Non si potevano aprire case di tolleranza nelle vicinanze di chiese, scuole e ospedali, oltre a ciò le persiane dovevano sempre rimanere chiuse, da qui il nome “case chiuse”.

Interno di un bordello a Napoli

Non si poteva fare diverso– dice il nostro testimone- ci dovevano essere per forza delle regole precise talmente era tanta l’affluenza nei casini, era una questione di ordine pubblico, c’è poco da fare, anche perchè questi luoghi non erano frequentati solo dal popolo ma da ogni sorta di persona: gerarchi, ufficiali dell’esercito, mariti, bimbetti alle prime esperienze e da una categoria di persone che noi chiamavamo “i flanellisti” cioè quei tipi che bighellonavano per lustrarsi gli occhi senza nemmeno spendere un soldo, a quel punto interveniva la maitresse: “Su, su…o commercio o liberare la sala”-. 
Le prostitute iscritte al partito fascista avevano maggiore facilità di lavorare, ma dal 1938 diventò obbligatoria l’iscrizione per fare qualsiasi attività…anche quella, per esercitare bisognava fare gli esami “e aver superato l’abilitazione al regolare meretricio”, dopo aver passato le prove c’era un severissimo tirocinio in un locale di meretricio di Stato…in cui si cimentavano gli aspiranti al ruolo. Ma se il corpo della povera donna era perso bisognava però salvare l’anima; ogni venerdì il prete faceva visita al casino per fare confessione e dare la comunione alle donnine e chi si sottraeva “all’obbligo di brava cristiana” il suo comportamento veniva segnalato alla maitresse per atteggiamento “non retto”. 

 

– Erano altri tempi a raccontare queste cose adesso non ci si crede- riprende il nostro testimone garfagnino– per noi era la normalità  frequentare i casini, come andare al cinema o al bar. Con gli amici si prendeva il treno in Mologno tutti insieme, naturalmente alla mamma non si diceva dove si andava, l’importante era andare alla messa delle 11…il babbo penso che si immaginasse lo scopo delle nostre gite domenicali, comunque una volta arrivati a Lucca si prendeva il carrozzino che ci portava nella “cittadella dei casini”. Per noi giovanotti il nostro mondo era in quel pezzetto di città fra via del Mulinetto, Corso Garibaldi e via della Dogana, da poco ci  sono passato da quelle parti li, adesso i casini si sono trasformati in alberghi. Nel periodo delle feste come questo ci facevamo un regalo, quando al lavoro ci davano la gratifica natalizia ci potevamo permettere per solo una volta l’anno “Il Primavera” un casino a tre stelle, che era proprio in Via della Dogana-. 

La Fête de la patronne de Degas.

In effetti vigeva lo stesso sistema che oggi esiste per gli hotel, più stelle aveva una casa chiusa e più alto era il suo livello, si andava dalle pregiatissime quattro stelle al servizio “low cost”, più diminuivano le stelle più aumentava “la stazza” delle signorine. Tutto però era organizzato alla perfezione, era una macchina ben collaudata:
Praticamente funzionava così: una volta scelta la ragazza pagavi anticipatamente la prestazione alla tenutaria che in cambio ti dava “una marchetta”. A fine serata il numero di marchette in possesso alla prostituta definiva il suo compenso-.
Di solito questi luoghi erano strutturati tutti alla solita maniera, appena entravi trovavi lo studio della “direttrice” e il locale di polizia, messa li dal partito per mantenere l’ordine pubblico e per verificare l’età dei clienti, che per legge dovevano essere maggiorenni, al solito piano o a quello inferiore si trovava  la cucina,la lavanderia e la sala da pranzo, ai piani superiori c’era la sala d’aspetto, li venivi accolto dalle ragazze vestite con veli o abiti scollati che mostravano il seno, appena ti vedevano ti si sedavano accanto e cominciavano a toccarti nei “punti strategici”. Nei bordelli con più stelle c’erano anche salottini privati con ingresso riservato che accoglievano persone che non desideravano esser viste, le camere poi potevano essere più o meno eleganti ma tutte avevano affisse le regole di prevenzione sanitaria, si potevano trovare anche cartoline osè per stimolare la fantasia dei clienti, l’arredo era comunque spartano, composto naturalmente da un letto, un lavandino, un bidet e in un armadietto si custodivano profilattici e creme varie per gli usi più disparati. Il regime impose regole dure per quanto riguardava la sanità, tutte le signorine due volte a settimana venivano sottoposte a visite mediche e possedevano un kit per verificare la presenza di malattie veneree.

La “marchetta”

Mi ricordo sempre– continua Mario (nome di fantasia)- che il personaggio più particolare era la tenutaria, era una “macchina da guerra”, il suo era un vero e proprio commercio e faceva montagne di soldi, spesso come secondo lavoro facevano “le strozzine”, prestavano soldi contanti a interessi elevatissimi. Io me ne ricordo una, urlava sempre: “In camera, in camera, siete tutti finocchi?”-. 
A quanto si dice il duce non vide mai di buon occhio le cosiddette case di tolleranza, erano una contraddizione che andava contro le politiche di crescita demografica a cui aspirava il governo, ma non se la senti di privare il popolo maschile di uno dei suoi passatempi preferiti, però fece si che non fossero più concesse licenze per l’apertura di nuovi esercizi, tuttavia il regime impose a queste povere donne la reclusione, per meglio capirsi non potevano lasciare le strutture perchè considerate “donne che attentavano alla debolezza dell’uomo italiano”, rischiavano sonore manganellate se fossero uscite dalla “casa” senza una valida giustificazione, di solito quando uscivano andavano a prestare “servizio” a domicilio ad invalidi di guerra o ai disabili. La condizione di queste donne era di una prostrazione assoluta, molte di loro costrette dalla vita “al mestiere”, abbandonate dai mariti o afflitte dalla povertà, molte risultavano vedove anche se vedove non lo erano. Il partito facendo “un favore” alle prostitute aveva fatto si che la persona non più reperibile, il marito, venisse dichiarata morta dopo cinque anni, di modo che le mogli potessero esercitare la loro professione dal momento che le donne sposate non potevano praticare la prostituzione. Eventuali figli venivano affidati agli orfanotrofi e una parte della retta veniva pagata dal comune. In pratica un vero e proprio mercimonio, una tratta di esseri umani, a confermarlo è sempre Mario, quello che per i ragazzi del tempo era una vera e propria festa è la conferma del traffico legale che subivano queste donne:
Ogni quindici giorni le puttane cambiavano, ne venivano di nuove in città, allora si che quel giorno era una festa, le corriere e i treni che partivano dalla Garfagnana erano pieni. Uomini di tutte le età salivano su ogni mezzo, dal vecchietto, al signore distinto che faceva finta di niente, c’era anche chi partiva in camicia nera e fez, per non parlare di compagnie di chiassosi ragazzi (come eravamo noi). Insomma, una volta arrivati a Lucca il rituale era sempre il solito, quando scendevamo dal treno si andava in Piazza Grande e li aspettavamo le ragazze nuove. Le maitresse infatti noleggiavano sempre una carrozza dove facevano salire tutte le prostitute appena arrivate e gli facevano fare il giro completo della città per mostrare le loro bellezze. Ricordo gli applausi scroscianti dei maschi al passare di queste sfilate e le facce stizzite delle signore di Lucca. Il fine corsa era in Via della Dogana, assalita da frotte di uomini che volevano andare con la novità del momento-.

La senatrice Lina Merlin

Il fascismo cadde, la monarchia fu abolita e la Repubblica si instaurò. Anche con la nuova forma di governo la prostituzione rimase legale fino a quando la socialista Lina Merlin (prima senatrice italiana)con la legge n°75 del 20 febbraio 1958 dette il “de profundis” alle case di tolleranza, introducendo anche i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione. Chiusero così per sempre i battenti oltre settecento casini, lasciando senza “lavoro” oltre tremila signorine. Per difendere la sua legge (che fu molto osteggiata) la Merlin ebbe a dire:” Non chiamatele prostitute; sono donne che amano male, perchè furono male amate”.

 

 


Fonte:

  • Testimonianze dirette, da me raccolte

Bibliografia:

  • “Le case chiuse durante il fascismo” Focus storia dicembre 2018
  • “La legge e l’alcova. La prostituzione nella legislazione italiana fra l’800 e il 900”
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Paolo Marzi
Mi chiamo Paolo Marzi sono nato a Barga il 2 settembre del 1971, sono sposato ho due belle figlie e vivo da sempre in Mologno, un piccolissimo paese nel comune di Barga nella Valle del Serchio. Il mio paese è una “terra di confine” solamente un chilometro (nemmeno) e un ponte (il ponte di Gallicano) mi divide dalla Garfagnana (così come geografia dice) Oltre al mio paese sono legato molto a Gallicano, il luogo dove è nata la mia mamma e dove ho vissuto la mia bella infanzia. Non ho diplomi ne tanto meno lauree,ho solo la grande passione per lo scrivere e per la Storia, in particolare della Nostra Storia, la storia della nostra valle, della nostra Garfagnana.Questa passione mi porta a fare continue ricerche,verifiche,visite,viaggi e foto. Tutto questo materiale ho cercato di raccoglierlo in questo blog,nella speranza che possa diventare un punto di riferimento per tutti quelli che vogliono informarsi su tutto quello che era il nostro passato. Partecipo poi con il comune di Gallicano nell’organizzazione di eventi storico-culturali (l’ultimo in ordine di tempo “La Grande Guerra, storia e memoria del fronte alpino”). Faccio poi parte dell’istituto storico lucchese e collaboro con i miei articoli su “Il Giornale di Castelnuovo Garfagnana” e sulla testata on line “Lo Schermo”,inoltre ho contribuito con testi e foto alla bellissima opera “I luoghi del cuore”(un componimento fotografico e scritto sui luoghi più suggestivi di Lucca e la lucchesia), pubblicazione a dispense sul quotidiano “Il Tirreno”,in più sono uno dei vicepresidenti dell’Associazione culturale gallicanese “L’Aringo”, che ci ha visti uscire nel 2015 con una nuova pubblicazione trimestrale.Questo nuovo giornale si chiama anch’esso “L’Aringo” e si occuperà di storia, tradizioni e cultura e sarà il primo giornale ufficiale nel comune di Gallicano e mi vedrà oltre che “giornalista” anche nel comitato di redazione,mi occuperò della sezione storica.Da aggiungere che le mie ricerche storiche effettuate sul canale irrigatorio Francesco V di Gallicano, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, rivolte alla Sopraintendenza della Belle Arti, hanno contribuito al finanziamento per restaurare la bellissima opera dell’architetto Nottolini. @ Articoli

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