Populisti e complottisti

I Populisti

Ai tempi in cui l’Unione Europea ha sostituito, quasi completamente, l’autonomia di taluni suoi stati membri e, segnatamente, quella di Italia (che ha aderito all’Unione dal 1951) e della Grecia (che lo ha fatto nel 1981), le possibilità di un ritorno al passato, cioè di uscirne come sta tentando di fare la Gran Bretagna (che ha aderito nel 1973), sono ridotte al lumicino. Dei 28 paesi che fanno parte della UE, nove non hanno adottato l’euro come moneta unica e, a quanto pare, non se la passano affatto male; perché non si è mai sentito dire che Croazia, Svezia, Polonia; Danimarca, ecc siano in mutande come l’Italia. Le strategie messe in atto per mantenere coesa quella forma, forse malintesa, di coalizione europea fra stati sovrani, si basano essenzialmente su un sistema di trattati e di politiche economiche di carattere universale, da condividere obbligatoriamente a costo di pesanti sanzioni per gli stati, qualora contravvenissero. Il termine adottato per indicare coloro che vorrebbero mettere in discussione quel sistema, e anche nutrire dubbi sulla sua utilità ed efficacia, è populismo. Il termine populismo trae origine da un movimento politico russo risalente ai tempi degli zar. I populisti svolgevano una azione di propaganda e proselitismo tendente al miglioramento delle condizioni di vita delle classi disagiate. Qualcosa di strettamente imparentato con il socialismo e dichiaratamente rivoluzionario, ma che portò, alla fine del 1800, alla uccisione dello Zar Alessandro II. E’ da dimostrare se i populisti, o presunti tali, di oggi ambiscano a deporre governanti e regnanti del mondo globalizzato e di una Europa centralizzata; ma l’appellativo per coloro che non vedono di buon occhio il sistema ultra-capitalista attuale, rimane quello. Esso, il sistema, è sicuramente molto articolato e complesso; oltremodo attento ai più piccoli cambiamenti che potrebbero minacciarne la funzionalità. L’ondata populista in Grecia, culminata con la consultazione referendaria del luglio 2015, aveva respinto con oltre il 62 per cento dei no l’approvazione del piano economico lacrime e sangue imposto dalla UE per il rientro del debito contratto da quello stato. Era in bilico la stessa permanenza della Grecia nell’Unione, anzi, i greci avevano praticamente deciso di uscirne. Ma non se ne fece niente della volontà popolare;gli ellenici dovettero accettare il piano di rientro e rassegnarsi a versarle ancora oggi quelle lacrime e quel sangue; vedendosi portare via pezzi del loro patrimonio pubblico, dalle isole agli aeroporti, e subendo, di recente, il taglio del 50 per cento delle pensioni. Sanità pubblica, welfare, scuola, livelli occupazionali, stipendi adeguati al costo della vita, sono ricordo lontano per la Grecia, culla della civiltà occidentale; un “Sirtaki” inciso su un disco graffiato. Il popolo non conta nulla, i populisti sono delle rane nello stagno che gracchiano alla luce di una luna che tanto rassomiglia a quella nera finalmente oscuratasi in Europa col processo di Norimberga iniziato nel novembre del 1945. E non è andata meglio alla Gran Bretagna con il referendum sull’uscita dalla UE tenutosi a giungo del 2016. Anche in quel caso i populisti avevano sconfitto il sistema, decidendo di non fare più parte della Unione Europea; ma adesso quella volontà popolare sta per essere annullata dal parlamento britannico, che dovrà pronunciarsi sulla legittimità di aver fatto scegliere al popolo il proprio destino. In Austria, proprio il 4 dicembre, si torna a votare per decidere se le sorti di quella nazione saranno affidate a un apostolo dell’ europeismo, Van der Bellen, oppure al nazionalista Norbert Hofer. L’esito della consultazione popolare svoltasi a maggio, che inizialmente dava in vantaggio i nazionalisti, favorevoli all’uscita dalla UE, fu vinta dallo schieramento di Van der Bellen grazie all’ondata di voti pervenuti per posta e giudicati successivamente farlocchi. Perché a tanto arriva il sistema pur di mantenersi in vita. Non c’è dubbio che, una eventuale vittoria dei NO al referendum costituzionale del 4 dicembre in Italia, che comunque lambisce il benessere delle status-quo della UE, potrà rivelarsi carta staccia e assolutamente ininfluente sotto il profilo della legittimità. Difficile è stabilire quale sarà lo stratagemma adottato per rendere vano il temuto esito sfavorevole ai piani della UE, che prefigurano, attraverso modifiche sostanziali alla Carta costituzionale italiana, una ulteriore cessione di sovranità e restringimento degli spazi di democrazia da parte del nostro Paese. Ma di sicuro, nei bunker di Bruxelles, i burocrati stanno studiandoci alacremente. Ecco, chi interpreta questo oscuro malessere, questo doloroso declino di alcuni stati della vecchia Europa che hanno aderito a un sistema di governo centralizzato, basato su trattati e politiche economiche universali, è poi tacciato di complottismo, cioè di voler vedere a tutti i costi fini reconditi non il linea con il benessere della collettività e artatamente costruiti per mantenere in vita gruppi di potere, politico e finanziario.

I Complottisti

Prima di passare a una definizione di complottismo, è bene portare un facile esempio di come l’Unione Europea agisca da sistema, imponendo regole e dettando, letteralmente, leggi che gli stati membri devono fare proprie, addirittura inserendole nella propria Costituzione, come il “fiscal compact” ossia obbligo di pareggio di bilancio per lo stato. Si è trattato di una riforma costituzionale, che però è stata apportata, a maggioranza assoluta, durante il governo di Mario Monti, in un paio di settimane e in un regime di bicameralismo paritario. In aggiunta alle altre cose che sono impedite o prescritte all’Italia dalla UE; gli aiuti di stato all’apparato produttivo in crisi, lo sviluppo della pesca e dell’agricoltura; il diritto delle mucche di fare tutto il latte che vogliono, la pesca delle vongole se meno di due centimetri, la produzione e la vendita di sardella ecc. il fuoco “amico” sembra essersi concentrato sui comparti delle pensioni e della sanità. Esse rappresentano da sole le voci che incidono più pesantemente sul bilancio dello stato. Va detto che le pensioni in Italia sembrano essere divenute il problema principale della sua economia; forse lo sono sempre stato e nessuno lo ha mai detto, ma forse qualcosa è cambiato radicalmente dopo la crisi del 2007- 2008, originatasi in America a causa della bolla immobiliare , meglio conosciuta come “subprime”. Andrebbe stabilito quanto e se l’Italia abbia investito nel mercato finanziario americano, prima del suo clamoroso crollo, con fondi pubblici magari provenienti da accantonamenti pensionistici e previdenziali. Perché se così fosse si spiegherebbe la ragione per cui la prima urgenza italiana, affrontata da Mario Monti nel 2011, è stata il sistema pensionistico, con il varo della legge Fornero. Ed è ancora emergenza su questo fronte, dacché chi vuole andare in pensione adesso, prima dei tempi imposti dalla legge Fornero, dovrebbe accollarsi un mutuo decennale tramite cessione del quinto della pensione. Per quanti lo ignorassero, contrarre una cessione del quinto per lavoratori prossimi alla pensione, comporta dei costi assicurativi esorbitanti, addirittura proibitivi per coloro che hanno già altri impegni in corso (precedenti cessioni del quinto, mutui casa, ecc.). In Italia ogni tanto si parla di blocco della reversibilità della pensione, mentre in Grecia è già in via di attuazione una sensibile, ulteriore riduzione dell’assegno vitalizio. Insomma, si studia come rendere sempre meno vitalizio il diritto acquisito versando contributi per una vita. Se si è arrivati a questo, potrebbe essere perché qualcuno i fondi pensione li ha investiti malamente e sono stati bruciati nel rogo delle borse conseguente alla grande recessione americana del 2007-2008. Pensioni e sanità sembrerebbero essere i “mali” che gli stati membri indebitati, come l’Italia, devono sceverare all’interno del proprio ordinamento democratico; questi i suggerimenti, se non gli ordini tassativi, che arrivano da Bruxelles. Se non fosse che, purtroppo, la sanità pubblica riguarda l’intera popolazione, senza distinzione in fasce d’età, affiancare il peso dei suoi costi a quelli sostenuti per garantire le pensioni di anzianità, significa individuare nei malati e negli anziani i vulnus delle moderne democrazie. Una volta, ma ai tempi di Sparta, i bambini malati e deformi li si buttava giù dal monte Taigeto; oggi non si può più , ma i malati, insieme ai vecchi, generano debito e bisogna alleggerire quel peso. Sanità e pensioni sono dunque ritenute all’origine di costi che uno stato non riesce a sopportare e che deve, quantomeno, alleggerire. Le strategie poste in essere per fare questo si traducono in un restringimento delle garanzie offerte alla collettività, come il diritto a una pensione (sono sempre meno i giovani che ne avranno diritto una volta maturata l’età giusta),e l’aggravarsi dei costi, a carico dei cittadini, per le prestazioni sanitarie; dai ticket al prezzo dei farmaci. Intervenire su sanità e pensioni, è un combinato disposto prescritto dalla Unione Europea cui vanno ad aggiungersi politiche di revisione generica della spesa e patti di stabilità. Da novembre, in farmacia, il costo di taluni farmaci salvavita è aumentato anche del 110 per cento. Se prima si pagava un contributo, di poco superiore a due euro, sui farmaci originali, oggi ce ne voglio 5 e mezzo di euro. Per i farmaci equivalenti, prima di novembre 2016, nulla era dovuto da coloro che sono esenti dai ticket, ma adesso occorre pagare i due euro e passa che si dovevano sborsare per il farmaco originale. Eppure le case farmaceutiche ed il Governo italiano avevano raggiunto un accordo di base sul finire del 2015 dopo che, in quello stesso anno, il costo dei medicinali di specialità aveva raggiunto un +25%. Per il 2016 era addirittura prevista una frenata dei prezzi. Ma così non è stato. Sussistono dunque delle robuste ragioni nel ritenere che si sta materializzando, soprattutto in Europa, un nuovo ordine sociale che prevede il sacrificio di estese fasce di popolazione in nome del profitto giustificandolo con il bisogno di austerità. Se tagli la sanità sarà più difficile curarsi e restare in vita; se allunghi l’età pensionabile e modifichi i criteri di reversibilità, si pagheranno sempre meno pensioni, perché intanto gli anziani che non si possono curare faranno prima a morire. Se paghi i giovani con i voucher, comprati dal tabaccaio, alla fine della loro carriera quelli non avranno diritto alla pensione e se non trovano lavoro è grasso che cola, perché non matureranno diritti, non avendo potuto versare un solo centesimo, frattanto che la pensione sociale sarà un ricordo lontano. Questo ordito, questo combinato disposto che caratterizza l’operato della Unione Europea, predicato in passato dalla Banca Centrale Europea come fosse vangelo e che viene applicato alla lettera da taluni paesi membri come l’Italia, fa sorgere dei dubbi circa gli spazi di legittimità democratica in un continente che si riteneva affrancato dai totalitarismi. Ecco, coloro che nutrono dubbi in tal senso, li si definisce complottisti, cioè quanti vedono in talune azioni politiche e di governo delle strategie mirate al mantenimento di privilegi per ristretti gruppi di potere, soprattutto finanziario. Quello che segue è uno schema semplificato del complottismo visto da ambo i lati, cioè dalla parte di chi lo praticherebbe e da quella di chi lo teme e lo combatte. – L’etichetta di “teoria del complotto” è stata utilizzata per squalificare, schernire e denigrare il dissenso politico o sociale in quanto essa:non è sostenuta da prove sufficienti; è formulata in modo tale da non essere verificabile; è complessa in maniera implausibile. Per contro, chi crede nell’esistenza di complotti che generano malessere e disagio sociale ed economico tra la popolazione, sostiene che: le persone potenti coinvolte nella cospirazione nascondono, distruggono od offuscano le prove; non sono dotati di una sufficiente apertura mentale;potrebbero essere politicamente motivati o avere interesse a mantenere lo status-quo; la complessità del complotto è dovuta al fatto che dietro ad esso potrebbero esserci più menti, per di più dotate di potenti risorse monetarie. Una domanda a questo punto è d’obbligo: era fatto di queste materie il sogno dell’Europa unita dopo la caduta del muro di Berlino ?

Antonella Policastrese


Antonella Policastrese
Antonella Policastresehttp://blogdiantonella.altervista.org
1995-1999 Redattrice della redazione giornalistica, con contratto di collaborazione libero-professionale presso “Radio Tele International” (R.T.I S.a.s) di Crotone. 1997-1998 Docente di Storia del Giornalismo nei corsi di formazione istituiti dalla Regione Calabria e svolti dall’Associazione “San Filippo Neri” O.n.l.u.s di Crotone. 1985-2000 Collaboratrice, con contratti di prestazione d’opera, presso le seguenti testate giornalistiche: “Calabria” mensile del Consiglio regionale della Calabria “Il Crotonese” trisettimanale di informazione della provincia di Crotone “Gazzetta del Sud” quotidiano di informazione della Calabria “Il Quotidiano” quotidiano di informazione regionale della Calabria. Apprezzate e recenzite inchieste giornalistiche televisive e a mezzo stampa per le testate per le quali ha collaborato e collabora. Suoi articoli e dossier sono stati riportati e menzionati da quotidiani e periodici di tiratura nazionale, quali Il Giorno, Stop, Raitre Regione e molti altri. Autrice inoltre di novelle e racconti. Articoli

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