Platone oggigiorno

Plato-raphael

Costituzione, c’è chi la chiama DEMOCRAZIA, chi nel modo che gli pare più adeguato. Di fatto è una ARISTOCRAZIA eletta e governante con il consenso delle masse. “ ( dal Menesseno, dialogo platonico).

ARISTOCRAZIA? La parola viene da àristos (=migliore) e kràtos (=potere), quindi vuol dire “potere dei migliori”. E chi erano gli “àristoi”, “i migliori”? Per tradizione i nobili, quelli che possedevano le terre (cioè la fonte della vita materiale), e facevano risalire l’origine familiare a qualche dio o a qualche eroe, tanto per annichilire gli altri e sovrastarli. E l’aristocrazia era ereditaria, come dire legata al cognome. Oggi sarebbe come se, divenuto senatore Umberto Bossi, fosse per questo promosso tra gli aristocratici, lui ed i suoi figli, ad esempio il Trota, ma anche l’altro non è male.

Anche Platone la intende così? No, nel modo più assoluto. La nobiltà, l’aristocrazia di cui parla Platone, non è un fatto familiare e di sangue, ma una nobiltà di testa e di cuore, è personale e non è ereditaria.

NOBILTA’ DI TESTA indica una mente duttile, votata alla ricerca, all’acquisizione di sempre nuove conoscenze, pronta a mutar parere senza drammi, quando sia evidente l’essere in errore. Una mente dunque aperta, a cui corrisponde una bocca preferibilmente chiusa. COMPETENZA, STUDIO, PRUDENZA. Mica come oggi, un’epoca in cui tutti sentenziano su tutto, e magari sono lustri che non aprono un libro: fiducia cieca ed ingiustificata sulle proprie capacità di giudizio. Si sente dire: “Ogni opinione è valida”, ma si fa confusione su due aggettivi, erroneamente percepiti come sinonimi: valido, legittimo. Ma non sono sinonimi: è legittima la mia opinione, se dico bianco, ed è legittima anche la tua, se dici verde, ma non sono entrambe valide, perché una sicuramente è sbagliata (perché o è bianco o è verde, e le due cose non stanno insieme), quando poi non siano tutt’e due sbagliate, perché magari è azzurro. Parlando dell’Italia , Sergio Endrigo in una sua canzone diceva: “Dove chi grida più forte , ha ragione.”, e lo diceva negli anni ’60. Che direbbe oggi? Se, gridando, ottengo ragione anche quando ho torto, darò un pessimo esempio, subito seguito dagli altri. Avrà ragione il più forte, furbo, prepotente, ed occasionalmente potrebbe essere ognuno di noi. Ma, sommando torto + torto + torto, e così via, come possiamo sognare di vivere in un Paese in cui viga il diritto? Conviene vivere secondo il torto o secondo il diritto? A riflettere un po’ di più, prima di parlare, sai quante fesserie in meno ci capiterebbe di sentire?! E le nostre orecchie – come direbbe Catullo – finalmente riposerebbero!

NOBILTA’ DI CUORE, indica la disposizione d’animo, grazie alla quale la competenza lo studio e la prudenza della mente sono al servizio del bene comune. Quasi come oggi presso di noi!!! E le masse, quelle che danno il consenso a questo potere aristocratico?

LE MASSE. Dicendo a mò di esempio dei numeri a caso, per dieci cariche da attribuire, cento sono i candidati. Questi si presentano alle assemblee, e affrontano l’esame, la valutazione (era la docimasìa). Tra i candidati le masse scelgono quelli che appaiono i migliori, “indipendentemente – dice Platone – dalla ricchezza, dalla nobiltà di natali, dalla forza fisica. Uno solo è il requisito: colui che si dimostra capace mentalmente ed affidabile eticamente, a quello la massa dà il potere.”. Come si vede, la massa svolge un ruolo decisivo: deve valutare i candidati, e tra questi deve scegliere. Dunque deve esserne capace, avere gli strumenti mentali e culturali per valutare e decidere. E così è stato, dal tempo di Temistocle fino all’avvento di Pericle, una quarantina d’anni, durante i quali la democrazia ha avuto l’espressione più compiuta di sempre. Una volta attribuite le cariche, gli eletti governavano, e restavano in carica un solo anno, nel corso del quale avevano modo di esibire le proprie capacità e competenze, ed il loro spessore morale. A fine mandato dovevano fare il redde rationem, il rendiconto del proprio operato, passaggio anche rischioso.

Insomma il sistema era il seguente: si presentavano le candidature, si faceva la docimasìa, si attribuiva la carica sulla base dell’aver dimostrato di appartenere alla nuova aristocrazia, quella di testa e di cuore, e, fatte le scelte, le masse stavano tranquille, fidando di AVER SCELTO CON OCULATEZZA, ed eseguivano le delibere degli eletti, PERCHE’ SI FIDAVANO DELLA COMPETENZA E DELLA PULIZIA DI QUELLI. Il sistema durò 30-40 anni, poi degenerò, e del perché presto parleremo, ma posso anticipare che una delle cause più pesanti fu il passaggio da questa prassi basata sulla democrazia rappresentativa , ad un’altra prassi, quella di una rudimentale e forsennata democrazia diretta. Magari, però, toccassero a noi questi 30-40 anni!

QUI SI PUO’ FARE IL PRIMO PUNTO: Platone parla di una democrazia tramite delega. Pur essendo Atene una città dalle dimensioni ridotte (20 mila abitanti), Platone si rende conto della concreta impossibilità dell’esercizio della democrazia diretta, avendo numerose e pesanti prove della scarsa preparazione delle persone comuni. Ed il problema non era certo il numero, ma fondamentalmente la COMPETENZA. Insomma un sistema alla Temistocle: su un problema specifico il popolo ascolta l’ipotesi A e l’ipotesi B, valutando le argomentazioni dell’una e dell’altra soluzione. Dopo di ciò sceglie, e DELEGA chi gli è sembrato più convincente, per competenza ed etica, ed alle sue decisioni si attiene. Noi, uomini del 2000, nell’esercizio delle nostre professioni (ad esempio avvocato, magistrato medico e così via) siamo tenuti ad agire con SCIENZA (=COMPETENZA) E COSCIENZA (=RETTITUDINE). Insomma con la testa e con il cuore

Platone schematizza il sistema e lo sublima, trasformandolo in un’idea, in una utopia. E l’utopia è irraggiungibile, come la stella polare, che tuttavia ci indica la strada. Già immagino l’insofferenza degli anti “anticaglie”, che fieramente decantano il Tom Tom ed il GPS, eccellenti strumenti, sia chiaro. Ma quando questi si rompono (come dire “quando la modernità con i suoi prodigi non funziona”, e lo stiamo sperimentando sulla nostra pelle), sarà decisivo tornare a guardare la stella polare (Platone e compagnia bella), ma sarà indispensabile conoscerli, per capirci qualcosa sulla strada da intraprendere. Solo le nuvole potranno impedirne la vista, in particolare quelle della supponenza e dell’ignoranza. E si sa, ignoranza e presunzione vanno a braccetto.

Se misuriamo la nostra realtà di oggi con quel metro di Platone, ne usciamo con le ossa rotte, con tanti cari saluti a chi fa spallucce sulle “anticaglie”. Gli aristocratici che reggono le nostre sorti non hanno passato la docimasia popolare, bensì quella delle segreterie di partito (che non adottano certo il criterio del bene comune, ma sono autoreferenziali per sé e per il groviglio di interessi che le avviluppa), ed in qualche caso anche la docimasia della camera da letto. Le masse, da parte loro, o non partecipano più al voto (ormai siamo sotto il 50%), o fanno come dice Tito Livio (storiografo romano di 2000 anni fa, a proposito di anticaglie), il quale afferma che per farsi governare ogni popolo sceglie quelli che gli somigliano. Se Livio dice il giusto, allora bisogna migliorare il popolo, che sceglierà quelli che gli somigliano, che quindi saranno migliori. Eppure di ottimi l’Italia ancora abbonda, ma stanno quasi tutti fuori del parlamento, farcito di inquisiti, pregiudicati e condannati: con una vera docimasia popolare non starebbero lì, ma in luoghi più idonei. Questo stato del popolo è il risultato di mille fattori, tra cui – ad esempio – Drive in, Il grande fratello, gli amici vari, le isole, il calcio il calcio il calcio non praticato ma molto parlato, i cinepanettoni, l’esaltazione del coatto. Ed una scuola sempre più scadente, a dispetto di tanti insegnanti validi, che si dannano l’anima, una scuola abbandonata a se stessa, vilipesa tagliata e poggiata sulle fragili spalle di precari con i capelli bianchi! ED IL MEGLIO STA PER ARRIVARE, MA NESSUNO SI ALLARMA! Se adottassimo lo schema di Platone, il popolo dovrebbe scegliere i COMPETENTI E GLI ETICAMENTE AFFIDABILI, e demandare a loro le questioni di interesse comune. Questi dovrebbero affrontare la docimasia popolare, e chiarire con la massima precisione i vari aspetti inerenti al problema da risolvere. Insomma un meccanismo simile a quello in uso negli ospedali, noto come “consenso informato”: il medico rende edotto il paziente su quello che si intende fargli; il paziente, se d’accordo, firma, ma poi l’intervento terapeutico spetta al medico, mica al primo che passa.

Obiettano alcuni che l’esperienza di quell’Atene lì non è trasferibile ai giorni nostri. E chi ci pensa? Ma, se ci si riferisce alla differenza nei numeri (20 mila abitanti di Atene contro i nostri 60 milioni), replico che i nostri straordinari mezzi di comunicazione, come quello che in questo preciso momento stiamo usando voi ed io, con un accorto sistema di comunicazione e rilevamento potrebbero consentire una consultazione profonda e capillare; se ci si riferisce all’aristocrazia di mente e di cuore, ebbene lì nulla è cambiato, e mi pare un’esigenza, da cui non è possibile in alcun modo derogare. Dunque?

Platone diceva che alcuni la chiamano democrazia, altri nel modo che a loro pare più adeguato, nei fatti si tratta di un’aristocrazia (di mente e di cuore, aggiungo io), scelta e governante con il sostegno da parte delle masse. VALE ANCORA?

Così parlò Platone. Ma chi è, ‘sto Platone? Solo uno di cui si parla a 2400 anni dalla morte, mentre di te, che così lo disprezzi, chissà se si parlerà ancora dopo 2400 ore!

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L’immagine allegata è il famoso quadro di Raffaello, che si intitola “La scuola di Atene”. Al centro del dipinto ci sono Platone (l’anziano) ed Aristotele (il giovane). In secondo piano, partendo da sinistra, una figura femminile, Ipazia. Seduto per terra sui gradini Diogene.

raffaello

di Fulvio Marino

Fulvio Marino

“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” 

Fulvio Marino

il pifferaio tragico fulvio marino

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Fulvio Marino
Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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