Prima di diventare un caso giudiziario e di assumere i caratteri di un’aspra battaglia ideale e politica, l’affaire Dreyfus fu una operazione di controspionaggio, condotta con sorprendente leggerezza ed approssimazione. Da questo vizio di origine derivarono la condanna di un innocente, la falsificazione di documenti, la violazione di procedure, la manipolazione dell’opinione pubblica e la trasformazione di una vicenda doverosamente coperta dalla riservatezza in un dramma nazionale su cui ogni politico, ogni intellettuale e persino ogni cittadino francese fu chiamato ad interrogare la propria coscienza, mettendo in discussione i propri valori.

La vicenda destinata a segnare un’epoca, ad infiammare per oltre un decennio l’opinione pubblica sino a diventare, tra l’incredulità della comunità internazionale, una ossessione capace di scuotere le fondamenta stesse della Terza Repubblica, ebbe inizio con una comunicazione di servizio apparentemente di routine. Sabato 13 ottobre 1894 il giovane Capitano di artiglieria Alfred Dreyfus, da appena 12 giorni distaccato presso un reggimento di fanteria, dopo la conclusione del suo stage presso lo Stato Maggiore, ricevette la comunicazione di recarsi il lunedì successivo, alle nove precise, presso il Ministero della Guerra per una non meglio specificata ispezione generale. L’orario inusuale e soprattutto l’indicazione di presentarsi in abiti civili destarono un certo stupore nel Capitano, senza tuttavia impedirgli di trascorrere una serena domenica in compagnia della moglie e dei suoi due figlioletti. Per molti anni sarebbe stata la sua ultima domenica felice.

Firmando la ricevuta dell’ordine di servizio Dreyfus non poteva immaginare quali nubi si stessero addensando sopra di lui. Da una settimana i suoi movimenti erano seguiti con attenzione. Ogni rigo delle sue note personali era stato letto e riletto, la sua grafia era stata analizzata minuziosamente, gli inquirenti ormai non avevano più dubbi, attendevano soltanto una confessione per poterlo crocifiggere come traditore della patria.

La caccia alla spia era iniziata il 26 settembre, quando il Maggiore Henry della Section de Statistique del Deuxième Bureau dello Stato Maggiore, denominazione sotto cui si celava il servizio di controspionaggio militare, si era imbattuto in un documento proveniente dal cestino della carta dell’addetto militare dell’ambasciata tedesca. Si trattava di quello che prima gli ufficiali incaricati delle indagini, poi gli atti giudiziari ed infine la stampa avrebbero indicato come il bordereau, cioè una nota articolata in cinque punti in cui un anonimo ufficiale offriva al nemico informazioni militari, anche se di secondaria importanza. Il documento scritto a mano con una grafia minuta e regolare su di una carta quadrettata color crema recitava: “Pur in assenza di notizie che mi indichino se Lei desidera vedermi, Le invio intanto qualche informazione interessante:

  1. una nota sul freno idraulico del 120 e in che modo si è comportato quel pezzo;

  2. una nota sulle truppe di copertura (al nuovo piano verranno apportate alcune modifiche);

  3. una nota su di una modifica alle formazioni di artiglieria;

  4. una nota relativa al Madagascar;

  5. il Progetto del manuale di tiro dell’artiglieria da campagna (è del marzo 1894).

Il documento al punto 5 è molto difficile da ottenere e io posso averlo a disposizione solo per pochi giorni. Il Ministero della Guerra infatti ne ha inviato un numero stabilito ai reggimenti ciascuno dei quali è responsabile della copia ricevuta. Ogni ufficiale che lo ha in consegna dovrà restituirlo dopo le manovre. Se Lei vuol ricavarne la parte che interessa e poi farmelo riavere, me lo farò dare. A meno che Lei non preferisca che io lo faccia ricopiare integralmente e che io Le invii la copia. Sto per partire per le manovre.”

Il testo rivelava senza equivoci che il traditore non poteva essere che un ufficiale. Le informazioni proposte, e forse in parte già consegnate, dal Progetto del manuale di tiro dell’artiglieria, alla nota sulle caratteristiche del freno idraulico del cannone da 120, non apparivano così cruciali da mettere effettivamente a repentaglio la sicurezza nazionale, costituivano tuttavia una risposta che si sforzava di essere puntuale e precisa rispetto ad una richiesta specifica dell’addetto militare tedesco, il Colonnello von Schwartzkoppen, richiesta intercettata dalla Section de Statistique contestualmente al bordereau. Si palesava perciò la presenza di un traditore che non agiva in modo casuale e disordinato, ma su commissione, cerando di soddisfare le curiosità di Berlino rispetto a temi molto specifici.

A quanto risulta la possibilità di sfruttare il questionario di Schwartzkoppen per far prevenire al nemico false informazioni non fu neppure presa in considerazione dal controspionaggio francese. Conoscendo con esattezza i temi di interesse in quel momento per l’addetto militare tedesco e conoscendo pure l’elenco delle informazioni che il misterioso traditore era in grado di vendere al nemico, il controspionaggio avrebbe potuto preoccuparsi di inquinare e di manipolare quelle informazioni, operando con pazienza e con intelligenza avrebbe potuto trarre dalla scoperta del bordereau considerevoli vantaggi nella guerra “fredda” che dopo la sconfitta di Sedan opponeva Berlino a Pargi, assegnò invece la priorità alla ricerca del traditore. Lo sdegno per il tradimento e soprattutto le pressioni politiche imposero la linea d’azione alla Section de Statistique fin dalle prime ore dopo la scoperta del bordereau. Non appena il generale Auguste Mercier, uomo scaltro ed ambizioso, che ricopriva l’incarico di Ministro della Guerra, lesse i documenti intercettati non ebbe esitazioni, intravvedendo i vantaggi politici che gli sarebbero derivati da una pronta condanna del traditore, ordinò ai vertici dello Stato Maggiore, incarnati dai Generali Boisdeffre e Gonse, un perentorio: “Cherchez, trouvez!”

Dal suo insediamento, nel dicembre del 1893, al Ministero della Guerra, Mercier, che aveva la reputazione di essere un repubblicano aperto alle idee liberali, era stato oggetto da parte della destra conservatrice, tradizionale alleata dell’esercito, di duri attacchi e di insinuazioni. Un Generale che disertava con ostentazione la messa e non perdeva occasione per professare con slancio la sua fedeltà alla Repubblica appariva ai campioni dell’estrema destra, orfani di un governo forte capace di riscattare la Francia dall’onta della sconfitta del 1870, sospetto e detestabile. “La libre parole”, il foglio furiosamente antisemita diretto da Eduard Drumont, non esitava a definire il Ministero retto da Mercier una cloaca in cui ebrei e spie potevano trovare protezione. Dello stesso tenore erano le accuse del foglio cattolico “La croix”. Gli attacchi a Mercier, che nella transizione dal governo Casimir-Perrier a quello Dupuy, consumatasi nel maggio 1894, era riuscito a mantenere la sua poltrona di Ministro, si erano intensificati a partire dal mese di agosto, a seguito della decisione di anticipare il congedo del contingente di leva e non accennavano ad affievolirsi. Un brillante successo del controspionaggio avrebbe potuto presentare Mercier sotto una luce nuova, come inesorabile cacciatore di spie, offrendo alla destra revanchista argomenti per incensarlo e consolidare così il suo sostegno parlamentare.

La farraginosa approssimazione con cui fu condotta l’inchiesta per scoprire l’autore del bordereau nacque dunque dalle preoccupazioni politiche del Generale Mercier. Prima ancora che l’antisemitismo fornisse tutte le risposte agli inquirenti, sciogliesse tutte le contraddizioni, piegasse la logica al pregiudizio, lo Stato Maggiore sapeva di non poter deludere le attese del suo Ministro, sapeva di dover ad ogni costo individuare un colpevole in tempi brevi. Prima ancora della sicurezza nazionale erano in gioco poltrone e carriere, che una fulminea inchiesta avrebbe potuto proteggere e proiettare verso un radioso futuro.

Su queste premesse si sviluppò la caccia al traditore che nell’arco di un paio di settimane avrebbe portato all’arresto di un innocente, al suo deferimento alla corte marziale ed alla sua condanna all’ergastolo.

Il punto di partenza delle indagini fu il borderau, giunto sul tavolo del Maggiore Henry attraverso la “via ordinaria”, cioè l’agente denominato Auguste, ovvero la vedova Bastian, impiegata come donna di servizio presso l’ambasciata tedesca. Era sta reclutata nel 1889 dall’agente Brücker, un alsaziano incaricato di tenere sotto controllo il personale diplomatico tedesco a Parigi infiltrando nelle loro abitazioni e nei loro uffici personale di servizio pronto a rovistare nei cassetti e nei cestini e di tendere l’orecchio ad ogni conversazione. Nel gennaio 1894 Brücker era stato “bruciato” da una denuncia alle autorità tedesche sporta da una sua amante rancorosa. La copertura di Auguste non era però stata scalfita. Ogni pezzetto di carta negligentemente gettato nei cestini dell’ambasciata continuò infatti ad affluire alla Section de Statistique fino al 1897. Neppure quando il caso Dreyfus divenne di dominio pubblico sui giornali i tedeschi si posero degli interrogativi sulla fedeltà del loro personale di servizio. A proteggere Madame Basitan da ogni sospetto contribuirono, oltre all’ingenuità tedesca, il suo aspetto dimesso, la sua ottusità ed il suo ostentato analfabetismo.

Minute di biglietti amorosi, fatture, note spese, insignificanti lettere personali e talvolta, grazie alla noncuranza del Colonnello von Schwartzkoppen, anche documenti riservati finivano, appallottolati o stracciati, nel cestino della carta, pronti per essere raccolti, senza alcuna cernita, dalla vedova Bastian e consegnati, avvolti in cartocci, ad un agente della Section de Statistique. Per non destare sospetti, gli incontri avvenivano nella penombra della chiesa di Sainte Clotilde o di Saint François-Xavier; a ritirare i cartocci, i cornets, di Madame Bastian era il Maggiore Henry che aveva anche il compito di analizzarli, spesso dopo un lungo e paziente lavoro di ricomposizione dei singoli documenti.

Hubert Joseph Henry era giunto al controspionaggio quasi per caso, a dispetto della sua estrazione contadina e della sua modesta cultura. Proveniva dai ranghi dei sottoufficiali, nella guerra del 1870 aveva dimostrato coraggio e tenacia evadendo due volte dai campi di prigionia prussiani, guadagnandosi così i galloni da Sottotenente nel nuovo esercito repubblicano. Nel 1875, quando il Capo di Stato Maggiore Mirabel lo scelse come ufficiale d’ordinanza la sua carriera ebbe una svolta decisiva. Due anni più tardi approdò alla Section de Statistique, segnalandosi per il suo lavoro scrupoloso e per il cieco rispetto della disciplina e della gerarchia, virtù eminentemente militari che controbilanciavano agli occhi dei suoi superiori la sua scarsa cultura, specie nel campo delle lingue, la sua mancanza di spirito critico e di ogni guizzo creativo. Come zelante esecutore di ordini superiori, sprovvisto di un’intelligenza nel senso più pieno del termine, tuttavia non privo di una certa istintiva astuzia, Henry ebbe un ruolo centrale nello sviluppo dell’affaire Dreyfus.

Proveniente dalla buona borghesia di provincia, protestante, fieramente antisemita, colto, era invece il giovane Capitano Jules Lauth, addetto alla traduzione dal tedesco dei documenti recuperati. Questi aveva una sorta di venerazione per il suo superiore diretto Henry di cui invidiava lo stato di servizio e, a quanto assicura Joseph Reinach, il primo storico dell’affaire, anche la moglie, donna attraente e leggera, con un debole per i giovani ufficiali di buona famiglia come Lauth.

Mathieu Dreyfus che animò la coraggiosa battaglia legale per dimostrare l’innocenza di suo fratello Alfred ci ha lasciato un vivido ritratto di questi due ufficiali. Henry aveva “…l’aspetto di un macellaio. Un faccione rosso, sanguigno, volgare su di un corpo pesante…”; Lauth “…un corpo snello, elastico…” su cui “…spiccava un volto rozzo, tagliato con l’accetta, secco, duro, incredibilmente brutto. E l’espressione di odio represso, di interna malvagità rendeva la sua bruttezza ancora più ripugnante.”. Appare evidente lo sforzo di Mathieu Dreyfus di trovare anche nelle fattezze fisiche una conferma dell’ottusa malvagità dei principali responsabili del calvario di suo fratello.

Le attività riguardanti l’Italia erano di competenza del capitano Matton, un ufficiale proveniente dalla Scuola di Guerra, poco incline a legare con i colleghi ed ansioso di essere trasferito al più presto dal controspionaggio.

Un impiegato civile, Gribelin, incaricato di svolgere le funzioni di contabile ed archivista, copiando, classificando e conservando in cassaforte i documenti, completava l’organico della Section de Statistique, comandata dal Colonnello Sandherr e dal suo vice, il Maggiore Cordier, un ufficiale con una certa inclinazione per la bottiglia.

Nonostante uno staff così male assortito, Sandherr, da quando nel 1887 aveva assunto la responsabilità del controspionaggio era riuscito nell’impresa di innalzare il livello di efficienza e di dinamismo del suo ufficio, guadagnandosi la stima ed il rispetto dello Stato Maggiore e dei Ministri della Guerra che si erano succeduti. Dichiaratamente antisemita, animato da un patriottismo che rasentava il fanatismo, tipico di molti ufficiali ansiosi di riscattare l’onore della Francia e del suo esercito dopo la sconfitta del 1870, Sandherr si era prodigato nella creazione di una vasta rete di agenti e di confidenti a Parigi, nelle regioni di frontiera, in Germania ed in Europa. Dagli angusti uffici della Section de Statistique dirigeva con mano sicura operazioni di infiltrazione nelle sedi diplomatiche tedesche, di sottrazione di documenti riservati, di diffusione di false informazioni per ingannare il nemico ed anche la schedatura di soggetti ritenuti pericolosi. Considerandosi quasi una incarnazione del patriottismo non esitava ad estendere i suoi compiti di vigilanza ben oltre i confini del suo mandato, sottoponendo ad una discreta sorveglianza persino Ministri e Deputati senza alcuna specifica autorizzazione. Fin dal 1889, su iniziativa del Generale Boulanger, allora Ministro della Guerra e campione del revanchismo più impaziente, aveva predisposto una corposa lista di sospetti da espellere o da internare come prigionieri di guerra in caso di mobilitazione contro la Germania. Tale imponente e segretissimo lavoro di schedatura di circa centomila soggetti pericolosi per la sicurezza nazionale aveva instillato nel Colonnello, e di riflesso nei suoi uomini, una mentalità ossessionata dal sospetto, spesso alimentato dal pregiudizio oppure da indizi frammentari.

Le spie tedesche non erano tuttavia un’invenzione dell’isteria che regnava nello Stato Maggiore. L’oro di Berlino era davvero capace di indurre in tentazione anche i funzionari più integerrimi, aprendo falle nella sicurezza nazionale. Nel 1890 l’archivista Boutonnet, impiegato presso l’ufficio della sezione tecnica dell’artiglieria, aveva confessato di essere in relazione con l’addetto militare tedesco von Huehne ed era stato condannato a cinque anni di prigione. Tra il 1888 ed il 1890 alcuni ufficiali erano stati condannati a lunghe pene detentive per aver fornito informazioni riservate a potenze straniere. La curiosità degli addetti militari tedeschi si appuntava soprattutto sui plans directeurs, cioè i rilievi topografici delle fortificazioni francesi, da cui ricavare preziose indicazioni sul posizionamento delle artiglierie e delle opere difensive. Tradimento dopo tradimento, Toul, Reims, Nancy non avevano più segreti per il nemico. Spettava alla Section de Statistique arginare ogni fuga di notizie usando ogni mezzo, giocando d’anticipo sui tedeschi ben provvisti di denaro per corrompere chiunque in qualsiasi momento.

Nelle liste dei potenziali nemici della Francia non c’era spazio dunque per la presunzione di innocenza, per il diritto liberale incentrato sulle garanzie del cittadino, per la minuziosa ricerca di riscontri, prevaleva il principio della ragion di stato che si beffava degli standard probatori della giustizia ordinaria e persino di quella militare, postulando il primato assoluto della sicurezza. La preoccupazione di espellere o di internare in caso di guerra un soggetto del tutto estraneo ad attività spionistiche, commettendo abusi e calpestando diritti, era del tutto estranea alla deontologia professionale del ristretto gruppo di ufficiali che era stato investito dell’altissimo compito di proteggere la Francia dai suoi nemici più insidiosi.

Forti di tali incrollabili convinzioni gli ufficiali della Section de Statistique si passarono di mano in mano il bordereau soppesando ogni parola, scrutando ogni tratto d’inchiostro alla ricerca di un indizio sull’identità del traditore. Fu il Capitano Matton, l’unico artigliere del gruppo, ad avanzare l’ipotesi che l’autore fosse un ufficiale di artiglieria. Lo trassero in inganno i riferimenti al cannone da 120 ed al manuale di tiro per l’artiglieria, nonché quel laconico “Je vais partir en manouvres” al termine del documento. Fu il primo, ma non il più grave, di una lunga serie di tragici errori.

La strategia investigativa apparve subito chiara a Sandherr: trovare un ufficiale, preferibilmente d’artiglieria, con una grafia identica a quella del bordereau. Per restringere la ricerca, altrimenti impossibile, decise, con il convinto sostegno del Ministro Mercier, oltreché dei suoi ufficiali, privi di fantasia e di acume investigativo, di presumere che il traditore appartenesse allo Stato Maggiore. Fu un altro errore, indotto dalla varietà di informazioni proposte nel bordereau ed indicate con il termine note, molto in uso tra gli ufficiali addetti allo Stato Maggiore. Sulla base di queste ipotesi suffragate più da suggestioni che da elementi certi si incominciò a frugare negli archivi della Section de Statistique, senza successo. Poi furono distribuite delle copie fotografiche del bordereau ai capi dei differenti bureau dello Stato Maggiore. Non emerse nessuna grafia anche soltanto vagamente simile a quella del borderau. Nemmeno la direzione dell’artiglieria, incaricata anch’essa della ricerca, ebbe miglior fortuna.

Venerdì 5 ottobre tutte le piste investigative parevano esaurite, tutte le intuizioni prive di riscontri. La svolta giunse inaspettata il giorno successivo quando il Tenente Colonnello d’Abboville, appena nominato Vice Capo del quarto bureau dello Stato Maggiore, ebbe un fulmineo colpo di genio. Ansioso di impressionare con il proprio acume il Colonnello Fabre, suo superiore diretto, d’Abboville suggerì che l’autore del boredreau potesse essere un ufficiale in stage, cioè un ufficiale di Stato Maggiore appena brevettato, che prima di ricevere l’assegnazione definitiva doveva ruotare tra i vari uffici. Confermavano questa brillante ipotesi le informazioni stesse elencate nel bordereau, ciascuna riconducibile all’area di competenza di un diverso bureau dello Stato Maggiore.

Grazie a questo ulteriore abbaglio, che sul momento parve una geniale intuizione, il cerchio dei sospetti si restrinse improvvisamente ad un pugno di ufficiali transitati nel corso dell’ultimo anno per il quarto bureau. Alla memoria del Colonnello Fabre tornò il nome di un ufficiale che aveva giudicato con severità sulla base dei rapporti dei suoi subordinati: il Capitano Alfred Dreyfus. Nella nota di valutazione del secondo semestre del 1893 Fabre aveva infranto le speranze di Dreyfus di una carriera nello Stato Maggiore scrivendo: “Ufficiale incompleto, molto intelligente, molto dotato, ma pretenzioso ed incapace di soddisfare dal punto di vista del carattere, della coscienza e del modo di servire le condizioni necessarie per essere impiegato presso lo Stato Maggiore dell’Esercito.”

Dall’archivio fu individuato un formulario scritto di pugno da Dreyfus e confrontato con la copia fotografica del bordereau. Fabre e d’Abboville non ebbero più dubbi: Dreyfus era il traditore. La somiglianza delle due grafie apparve loro impressionante.

Si trattava di una grafia minuta, regolare, ordinata, con una leggera inclinazione, una grafia molto diffusa alla fine dell’Ottocento, quando il sistema scolastico non lasciava ancora troppo spazio all’espressione della creatività individuale nella scrittura.

Oltre alla superficiale somiglianza della grafia, decretata da due ufficiali, che non erano certo degli esperti in materia, nessun riscontro oggettivo deponeva contro Dreyfus. Non vi era prova che il Capitano fosse effettivamente entrato in contatto con le informazioni citate nel bordereau, risultava invece che nessuno degli ufficiali in stage aveva preso parte alle manovre a cui si alludeva nella chiusa del documento scritto dal traditore. Gli elementi a discolpa di Dreyfus furono presto minimizzati se non dimenticati, l’ansia di segnalarsi ai superiori prese il sopravvento su ogni prudenza.

Prima il Capo di Stato Maggiore Boisdeffre, poi il suo Vice Gonse, infine il Colonnello Sandherr furono messi a conoscenza della sconvolgente scoperta. Nessuno, neppure Boisdeffre, che pure conosceva e stimava Dreyfus, si azzardò ad esprimere perplessità. Nella mente di alcuni di questi ufficiali, e certamente in quella di Sandherr, la religione ebraica di Dreyfus assunse immediatamente il valore di una prova ancora più schiacciante di qualsiasi somiglianza calligrafica.

Il pregiudizio antisemita offrì una rassicurante chiave di lettura di tutta la vicenda: nessun ufficiale francese aveva offerto segreti militari al nemico, ma aveva tradito chi apparteneva ad una razza di traditori; il corpo ufficiali era fedele, lo Stato Maggiore senza macchia, uno stagista, un estraneo, si era inserito nel suo seno ed aveva carpito segreti, aveva usato l’uniforme che indegnamente portava per commettere, allettato dai suoi padroni tedeschi, il tradimento. Oltre ad essere ebreo Dreyfus era anche alsaziano quindi doppiamente sospetto, poiché l’Alsazia, insieme alla Lorena, era stato strappata dai tedeschi alla Francia nella guerra del 1870. Parlava correntemente la lingua del nemico, proveniva da una regione di frontiera occupata dal nemico, apparteneva ad una razza a cui certa stampa e convinzioni diffuse in ogni ceto sociale attribuivano tutte le storture del capitalismo, ogni sorta di spregevole avidità ed una inclinazione innata al tradimento, alla menzogna, alla più viscida doppiezza. Dunque Dreyfus non poteva che esser colpevole, anche in assenza di granitici riscontri oggettivi, con buona pace dei veri figli di Francia.

Mentre il pregiudizio antisemita si insinuava con più o meno forza nella mente dei vari ufficiali, la razionalità esigeva comunque un riscontro oggettivo che inchiodasse il traditore alle sue responsabilità.

Per fugare i dubbi del Generale Mercier, che desiderava prove solide che reggessero difronte ad una giuria, fu immediatamente disposto un approfondimento di indagine. Occorreva un ufficiale fidato che potesse vantare una competenza grafologica ed esprimesse un parere autorevole su quella corrispondenza a prima vista così impressionante. La scelta cadde su di un ufficiale del terzo bureau, il Maggiore Du Paty de Clam, parente e protetto del generale Boisdeffre, che aveva fama di dilettarsi di grafologia, oltreché di spiritismo, occultismo e di letteratura poliziesca. La riservatezza fu privilegiata rispetto alla competenza.

Convocato d’urgenza al Ministero la sera del 6 ottobre, Du Paty de Clam, ufficiale di vaste quanto disordinate letture, affermò dopo una rapida occhiata che la stessa mano aveva vergato il bordereau e gli anonimi documenti di raffronto che gli erano stati sottoposti. Dopo questo verdetto, informato di quanto la sicurezza nazionale dipendesse dalla sua opinione, chiese di poter esaminare con più calma e ponderazione i documenti. Si ritirò nel suo studio ed impiegò tutta la domenica del 7 ottobre per esaminare ogni parola ed ogni virgola ed infine decretare che, malgrado certe difformità, vi erano elementi di somiglianza sufficienti per giustificare una perizia legale. Per il Ministero della Guerra e per lo Stato Maggiore fu la pietra tombale sulla colpevolezza di Dreyfus.

Tra la scoperta del presunto traditore, sulla base di impressioni, pregiudizi e pareri tutt’altro che qualificati, ed il suo arresto, trascorsero appena otto giorni, segnati da una attività febbrile del Ministro Mercier. Anziché mettere subito a conoscenza il Governo dell’esistenza di un traditore nello Stato Maggiore, Mercier, sovvertendo ogni priorità istituzionale, si consultò con il Governatore militare di Parigi, il Generale Saussier, un ufficiale tanto influente quanto prudente ed abile nel districare i nodi politici. Saussier, in pectore comandante in capo dell’esercito in caso di guerra, suggerì una soluzione discreta ed efficace della spinosa questione che rischiava di rendere tesi i rapporti con la Germania, di infangare l’onore dell’esercito e di suscitare una nuova ondata di antisemitismo, tutt’altro che gradita alla finanza internazionale: trasferire il Capitano Dreyfus in qualche sperduto avamposto africano in attesa che una pallottola berbera facesse giustizia. Il Ministro della Guerra non pensò neppure per un attimo di accettare tale pratico consiglio. Non si fidava affatto di Saussier, da tempo oggetto di ricorrenti pettegolezzi, forse alimentati dallo stesso Mercier, sulla sua relazione con la moglie di un ufficiale ebreo, Maurice Weil, additato più volte dalla stampa antisemita come traditore, inoltre intendeva trarre il maggior vantaggio possibile dalla vicenda Dreyfus, e per farlo aveva bisogno di un processo, di una condanna esemplare e di una stampa osannante. Il colloquio con Saussier ebbe il solo scopo di ossequiare l’esercito, attraverso uno dei suoi capi più autorevoli, non di accogliere inviti alla prudenza ed alla discrezione.

Mercier confermò la sua volontà di ottenere contro Dreyfus prove che potessero essere sottoposte ad un tribunale convocando, Alfred Gobert, esperto grafologo presso la Banca di Francia, ed incaricandolo di periziare il bordereau ed i documenti di raffronto.

Soltanto il 10 ottobre, dopo aver informato il Presidente della Repubblica Casimir-Perrier, il Ministro della Guerra riferì al Governo del rischio di una fuga di notizie dallo Stato Maggiore e della scoperta di gravi indizi a carico di un ufficiale di cui però non fu fatto il nome. La questione fu affrontata con la massima urgenza il giorno seguente da un Consiglio dei Ministri ristretto, a cui parteciparono, oltre al Presidente del Consiglio Dupuy, i responsabili degli Esteri, della Giustizia e della Guerra. I Ministri si mostrarono incerti e disorientati, intuendo le possibili ripercussioni internazionali del caso. In particolare il Ministro degli Esteri Hanotaux espresse timori per le relazioni con la Germania, il cui personale diplomatico non poteva essere coinvolto in un processo fondato su di un documento sottratto dalla sua ambasciata. Mercier rispose invocando il primato della difesa nazionale su ogni altra considerazione. Il Presidente del Consiglio Dupuy cercò allora una mediazione, facendo promettere a Mercier di non procedere nell’azione giudiziaria finché non fossero state scoperte altre prove oltre al bordereau.

La promessa fatta a Dupuy non ebbe miglior fortuna del consiglio di Saussier: fu ignorata completamente. Dentro di sé Mercier aveva già deciso l’arresto di Dreyfus e non era disposto a sprecare tempo ed energie preziose per ricercare nuove prove, tuttavia prese la precauzione di incaricare un secondo esperto di analizzare i documenti, diffidando di Gobert, il cui nome gli era stato suggerito dal Ministro della Giustizia. Si rivolse questa volta al Prefetto Lépine che gli raccomandò Alphonse Bertillon, capo del servizio identità giudiziaria della prefettura.

Mentre ancora i grafologi, o presunti tali, erano impegnati a stilare le loro perizie, interrogandosi su somiglianze e differenze di ciascuna lettera, la sera del 12 ottobre il Capo di Stato Maggiore Boisdeffre incaricò Du Paty de Clam di procedere all’arresto di Dreyfus. La consapevolezza della fragilità delle prove, suggerì alla fervida immaginazione di Du Paty de Clam, nutrita di convulse letture poliziesche e di suggestioni psicologiche, di architettare una trappola capace di indurre Dreyfus a rendere una piena confessione, liberando così gli inquirenti da ogni onere probatorio. L’idea di convocare l’indiziato con un pretesto e di dettargli stralci di frasi tratte dal bordereau, spiare la sua reazione e poi confrontare la sua grafia incontrò l’entusiasta approvazione dello Stato Maggiore.

Sabato 13 ottobre, di prima mattina, il Capitano Dreyfus ricevette al suo domicilio in Avenue du Trocadero la convocazione per l’ispezione generale fissata per il lunedì successivo. Nelle stesse ore il perito Gobert rese note le sue conclusioni: le due scritture erano dello stesso tipo grafico, ma presentavano numerose e rilevanti differenze di cui occorreva tenere conto. In sintesi, mani diverse potevano aver scritto il bordereau ed il documento di controllo.

Nella serata del 13 ottobre anche Bertillon depositò il suo parere, diametralmente opposto a quello di Gobert: piena identità tra il bordereau ed il documento di controllo.

Tale discordanza tra gli esperti se da un lato parve confermare le diffidenze di Mercier verso Gobert, dall’altro ingigantì le aspettative rispetto alla messa in scena architettata da Du Paty de Clam, da cui avrebbe potuto scaturire tanto una piena confessione, quanto un documento di controllo più efficace di quello impiegato per le perizie.

Domenica 14 ottobre, mentre Dreyfus trascorreva in famiglia le sue ultime ore di ignara serenità, Mercier convocò nel suo studio al Ministero gli attori destinati ad avere un ruolo nella messa in scena. Nessun dettaglio fu trascurato: erano in gioco la sicurezza nazionale, l’onore dell’esercito, oltre alla poltrona del Ministro della Guerra.

Alle nove precise di lunedì 15 ottobre Dreyfus si presentò al Ministero, fu condotto nell’ufficio del Capo di Stato Maggiore dove lo attendevano Du Paty de Clam in uniforme e tre uomini in abiti civili: il capo della Sureté Cochefert, il suo segretario e l’archivista Gribelin della Section de Statistique. Un quarto uomo, Henry, si celava dietro una tenda, pronto ad intervenire in caso di necessità.

Senza nemmeno fare le presentazioni di rito, Du Paty de Clam, con la voce quasi strozzata dalla tensione, disse che il Generale Boisdeffre sarebbe arrivato a minuti, pregò quindi Dreyfus di sedere ad un tavolino e di scrivere per lui una lettera, adducendo il pretesto di avere male ad un dito. Il guanto di seta nera che indossava alla mano destra aveva lo scopo di rendere più plausibile quell’inconsueta richiesta. Dissimulando il suo stupore in ossequio alla gerarchia, Dreyfus iniziò a scrivere sotto dettatura un testo che era stato preparato con cura. Gli occhi di tutti si appuntarono sul suo foglio, poi sul suo volto per spiarne le emozioni.

Dopo aver dettato alcune frasi estrapolate dal bordereau Du Paty de Clam improvvisamente gridò: “Che avete Capitano? Voi tremate!”. Interpretando queste parole come un rimprovero per la sua grafia irregolare Dreyfus si scusò dicendo di avere le dita ancora fredde. Il Maggiore riprese a dettare qualche frase, illudendosi ancora di poter indurre un crollo nervoso nell’indiziato, poi con un gesto teatrale pose una mano sulla spalla di Dreyfus e dichiarò solennemente: “In nome della legge siete in arresto con l’accusa di alto tradimento.”.

Il Capitano balbettò qualche frase per protestare la sua innocenza prima che Cochefert ed il suo segretario si lanciassero su di lui per immobilizzarlo e perquisirlo. Come lo stesso Mercier aveva autorizzato, la via d’uscita del suicidio d’onore, tanto caro alla tradizione militare, gli fu prospettata. Mentre dava lettura dell’articolo del Codice Penale relativo al reato di tradimento, Du Paty de Clam offrì una rivoltella a Dreyfus che la rifiutò continuando a gridare la sua innocenza.

Tale diniego segnò il completo fallimento della messa in scena su cui tanto contava lo Stato Maggiore: il traditore aveva mantenuto il suo sangue freddo, non aveva né confessato, né lavato con il sangue i crimini commessi. Gli inquirenti si aggrapparono allora alla speranza che un regime carcerario di assoluto isolamento avrebbe potuto far crollare il testardo Capitano ebreo. Nessuna comunicazione, né con la famiglia, né con un legale, gli fu consentita per oltre 15 giorni. Non prima del 5 dicembre poté avere un colloquio con il suo avvocato, Edgar Demange, e scrivere una lettera a sua moglie Lucie.

Il Direttore del carcere militare di Cherche-Midi, il Maggiore Forzinetti, destinato a diventare uno dei primi e più ardenti sostenitori dell’innocenza di Dreyfus, dovette persino opporsi alla richiesta avanzata da Du Paty de Clam di svegliare nel cuore della notte il prigioniero con potenti fasci di luce in modo da fiaccare la sua ostinazione nel negare ogni addebito. Solo il 30 ottobre, dopo numerosi interrogatori condotti in ore notturne da Du Paty de Clam, in cui si alternavano estenuanti dettati e domande prive di senso per chi era del tutto estraneo a qualsiasi trama spionistica, Dreyfus ricevette una copia fotografica del bordereau, riuscendo finalmente a comprendere l’esatta natura delle accuse mosse contro di lui.

Nelle due settimane tra il 15 ed il 30 ottobre, mentre Dreyfus in cella rischiava di perdere il senno tra domande assurde, dettati, accessi d’ira e crisi di isteriche, gli inquirenti frugarono nella sua vita alla ricerca di altre prove e soprattutto di un movente.

Lo stesso 15 ottobre Du Paty de Clam effettuò una perquisizione nell’abitazione di Dreyfus, informò sua moglie Lucie dell’arresto appena avvenuto, ma non le fornì ulteriori spiegazioni, proibendole persino, con la minaccia di gravi ripercussioni sulla posizione del marito, di riferire la notizia a chiunque, familiari o legali che fossero. Rovistando l’appartamento di Avenue du Trocadero non emerse ovviamente nulla di compromettente: nessun documento riservato, nessun cifrario, nessuna corrispondenza sospetta, neppure un foglio di quella particolare carta quadrettata color crema su cui era stato scritto il bordereau.

Nei giorni successivi all’infruttuosa perquisizione anche il movente economico si rivelò del tutto inconsistente. Non solo non vi era traccia di alcun movimento sospetto di denaro, ma i coniugi non mostravano alcuna preoccupazione economica. Oltre al suo stipendio Alfred poteva contare sulla rendita proveniente dall’industria tessile di famiglia, diretta da suo fratello Mathieu, e sulla cospicua dote di sua moglie Lucie Hadamard, figlia di uno stimato commerciante di preziosi. Né il tavolo da gioco, né gli investimenti avventati, né le frequentazioni femminili sembravano aver turbato questa solidità economica che garantiva ai Dreyfus una vita familiare serena, felice e moralmente irreprensibile.

La totale assenza di riscontri alle accuse non insinuò nella mente di Du Paty de Clam il dubbio di aver arrestato l’uomo sbagliato, anzi lo convinse di avere a che fare con una spia scaltra e prudente che aveva saputo dissimulare alla perfezione il suo tradimento. Fu questo ragionamento, avallato ed incoraggiato dallo Stato Maggiore, a spingere gli inquirenti prima verso il tentativo di presentare gli elementi raccolti sulla vita di Dreyfus in una luce sinistra e poi addirittura verso la fabbricazione di prove.

Negli stessi giorni in cui Du Paty de Clam lavorava senza sosta al crollo psicologico del suo prigioniero moltiplicando le visite notturne al carcere di Cherche-Midi, il Colonnello Sandherr incaricò l’agente Guénée, un ex poliziotto sul libro paga della Section de Statistique, di sfruttare la prova di qualche frequentazione femminile, risalente peraltro a prima del matrimonio, e di alcune occasionali visite ad una casa da gioco per presentare la vita di Dreyfus come losca, insinuando una inclinazione al vizio, alla doppiezza ed all’immoralità del tutto coerente con il profilo di un traditore.

Nonostante i volenterosi sforzi letterari di Guénée, gli inquirenti non tardarono a rendersi conto che ogni tentativo di estendere le prove a carico di Dreyfus oltre il bordereau li riportava immancabilmente al bordereau stesso, come unico solido elemento su cui costruire un processo. Pertanto pregarono Bertillon, notoriamente antisemita ed ansioso di rendersi utile, di approfondire la sua perizia. Il 20 ottobre Bertillon consegnò al Ministro della Guerra una nuova relazione che conteneva una fantasiosa spiegazione delle evidenti difformità tra la grafia del bordereau e quella dei documenti di controllo: Dreyfus aveva contraffatto la sua stessa grafia, con il preciso intento di costruirsi un alibi qualora fosse stato scoperto! Completavano la relazione alcune ipotesi cervellotiche sulle manovre fatte dal traditore prima di scrivere ogni lettera del bordereau: rotazioni della carta, improvvisi distacchi della penna dal foglio, ricopiatura in trasparenza di parole tratte dalla corrispondenza dei familiari.

Lo Stato Maggiore ed il Ministro accolsero questo guazzabuglio di assurde illazioni come un capolavoro scientifico degno della massima attendibilità. La certezza ostentata da Bertillon nel puntare l’indice contro Dreyfus appariva però ancora indebolita dal giudizio opposto espresso da Gobert, quindi Mercier ordinò di sottoporre i documenti ad altri tre esperti: Pellettier, Teyssonières e Charavay. Il primo smentì nettamente il giudizio di Bertillon, il secondo ed il terzo, seppure con accenti diversi, lo sposarono.

Alla fine di ottobre delle cinque perizie commissionate, tre accusavano Dreyfus, due lo assolvevano, nessun riscontro materiale al tradimento era emerso, né tanto meno vi era stata la tanto agognata confessione. Proprio nel momento in cui la certezza di una condanna di Dreyfus in tribunale sembrava vacillare la stampa irruppe prepotentemente nell’affaire.

Il 28 ottobre la redazione della “Libre parole”, diretta da Drumont, fu informata che un ebreo, il capitano Dreyfus, era stato incarcerato con l’accusa di alto tradimento. La notizia, che offriva una conferma alle ricorrenti accuse di tradimento rivolte dalla stampa antisemita agli ufficiali di religione ebraica, generò nell’arco di pochi giorni una imponente campagna di stampa dai toni esasperati. Tutti gli spettri che da tempo turbavano l’opinione pubblica, la minaccia di una nuova guerra contro la Germania, il tradimento, il complotto della finanza internazionale, parvero d’improvviso concretizzarsi più minacciosi che mai.

Chi informò Drumont dell’arresto di Dreyfus e perché? Secondo la storiografia più autorevole fu con ogni probabilità il Maggiore Henry a rompere la consegna del silenzio. Agì autonomamente per forzare la mano ai suoi superiori, oppure eseguì gli ordini di Sandherr o addirittura di Mercier? Appare impossibile sciogliere questo dilemma. Nel settembre del 1898, quando la battaglia legale per dimostrare l’innocenza di Dreyfus incominciava a riportare i primi successi svelando gli abusi e le macchinazioni dello Stato Maggiore, il misterioso suicidio di Henry impedì per sempre l’accertamento della verità.

L’agitazione della stampa certamente favorì il disegno di Mercier di trascinare Dreyfus in tribunale. Il terrore di essere additati dalla stampa come complici di un traditore convinse tutti i membri del governo ad accettare senza obiezioni il teorema accusatorio costruito dallo Stato Maggiore con la benedizione del Ministro della Guerra.

L’istruttoria della Corte Marziale fu affidata al Maggiore d’Ormescheville che non fece il minimo sforzo per vagliare criticamente i risultati delle approssimative, e tutt’altro che imparziali, indagini condotte da Du Paty de Clam. Nel corso di ben dodici interrogatori, Dreyfus fu sottoposto sempre alle stesse domande sulle sue frequentazioni femminili prima del matrimonio, fu inoltre chiamato a fornire spiegazioni alle inconsistenti insinuazioni di alcuni suoi colleghi della Scuola di Guerra e dello Stato Maggiore che lo descrivevano come un fanfarone curioso di tutto, troppo ossequioso verso i superiori ed incline a discutere di spionaggio con chiunque. Non emerse nulla che la Section de Statistique non avesse già evidenziato al fine di presentare la vita di Dreyfus in una luce ambigua, sinistra e denigratoria.

Nelle conclusioni del suo rapporto d’Ormescheville tentò di mascherare l’assenza di prove materiali del tradimento e l’impossibilità di stabilire con certezza che l’accusato era entrato in contatto con i documenti elencati nel bordereau proponendo delle congetture pretestuose: “Il capitano Dreyfus possiede, oltre a delle conoscenze molto estese, una memoria notevole, parla diverse lingue, in particolare il tedesco, che conosce a fondo, e l’italiano, di cui pretende di non avere che delle vaghe nozioni; è dotato di un carattere molto docile, persino ossequioso, molto utile nelle relazioni di spionaggio anche con gli agenti stranieri. Egli è dunque in tutto indicato per la miserabile e disonorevole missione che aveva incitato o accettato…”. Possedere il carattere del traditore equivaleva ad una prova del tradimento stesso.

Il 4 dicembre 1894 Dreyfus fu rinviato al Consiglio di Guerra. Il giorno successivo, grazie alla rimozione del segreto istruttorio, poté per la prima volta prendere conoscenza del dossier a suo carico e conferire con il suo avvocato Edgar Demange, uno dei più stimati penalisti di Parigi. Era stato Mathieu Dreyfus circa un mese prima a proporre all’avvocato Demange la difesa di suo fratello, dopo il rifiuto ottenuto da Waldeck–Rousseau in considerazione della sua posizione politica. Le condizioni poste da Demange per accettare l’incarico erano state molto rigide. A Mathieu aveva detto: “…sarò il primo giudice di vostro fratello, se nel dossier troverò qualsiasi indizio che possa farmi dubitare della sua innocenza, rifiuterò di difenderlo. (…) Il giorno in cui l’opinione pubblica verrà a sapere che ho rinunciato a difendere vostro fratello ne dedurrà che è colpevole e Dreyfus sarà irrimediabilmente perduto. (…) La mia coscienza non mi permette di agire diversamente.”.

Dalla lettura delle carte processuali Demange trasse l’incrollabile convinzione dell’innocenza del suo assistito. Grazie alla sua lunga esperienza forense considerò del tutto inconsistenti gli elementi probatori a carico di Dreyfus, ma non poté immaginare fino a quali aberrazioni fossero decisi a spingersi lo Stato Maggiore ed il Ministero della Guerra pur di preservare il loro assurdo teorema accusatorio.

Nei giorni immediatamente precedenti l’apertura del processo, il Colonnello Sandherr, sempre più preoccupato dalla fragilità dell’impianto accusatorio, ordinò al Maggiore Henry di riesaminare con attenzione tutti i documenti raccolti negli ultimi mesi attraverso la vedova Bastian. Tra tanti biglietti senza importanza, uno, indirizzato nella primavera del 1894 da Schwartzkoppen all’addetto militare italiano Panizzardi, catturò la sua attenzione. Tale concisa comunicazione, che aveva per oggetto il traffico dei rilievi topografici delle fortezze francesi, recitava: “Sarò di ritorno tra otto giorni. Qui allegati 12 rilievi topografici di Nizza che quella canaglia di D… mi ha dato per voi…”.

Quella “D” seguita dai puntini di sospensione accese la fantasia di Henry, facendogli balenare l’idea di costruire una prova che fosse finalmente decisiva a carico di Dreyfus. Nessuno alla Section de Statistique poteva ignorare che la canaglia a cui si riferiva Schwartzkoppen non era Dreyfus, bensì un certo Dubois, l’agente gli forniva a caro prezzo i plans directeurs, cioè i rilievi topografici delle fortezze, ma quella “D” lasciata in sospeso rappresentava un elemento troppo prezioso per non essere sfruttato a beneficio della tesi sostenuta dal Ministro Mercier.

Per trasformare “D” in Dreyfus, Henry giocò d’astuzia, anziché falsificare grossolanamente il documento aggiungendo le lettere mancanti, fece ritoccare da Guénée due rapporti riservati da lui stesso stilati nel marzo 1894, sulla base delle indiscrezioni fornitegli dall’addetto militare spagnolo Val-Carlos. Ai testi originali furono aggiunte alcune frasi in cui si faceva riferimento alla presenza di un traditore all’interno dello Stato Maggiore. Per aumentare l’effetto della rilevazione non si volle neppure rinunciare ad un tocco letterario, definendo la spia un “lupo nell’ovile”.

I rapporti contraffatti furono sostituiti agli originali, avendo cura di modificare anche le date per renderle più coerenti con l’impianto accusatorio. Accostando i falsi rapporti di Guénée a quella “D” lasciata in sospeso da Schwartzkoppen si voleva imporre l’associazione mentale a Dreyfus, evitando così di costruire una prova a suo carico troppo esplicita e quindi poco credibile.

Questa complessa ed ingegnosa alterazione dei documenti non fu, con ogni probabilità, una iniziativa personale né di Henry, né tanto meno di Guénée, ma dovette coinvolgere, oltre all’archivista Gribelin ed al Capitano Lauth, anche Sandherr e perfino il Ministro Mercier, destinatario dei rapporti originali del marzo 1894.

Mentre la Section de Statistique era indaffarata a fabbricare un falso dossier segreto da usare nel caso in cui la condanna dell’ufficiale ebreo fosse parsa incerta, l’avvocato Demange e Mathieu Dreyfus cercarono di elaborare una strategia difensiva e di trovare testimoni pronti a giurare sulla lealtà e sulla moralità dell’imputato. Era soprattutto la prospettiva di un dibattito a porte chiuse ad inquietare Demange che cercò pertanto, attraverso il suo influente amico Waldeck-Rousseau, di esercitare pressione sul Presidente della Repubblica Casimir-Perrier affinché si schierasse a favore di un processo pubblico. La delicata manovra politica fallì. Il Presidente non volle farsi coinvolgere nella vicenda, lasciò piena libertà al Governo che a sua volta non osò intervenire nei disegni del Ministro Mercier.

La raccolta di testimoni a favore non ebbe miglior fortuna. Tra gli ufficiali che avevano conosciuto e stimato Dreyfus, soltanto alcuni accettarono di deporre. Le difficoltà incontrate da Demange nell’imbastire la difesa del suo assistito non scalfirono comunque la fiducia di Alfred Dreyfus in un imminente trionfo della propria innocenza. La sua considerazione per l’imparzialità dell’esercito era troppo grande per sopportare anche il minimo dubbio. Alla vigilia del processo scrisse alla moglie Lucie: “Giungo finalmente al termine delle mie sofferenze, al termine del mio martirio.”

Una nuova tragedia stava per travolgerlo.

La Corte Marziale, composta da sei ufficiali e presieduta dal Colonnello Maurel, si riunì il 19 dicembre 1894 nel carcere di Cherche-Midi. Il Maggiore Brisset, che sosteneva l’accusa, richiese subito che il procedimento proseguisse a porte chiuse, come da settimane quasi tutta la stampa andava invocando. Vane furono le proteste di Demage, la Corte all’unanimità decise di far sgombrare l’aula dal pubblico, solo il Prefetto di polizia Lépine ed il Maggiore Georges Picquart, incaricato dal Ministero della Guerra di seguire il dibattimento, poterono rimanere.

Risolta la questione procedurale che più stava a cuore al Ministro Mercier, ebbero inizio le deposizioni dei testimoni. Il Vice Capo di Stato Maggiore Gonse, gli ufficiali Fabre, d’Abboville e Du Paty de Clam si dichiararono convinti della colpevolezza di Dreyfus senza tuttavia poter esibire altro che le proprie impressioni o dettagli destituiti di ogni fondamento scientifico, come il leggero tremito del piede dell’imputato, notato da Du Paty de Clam in occasione della dettatura di stralci del bordereau. Anche gli uomini della Section de Statistique diedero il loro contributo all’accusa, Henry e Gribelin presentarono la vita di Dreyfus in una luce losca, ponendo grande enfasi sulla sua curiosità e sulle sue assenze dal servizio frequenti ed immotivate. Le spiacevoli insinuazioni sul carattere dell’imputato si moltiplicarono con le deposizioni degli ex colleghi della Scuola di Guerra e dello Stato Maggiore. Il quadro che ne uscì non fu però affatto coerente: ad alcuni appariva chiuso, altezzoso e brusco, ad altri insinuante, loquace, fiero della propria fortuna e delle proprie conoscenze. Almeno due ufficiali tuttavia mantennero fede al loro giuramento descrivendo Dreyfus quale era, cioè un soldato fedele e scrupoloso, incapace di qualsiasi atto di fellonia.

Fin dalle prime battute del processo la fragilità dell’impianto accusatorio apparve evidente. Nessun testimone fu in grado di apportare elementi decisivi, neppure Henry che perciò chiese al Maggiore Gallet, un suo amico personale che sedeva tra i giudici, di essere nuovamente chiamato a deporre. Gallet non negò la sua collaborazione ed Henry poté recitare difronte alla giuria la farsa destinata ad avere un peso determinante nella condanna di Dreyfus. Dichiarò che fin dal mese di marzo era giunta notizia da fonte autorevole alla Section de Statistique della presenza di un traditore nel Deuxième Bureau, in cui aveva prestato servizio l’imputato. Con uno studiato gesto teatrale Henry si volse in direzione di Dreyfus e puntando l’indice disse: “Il traditore, eccolo!”.

Il Capitano ebreo si alzò di scatto e protestò la propria innocenza, reclamando il nome dell’anonimo delatore. Henry tacque, poi incalzato dalle vibrate proteste dell’avvocato Demange affermò: “Ci sono segreti nella testa di un ufficiale che il suo kepì deve ignorare.” Questa efficace allusione agli imperativi della ragion di stato destò grande impressione tra i giudici in uniforme, abituati ad anteporre la difesa dello stato alle sottigliezze procedurali ed agli scrupoli giuridici. Il Presidente Maurel si limitò pertanto a chiedere ad Henry di giurare sul proprio onore circa la colpevolezza di Dreyfus. Henry levò la mano verso il crocifisso che sovrastava la Corte e gridò: “Lo giuro!”.

Il secondo giorno del processo furono ascoltati i grafologi che confermarono le loro perizie senza aggiungere nuovi argomenti, eccetto Bertillon che parlò per diverse ore, illustrando la sua strampalata teoria sul sistema di ricalco adottato da Dreyfus sulla sua stessa scrittura e su quella di suo fratello, con l’introduzione di dissimulazioni calcolate. Nel corso del suo interminabile sproloquio arrivò persino ad affermare che, in base a non meglio specificati segni particolari contenuti nel bordereau, egli era in grado di affermare che la somma ricevuta da Dreyfus come compenso del tradimento ammontava a 150.000 franchi.

Certamente l’assenza di un movente economico e di prove relative ad un trasferimento di denaro a favore di Dreyfus rappresentavano un vistoso punto debole per l’accusa. Su di un piano più razionale rispetto a quello su cui si era avventurato Bertillon, anche Du Paty de Clam nella sua deposizione si sforzò di dimostrare che del denaro era passato di mano. Insinuò, senza alcuna prova, che il cospicuo risarcimento ricevuto dalla famiglia Dreyfus per l’incendio di un suo stabilimento poteva nascondere il prezzo del tradimento.

Dopo i grafologi sfilarono i testimoni a favore di Dreyfus, alcuni ufficiali, il Rabbino capo di Parigi, un industriale alsaziano, un paio di intellettuali amici di famiglia, che ne attestarono la moralità, la rettitudine ed il patriottismo.

Le udienze si conclusero venerdì 21 dicembre. Il Maggiore Brisset pronunciò la sua requisitoria ripetendo quasi letteralmente le conclusioni del rapporto stilato da d’Ormescheville. Nel pomeriggio del giorno successivo toccò a Demange fare la sua arringa. Parlò per tre ore, insistendo sulla totale assenza sia di un movente per il tradimento sia di prove inoppugnabili che dimostrassero che Dreyfus era l’autore del borderau. Cercò di alimentare il germe del dubbio nella coscienza dei giudici, senza tuttavia riuscire con argomenti razionali a cancellare l’impressione suscitata dal giuramento di Henry. L’ostilità della Corte durante l’arringa di Demange fu palese, quasi provocatoria. Il Colonnello Maurel si mise ostentatamente a sfogliare un libro, gli altri giudici si mostrarono indifferenti e distratti.

Dopo aver ascoltato, con lo stesso distacco, anche le parole pronunciate a sua difesa da Alfred Dreyfus, i giudici si ritirarono in camera di consiglio. Al Ministero della Guerra intanto era già stata presa la decisione di impiegare, aggiungendo reato a reato, anche il falso dossier segreto per ottenere la condanna del traditore Dreyfus. Il Maggiore Du Paty de Clam si incaricò di recapitare in camera di consiglio al Colonnello Maurel un plico sigillato da parte del Ministro Mercier, contenente alcuni documenti tra cui i falsi rapporti di Guénée ed il biglietto “quella canaglia di D…”. A corredo dei documenti vi era anche una sorta di guida alla lettura redatta da Du Paty e da Sandherr.

Mercier mantenne il più assoluto riserbo sulla sua iniziativa, non informò né il Presidente della Repubblica, né i suoi colleghi di Governo.

Il Presidente Muarel lesse alcuni documenti e li fece circolare tra i giudici. Nessuno si fece scrupolo di eccepire che quei documenti trasmessi all’insaputa della difesa erano irricevibili e costituivano una grave violazione dei principi più elementari del diritto. Con la coscienza tranquilla i sette giudici dichiararono all’unanimità la colpevolezza del Capitano Dreyfus e gli comminarono il massimo della pena: deportazione perpetua in recinto fortificato con destituzione dal grado e dall’impiego.

La lettura della sentenza gettò Dreyfus nella più cupa disperazione. Difronte alla Corte riuscì a mantenere un contegno militare, ma una volta condotto fuori dall’aula ebbe una crisi nervosa: si scagliò contro i muri nel tentativo di ferirsi. Nella notte che seguì prese in seria considerazione di porre fine alle sue sofferenze con un gesto estremo, poi l’amore per la sua famiglia e la volontà di vivere per dimostrare la propria innocenza e restituire l’onore perduto al proprio nome prevalsero. Neppure il respingimento del ricorso subito presentato contro la sentenza fece vacillare la sua coraggiosa decisione. Alla vigilia della cerimonia di degradazione Dreyfus scrisse all’avvocato Demange: “Mi hanno appena informato che domani subirò il più sanguinoso affronto che possa essere fatto ad un soldato … . Andrò a questo spaventoso giudizio peggiore della morte a testa alta senza arrossire. Conto su di voi, su tutta la mia famiglia per spiegare questo spaventoso mistero.”

Alla riservatezza del dibattimento fece da contraltare la pubblicità della cerimonia di degradazione che si celebrò il 5 gennaio 1895 nel cortile della Scuola Militare. Autorità civili e militari, diplomatici, giornalisti francesi e stranieri, tra cui Maurice Barrès e Theodor Herzel, furono ammessi all’interno del cortile, mentre migliaia di curiosi si assieparono attorno all’edificio, alcuni si arrampicarono persino sui tetti circostanti per tentare di vedere in faccia il traditore. A più riprese si levò dalla folla il grido minaccioso: “A morte! A morte gli ebrei!”.

Alle nove precise uno squillo di tromba annunciò l’inizio della cerimonia. Dreyfus, attorniato da un Sergente e da quattro soldati con le sciabole sguainate, fece il suo ingresso nel cortile, sfilò accanto alle rappresentanze dei reggimenti della guarnigione di Parigi e si arrestò di fronte al Generale Darras che si ergeva a cavallo al centro del piazzale. Sguainata la sciabola, il Generale pronunciò con voce ferma e chiara le frasi di rito: “Alfred Dreyfus, voi non siete degno di portare le armi. Noi pertanto vi degradiamo nel nome del popolo di Francia.”. Un boato della folla accompagnò queste parole coprendo il tentativo di Dreyfus di urlare ancora una volta la propria innocenza. Il Sergente della Guardia repubblicana che lo aveva scortato si avvicinò al condannato e cominciò a strappargli dalla divisa i bottoni, le spalline, i galloni ed infine le bande rosse sui calzoni. Conclusa la svestizione il Sergente gli sfilò la sciabola dal fodero, la spezzò e ne gettò a terra i due tronconi.

Privato di tutti i simboli della sua appartenenza all’esercito, Dreyfus dovette ripercorrere tutto il piazzale attorniato dalla scorta. Trovò ancora la forza di gridare la sua innocenza all’indirizzo dei giornalisti, ricevendo come risposta una tempesta di insulti: “Vigliacco! Giuda! Sporco ebreo! Traditore!”.

Tutta la stampa, da destra a sinistra, accolse prima la condanna di Dreyfus e poi la cerimonia della degradazione con grande giubilo. Neppure personalità politiche come Georges Clemenceau e Jean Jaurès, destinati negli anni successivi a ricredersi ed a svolgere un ruolo di primo piano nella battaglia per affermare l’innocenza di Dreyfus, si astennero dall’esprimere la propria soddisfazione per la condanna esemplare, ma comunque ancora troppo mite, del traditore.

Il Ministro Mercier non esitò a sfruttare questo clima di eccitazione patriottica presentando alla Camera un progetto di legge per la reintroduzione della pena di morte per il reato di tradimento. Questo zelo non fu comunque sufficiente a salvare la sua poltrona. Le dimissioni del Governo Dupuy lo costrinsero ad abbandonare il Ministero della Guerra. La sua temporanea uscita dalla scena politica non placò affatto la psicosi della Francia nei confronti dei traditori. Nel febbraio del 1895 anche la nuova maggioranza parlamentare che sosteneva il Governo Ribot volle dimostrare la sua intransigenza ed il suo accanimento approvando un provvedimento d’urgenza che consentisse di relegare Dreyfus nell’isola del Diavolo, la più inospitale della Guyana, la vasta regione ad est del Venezuela ed a nord del Brasile, ceduta dai portoghesi alla Francia agli inizi dell’Ottocento. Rocciosa e sabbiosa, con rarissime piante di banane di noci di cocco spazzate dal vento salmastro, bruciata dal sole di giorno, umida dal tramonto all’alba, popolata soltanto di insetti, l’isola del Diavolo apparve alla classe dirigente ed all’opinione pubblica francesi il luogo di detenzione ideale per espiare la più grave delle colpe.

Il più sollevato dalla condanna di Dreyfus fu certamente il vero colpevole del tradimento: il Maggiore Charles-Ferdinand Walsin-Esterhazy, un dissoluto ufficiale di fanteria, distaccato presso il 74° reggimento di stanza a Parigi. Oppresso dai debiti di gioco, Esterhazy si era presentato nel luglio del 1894 presso l’ambasciata tedesca ed aveva offerto al Colonnello von Schwartzkoppen di fornirgli informazioni relative alle manovre di Châlons a cui si apprestava a partecipare. Dopo aver rifiutato la richiesta di corrispondere un salario fisso mensile, l’addetto militare tedesco aveva accettato di ricompensare il tradimento stabilendo di volta in volta il valore di ogni singolo documento trafugato. Qualche settimana più tardi si era preoccupato di stilare una lista delle questioni militari di maggior interesse per la Germania ed in risposta aveva ricevuto da Esterhazy il bordereau, poi intercettato dalla Section de Statistique, che, accecata dal pregiudizio e forviata da congetture prive di fondamento, aveva finito per imporre, anche a costo di commettere dei gravi crimini, la colpevolezza di un ufficiale innocente.

La passione per il gioco ed una vita sentimentale disordinata e costosa imposero ad Esterhazy di continuare, anche dopo la condanna di Dreyfus, la sua attività spionistica. Nel marzo del 1896 furono ancora una volta i cornets di Madame Bastian a svelare la vera identità del traditore. Il Colonnello Georges Picquart, che aveva sostituito Sandherr, gravemente malato, al comando della Section de Statistique, analizzando alcune carte sottratte all’ambasciata tedesca si imbatté nei frammenti di un telegramma compilato da Schawarzkoppen, ma non spedito. La straordinaria importanza del documento non era nel testo, troppo criptico per poter essere correttamente interpretato, ma nell’indirizzo del destinatario: Monsieur le Commandant Esterhazy, 27 rue de la Bienfaisance-Paris. Sospettando di aver scoperto un nuovo caso di tradimento, Picquart avviò immediatamente le indagini. Ottenuti dei campioni della scrittura di Esterhazy, volle per puro scrupolo metterli a confronto con il bordereau. Con suo grande stupore si accorse che la grafia di Esterahazy appariva identica a quella attribuita a Dreyfus. Sottopose allora i documenti ai grafologi che, in due casi su tre, confermarono le sue impressioni: dunque Esterhazy, e non Dreyfus, era il vero autore del bordereau. Quindi un innocente languiva all’isola del Diavolo.

Portò subito a conoscenza dei superiori le sue sconvolgenti scoperte, ma incontrò un muro di ostilità che gli impose il silenzio. Picquart non obbedì, diede ascolto al proprio senso morale, aprendo il primo spiraglio all’affermazione della verità.

Soltanto dieci anni più tardi, nel 1906, dopo una estenuante battaglia legale, sostenuta da una mobilitazione senza precedenti dell’opinione pubblica e degli intellettuali, Alfred Dreyfus sarebbe stato riconosciuto innocente e reintegrato nell’esercito con il grado di Maggiore.


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PERCHE’ DREYFUS? Indagine su un ufficiale infedele was last modified: agosto 28th, 2017 by Roberto Poggi

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