Ormai non ci sono più scusanti: in barba alle promesse di risolvere i problemi educativi con la Buona Scuola, gli italiani sono un popolo di ignoranti. È quello che emerge dal rapporto Rapporto conoscenza 2018 dell’ISTAT. Poche pagine (115) divise in sei capitoli e 38 quadri tematici per spiegare, qualora non fosse ancora chiaro, qual’è la realtà nel Bel Paese e il confronto col resto d’Europa. Per capire quali sono i livelli e la diffusione dell’ “informazione economica, ossia di sapere utile”, ma anche “i fenomeni emergenti” e “gli strumenti che favoriscono lo sviluppo della conoscenza e le sfide per le politiche”. “Il tema della conoscenza non è quindi affrontato nei termini restrittivi di innovazione nei processi e nei prodotti, di ricerca e sviluppo, di brevetti e marchi, di design industriale e proprietà intellettuale”. In poche parole lo “stato dell’arte” ma anche l’impatto della conoscenza nella società, analizzato sui consumi culturali, sulle industrie, sulla diffusione della tecnologia nella famiglia e nell’impresa, sulla formazione e l’impatto economico e sociale del paese.

Quella che emerge dal rapporto è stata definita da un giornale “una specie di museo degli orrori”. È il risultato di decenni di politiche scellerate, di cattiva gestione e di pressioni per allontanare i giovani e i meno giovani dal Sapere (quello con la S maiuscola). A niente sono valsi i ripetuti campanelli d’allarme dei test di valutazione comparati Pisa dell’OCSE. Da anni queste analisi continuano a ripetere che la situazione è grave e che l’Italia è fanalino di coda dei paesi con cui è chiamata a confrontarsi.

Gli effetti sono una doppia “ignoranza” (quella dei cittadini ma anche quella di chi ha governato e gestito il paese) che ha conseguenze rilevanti: i dati relativi al fatturato per abitante mostrano che l’Italia non riesce ad andare oltre l’ottava posizione in Europa su 25 paesi. Un dato che potrebbe sembrare positivo ma che non lo è affatto: gli italiani sono sotto la media europea (28 paesi), ma soprattutto ben lontana dai primi posti occupati da Regno Unito, Francia e Germania.

Gli italiani dai 25 ai 64 anni sono ultimi in Europa per percentuale di popolazione con un titolo di studio terziario, vale a dire almeno una laurea. Nel Bel Paese i laureati sono il meno del 20% della popolazione. Anni luce lontani da quanto avviene in paesi come Danimarca, Cipro, Regno Unito, Lussemburgo, Finlandia o Svezia, tutti al di sopra del 40%. Se ci si accontenta del diploma la situazione migliora, ma non molto: siamo quartultimi (peggio di noi solo Spagna – che però vanta una percentuale di laureati doppia rispetto all’Italia – Portogallo e Malta).

Fin troppo eufemistico il giudizio degli autori dello studio, Giovanni Alfredo Barbieri e Andrea de Panizza, che parlano di un’economia industriale “ad alto reddito ma anomala, perché caratterizzata, a confronto con le altre maggiori economie europee, da livelli di istruzione e competenze modesti, ancorché crescenti”.

A riprova che la situazione è grave il fatto che gli italiani non leggono più: nel Regno Unito la spesa in libri è di oltre 100 euro a persona (fascia d’età tra 25 e 64 anni), di quasi 80 euro in Svezia, Belgio, Danimarca e Francia. Gli italiani, invece, per libri spendono mediamente la metà: 40 euro. Stessa cosa per i musei e i beni culturali in generale. Pur avendo un patrimonio che nessun paese al mondo può pensare di eguagliare, gli italiani non sembrano farne uso.

Un livello culturale e di preparazione così basso non poteva non avere ripercussioni sul fronte occupazionale: se da un lato sono pochi i laureati dall’altro la domanda di personale altamente qualificato è anch’essa bassa. Tra i maggiori paesi europei, l’Italia è l’unico in cui gli occupati in posti ad alta specializzazione sono diminuiti nell’ultimo decennio. E il divario ha raggiunto livelli preoccupanti: “Sul numero di diplomati – ha detto de Panizza – restano 17 i punti di distacco rispetto alla media europea”. Un abisso. Specie se si considera che nessuno dei governi che si è succeduto negli ultimi decenni è sembra aver fatto niente per cambiare questo stato di cose. Il risultato è che il dato relativo alle risorse umane impiegate nella scienza e nella tecnologia vede il Bel Paese al terzultimo posto, davanti solo a Romania e Slovacchia.

Se invece di spendere miliardi e miliardi di euro in armi e armamenti o in missioni militari all’estero si fosse destinata anche solo parte di quei fondi alla formazione e all’educazione, forse l’Italia non sarebbe così ignorante. Tanto ignorante da ignorare la gravità della situazione.

 

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