“Mi trovavo a passare per la via Sacra”. E’ il famoso inizio di un’altrettanto famosa satira (la IX del I libro), nota come satira del seccatore. In sintesi, mentre se ne va per fatti suoi, tutto perduto nelle sue divagazioni della mente, gli si avvicina uno, a lui noto solo di nome. E questi, per farla breve, lo sollecita ad introdurlo nella cerchia di Mecenate. “Io e te faremo squadra, e gli altri li metteremo tutti quanti all’angolo.

“Ma lì, in quella casa, ci si muove in modo del tutto diverso da quello che pensi: chi ha valore, se lo vede riconosciuto in base ai meriti. Non ci sono trame, né congiure, né lotte per il potere. Se vali, sei apprezzato. Est locus unicuique suus: a ciascuno il posto che merita. Punto e basta.”. nel frontespizio dell’organo vaticano L’osservatore romano, sotto la testata c’è scritto “Unicuique suum”, “A ciascuno il suo.”, una promessa di obiettività, ben servita di solito. Ed è anche il titolo di un bel romanzo di Sciascia, da cui è stato tratto l’omonimo film, con Gian Maria Volonté, Irene Papas, Gabriele Ferzetti e tanti altri bravi attori. Un film veramente film, e non una pellicola modulata sui ritmi ed i gusti della TV.

Insomma i frequentatori della casa di Mecenate sono legati tra loro da vincoli di solidarietà e stima reciproca, non c’è proprio spazio per guerre di posizione e di ambizione. Sono veramente amici tra loro e con Mecenate. Una cosa ben diversa da Amici di Maria (De Filippi)!

Ma chi era Mecenate? Di stirpe etrusca, di famiglia di altissima nobiltà tra la sua gente (nella prima ode del primo dei tre e poi quattro libri delle odi, quindi in posizione di rilievo nell’opera di Orazio, la prima parola – ed anche questa è una scelta di rispetto – è ‘Maecenas, atavis edite regibus’, o Mecenate, discendente di antichissimi re) era il consigliere numero uno di Ottaviano/Augusto per gli affari interni, in primis la propaganda: per questo aveva legato a sé con vincoli di amicizia e stima i migliori ingegni letterari del tempo: Orazio, Virgilio, Livio, Vario, Tucca eccetera. Le loro opere, frutto del loro libero modo di pensare, erano perfettamente in linea con l’ideologia del principato augusteo. Ricordo che ‘ideologia’ è vocabolo che indica un ‘modo di leggere il mondo, la vita, la società’. Quando leggo o sento parlare di ‘morte delle ideologie’ nei nostri anni critici, mi viene da sorridere, e capisco che spesso è una volgare azione di propaganda, tesa a spiazzare gli uomini, ad isolarli e renderli disponibili ad accettare nuove proposte, che, vagliate con la Storia, sono quanto di più retrogrado si possa concepire ed accettare.

Mecenate dunque era di origine nobile ed etrusca, e tra i suoi sarebbe stato un lucumone, un re. L’Etruria però come entità politica non esisteva più, e gli etruschi si erano del tutto omologati e mescolati ai romani, al punto di aver perduto la loro cultura nazionale. E Mecenate apparteneva alla seconda classe di cittadini a Roma, quella dei Cavalieri, gli equites. Dal punto di vista economico gli equites erano mercanti, latifondisti, banchieri (=usurai) ed esattori delle imposte nelle terre delle province romane (sono i pubblicani di evangelica memoria). A loro competevano anche i tribunali nei processi contro i governatori delle province, una volta usciti di carica. Il compito era stato affidato a loro dal tribuno della plebe Caio Gracco. Precedentemente questi tribunali erano stati affidati ai patrizi. Di solito i governatori delle province erano anch’essi di estrazione patrizia, per cui i processi finivano tutti con l’assoluzione del denunciato. Caio Gracco, per garantirsi il favore dei provinciali e degli equites, aveva cambiato la composizione dei tribunali. Ma aveva sbagliato i calcoli, come spesso succede, quando non si resta con i piedi per terra: gli equites, come ho detto, erano gli esattori delle imposte nelle province. Se dalla provincia X, ad esempio, Roma si aspettava 100, il cavaliere che si aggiudicava l’appalto versava a Roma i 100 previsti, e Roma stava a posto. Poi, però, l’esattore si rifaceva con gli interessi ai danni dei provinciali, ricavando con il taglieggiamento almeno 200. Ed i pubblicani sono narrati dal Vangelo come esseri spregevoli. Come dargli torto? I governatori, di estrazione patrizia, non osavano moderare le prepotenze degli equites, sapendo che a termine del mandato sarebbero finiti davanti ad un tribunale composto da equites. Quindi Gracco sbagliò completamente il calcolo, e si ritrovò contro gli equites (ostili alla plebe, di cui Gracco era tribuno), i patrizi ed i provinciali. Quando gli misero contro pure la plebe, fu ucciso.

Ma Mecenate era ricco di suo, e poi stava gomito a gomito con Augusto, imperatore e ricchissimo (si è calcolato che nelle zone della transumanza tra Abruzzo Molise e Puglia possedesse la bellezza di un milione di pecore, ricchezza straordinaria in una economia non industriale). Quindi si dedicò al ruolo di consigliere numero uno del principe, protagonista e propagandista dell’ideologia augustea. Ma qual era questa ideologia? Iniziamo a leggere dalle realizzazioni, per risalire ai piani.

Nel 31 a.C. , grazie all’abilità del generale Agrippa, divenuto poi suo genero, ed artefice del Pantheon a Roma, Ottaviano aveva sconfitto la coalizione Antonio-Cleopatra, restando l’unico protagonista di Roma. Nell’epodo IX (gli epodi sono la prima opera poetica di Orazio) il poeta è tutto trepidante per le sorti di Ottaviano: la battaglia è imminente, o forse è appena avvenuta, e non è chiara la portata o addirittura l’esito. Orazio ha addirittura la nausea per la preoccupazione: una eventuale vittoria di Antonio avrebbe conseguenze pesantissime sul destino di Roma: l’ex luogotenente di Cesare si è sottomesso ad una ‘femmina’ (Cleopatra), come dice con disprezzo, ed ha sottoposto il glorioso soldato romano al potere di ‘rugosi eunuchi (spadones)’. Non solo: al sole tocca vedere nel campo dei rudi soldati romani l’oscenità delle zanzariere!!! Insomma Orazio esemplifica qui una delle accuse propagandistiche di Ottaviano contro Antonio: il progetto di trasformare in senso orientale il costume romano. E di trasferire ad Alessandria la capitale del mondo, declassando Roma.

L’anno dopo Orazio scrive la famosa ode sulla morte di Cleopatra (Nunc est bibendum, ora ci si deve ubriacare). Ma la nemica di Roma è tratteggiata in atteggiamenti fieri e virili. E si capisce! Il nemico vinto DOVEVA essere grande, per un cavalleresco omaggio del vincitore, ma soprattutto perché da questo viene la valutazione dell’importanza della vittoria e della grandezza del vincitore: mandare KO un bambino di sei anni non è proprio la stessa cosa che mandarci Tyson! Aveva avuto l’ambizione di distruggere Roma, ma la cavalleria gallica e l’intero occidente, che aveva giurato con l’Italia nelle mani di Ottaviano, l’avevano riportata a più adeguati pensieri. Però aveva saputo scrutare con sguardo sereno la reggia rasa al suolo, e senza paura aveva maneggiato i serpenti (forse dei cobra) , con cui si era suicidata, per sottrarsi al destino di essere esibita a Roma trainata dal carro del vincitore. Gigantesca Cleopatra, ma ancor di più il suo vincitore.

Ottaviano, divenuto ormai Augusto (=l’accresciuto) nel 27 a.C. si è dato ad un’opera di restaurazione dei valori romani, con particolare attenzione ai decaduti costumi. Fece una serie di leggi, contro l’adulterio, contro la facilità nei divorzi, a favore della natalità (ius trium liberorum, il diritto dei tre figli), contro il celibato, contro la facilità dei testamenti a vantaggio di estranei alla stirpe romana. Ma il costume regolato per legge è una pia illusione: dovette mandare in esilio perfino sua figlia Giulia, scandalosa e scostumata, ed il poeta erotico Ovidio.

Alla nobiltà patrizia restituì le antiche cariche (cursus honorum), illusoria soluzione, visto il primato a vita dell’imperatore; ai plebei diede tanta retorica (ho ereditato una città di legno, e l’ho ricostruita in marmo). Chi veramente ebbe vantaggio fu la classe degli equites, dei mercanti: mise pace nel Mediterraneo e nelle terre che vi si affacciano, garantendo un sterminato territorio per i traffici ed i mercati. In oriente si diffuse l’immagine ermetica (da Hermes, dio dei mercati dei viaggi e dei traffici) di Augusto. Ma Hermes era anche il messaggero, la parola degli dèi, e la cultura cristiana non mancò di farlo diventare ‘la parola di Dio’ incarnata : Et verbum caro factum est (la parola divenne persona).

Nella satira 6 del primo libro Orazio fa un elogio amoroso di suo padre: se, o Mecenate, ti vado bene, il merito è suo. Mi portava sempre con sé, e ragionava con me. Mi indicava le vicende di questo o quel vicino, esortandomi a riflettere sui comportamenti. Le cose vanno così e così! Vuoi sapere come faccio a dirlo? Me lo insegna la cultura millenaria del contadino. E’ così, ed io non so dirti perché. Te lo spiegheranno da grande i professori. Non volle mandare il figlio alla scuoletta di paese a Venosa, ma ebbe l’ambizione e l’amore di mandarlo a Roma. A Roma!, capite? E dal magro campicello ricavava tanto da garantirmi abbigliamento adeguato e servitori tanti, che, chi mi vedeva passare con il loro codazzo, si domandava di quale riccone fossi figlio. Il padre contadino e povero ambisce a dare il figlio un destino diverso. E lo manda a studiare, e non a fare comparsate in TV! E la cultura affranca Orazio dal destino di contadino, quale era il padre. Una lezione di pedagogia e di ruolo genitoriale, sulla quale meditare anche oggi, ed a pienissimo titolo.

Ma torniamo ai due topi. Quello di città è la personificazione dell’edonismo estenuato, sfarzoso, certo, ma carico di pericoli ed esigente grandi fatiche, che nella sostanza frustrano le mire edonistiche. Il topo di campagna interpreta bene la filosofia cinica che si ispira ai cani, che mangiano ciò che trovano, dormono dove capita, e non si fanno troppi problemi). E’ la filosofia del “Me magno pane e cipolla, ma vivo tranquillo. E’ già tanto se la porta di casa ce l’ho, ma senza la serratura. Tanto, che mi possono rubare? Non possiedo nulla e vivo senza pensieri.”.

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Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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