Operazione Flavius

1. Tra tutte le forme di conflitto possibili, le guerre di liberazione nazionale sono le peggiori, e maggiormente lo sono quando il nemico non è nemmeno un vero e proprio straniero, ma un “estero vicino” (per usare una ben nota formula in uso in Russia), come nel caso dei celebri Troubles irlandesi.
        Come in tutte le forme di conflitto riducibili a questa tipologia (e non solo a questa…), si spara per uccidere e non si va per nulla per il sottile, nel farlo. Certo poi a posteriori si fanno accurate ricostruzioni degli eventi e dotte disquisizioni giuridiche, ma sul momento, cioè quando la parola passa alla “critica delle armi”, si spara presto, auspicabilmente bene e cercando di fare il maggior numero di vittime possibile.
La storia dell’Operazione “Flavius” ebbe inizio nella seconda metà del 1987, quanto i servizi segreti britannici appresero che l’IRA (Irish Republican Army) intendeva compiere un attentato contro la cerimonia del cambio della guardia che aveva abitualmente luogo al di fuori della residenza del Governatore a Gibilterra. In effetti, tre membri di punta dell’Esercito Repubblicano Irlandese – Sean Savage, Daniel McCann e Mairéad Farrell (quest’ultima una donna) – nel febbraio del 1988 partirono per la città spagnola di Malaga, dove noleggiarono delle auto per recarsi a Gibilterra. A Londra a quel punto scattò l’allarme rosso e – pare con l’approvazione dell’allora primo ministro Margaret Thatcher – una squadra di soldati del famoso SAS (Special Air Service, probabilmente la forza speciale più nota e celebrata del mondo) venne distaccata nella Rocca per bloccare i membri dell’IRA prima che potessero compiere l’attentato.
Non si capirebbe nulla di quello che segue se, a questo punto, non si introducesse una serie di precisazioni. La prima e più importante è che, a partire dal 1970, lo Special Air Service era stato impegnato nell’Ulster contro l’IRA, in un ruolo che, nel giro di pochi anni, era diventato quello di esecutore materiale della shoot to kill policy voluta dal governo Thatcher. Quasi mai operanti in uniforme, gli uomini del SAS erano stati impegnati in un ruolo antiterrorismo che era consistito di fatto nell’eliminazione fisica di tutti i combattenti dell’IRA che fosse possibile sopprimere.
Con lucida quanto cinica determinazione, il “Reggimento” (questa la sua più comune denominazione) aveva acquisito una fama di “seminatore di morte”, nel senso che non faceva MAI prigionieri, ma uccideva tutti i combattenti dell’IRA nei quali si imbatteva.
Con il tempo, questa politica era divenuta un autentico “marchio di fabbrica” del SAS ed è assolutamente impensabile ritenere che alcuni suoi membri fossero stati inviati a Gibilterra con un mandato diverso da quello di sopprimere fisicamente i potenziali attentatori dell’IRA. Pensarla diversamente è possibile e legittimo, ma urta contro una constatazione fondamentale: fino a quel momento lo Special Air Service non aveva mai fatto prigionieri, nella sua lotta pluriennale contro l’IRA. Per quale ragione avrebbe dovuto cambiare? Forse per accettare di rivestire un ruolo che ne avrebbe intaccato la fama di spietatezza? A nostro giudizio, questo è semplicemente impensabile.2. Il 6 marzo 1988, alle 12.45 del mattino, uno dei tre combattenti dell’IRA – Sean Savage – entrò a Gibilterra a bordo di una Renault 5 e venne immediatamente identificato da un agente dell’MI5 (Military Intelligence 5), il servizio segreto britannico. Tuttavia, nulla venne fatto per impedirgli di parcheggiare l’auto nell’area di parcheggio dove di solito si radunava il reparto destinato alla cerimonia del cambio della guardia.
Alle 14.30, Daniel McCann e la Farrell attraversarono il confine a piedi. Anch’essi vennero immediatamente individuati e seguiti fino al parcheggio, dove incontrarono Savage intorno alle 14.50. Pochi minuti dopo, tutti e tre si diressero a piedi verso il centro città.
Non appena la piccola squadra dell’IRA si allontanò dal parcheggio, un membro del SAS – come sempre in abiti borghesi – esaminò l’esterno della Renault 5 e riferì che era possibile si trattasse di un’autobomba (affermazione che successivamente si rivelò del tutto infondata, in quanto a bordo dell’auto non era presente alcun esplosivo). A quel punto, altri quattro soldati del Reggimento – identificati con le lettere A, B, C e D – vennero allertati per procedere all’intercettazione degli elementi dell’IRA.
Alle 15.40, la polizia di Gibilterra trasmise al SAS il comando delle operazioni in loco, conferendo loro l’incarico di procedere all’arresto dei potenziali attentatori. I quattro membri dello Special Air Service si avvicinarono agli elementi dell’IRA, che compresero di essere seguiti e decisero di dividersi, prendendo due direzioni radicalmente diverse: Savage verso sud, gli altri due verso nord.
Fu a questo punto che ebbe luogo il contatto decisivo: il suono di una sirena di un’auto della polizia, innestata per sottrarsi alla morsa del traffico, particolarmente forte in quel momento, allarmò McCann e la Farrell proprio nel momento in cui i soldati A e B stavano per intercettarli. Cosa successe dopo è stato oggetto di aspre controversie, ma la versione più attendibile è quella che i due soldati del SAS spararono praticamente a freddo a McCann e alla Farrell, nella ormai collaudata logica del Reggimento, vale a dire “sparare per uccidere”: il primo venne raggiunto da almeno 5-6 colpi, così come la seconda. Nel frattempo, i soldati C e D abbatterono Sean Savage con almeno 15 colpi.
La consistenza del volume di fuoco e la precisione dei colpi, sparati sempre al torace o alla testa, in quantità massiccia, lasciano chiaramente intendere che l’obiettivo principale degli uomini delle forze speciali britanniche fosse quello di uccidere a freddo i propri nemici. Lo confermano le testimonianze raccolte sul posto, circa un mese dopo dall’evento, dai coraggiosi autori della trasmissione televisiva Death on the Rock, che venne trasmessa in prima serata dalla rete indipendente ITV già il 28 aprile 1988. Nonostante le pesanti interferenze del governo britannico, intese a impedirne la programmazione, la trasmissione venne reputata dagli organi di controllo mediatico un serio e fondato tentativo di condurre un’inchiesta giornalistica televisiva e, in effetti, fece molto scalpore, dal momento che, nel corso di 44 minuti di emissione, essa sostenne la tesi dell’omicidio a freddo, di una sorta di esecuzione programmata ed eseguita con durezza e cinismo estremi, con numerosi colpi sparati a distanza ravvicinata e altri addirittura appoggiando le pistole alle teste dei tre membri dell’IRA.
Death on the Rock provocò un enorme scalpore in Gran Bretagna, con un vivacissimo scambio di accuse e controaccuse tra quanti sostenevano che si fosse trattato di un’esecuzione a freddo e quanti vedevano invece nel programma un deliberato atto di accusa contro il governo Thatcher in generale e il SAS in particolare.
Un evento di tale gravità portò ovviamente all’avvio di un’inchiesta ufficiale relativa alle circostanze e ai metodi con cui l’Operazione “Flavius” era stata condotta. Nel corso di essa, la tesi portata avanti dal governo di Londra e dal SAS fu che il compito affidato alle forze speciali era quello di impedire ai tre membri dell’IRA di compiere un attentato terroristico che avrebbe potuto mietere molte vittime tra la popolazione civile e i turisti che si fossero recati ad assistere alla cerimonia del cambio della guardia. Di conseguenza, l’intercettazione dei presunti terroristi avrebbe avuto luogo prima che questi ultimi avessero potuto mettere in atto i loro proponimenti. Nel fare ciò, il terzetto dell’IRA avrebbe assunto un atteggiamento difensivo e reattivo che avrebbe indotto i soldati del SAS a fare uso di una minimum force, onde eliminare la minaccia.
A smentire tale suggestiva tesi, tuttavia, restava il fatto che i corpi dei tre membri dell’Esercito Repubblicano Irlandese risultavano crivellati di colpi (quello di Sean Savage ne aveva subiti addirittura 18), erano stati colpiti anche alle spalle (e non si era mai parlato di un tentativo di fuga dei medesimi, ma semmai di reazione armata) e soprattutto risultavano colpiti alla testa a una distanza minima di 60 centimetri (il che autorizzava ad ipotizzare il ricorso a dei “colpi di grazia”).
Particolarmente negative si rivelarono le testimonianze dei numerosi civili che – da diverse prospettive – avevano assistito alla sparatoria, in quanto tutte concordavano sul fatto che l’ingaggio da parte degli uomini del SAS era stato estremamente aggressivo e palesemente inteso ad uccidere, non certo a catturare i tre membri dell’IRA.
Le conclusioni dell’inchiesta furono ovviamente a favore della legittimità dell’operazione compiuta, che venne definita “un’uccisione legale” di terroristi da parte di membri delle Forze Armate britanniche.
Circa due anni dopo i fatti, nel marzo del 1990, i parenti delle tre vittime dell’IRA si rivolsero alla Commissione Europea dei Diritti dell’Uomo, sostenendo che, nel corso dell’Operazione “Flavius”, le autorità britanniche avevano violato l’art. 2 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, quello che sancisce il “diritto alla vita”. La Commissione ritenne complessivamente legittima la condotta delle autorità britanniche, ma decise comunque di sottoporre la questione alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, per un verdetto definitivo.
Dopo un lungo dibattimento, la Corte giunse alla conclusione che la condotta dei soldati del SAS aveva comportato “un impiego eccessivo della forza”, ma che a tale impiego essi avevano fatto ricorso nel convincimento (successivamente rivelatosi infondato), che i tre membri dell’IRA stessero per compiere un attentato molto grave. Di conseguenza, la Corte sentenziò che non c’era stata una violazione dell’art. 2 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, non accolse la richiesta di riparazioni in denaro presentata dalle famiglie delle vittime, ma condannò il governo di Londra al pagamento delle spese processuali, cosa che quest’ultimo fece – molto malvolentieri – il 24 dicembre 1995, praticamente alla scadenza dei termini fissati dalla Corte.3. La vicenda in sé si concluse nei termini testé citati, ma la sua importanza è paradigmatica del modo con cui il governo britannico ha sempre affrontato la questione del “terrorismo” irlandese e, sotto altri punti di vista, il ruolo del celeberrimo SAS.
Appare evidente, nel caso di specie, come il ricorso alla più qualificata e temuta unità delle forze speciali britanniche non rappresentasse una scelta casuale, bensì un indizio preciso di come il gabinetto Thatcher intendesse risolvere la questione, vale a dire con una estrema ostentazione di forza. Ricorrere, per effettuare un’operazione del genere, allo Special Air Service, stava ad indicare che fin dall’inizio si intendeva uccidere tutti i membri dell’IRA coinvolti nel presunto attentato, perché quella era la politica che il SAS aveva sempre praticato e intendeva continuare a praticare.
Si possono condurre le disquisizioni più forbite sul tema, ma è innegabile che l’azione del SAS venne concepita ed eseguita nel solo intento di uccidere. Non è intenzione di chi scrive fare considerazioni moralistiche sul tema, ma è una scelta che si pone in linea con la decisione, presa il 30 gennaio 1972, di utilizzare il 1° Battaglione delParachute Regiment per soffocare i disordini indipendentisti nella città di Derry, in Irlanda del Nord. L’utilizzo di un reparto militare d’assalto, molto motivato ed aggressivo, in un contesto di violenza urbana, portò infatti ad una strage (14 morti e 14 feriti).
Questa soluzione è confermata e contrario dal fatto che il governo britannico, se avesse fatto compiere al SAS un’azione militare in cui i membri del Reggimentonon avessero ucciso tutti i presunti terroristi, ne avrebbe gravemente compromesso la fama di spietatezza sulla quale esso aveva costruito il suo mito. Farlo agire diversamente, fargli prendere prigionieri, avrebbe danneggiato, non illustrato, la sua immagine. Questa considerazione ci consente di concludere, su base motivata, che il governo di Londra di fatto preparò e realizzò un ben concepito agguato, dando prova di un’eccellente capacità di gestire le proprie forze speciali, capacità che risaliva al Secondo conflitto mondiale e che, da allora, non è mai venuta meno. Come dovrebbe risultare evidente, non è un giudizio politico, il nostro, ma meramente tecnico, basato su una valutazione tecnica di quei tragici eventi. Tutte le testimonianze fornite al riguardo da quanti ebbero la ventura di assistere all’operazione sono concordi in tal senso e, a tale proposito, consigliamo vivamente la visione della trasmissione televisiva Death on the Rock, facilmente reperibile su “Youtube”:

 

PIERO VISANI

http://derteufel50.blogspot.de/

 


 

Piero Visani
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Aosta, 25/07/1950 - Torino 12/04/2020 Articoli

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