OCCUPAZIONE E NEW ECONOMY IN AGRICOLTURA.

Field_Hamois_Belgium_Luc_Viatour

OCCUPAZIONE E NEW ECONOMY IN AGRICOLTURA.

Field_Hamois_Belgium_Luc_Viatour

 

Nello scorso numero della Rivista abbiamo introdotto e discusso il concetto di “new economy”, indicando i punti essenziali su cui essa si basa. E’ intento dell’autore dedicare una pubblicazione particolare per ogni argomento introdotto in quell’articolo, in modo da analizzare più in dettaglio le particolarità della nuova cultura economica e trovare le corrispondenti applicazioni pratiche.

In questo numero analizzeremo gli effetti della new economy sull’occupazione, cercando di verificare se questi possono essere positivi o negativi.

 

Dopo aver definito la new economy, riteniamo opportuno cercare di definire anche una “new agriculture”, giacché riteniamo che la vecchia agricoltura abbia poco da dire in fatto d’occupazione e di new economy.

 

Quella che chiameremo per pura necessità di lavoro “vecchia agricoltura” è l’insieme delle pratiche agricole tendenti a massimizzare la quantità di prodotto e a minimizzare i costi. Va subito chiarito che questa tecnica ha liberato il mondo dalla fame e dalle carestie, per cui ad essa va tutto il nostro riconoscimento. La vecchia agricoltura è basata fortemente sull’automazione, sull’impiego di prodotti chimici e sulla forzatura delle coltivazioni. Ad essa può essere affiancato il settore agroindustriale che n’è stato la conseguenza naturale. Questa attività ha portato (ovviamente) allo spopolamento delle campagne e ad una riduzione impressionante di manodopera agricola.

Dal punto di vista occupazionale questa tecnologia non può offrire più niente, anzi prevede ancora una leggera riduzione della forza lavoro.

 

Quella invece che chiameremo (sempre per pura necessità di lavoro) “nuova agricoltura” è la tecnologia basata sulle coltivazioni biologiche, sulle manipolazioni transgeniche, sulla globalizzazione dei mercati, e sulla verticalizzazione della produzione.

Su questi argomenti ci sono troppi detrattori disinformati, che protestano più per difendere privilegi acquisiti che per cognizione di causa. Sono da considerare certamente più dannose le tecniche chimiche della vecchia agricoltura che quelle genetiche della nuova. Comunque, seppur dannose, quelle tecniche hanno liberato il mondo dalla fame.

 

Le coltivazioni biologiche tendono a restituire ai prodotti agricoli quel requisito qualitativo (corretta alimentazione per una buona prevenzione della salute) che l’industrializzazione agricola aveva dovuto trascurare per puntare sulla quantità. La maggiore qualità conferisce al prodotto un maggior valore aggiunto (differenza fra costi e ricavi), che permette d’essere competitivo col prodotto chimico, e di ricorrere maggiormente al fattore di produzione “lavoro”. Il biologico ha bisogno di tecnici abili nel programmare e nel seguire il prodotto in ogni sua fase, e questo processo non può essere né automatizzato, né forzato quanto una produzione quantitativa.

Per quanto riguarda i canali di distribuzione il biologico può facilmente disporre dei nuovi canali della new economy, certamente più economici di quelli tradizionali, e più opportuni.

I prodotti agricoli tradizionali (grano, zucchero, coltivazioni forzate) hanno trovato canali distributivi sicuri, ma molto costosi. Grano e zucchero vengono addirittura trattati sui mercati finanziari come commodities, sui quali vengono effettuati contratti di vendita a valore futuro che consente di operare con speculazioni finanziarie. Ai coltivatori viene pagato il prodotto “sul campo”, che poi viene scambiato di mano in mano da parte di operatori finanziari, fino alla sua consegna futura. Le coltivazioni forzate trovano la loro collocazione nei mercati ortofrutticoli che acquistano il prodotto ad un prezzo largamente inferiore a quello finale.

La coltivazione biologica, proprio per il suo elevato contenuto qualitativo, può produrre prodotti personalizzati che possono essere distribuiti in maniera personalizzata attraverso i nuovi strumenti telematici della new economy.

 

La coltivazione transgenica, anche se ancora in una fase sperimentale e priva di verifiche certe, promette di raggiungere il livello qualitativo del biologico e quello quantitativo del tradizionale.

Se la manipolazione transgenica conferma le sue promesse l’agricoltura sarà in grado nel breve periodo di debellare assieme alla fame anche tante malattie nel mondo. Non è possibile pronosticare con certezza se la coltivazione transgenica potrà garantire un livello occupazionale elevato, però è possibile affermare che anche in caso contrario potrà garantire un maggiore benessere per tutti. Il reddito necessario al consumo, in questo caso, sarà da cercare non più nel lavoro ma in altre soluzioni altrettanto innovative quanto quelle delle coltivazioni transgeniche.

 

La globalizzazione dei mercati è oggi la soluzione più innovativa e più sicura per la creazione di occupazione. Nel mercato globale i prezzi non saranno dettati dalla politica economica dei governi, attraverso contingentamenti e barriere doganali, ma dal mercato stesso. Anche i Paesi più poveri avranno la possibilità di collocare i loro prodotti sui mercati ricchi, purché dotati di elementi qualitativi che li facciano apprezzare. I denigratori della globalizzazione sono coloro che parlano o per incompetenza, o per difendere interessi di parte.

La globalizzazione dei mercati agricoli, assieme ai nuovi canali distributivi della new economy può spostare le leve del potere dai produttori ai consumatori. Questa non è una innovazione negativa; tutt’altro, poiché costringe ad una maggiore concorrenza. Nella vecchia agricoltura l’ingresso di un nuovo concorrente è molto costoso, poiché il concetto di valore è ancora basato sulla “proprietà” dei mezzi di produzione. Nella new economy l’ingresso di un nuovo concorrente è molto meno costoso perché basato sul concetto di “uso” dei mezzi di produzione.

La globalizzazione agricola non va intesa solo come apertura e libera circolazione dei prodotti agricoli, ma come possibilità di acquisire tutti i fattori di produzione (terra, lavoro, imprenditoria, capitali tecnologici, capitali finanziari, contenimento del rischio) nel posto più favorevole.

La globalizzazione, nel complesso, genera certamente un aumento della occupazione totale, anche se può causare disoccupazione in alcune aree molto politicizzate.

 

La verticalizzazione della produzione è l’esatto opposto di quello che s’è fatto nella vecchia agricoltura dove le coltivazioni intensive hanno portato non solo alla monocoltura, ma anche ad una incredibile specializzazione. Monocoltura e specializzazione hanno fuorviato l’imprenditore agricolo da quello che era stato fino ad allora la civiltà contadina, per sostituirla con una mentalità molto più industriale. Questa nuova mentalità ha generato l’abbandono del territorio, la desertificazione di terreni per eccessivo sfruttamento, e l’inquinamento.

Alcuni giorni or sono con un collega docente alla Sapienza, mi ha confidato che il problema idrico delle città di Sassari, Alghero e dintorni sono stati risolti questa estate prelevando l’acqua dal sistema di irrigazione della Nurra, che era destinato ad irrigare circa 180.000 ha destinati alla produzione di ortaggi. Questo la dice lunga sulla funzione e sul valore corrente di molti prodotti agricoli della vecchia agricoltura.

Per verticalizzazione della produzione nel concetto di new economy è piuttosto da intendere tutta una serie di attività non solo di coltivazione di prodotti, ma anche di generazione di nuovi ed utili servizi, che permettano all’imprenditore agricolo di generare valore indotto.

Tra questi ci sentiamo di suggerire alcuni esempi che sono certamente capaci di generare occupazione, perché ad alto valore aggiunto.

Il controllo del territorio.

Incendi e alluvioni derivano principalmente dal fatto che larga parte del territorio è abbandonato e presenta ormai vasti segni di desertificazione. Inoltre, troppi parchi naturali sono solo designati come tali sulla carta, mentre nella realtà sono solo territori abbandonati. Questo abbandono ha un costo sociale elevatissimo, che potrebbe invece costituire ulteriore reddito per  l’agricoltura.

I boschi non più puliti sono una facile miccia per gli incendi, mentre con il solo taglio culturale potrebbero generare redditi più che apprezzabili. Lo sfruttamento delle biomasse (avviato, ma sempre osteggiato fin dagli inizi degli anni ’80) può sempre costituire una fonte di reddito aggiunto, a condizione che la politica economica dei governi sia meno stupida e ladra.

La gestione turistica del territorio.

L’agriturismo può essere uno strumento che non solo integri il reddito agricolo, ma che permetta di avviare anche quella politica di “porte aperte” che consente al consumatore di verificare i processi produttivi dei prodotti agricoli.

All’agriturismo può essere affiancata anche l’attività di Centro Agricolo di Benessere, sull’esempio del turismo termale, ecc. Quest’attività fa il paio sia con l’agricoltura biologica che con quella transgenica.

 

Tutte queste attività sono di natura “new economy”, in quanto non seguono i criteri tradizionali di investimento, bensì quelli nuovi dettati non dalla proprietà dei mezzi di produzione, bensì dal loro uso. La promozione di questi servizi non va più affidata ai voraci Enti Pubblici di promozione, ma molto più convenientemente alle telecomunicazioni di rete. Il finanziamento di questi servizi non va più chiesto ai clientelari Assessorati Regionali, Dipartimenti Ministeriali o Direzioni Comunitarie, bensì proposti su INTERNET.

Questa è molto similmente “New Economy” con la lettera maiuscola. E questo modo di fare è certamente in grado di generare milioni di nuovi posti di lavoro. Ammesso che l’imprenditore non abbia a che fare con legacci burocratici e clientelari di qualsiasi natura.

 

Del resto, ancora negli anni ’60, il 70% della popolazione viveva di agricoltura.

Negli anni ’70 con l’era dell’industrializzazione, la forza di lavoro agricola è scesa di un numero infinito di volte, fino a raggiungere la cifra odierna di circa il 3% della popolazione. Inizialmente ci siamo preoccupati e indignati per questa emorragia dall’agricoltura all’industria, ma poi ci siamo rassegnati.

Negli anni ’80 e ’90 l’emorragia si è verificata dall’industria verso i servizi (oggi gli occupati nell’industria sono solo il 30%), e i servizi sono stati capaci di assorbire lo spostamento della forza lavoro.

Nel nuovo millennio cambia il modo di prestare servizi, per cui certamente si genererà disoccupazione nel vecchio mondo dei servizi (banche, telecomunicazioni statali, trasporti statali, assistenza statale), ma si creerà nuova occupazione nei servizi della new economy.

 

 

 

Enrico Furia