NAPOLEONE A SANT’ELENA

La prigionia del “grande Corso” durò quasi sei anni, trascorsi tra la routine della vita quotidiana, il progressivo peggioramento della salute e la dettatura delle Memorie. Ad amareggiarlo non erano soltanto il clima opprimente e le meschine liti tra i suoi cortigiani: le condizioni della sua detenzione lo esasperavano a cominciare dall’ostinazione inglese a negargli il riconoscimento del titolo di imperatore.

 

Nell’ottobre del 1820 Napoleone compì la sua ultima impresa: un’attraversata a cavallo da Longwood, nel centro di Sant’Elena, dove si trovava la sua dimora, sino alla costa, a Sandy Bay. Del giovane cavaliere fiero, ispirato, indomito, ritratto da David in sella ad un cavallo bianco rampante al valico del Gran San Bernardo non rimaneva quasi più nulla. Sir William Doveton, che accolse Napoleone e il suo piccolo seguito, lo descrisse, non senza compiacimento, come pallidissimo, “… grasso e rotondo come un maiale della Cina…” Durante il pranzo servito sul prato antistante l’abitazione all’ombra delle querce con l’immensa distesa dell’Oceano a fare da sfondo, l’imperatore, complice lo champagne ed un torcibudella fatto in casa a base di frutti tropicali fermentati, ritrovò il gusto della conversazione brillante e forse per un attimo non avvertì il peso soffocante della prigionia. Le forze che lo avevano sostenuto per tutta quella lunga giornata gli vennero improvvisamente a mancare. Dopo essersi congedato dai suoi ospiti cavalcò faticosamente per una parte del tragitto di ritorno, poi proseguì sino a Longwood House a bordo di un calesse, accusando spossatezza e mal di testa.
La cavalcata a Sandy Bay interruppe almeno per un giorno una consolidata routine intrisa di noia, apatia ed immobilità. Nei suoi primi mesi di permanenza a Sant’Elena Napoleone aveva mostrato un certo interesse nell’esplorazione dell’isola per valutarne la conformazione e le difese, nell’eventualità di mettere in atto un audace piano di fuga, poi il clima inclemente e soprattutto le restrizioni impostegli dalle autorità inglesi lo avevano costretto a diradare i suoi spostamenti, sino a confinarsi per gran parte dell’anno tra le mura della sua tutt’altro che confortevole dimora.
La prima e più persistente sofferenza della sua prigionia gli era stata inflitta dal clima. Le rassicurazioni inglesi circa la mitezza del clima di Sant’Elena si erano rivelate una tragica beffa, anche se involontaria. I resoconti dei navigatori del XVI e XVII secolo che avevano soggiornato per brevi periodi sull’isola la descrivevano come un paradiso dal clima mite e salubre, ideale per favorire la guarigione dallo scorbuto. Nulla di più lontano dal vero. Sperduta nell’Oceano Atlantico meridionale a mille miglia dalle coste dell’Africa occidentale ed a più di duemila da quelle del Brasile, Sant’Elena è spazzata dagli Alisei tutto l’anno, vento e pioggia si alternano, rendendo quasi indistinguibili le stagioni. La pioggia cade abbondante ogni mese, generando nebbie mattutine che d’estate rendono l’aria afosa e nelle altre stagioni umida e malsana. Più del vento e della pioggia erano i continui sbalzi di temperatura a tormentare Napoleone e la sua piccola corte di fedelissimi.  Nelle giornate estive la canicola non dava tregua per poi cedere improvvisamente il passo ad un vento gelido ed a scrosci di pioggia. Nessuna previsione era possibile un’alba limpida poteva essere il preludio ad un pomeriggio torrenziale, così come ad una notte tempestosa poteva seguire un mattino sereno. L’inevitabile conseguenza di una così repentina variabilità del tempo erano reumatismi, disturbi intestinali, mal di gola e catarro per gran parte dell’anno.
Anche la fauna era molesta. I topi facevano la loro sgradevole comparsa ovunque, in cucina come in sala da pranzo, talvolta persino nell’appartamento dell’imperatore. Mosche e zanzare riuscivano a rendere irritabili anche gli uomini che avevano fornito sui campi di battaglia più di una prova del loro sangue freddo.

Una dimora confortevole avrebbe potuto addolcire l’inclemenza del clima ed offrire una valida protezione da ratti ed insetti, ma Napoleone non ebbe questa fortuna. La sistemazione scelta dalle autorità inglesi per accogliere l’uomo che aveva fatto tremare l’Europa intera rispondeva principalmente ad esigenze di sorveglianza e non certo di comodità. Longwood House era stata edificata nel 1743 come granaio da un governatore convinto di poter ricavare qualche quintale di grano da quel suolo fangoso a poche miglia dal centro di Jamestown, dieci anni più tardi era stata trasformata, senza troppe spese, in una modesta e desolata residenza estiva di campagna. Una rivolta degli schiavi nel 1811 aveva imposto la costruzione di muro di cinta in pietra e di un piccolo corpo di guardia a difesa della proprietà. Oltre il muro si estendeva lo spoglio pianoro di Deadwood, ideale per accampare un intero reggimento. Queste caratteristiche fecero passare in secondo piano agli occhi degli inglesi i considerevoli svantaggi di Longwood House: la mancanza di ombra, la carenza d’acqua, la cattiva esposizione rispetto ai venti incessanti che soffiavano da sud-est e le anguste dimensioni delle stanze della casa. A quest’ultimo e più grave inconveniente gli inglesi cercarono di porre rimedio aggiungendo al corpo principale dell’edificio un salone lungo otto metri e largo cinque illuminato da ampie finestre, destinato a servire da anticamera, parloir, sala da biliardo ed all’occorrenza anche da studio. Da questa anticamera si accedeva ad un salotto più raccolto, in comunicazione con l’angusta sala da pranzo, posta tra la biblioteca e le quattro stanze che costituivano l’appartamento privato dell’imperatore: appena quarantacinque metri quadrati per contenere uno studiolo, una camera da letto, con vista sulle colline vulcaniche dell’isola, un bagno, dotato di una vasca, ed un vano destinato ad ospitare il fedele valletto di camera, Marchand. Cucina, lavanderia, magazzini ed alloggi della servitù erano annessi all’edificio principale e si affacciavano su di un cortile interno. Le camere destinate ad ospitare l’ufficiale di ordinanza inglese e gran parte dello sparuto seguito imperiale furono costruite ex novo a ridosso della lavanderia e dei magazzini.
I lavori di costruzione della sala da biliardo e di ristrutturazione del resto della dimora durarono un paio di mesi, dall’ottobre al dicembre del 1815. In questo breve periodo Napoleone anziché soggiornare alla Porteous House, l’unica malandata locanda di Jamestown, preferì accettare l’ospitalità dei Balcombe nella piantagione denominata The Briars, i rovi, a poca distanza da Longwood, in una conca verdeggiante al riparo dagli Alisei, rinfrescata da una cascata che sgorga da una roccia che l’erosione ha intagliato a forma di cuore. Il proprietario di questo appartato paradiso, William Balcombe, ex ufficiale di marina, agente della Compagnia delle Indie, fornitore della Royal Navy, mercante ben introdotto nella buona società dell’isola, aveva fatto costruire per lo svago dei suoi tre figli un curioso padiglione in stile cinese che l’imperatore trovò subito di suo gusto, nonostante le modeste dimensioni.
Nell’unico piccolo spazio disponibile furono sistemati il letto da campo di Napoleone, un tavolo, il suo lavabo portatile, il suo necessaire per la toelette in argento e, al riparo di una tenda, una comoda. I generali del seguito ed i servitori si accamparono sul prato antistante la dimora padronale. La signora Balcombe concesse ai suoi ospiti l’uso di una cucina normalmente riservata agli schiavi della piantagione, rendendoli così del tutto indipendenti.
Nei mesi trascorsi presso i Balcombe Napoleone sembrò ritrovare il buon umore dopo il trauma di Waterloo e l’umiliazione dell’esilio. A lenire le sue ferite interiori contribuirono l’atmosfera tranquilla della piantagione e soprattutto l’irriverente simpatia della figlia quattordicenne dei Balcombe, Betsy, con cui non tardò ad instaurare un rapporto di giocosa complicità. Quando non era impegnato a dettare le proprie memorie rimuginando sul passato diventava volentieri il compagno di giochi di Betsy e dei suoi fratelli. Rideva divertito del soprannome Boney che la ragazzina gli aveva affibbiato, protestando di non essere poi così ossuto come quel nome lo descriveva. Queste ore liete dell’esilio si esaurirono in fretta, non appena i lavori di Longwood House furono terminati.

 

Longwood House nel 1816

Nella sua sistemazione definitiva Napoleone trovò spazi più ampi, maggiori comodità, ma anche tutto il peso della noia dell’esilio, aggravato dall’asprezza del clima e dalla mancanza della fanciullesca spensieratezza di Betsy.
Gran parte del mobilio della casa fu recuperato sull’isola, l’imperatore aveva portato con sé alcune casse contenenti biancheria, porcellane di Sèvres, argenteria e pochi oggetti a cui era particolarmente legato come un busto in marmo di suo figlio, il re di Roma, i ritratti di sua madre, Maria Letizia Ramolino, e della sua prima moglie, Josephine Beauharnais, una preziosa sveglia appartenuta a Federico II di Prussia, l’orologio d’argento che aveva portato in tasca durante la spedizione in Egitto, la cui catena era stata realizzata intrecciando una ciocca di capelli della sua seconda moglie, Maria Luisa d’Austria, una collezione di tabacchiere delle più diverse fatture.
Della cura della casa e della persona dell’imperatore si occupava una squadra di fidatissimi domestici, guidata da Louis Marchand, primo valletto di camera, e dal maggiordomo Jean Baptiste Cipriani Franceschi. Per entrambi la scelta di condividere con Napoleone quel remoto esilio era stata dettata dalla devozione e non certo dall’interesse. Per nulla al mondo Marchand avrebbe rinunciato al privilegio di vivere nell’ombra di Napoleone che lo considerava quasi come un figlio a cui confidare i segreti più intimi o da sgridare, talvolta, con una bonaria tirata d’orecchie. Marchand vegliava sollecito su ogni aspetto della vita quotidiana di Napoleone, dalla cura del suo guardaroba alla custodia delle tabacchiere, dal controllo di ogni pietanza che veniva servita in tavola, sino alla preparazione di frequenti bagni caldi. Durante la battaglia di Waterloo gli era stata affidata la custodia della carrozza imperiale e del suo tesoro di diamanti, oro e banconote. Quando al tramonto aveva udito l’avvicinarsi della fucileria prussiana, Marchand, senza consultarsi con nessuno, aveva dato ordine di muovere dalla fattoria di Le Caillou il corteo di carrozze che costituiva l’equipaggio imperiale. Poco dopo Napoleone aveva raggiunto a cavallo il convoglio e stremato si era accomodato in carrozza. Lo spirito di iniziativa di Marchand non aveva però impedito che la splendida carrozza imperiale blu e oro con le ruote vermiglie ed i vetri a prova di proiettile finisse nelle mani del nemico. A Genappe un ingorgo di carri e cannoni abbandonati aveva costretto Napoleone a proseguire la sua precipitosa fuga in sella ad un cavallo. Prima di seguirlo Marchand era riuscito a salvare il necessaire imperiale in argento e qualche fascio di banconote, il resto del tesoro era diventato bottino di guerra prussiano.

Cipriani era al servizio della famiglia Bonaparte fin dall’infanzia. Rimasto orfano, Donna Letizia l’aveva preso sotto la sua ala protettrice, allevandolo nella casa di Ajaccio insieme ai suoi figli. Era stato Luciano, il più studioso dei fratelli Bonaparte, ad insegnargli a leggere e scrivere, mettendolo così in condizione di recepire meglio i precetti del catechismo rivoluzionario. Fin dalla campagna d’Italia era stato al fianco di Napoleone come intendente, dando prova di doti non comuni nella raccolta di informazioni riservate. In seguito aveva abbandonato il servizio per dedicarsi con successo al commercio marittimo, ma quando l’imperatore aveva subito il suo primo rovescio in Russia era accorso a mettersi a sua disposizione. All’Elba aveva indossato di nuovo la livrea dell’intendente e non aveva esitato a separarsi dalla moglie e dai due figli per imbarcarsi sul vascello diretto a Sant’Elena. A Longwood House si occupava soprattutto di approvvigionamenti, incarico che gli permetteva di reperire insperati canali alla corrispondenza clandestina dell’imperatore e di mettere a frutto le sue qualità spionistiche. Alcuni documenti lasciano intendere che Cipriani si fosse reso disponibile a fornire informazioni riservate al governatore inglese. Reale tradimento o falso doppio gioco? L’interrogativo rimane senza risposta. Misteriose rimangono anche le circostanze della sua morte. Nel febbraio del 1818 Cipriani accusò improvvisamente dei violenti dolori addominali, i medici consultati diagnosticarono una non meglio precisata infiammazione intestinale. Né i salassi, né i bagni caldi prescritti sortirono alcun effetto, dopo qualche giorno di agonia Cipriani morì. La rapidità del decorso della malattia induce il sospetto di un avvelenamento. L’imperatore, a cui era stato consigliato di non visitare il malato per evitargli forti emozioni, volle comunque testimoniare la sua riconoscenza verso un fedele servitore commissionando un costoso monumento funebre, che non è giunto sino a noi.
Louis Saint-Denis, più conosciuto come Alì, ricopriva l’incarico di secondo valletto di camera. Benché indossasse un costume da mamelucco, le sue origini non avevano nulla di esotico, era nato a Versailles da un addetto alle scuderie reali, prima di entrare a servizio dell’imperatore aveva completato il suo apprendistato presso un notaio. Sui campi di battaglia di tutta Europa era stato a fianco di Napoleone con il compito di porgergli il cannocchiale, a Sant’Elena la sua buona istruzione e la sua grafia nitida ed ordinata gli garantirono il ruolo di copista e di bibliotecario.
Completavano il personale di servizio il corso Santini, che da tamburino dell’Armée era stato elevato al rango di valletto di anticamera, Rousseau, su cui gravava l’incombenza di lucidare l’argenteria imperiale, l’elbese Gentilini, capo canottiere a Porto Ferraio, condivideva con Noverraz a Sant’Elena l’incarico di valet de pied, di corriere addetto alle commissioni. La cucina era affidata Pierron, confettiere e gelatiere, ed allo chef Le Page, che aveva prestato servizio presso la corte di Giuseppe Bonaparte.
A tavola Napoleone aveva gusti semplici, prediligeva le zuppe di legumi e di verdura, i maccheroni e le carni alla griglia, era ghiotto di dolciumi e gelati, ma era parco nel bere, non più di un bicchiere di vino a pasto, di solito Chabertin o Bordeaux, lo Champagne era riservato alle grandi occasioni. Mangiava in fretta, non dedicava al pasto più di una decina di minuti. Quando i suoi ospiti erano ancora agli antipasti, già ingurgitava il caffé e non esitava certo ad alzarsi da tavola prima di tutti gli altri. Fin dalla giovinezza questa abitudine di mangiare in fretta gli causava frequenti dolori di stomaco che cercava di placare bevendo tè o tisane.
L’esilio non modificò la sua repulsione verso le lunghe sessioni a tavola, ma stravolse il resto delle sue abitudini. Tra le quattro mura di Longwood House si sentiva come una tigre in gabbia. La consuetudine ad un continuo impegno intellettuale gli rendeva insopportabile la noia delle piovose giornate a Sant’Elena. Di sé stesso diceva: “Io ho bisogno di essere spronato, solo il piacere di avanzare mi può sostenere.”
Ciondolare per la casa non giovava né al suo umore, né al suo sonno che divenne sempre più irregolare. Spesso si svegliava nel cuore della notte e passava dal letto alla poltrona e viceversa sino all’alba. Ad assisterlo imperturbabile e sollecito c’era sempre Marchand.

Larga parte della giornata era dedicata alla dettatura delle sue memorie, rievocare le campagne vittoriose alleviava l’oppressione del presente, tenendo la sua mente occupata. La dettatura era incominciata già a bordo del Nothumberland, il vascello che l’aveva condotto a Sant’Elena. Il suo principale assistente in questa impegnativa impresa destinata ai posteri era il barone Emmanuel de Las Cases. Proveniente da una nobile famiglia della Linguadoca che faceva risalire le sue origini sino al domenicano spagnolo Bartolomé de Las Casas, aveva prestato servizio nella marina reale, non si era lasciato sedurre dalle idee rivoluzionarie, perciò si era unito alle forze guidate dal fratello di Luigi XVI, il conte di Provenza, guadagnandosi per la sua dedizione alla causa monarchica la croce di San Luigi. Con l’incoronazione di Napoleone la sua fedeltà ai Borboni aveva incominciato ad incrinarsi, sino a crollare del tutto nel 1809 quando aveva ottenuto l’incarico di ciambellano ed il titolo di barone dell’impero. Las Cases si trovava a suo agio più con la penna che con la spada, durante il suo esilio a Londra aveva dato alle stampe con un certo successo un ponderoso trattato sulla storia universale. La sua fama letteraria era stata il viatico che gli aveva consentito di ottenere un incarico prestigioso e ben retribuito presso la corte imperiale. Dopo Waterloo la prospettiva di diventare lo storico ufficiale di Napoleone lo aveva convinto ad accettare la dura prova dell’esilio a Sant’Elena. Con sé aveva portato il figlio adolescente dalla salute cagionevole, entrambi trovarono una sistemazione a Longwood House in un paio di stanze adiacenti ai locali destinati alla servitù.
La permanenza di Las Cases sull’isola fu breve, nonostante ciò il suo memoriale dell’esilio, pubblicato dopo la morte di Napoleone, riscontrò un enorme successo. Alla fine di dicembre del 1816, a seguito del tradimento di uno schiavo, a cui aveva incautamente affidato della corrispondenza clandestina, La Cases fu espulso da Sant’Elena. E’ difficile stabilire se quel maldestro tentativo di far trapelare notizie dall’isola fu il risultato di una reale ingenuità oppure uno stratagemma ben studiato per porre fine al suo esilio. In ogni caso, il provvedimento adottato dal governatore Lowe, insediatosi nella primavera precedente, fu accolto da La Cases come una liberazione, seppur dolorosa ed umiliante. Il rammarico di abbandonare l’imperatore dopo averne delusa la fiducia dovette svanire di fronte alla speranza di poter prolungare la vita di suo figlio, a cui i medici avevano raccomandato un cambio di clima come unico rimedio alla grave cardiopatia di cui soffriva.
Nelle rare giornate che non erano flagellate dalla pioggia oppure oscurate dalla nebbia Napoleone amava fare passeggiate a cavallo. Il contrammiraglio Sir George Cockburn, responsabile della detenzione dell’imperatore durante l’attraversata oceanica e nei primi mesi di permanenza a Sant’Elena, aveva definito due perimetri, l’uno di quattro miglia e l’altro di dodici, entro cui l’illustre prigioniero poteva muoversi liberamente senza essere scortato da un ufficiale inglese. Uno stuolo di sentinelle armate, appostate dietro gli alberi, sulle creste, lungo i sentieri, presidiava il perimetro più vasto. Queste limitazioni, per quanto generose, erano mal tollerate da Napoleone, abituato da sempre a non dover rendere conto a nessuno dei suoi spostamenti. Aveva immaginato un esilio senza restrizioni, illudendosi che la Gran Bretagna e le altre potenze vincitrici si sarebbero accontentate della sua promessa di non evadere, dimenticandosi come per incanto della fuga dall’isola d’Elba, dei Cento Giorni e di Waterloo.

Il maresciallo Henri Bertrand

Il delicato compito di trattare con le autorità inglesi per ammorbidire le restrizioni ritenute più moleste era affidato al gran maresciallo Henri Bertrand. Già durante la campagna d’Egitto si era distinto per coraggio ed efficienza, guadagnandosi, ancora ventenne, il grado di generale di brigata. Da quel momento in poi la sua carriera non aveva più conosciuto ostacoli: aiutante di campo nel 1805, conte dell’impero nel 1808, eroe nel 1809 della battaglia di Wagram, in cui aveva magistralmente diretto la costruzione dei ponti sul Danubio, governatore delle province illiriche, comandante del quarto corpo d’armata nel 1812, gran maresciallo di corte dopo la morte nella battaglia di Bautzen del suo predecessore, Duroc. All’Elba era rimasto a fianco dell’imperatore e con lui aveva condiviso l’ebbrezza dei Cento Giorni e l’umiliazione della sconfitta a Waterloo. Napoleone apprezzava in Bertrand la fedeltà a tutta prova e la lucida razionalità tipica degli ufficiali del Genio, i suoi detrattori lo accusavano invece di essere irresoluto, distratto e troppo facilmente influenzabile dalla moglie, Fanny Dillon, cugina di secondo grado di Josephine Beauharnais.
L’artefice del matrimonio dei Bertrand era stato l’imperatore in persona che aveva concesso a Fanny, di nobile famiglia irlandese, ma di scarse risorse, una ricca dote di duecentomila Franchi in contanti, più altri cinquantamila in diamanti e trentamila di corredo. Nonostante la generosità imperiale di cui aveva beneficiato, Fanny aveva accettato con riluttanza la prova di fedeltà imposta dall’esilio. Con la minaccia di compiere un gesto sconsiderato se non fosse stata accontentata, aveva strappato al marito la promessa di non rimanere a Sant’Elena più di un anno. Quella promessa non fu mantenuta.
I Bertrand con tre figli in tenera età ed un valletto al seguito trovarono una comoda sistemazione nel cottage di Hutt’s Gate, a qualche miglio da Longwood House. In quanto figlia di lord Arthur Dillon, proprietario di un reggimento irlandese, caduto nel 1793 combattendo le forze rivoluzionarie, Fanny non aveva incontrato difficoltà ad instaurare relazioni fin troppo cordiali relazioni con gli ufficiali britannici, suscitando il sospettoso disappunto di Napoleone.
Se su Madame Bertrand gravava fin dai primi giorni dell’esilio l’ombra del sospetto, la moglie del generale Montholon godeva invece dell’incondizionata simpatia dell’imperatore. Graziosa, premurosa e sorridente Albine de Montholon sapeva con la sua conversazione brillante alleggerire l’atmosfera plumbea di Longwood House, meritandosi di fatto il ruolo di prima dama di corte. La sua disinvolta familiarità con l’imperatore, che la riceveva con piacere anche quando era impegnato nelle sue abluzioni quotidiane, non mancò di suscitare invidie e pettegolezzi tra i cortigiani in esilio. Quando nel giugno del 1816 Madame de Montholon mise al mondo una figlia, di nome Napoléone, l’insinuazione che il vero padre della creatura fosse l’imperatore si diffuse di bocca in bocca sull’isola, giungendo sino alle corti di Londra, Parigi, Vienna, Berlino e San Pietroburgo.
Altrettanto devoto e premuroso di Albine era suo marito, il generale Charles Tristan de Montholon, discendente da una nobile famiglia borgognona. Sua madre in seconde nozze aveva sposato Charles Louis Huguet de Sémonville che, in qualità di ambasciatore di Francia durante la rivoluzione, aveva preso al suo servizio come segretario Luciano Bonaparte. In gioventù per un breve periodo Charles Tristan era stato ospite ad Ajaccio di Donna Letizia ed aveva preso lezioni di matematica da Napoleone. Aveva poi frequentato lo stesso prestigioso collegio di Luigi e Girolamo Bonaparte e di Eugenio Beauharnais. Sua sorella Zefirina aveva sposato in prime nozze il generale Joubert ed in seconde il generale Macdonald. Tali relazioni e parentele acquisite avevano sostenuto e sospinto la sua carriera. Tenente di cavalleria nel 1800, in appena nove anni aveva scalato la gerarchia militare sino al grado di generale ed ottenuto l’ambita carica di ciambellano dell’imperatrice Maria Luisa. Dopo la prima abdicazione di Napoleone, Montholon era accorso ad offrire i suoi servizi a Luigi XVIII, che lo aveva ricompensato concedendogli, nell’agosto del 1814, il grado di maresciallo di campo e la nomina a cavaliere di San Luigi. L’idillio con i Borboni non era durato a lungo, l’accusa di essersi indebitamente appropriato di denari destinati alle truppe sotto il suo comando l’aveva fatto cadere in disgrazia, costringendolo a ritirarsi in campagna. Con il ritorno di Napoleone sul trono la sua carriera aveva trovato un nuovo slancio. Dopo Waterloo l’esilio era stata per Montholon l’unica opzione per sottrarsi all’inevitabile punizione che Luigi XVIII aveva in serbo per lui.

Il generale Charles Tristan de Montholon

Figlio di un chirurgo militare irlandese, Lowe aveva iniziato la sua carriera nell’esercito a vent’anni presso la guarnigione di Gibilterra. Il suo primo incarico di rilievo era stato l’addestramento a Minorca di un gruppo di duecento esuli corsi. Per un giovane capitano senza fortuna e senza relazioni altolocate era stata una preziosa opportunità per farsi notare. Lowe aveva saputo sfruttarla, con impegno e determinazione era riuscito a plasmare una unità coesa, disciplinata e combattiva, che si era distinta durante la campagna di Egitto, meritandosi l’apprezzamento del generale Abercromby, comandante del corpo di spedizione inglese. Nel luglio del 1806, raggiunto il grado di tenente colonnello, Lowe aveva guidato i suoi Corsican Rangers, a cui nel frattempo si erano uniti volontari provenienti dalla Sicilia, dalla Sardegna e da Napoli, nella vittoriosa battaglia di Maida, nei pressi di Catanzaro. Dalla Calabria era stato poi trasferito con la sua unità a Capri, dove nel 1808, assediato dalle forze preponderanti di Gioacchino Murat, era stato costretto, dopo una strenua resistenza, a capitolare, ottenendo però gli onori militari ed il permesso di lasciare l’isola con le sue truppe al seguito. Nel corso dell’anno successivo, Lowe ed i suoi uomini avevano saputo lavare l’onta di quella resa, seppur onorevole, strappando ai francesi prima Ischia e Procida, poi alcune delle isole Ionie come Zante, Cefalonia e Cerigo. I successi riportati al comando di truppe non inglesi l’avevano reso nel 1812 il candidato ideale per il compito di addestrare una legione composta da soldati tedeschi catturati dai russi durante la ritirata della Grand Armée napoleonica. Con questi uomini Lowe aveva preso parte a tredici battaglie della campagna di Francia, meritandosi la promozione al grado di generale, il titolo di Sir ed altre prestigiose onorificenze prussiane e russe. Dopo la caduta di Napoleone era stato trasferito nei Paesi Bassi con l’incarico di occuparsi dell’acquartieramento del contingente inglese. Il duca di Wellington non aveva apprezzato né i suoi servizi, né i suoi consigli non richiesti sull’equipaggiamento delle truppe ed aveva preferito sbarazzarsi di lui inviandolo al comando della guarnigione di Genova. Il giudizio nettamente negativo di Wellington, che considerava Lowe un imbecille sospettoso e meschino, privo di educazione e di tatto, non aveva tuttavia impedito la sua nomina a governatore di Sant’Elena. L’esperienza maturata nel trattare con i corsi era stata probabilmente ritenuta più importate rispetto ad ogni altra considerazione.
Già nel maggio del 1816 i rapporti tra Napoleone e Lowe giunsero ad essere prossimi alla rottura. Attenendosi ottusamente alle disposizioni ricevute a Londra, Lowe usò l’appellativo di generale, anziché quello di imperatore, in un biglietto di invito ad un pranzo in onore della moglie del governatore generale d’India di passaggio a Sant’Elena. Da Longwood House non giunse alcuna risposta. Spettò al maresciallo Bertrand spiegare la ragione di quel glaciale silenzio all’attonito governatore inglese. Alla negazione al proprio carceriere della soddisfazione di poter esibire il suo illustre prigioniero, ribassato al rango di generale, Napoleone volle aggiungere un ulteriore affronto, ricevette presso la propria residenza tutti i funzionari del seguito della governatrice d’India che ne avessero fatto richiesta usando il titolo di imperatore.
Nonostante le umiliazioni subite, Lowe fece ancora un tentativo di instaurare una relazione, se non amichevole, almeno cortese con l’indomabile corso. Pensò che la notizia della decisione del governo inglese di inviare sull’isola i materiali per costruire una nuova e più spaziosa dimora ed arredarla in modo adeguato avrebbe appianato i contrasti, ma si sbagliava. Napoleone ricevette il governatore nel suo studio, in piedi, con il cappello sotto braccio, nella postura che riteneva esprimesse meglio la sua dignità imperiale, rifiutò sdegnosamente ogni collaborazione nella scelta del luogo in cui edificare, poi lanciò la sua infamante accusa: “Io credo voi abbiate l’ordine di uccidermi!” Ferito nell’onore, Lowe non poté fare altro che congedarsi indignato. In seguitò raccontò ai propri ufficiali di aver temuto durante quel burrascoso colloquio addirittura per la propria incolumità. Si disse certo che Napoleone aveva l’intenzione di colpirlo con uno stiletto che teneva nascosto tra i suoi abiti.
Al di là dei sospetti infondati dettati dall’incompatibilità di carattere e dell’irritazione per le offese protocollari, Napoleone aveva anche ben più concrete ragioni per lamentarsi di Lowe. Non appena insediatosi a Jamestown, il nuovo governatore rese pienamente effettivo il divieto ai commercianti dell’isola di vendere direttamente ai francesi qualunque prodotto, persino l’acqua di rose a cui madame Bertrand non sapeva rinunciare. Ogni richiesta d’acquisto doveva essere inoltrata all’ufficio del governatore oppure a Balcombe, in qualità di fornitore della Royal Navy e della guarnigione. In tal modo Lowe intendeva non solo contenere le spese di mantenimento degli esuli, a carico della corona inglese, ma anche porre un freno alla corrispondenza clandestina. I suoi sospetti non erano infondati. Infatti Cipriani nella sua veste di addetto agli approvvigionamenti aveva comprato a peso d’oro la complicità di più di un commerciante per inviare missive al riparo da ogni controllo inglese.

Il governatore Lowe

La crescente difficoltà di comunicare con il mondo esterno più che ostacolare l’organizzazione di piani di evasione, peraltro di difficilissima attuazione a causa dell’imponente spiegamento di forze navali e terrestri inglesi, impedì a Napoleone ed ai suoi cortigiani l’accesso alle risorse finanziarie di cui disponevano in patria. Al momento dell’imbarco sul Northumberland il contrammiraglio Cockburn aveva dato ordine di frugare nei bagagli degli esuli alla ricerca di denaro e preziosi. Le dame di corte avevano ben nascosto i loro gioielli, ma circa quattromila napoleoni d’oro erano stati confiscati come contributo alle spese di mantenimento a Sant’Elena del generale Bonaparte e del suo seguito. Grazie all’astuzia di Marchand dalla perquisizione si era salvata anche la cosiddetta “poire pour la soif”, una riserva di denaro in oro con cui far fronte alle necessità della casa imperiale, prima fra tutte il pagamento delle pensioni dei cortigiani e degli stipendi del personale di servizio. Per quanto succosa quella pera era destinata ad avvizzirsi senza l’afflusso di nuove risorse finanziarie.
Poiché il diritto alla riservatezza della corrispondenza gli era assolutamente negato, Napoleone si guardava bene, in assenza di un canale clandestino affidabile, dallo scrivere ai propri uomini di fiducia in Europa nel timore di svelare agli inglesi l’entità e l’ubicazione delle sue riserve finanziarie. Seppur di fatto indisponibile, il suo patrimonio personale era ingente, presso il banchiere Laffitte aveva depositato circa tre milioni e mezzo di franchi, altri ottocentomila almeno li aveva affidati al principe Eugenio. Anche il resto della famiglia Bonaparte non aveva preoccupazioni economiche ed avrebbe potuto venirgli in aiuto se il suo orgoglio imperiale non gli avesse proibito non solo di inoltrare una richiesta, ma soprattutto di farlo mettendone a conoscenza le autorità inglesi. Giuseppe si era stabilito negli Stati Uniti portando con sé una fortuna in diamanti, oro ed opere d’arte. Donna Letizia e Luciano non avevano incontrato difficoltà a trasferire ricchezze e preziose collezioni di dipinti a Roma, sotto la protezione di papa Pio VII. Girolamo, in quanto genero del re del Württemberg, non aveva dovuto patire con la Restaurazione né persecuzioni politiche, né intaccare il suo patrimonio che superava i due milioni di franchi. Paolina, consorte tutt’altro che devota del ricchissimo principe Camillo Borghese, pur vivendo nell’agiatezza non disponeva di un considerevole patrimonio personale. Al fratello avrebbe offerto volentieri ben più di un aiuto materiale, ma le sue ripetute richieste di raggiungerlo a Sant’Elena per prendersi cura di lui furono ignorate dal governo inglese.
La crisi delle finanze imperiali si aggravò nel settembre del 1816 quando il governatore Lowe fece sapere che le spese per il mantenimento della corte superiori alle mille sterline mensili avrebbero dovuto essere coperte dal generale Bonaparte. Il governo di sua maestà aveva inizialmente fissato a ottomila sterline l’anno la spesa per il mantenimento della corte in esilio, poi su insistenza di Lowe aveva concesso altre quattromila sterline, ma non intendeva spingersi oltre. Napoleone non respinse l’idea di contribuire alle proprie spese, a condizione però di ottenere l’autorizzazione ad intrattenere una corrispondenza riservata con i suoi agenti finanziari in Europa. Lowe, che non intendeva per nessuna ragione allentare il controllo sul suo prigioniero, oppose un netto rifiuto alla proposta. Anziché piegarsi a mercanteggiare con Balcombe per il prezzo di un pollo o di una bottiglia di vino, Napoleone adottò, su suggerimento di Montholon, una provocatoria forma di protesta che trasformò un meschino affronto in una brillante vittoria diplomatica. A partire dalla metà di ottobre per far fronte alle spese diede ordine di vendere a peso una piccola parte della propria argenteria. Cipriani fu abilissimo nel dare la massima pubblicità all’evento, convocando nel cortile di Longwood House tutti gli ufficiali inglesi prossimi al rientro in patria. In breve tempo la notizia che l’ex dominatore d’Europa era costretto a svendere la propria argenteria per acquistare le provviste che gli erano necessarie fece il giro del mondo, suscitando sdegno e rabbia nei bonapartisti e grande imbarazzo presso le corti di Londra, Parigi, San Pietroburgo, Vienna e Berlino.

La notizia della vendita dell’argenteria giunse in Europa anche grazie ai rapporti dei commissari di Francia, Austria e Russia che, in base ad un accordo tra le potenze vincitrici, risiedevano a Sant’Elena dal giugno del 1816 con il compito di rassicurare i rispettivi sovrani della permanenza sull’isola dell’illustre prigioniero. Né il commissario francese, il marchese Montchenu, un vegliardo con tanto di parrucca incipriata, definito da Talleyrand “l’uomo più noioso del mondo”, né quello austriaco, il barone von Stürmer, un trentenne diplomatico di carriera dai modi educati e sfuggenti, sposato con una giovanissima parigina di umili origini, tutt’altro che a suo agio nel ruolo di baronessa, né quello russo, Balmain, un funzionario di origine scozzese dalla forte personalità, impaziente di tornare a Londra e riprendere la sua piacevole vita di scapolo impenitente, furono mai ricevuti ufficialmente a Longwood House. Per compilare i loro rapporti dovettero quindi accontentarsi delle informazioni fornite dal governatore Lowe e delle confidenze strappate a qualche cortigiano.
Con la vendita di tre lotti di argenteria Napoleone raggranellò un migliaio di sterline, una cifra modesta che non risolse definitivamente i suoi problemi finanziari, ma gli concesse l’impagabile soddisfazione di alimentare in tutto il mondo l’odio ed il disprezzo per il suo carceriere. Nel corso del 1817 i ripetuti tentativi di aggirare il controllo inglese sulla corrispondenza ebbero finalmente successo, il principe Eugenio Beauharnais ricevette l’incarico di aprire presso una banca inglese una linea di credito con cui garantire il pagamento di pensioni e stipendi del personale di Sant’Elena.
La reazione di Lowe di fronte all’umiliante sconfitta subita non si fece attendere. In un primo momento accarezzò l’idea di espellere Montholon, identificato come ispiratore di quella scandalosa vendita, poi per non destare troppe polemiche preferì mettergli alle calcagna un ufficiale di sorveglianza che riferisse su ogni suo incontro e conversazione. L’ossessione di sapere che cosa di dicesse tra le quattro mura di Longwood House lo spinse inoltre a moltiplicare le pressioni sul medico assegnato alla cura dell’imperatore per ottenere rapporti più precisi e dettagliati.
Barry O’Meara, che aveva già fornito le sue confidenze al contrammiraglio Cockburn, non si fece pregare troppo per continuare la sua attività di spione. Chirurgo imbarcato a bordo del Bellerophon, il vascello ancorato al largo dell’isola di Aix su cui nel luglio del 1815 Napoleone si era consegnato sotto la protezione inglese, O’Meara aveva accettato, in mancanza di altri candidati, l’incarico di medico di corte ed aveva seguito gli esuli a Sant’Elena. Grazie al suo carattere allegro e spiritoso, alla sua buona padronanza dell’italiano e soprattutto alla tendenza a prescrivere raramente dei farmaci, il medico irlandese aveva saputo conquistare la fiducia dell’imperatore che vedeva in lui non un ufficiale britannico, quale era rimasto, ma un membro del suo seguito. Quella fiducia era mal riposta, O’Meara non si fece mai scrupolo di servire contemporaneamente tre padroni: Napoleone a cui riservava lazzi, battute e blandi consigli medici, il governatore Lowe a cui riferiva ogni brandello di conversazione che il suo orecchio fosse riuscito a percepire, il governo di sua maestà ed il principe reggente a cui, tramite il suo amico John Finlaison, archivista presso l’ammiragliato, indirizzava lettere colme di piccanti pettegolezzi sulla vita quotidiana di Longwood House. La sua tagliente ironia non risparmiava nulla e nessuno, dai dettagli più scabrosi sulle indisposizioni fisiche dei cortigiani, sino alle più basse insinuazioni sulle debolezze di carattere dell’imperatore. Pur di compiacere i propri lettori a Londra arrivò ad affermare che Napolene in realtà era un vigliacco, timoroso ad esporsi sui campi di battaglia. Nulla di più falso, ma nulla di più gradito nelle alte sfere della politica inglese.
La fiducia di Napoleone nel suo medico rimase intatta nel corso degli anni, a determinare il rimpatrio di O’Meara furono invece i crescenti sospetti di Lowe nei suoi confronti. Il contrasto tra i rapporti degli ufficiali di sorveglianza che, uniti alle rivelazioni di Gourgaud, descrivevano Napoleone in buona salute ed i bollettini medici che tracciavano un rapido ed inesorabile peggioramento delle condizioni di salute dell’imperatore instillò nel governatore il sospetto che il suo più prezioso informatore fosse passato dalla parte dei francesi, fornendo con il suo allarmismo argomenti a sostegno dell’accusa napoleonica, secondo cui il governo inglese stava lentamente avvelenando il suo prigioniero.
Un recente studio condotto dall’Istituto di Fisica Nucleare di Milano-Bicocca, in collaborazione con le Università di Milano e di Pavia, ha dimostrato che i sospetti di Napoleone erano infondati. Attraverso un’analisi di tipo nucleare di alcuni campioni di capelli, risalenti a diverse fasi della vita di Napoleone, dall’infanzia sino al giorno della sua morte, i ricercatori non hanno riscontrato alcun incremento della concentrazione di arsenico durante gli anni dell’esilio, confutando così l’ipotesi di un avvelenamento volontario. Anche se non fu avvelenato a Sant’Elena, durante tutta la sua vita Napoleone fu esposto ad una quantità di arsenico notevolmente superiore a quella che oggi viene considerata tollerabile. Almeno sotto questo aspetto la sua esistenza non fu fuori dal comune. La comparazione delle analisi dei reperti napoleonici con quelle dei campioni di altre persone vissute nello stesso periodo, tra cui alcuni suoi familiari, ha infatti messo in luce che la contaminazione da arsenico era piuttosto diffusa nell’ottocento.

A più riprese Lowe si lamentò con Londra del comportamento, a suo giudizio, irresponsabile di O’Meara, senza tuttavia riuscire a scalfire le protezioni di cui l’irlandese godeva presso l’ammiragliato. Soltanto all’inizio del 1818, quando O’Meara si incaricò per conto di Napoleone di consegnare un’elemosina per i poveri ed una tabacchiera al reverendo Boys, come ringraziamento per la celebrazione dei funerali di Cipriani, Lowe trovò finalmente il pretesto che da tempo stava cercando. Argomentando che il dovere di un medico è prendersi cura dei malati e non sbrigare commissioni per loro conto, Lowe ordinò che O’Meara non potesse più abbandonare Longwood House senza una sua esplicita autorizzazione. L’offesa era troppo grande per essere ignorata ed O’Meara non poté fare altro che rassegnare le dimissioni dal suo incarico. Questo imprevisto scatto di dignità mise in difficoltà il governatore che non poteva né imporre a Napoleone un nuovo medico, né privarlo dell’assistenza sanitaria senza passare per un aguzzino, soprattutto agli occhi dei commissari delle potenze alleate presenti sull’isola.
L’imperatore non esitò a rinnovare le sue accuse, in una nota di protesta inoltrata a Jamestown assimilò le vessazioni riservate al suo medico curante ad un comportamento deliberatamente omicida. A malincuore Lowe dovette quindi rifiutare le dimissioni di O’Meara, ma non si trattò che di una ritirata strategica. Attese un paio di mesi finché non ottenne da Londra il nulla osta all’espulsione del medico irlandese. Le rivelazioni rilasciate a Londra da Gourgaud avevano convinto il governo che O’Meara era ormai succube dell’imperatore e quindi non più affidabile. All’inizio di agosto del 1818 il medico fu imbarcato in tutta fretta su di un vascello diretto in Europa, portando con sé i doni dell’imperatore, una tabacchiera d’oro ed una statuetta che lo raffigurava durante i Cento Giorni, e nascosta nelle scarpe una lettera, ancora più preziosa, che gli garantiva la protezione politica e finanziaria della famiglia Bonaparte. Un paio di mesi dopo la sua partenza Lowe ebbe la prova che gli mancava del suo tradimento. In una cassa di libri proveniente da Londra indirizzata ad O’Meara era acclusa una lettera che attestava la sua complicità con Napoleone nelle comunicazioni clandestine con il banchiere Laffitte.
Prima ancora di mettere piede in Europa e di essere congedato dalla Royal Navy, O’Meara prese pubblicamente posizione contro Lowe, ripetendo in ogni occasione che se avesse seguito i suoi ordini l’imperatore sarebbe già morto. Tanto zelo anti-inglese fu ricompensato con una generosa pensione concessagli dalla madre dell’imperatore e da suo fratello Giuseppe. La pubblicazione di un feroce atto d’accusa contro le meschine angherie inflitte dal governatore Lowe, intitolato “Napoleone in esilio o una voce da Sant’Elena”, gli fruttò fama e fortuna.
Dopo la partenza di O’Meara Napoleone si ostinò a rinunciare all’assistenza medica quando ne aveva più bisogno. Il disordine cronico delle funzioni epatiche diagnosticato da tempo dal medico irlandese era del tutto reale e non certo una invenzione per strappare una pietosa quanto improbabile autorizzazione a ritornare in Europa. Da più di un anno l’imperatore era senza forze, si rifiutava di montare a cavallo, usciva di casa raramente, tra un piovasco e l’altro si concedeva quattro passi nel suo giardino e nei giorni migliori una breve visita presso i Bertrand o i Montholon. Soffriva sempre più spesso di gonfiori alle gambe che Marchand cercava di lenire con impacchi e bagni caldi. A causa della prolungata immobilità ingrassava nonostante mangiasse sempre meno. Il suo morale appariva ancor più indebolito del suo fisico, non mostrava alcuna volontà di reagire alla malinconia ed all’apatia che lo assalivano quotidianamente, costringendolo a vivere in un regime di reclusione peggiore di quello impostogli da Lowe.

Nel gennaio del 1819 le sue condizioni ebbero un netto peggioramento. Il dolore al fianco destro che da tempo lo tormentava si fece insopportabile, sentiva il sangue affluirgli in testa “come un colpo di pistone”, un senso di vertigine gli impediva di lasciare il letto. Sintomi così preoccupanti convinsero Napoleone ad incaricare il maresciallo Bertrand di rivolgersi al dottor John Stokoe, imbarcato sul Conqueror che pattugliava le acque attorno a Sant’Elena. Stokoe era un veterano della Royal Navy, aveva partecipato alla battaglia di Trafalgar, alle campagne dei Dardanelli, d’Egitto e di Sicilia, parlava un discreto italiano con cui aveva conversato con Napoleone almeno in un’occasione, lasciandogli un favorevole ricordo, in più aveva stretto amicizia con O’Meara e non era mai stato proposto da Lowe come sostituto dell’irlandese. Tanto bastava per renderlo agli occhi dell’imperatore degno di fiducia.
Ottenuta l’autorizzazione dal suo ammiraglio, Stokoe accorse al capezzale dell’imperatore che pallido e sofferente lo ricevette disteso su di un sofà. Il medico notò subito i sintomi di una affezione cronica al fegato. Dopo una visita accurata raccomandò una cura a base di mercurio, poi stilò un bollettino che confermava in pieno la diagnosi già pronunciata da O’Meara, aggiungendo che il malato necessitava di una assistenza medica continuativa e che il clima dell’isola non poteva giovare alla sua patologia. Tali precisazioni fecero infuriare Lowe che le considerò come un atto di tradimento e come una sfida lanciata contro la sua autorità. Con l’accusa di aver infranto il regolamento consegnando copia del bollettino al maresciallo Bertrand, il governatore minacciò Stokoe di deferirlo alla corte marziale. Nel tentativo di evitare il disonore, il medico, ormai prossimo al pensionamento, chiese di essere congedato per ragioni di salute e rimpatriato. La sua richiesta sembrò in un primo tempo trovare accoglimento, alla fine di gennaio del 1819 lasciò Sant’Elena, ma non appena giunto in Inghilterra anziché il congedo richiesto ricevette l’ordine di rientrare in servizio sul Conqueror. Sbarcato a Jamestown in agosto fu subito messo agli arresti e deferito alla corte marziale per aver discusso con il generale Bonaparte di argomenti estranei alla medicina ed aver sottoscritto un bollettino medico, ispirato dallo stesso generale, falso e calunnioso verso il governatore. La condanna per Stokoe fu inevitabile, nessun ufficiale di arrischiò a deporre in suo favore, né Bertrand, né Montholon furono ammessi come testimoni. Il medico fu radiato dalla Royal Navy e rispedito in Inghilterra con una magra pensione. La famiglia Bonaparte non mancò di esprimere a Stokoe la sua riconoscenza per l’integrità professionale dimostrata. A parziale risarcimento dei danni materiali subiti, Giuseppe lo incaricò in diverse occasioni di scortare le sue giovani figlie in crociere tra l’America e l’Europa.
La notizia dell’allontanamento da Longwood House, con evidenti motivazioni pretestuose, di due medici nell’arco di pochi mesi non tardò ad arrivare sino a Roma, suscitando nella madre dell’imperatore la più viva preoccupazione per la salute di suo figlio. Con l’aiuto del cardinale Fesch, suo fratello uterino, Donna Letizia selezionò un ristretto gruppo di uomini di fiducia da inviare a Sant’Elena. Né il governo francese né quello inglese si opposero all’iniziativa, anzi accolsero con favore la notizia che l’imperatore aveva richiesto alla madre anche l’invio di un prete. La scelta cadde su di un missionario corso di sessantasette anni, con il cuore malandato, che aveva servito Donna Letizia all’isola d’Elba, l’abate Angelo Buonavita. Come secondo confessore fu designato un altro corso Ange Vignali che pareva possedere anche qualche cognizione di medicina. Per l’incarico di maggiordomo fu scelto Jacques Coursot, che era stato al servizio del maresciallo Duroc, per quello di cuoco Jacques Chandelier, già apprendista rosticciere alle Tuileries.
La scelta più delicata fu quella del medico. Las Cases propose la nomina di un allievo del medico di corte Jean Nicols Corvisart che aveva avuto in cura l’imperatore all’isola d’Elba, Fourreau de Beauregard, ma la sua specializzazione in medicina anziché in chirurgia, unita al considerevole compenso richiesto, fecero naufragare la sua candidatura. Su consiglio di un intendente di Donna Letizia, si impose invece la candidatura di Francesco Antommarchi, un giovane corso appena trentenne che poteva vantare una laurea in filosofia ed una in medicina, conseguita sotto la guida del professor Paolo Mascagni, chirurgo di fama europea.

Francesco Antommarchi

Nel frattempo a Sant’Elena Napoleone diventava sempre più sofferente e malinconico. La partenza, nel luglio del 1819, di Albine de Montholon, debilitata dai postumi di un aborto spontaneo, lo privò dell’unica compagnia femminile che apprezzava. Alla contessa volle testimoniare la propria riconoscenza donandogli una scatola ornata di diamanti ed alcuni volumi di Voltaire. Al marito, a cui proibì di lasciare Sant’Elena, assicurò una generosa pensione.
Nel settembre del 1819 il male assortito gruppo messo insieme da Donna Letizia e dal cardinale Fesch giunse a Jamestown. Napoleone li accolse carico di aspettative, ma rimase piuttosto deluso dai religiosi e dal medico scelti per lui. Buonavita gli parve un vegliardo di nessuna utilità, Vignali uno scolaretto a cui nessuno poteva attribuire delle competenze mediche senza sfidare il ridicolo, Antommarchi un giovane senza esperienza e con troppa presunzione. Maggiore simpatia gli ispirarono invece il cuoco ed il maggiordomo, da cui ebbe notizie di sua madre e di sua sorella Paolina.
Prima di partire per Sant’Elena Antommarchi si era recato a Londra, dove aveva incontrato il dottor O’Meara che lo aveva ragguagliato sulle condizioni di salute dell’imperatore. Pertanto lo stato di prostrazione in cui trovò l’imperatore non lo sorprese affatto. Non si aspettava invece entrando nell’appartamento privato imperiale di trovarlo così trascurato, con la tappezzeria a brandelli e grandi macchie di umidità sul soffitto e sulle pareti. Antommarchi cercò quindi di intervenire sia sul malato che sul suo ambiente. Suggerì all’imperatore di riprendere l’abitudine di fare passeggiate, almeno durante la stagione meno piovosa, e di risanare al più presto il suo appartamento. Entrambi i consigli furono accolti. La stanza da letto fu imbiancata, tappezzata ed arricchita di nuovi arredi. Quanto al moto, l’imperatore colse l’occasione per dare avvio ai lavori di ampliamento ed abbellimento del suo giardino su cui meditava da tempo. La supervisione dei lavori gli offrì il pretesto per stare più tempo all’aria aperta esercitando la sua naturale inclinazione al comando. All’inizio del 1820 la magnanima decisione del governatore Lowe di estendere i limiti dell’area in cui gli esuli potevano muoversi liberamente senza la scorta di un ufficiale inglese incoraggiò Napoleone ad uscire più spesso da Longwood House, a piedi, a cavallo o in calesse, per godere dei paesaggi più pittoreschi dell’isola.
Per quanto blandi i rimedi suggeriti dal medico corso sembrarono inizialmente sortire qualche effetto positivo. L’umore e l’appetito dell’imperatore migliorarono almeno per qualche tempo, ma il male che lo stava consumando non poteva essere vinto. Dopo la cavalcata a Sandy Bay in ottobre le sue condizioni incominciarono a declinare molto rapidamente. Ad Antommarchi che si ostinava a proporre rimedi di dubbia efficacia come salassi ed impacchi ripeteva rassegnato: “Non c’è più olio nella lampada.”
Sentendo la fine vicina, Napoleone indirizzò al primo ministro inglese, lord Liverpool, una lettera per ottenere in extremis l’autorizzazione a rientrare in Europa: “La malattia è giunta a tal punto che i rimedi non possono più nulla contro la malignità del clima…”
Lowe dopo aver rispedito la lettera a Longwood House con in pretesto che lo scrivente aveva impropriamente usato il titolo imperiale si decise ad inoltrarla a lord Liverpool che rifiutò la richiesta. I dubbi sulla veridicità della malattia dell’imperatore persistevano tanto a Londra quanto a Jamestown, benché fossero del tutto infondati. Alla fine di novembre del 1820 Napoleone deambulava a fatica appoggiato al braccio di Marchand con le estremità avvolte in panni caldi per ridurne il gonfiore e vomitava sempre più spesso il poco cibo che riusciva ad ingerire. Descriveva il dolore che avvertiva allo stomaco come quello provocato da un coltello conficcato nelle carni e rigirato.
Antommarchi, soprannominato con disprezzo dall’imperatore “il dottoraccio”, quando non era impegnato in qualche avventura galante a Jamestown, oscillava tra un immotivato ottimismo ed un cupo pessimismo. Le sole medicine che si sentiva di consigliare erano le passeggiate in calesse e qualche goccia di etere per conciliare il sonno. Anche un soggiorno in qualche località termale in Europa avrebbe a suo avviso potuto giovare, ma l’imperatore aveva ormai perduto ogni speranza di poter lasciare da vivo la sua piovosa prigione. Non era neppure disposto a prendere in considerazione di trasferirsi nella confortevole dimora che il governo inglese, con un certo dispendio di risorse, aveva appena ultimato per lui ad un centinaio di passi da Longwood House. Troppo vicina all’accampamento del reggimento di sorveglianza, priva di ombra, priva di alloggi adeguati per i suoi valletti e soprattutto circondata da una griglia di recinzione che gli ricordava le sbarre di una prigione, la nuova casa gli faceva orrore.

Intorno alla metà di marzo del 1821, dopo la partenza dell’abate Buonavita a causa dell’aggravarsi dei suoi disturbi cardiaci, le condizioni di salute dell’imperatore subirono un ulteriore peggioramento. Nel tentativo di contrastare le violente crisi di vomito che lo assalivano Antommarchi gli somministrò un emetico disciolto in una limonata che ebbe effetti disastrosi su di uno stomaco gravemente malato. In preda a terribili spasmi, Napoleone si contorse per ore nel letto gridando al “dottoraccio” di andarsene e di provare ad ingoiare un ematico prima di prescriverlo ad altri. Nei giorni seguenti incaricò Bertrand e Montholon di avvicinare il dottor Arcibald Arnott del 20° reggimento che gli ispirava maggior fiducia del “dottoraccio”. Il medico scozzese accettò di visitare l’imperatore a patto che Antommarchi firmasse con lui il bollettino.
Il governatore Lowe, ormai convinto della reale gravità della malattia del suo prigioniero, non espresse obiezioni.
“Infiammazione allo stomaco” senza alcun coinvolgimento né del fegato, né del piloro fu la diagnosi di Arnott. A suo avviso, i dolori lancinanti che il paziente accusava erano prodotti da un accumulo di aria nell’intestino, prescrisse perciò delle pillole per rilassare il ventre, che l’imperatore si rifiutò di assumere, ed una dieta liquida che fu seguita, dal momento che era l’unica possibile. Napoleone si stupì di quella diagnosi inconciliabile sia con la malattia cronica al fegato che O’Meara si diceva certo di aver riconosciuto, sia con il sospetto che da molti mesi lo assillava, cioè di essere vittima dello stesso tumore al piloro che a soli trentacinque anni aveva ucciso suo padre, Carlo Maria. Ma era ormai troppo debole per combattere contro le false certezze dei suoi medici.
All’inizio di aprile Antommarchi pregò il maresciallo Bertrand di far presente all’imperatore che la sua ora era prossima. Napoleone ne era consapevole già da tempo ed attendeva la morte come una liberazione. Benché sfinito dall’insonnia, dal dolore e dalle frequenti crisi di vomito, fece appello a tutte le forze che gli restavano per esprimere le sue ultime volontà. Dettò per ore soppesando ogni parola, ogni cifra, senza rinunciare a lanciare attacchi politici: “Io muoio prematuramente, assassinato dall’oligarchia inglese e dal suo sicario; il popolo inglese non tarderà a vendicarmi.” A Luigi XVIII cercò di sottrarre la lealtà ed il rispetto di tutti i reduci, elargendo denari di cui sapeva di non poter disporre effettivamente. Degli oltre duecento milioni di franchi, costituiti dai beni acquistati durante il suo regno e dai suoi risparmi in quattordici anni sulla lista civile, ne destinò una metà agli ufficiali ed ai soldati superstiti dalle gloriose campagne dal 1792 al 1815, e l’altra ai comuni ed alle province danneggiate dalle invasioni come l’Alsazia, la Lorena, la Franca Contea, la Borgogna, la Champagne ed il Delfinato.
Al figlio, il re di Roma, riservò, oltre alla casa ed ai terreni che possedeva ad Ajaccio, i suoi oggetti personali più cari, armi, speroni, selle, uniformi, medaglie, tabacchiere, libri ed argenteria, insieme ad alcune preziose raccomandazioni per il futuro: non dimenticare mai di essere un principe francese, non prestarsi per nessuna ragione a diventare uno strumento nelle mani dei sovrani che opprimono l’Europa, non allontanarsi mai dal motto di suo padre, “Tutto per il popolo francese”. Agli altri membri della sua famiglia lasciò oggetti, arredi e suppellettili contenuti a Longwood House. Soltanto Luigi fu escluso, nonostante il perdono concessogli per un libello sul governo dell’Olanda pubblicato nel 1820. Dei suoi due figli illegittimi, Carlo Leone Denuelle ed Alessandro Colonna Walewski, volle beneficiare soltanto il primo con un lascito di circa trecentomila Franchi.
Con i fondi custoditi presso il banchiere Laffitte volle ricompensare la fedeltà e l’abnegazione degli uomini a lui più vicini durante l’esilio: due milioni di Franchi a Montholon, cinquecentomila a Bertrand, quattrocentomila a Marchand, precisando che “i servizi che mi ha reso sono quelli di un amico”, da centomila a venticinquemila Franchi a tutti gli altri servitori, compresi gli ultimi arrivati, secondo l’anzianità di servizio.
Non dimenticò neppure di testimoniare la sua riconoscenza con lasciti di entità variabile ad uno novantina di soggetti che avevano in modi diversi favorito la sua ascesa e la sua gloria: dal generale che a Tolone gli aveva affidato il suo primo comando ai nipoti della sua nutrice, da un cavalleggero distintosi nella campagna di Egitto ad un sottufficiale accusato ingiustamente di aver voluto assassinare Wellington, dall’abate che gli aveva insegnato a leggere ad un pastore corso, dai figli degli ufficiali più valorosi caduti sul campo di battaglia sino ad oscuri servitori, stallieri, bibliotecari meritevoli ai suoi occhi di una qualche ricompensa.

Al testamento Napoleone volle aggiungere due codicilli, nel primo espresse il desiderio che le sue ceneri riposassero “sulle rive della Senna in mezzo al popolo francese che ho tanto amato” e designò suoi esecutori testamentari Bertrand, Montholon e Marchand, nel secondo ripartì i circa trecentomila Franchi della sua riserva d’oro, la cosiddetta “poire pour la soif”, tra i fedelissimi di Sant’Elena, già citati nel testamento. Al dottor Arnott, ai cinesi impiegati a Longwood House ed ai poveri di Sant’Elena riservò un piccolo lascito. Il “dottoraccio” fu escluso. Napoleone gli promise una lettera di raccomandazione all’imperatrice Maria Luisa che non ebbe mai il tempo di dettare. Trovò invece il tempo per riconciliarsi con Madame Bertrand, a cui concesse una breve udienza.
L’imperatore trascorse i suoi ultimi giorni nel salone, la sua camera da letto era troppo angusta per contenere i medici ed il personale di servizio che lo vegliavano notte e giorno. Alla fine di aprile le condizioni del suo stomaco si aggravarono, non riusciva più a trattenere a lungo neppure i liquidi, vomitava una materia nerastra in cui erano riconoscibili tracce di sangue. Senza sortire alcun effetto benefico gli furono praticati salassi e somministrati lassativi.
Appresa la notizia delle condizioni disperate del suo prigioniero, il governatore Lowe si affrettò ad offrire le cure di due medici della guarnigione, Thomas Shortt e Charles Mitchell. Bertrand e Montholon accettarono l’offerta ed autorizzarono un consulto tra i quattro medici che concordarono di somministrare al moribondo una forte dose di calomelano, un sale di mercurio impiegato come energico lassativo. Le coliche che seguirono lasciarono l’imperatore estremamente indebolito.
Il 3 maggio l’abate Vignali somministrò i sacramenti a Napoleone che nella notte tra il 4 ed il 5 maggio incominciò a vaneggiare, poi perse conoscenza. Intorno alle otto del mattino cortigiani e servitori si strinsero attorno al suo capezzale per assistere alle ultime ore di vita del loro imperatore. Poco dopo il tramonto Napoleone spirò.
L’autopsia, voluta dallo stesso Napoleone con l’intento di smascherare i suoi assassini, fu eseguita da Antommarchi con l’assistenza di tutti i medici della guarnigione inglese, alla presenza di Bertrand, Montholon, Marchand, Vignali, Alì, Pierron e di due ufficiali in rappresentanza del governatore Lowe. Nessun effetto tipico dell’avvelenamento da arsenico o da altre sostanze fu riscontrato. Risultò evidente che la sede della malattia che aveva ucciso l’imperatore era lo stomaco, perforato da parte a parte, con ampie tracce di un’ulcera cancerosa. Sull’analisi delle condizioni del fegato i medici non furono invece concordi. Per il dottor Shortt il fegato si presentava ingrossato, al contrario il dottor Arnott non vi riscontrò nulla di anormale. Il “dottoraccio” si affrettò ad offrire una comoda soluzione di compromesso, dichiarando che il fegato appariva sano, anche se di grosse dimensioni.
Il dibattito sull’individuazione della causa precisa della morte di Napoleone continua ancora oggi. Secondo l’ipotesi più accreditata l’imperatore sarebbe morto per un tumore allo stomaco generato da un’ulcera di origine batterica, e non da una qualche predisposizione ereditaria.
Nel rispetto delle volontà espresse dall’imperatore, alcune ciocche di capelli furono tagliate per confezionare dei braccialetti destinati ai suoi familiari, il cuore e lo stomaco furono asportati per essere donati a Maria Luisa, che non li ricevette mai. Su insistenza del governatore Lowe i due organi furono deposti in due urne sistemate all’interno della bara. Terminata l’autopsia, i medici si spartirono come macabri souvenir i lenzuoli macchiati del sangue di Napoleone.
Fino al 1840 le spoglie dell’imperatore riposarono a Sant’Elena. Poco prima di morire aveva espresso il desiderio, nel caso in cui al suo corpo non fosse stato concesso di rientrare in Francia, di essere seppellito in un piccolo vallo non lontano da Longwood House, denominato valle del Geranio, nei pressi di una fonte, ombreggiata da tre salici piangenti, a cui era solito abbeverarsi durante le sue passeggiate.

 

 


 

Per saperne di più

GILBERT MARTINEAU, Napoléon à Sainte-Hélène 1815-1821, Paris, Tallandier, 2016.
EMMANUEL DE LAS CASES, (a cura di Miscilli Migliorini), Memoriale di Sant’Elena, Milano, Rizzoli, 2004.
ALESSANDRO BARBERO, La battaglia. Storia di Waterloo, Bari, Laterza, 2009.
LOUIS CONSTANT WAIRY, Vita privata di Napoleone. Le memorie di Constant primo cameriere dell’Imperatore, Milano, Boroli Editore, 2006.
ROBERT STENUIT, I giorni dell’esilio e della fine. Napoleone a Sant’Elena, “Storia Illustrata”, n° 300, Novembre 1982.
ALESSIA MANFREDI, Napoleone non fu avvelenato. La conferma dei fisici nucleari, “La Repubblica”, 11 Febbraio 2008.http://www.lautresaintehelene.com/index.html
http://www.napoleonprisonnier.com

Roberto Poggi
Roberto Poggi
Dopo essersi laureato, nel 1995, in Scienze Politiche presso l'Università di Torino, ha lavorato per una decina di anni come assistente per le cattedre di Storia Moderna e Storia dello Stato, poi ha intrapreso la professione di formatore in materia di Sicurezza sui luoghi di lavoro, ma non ha mai smesso di coltivare la sua grande passione per gli studi storici.

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