Home POLITICA “Naissance du Renzisme”, par Angelo Tasca (et P. V.)

“Naissance du Renzisme”, par Angelo Tasca (et P. V.)

“Torino, 20 aprile 1925.

       Sono molto preoccupato per quello cui sto assistendo. La città è percorsa da scalmanati che urlano “cha cha chaone”, che pare destinato a diventare il nuovo slogan del nascente regime.
       Naturalmente non ci sarà alcuna celebrazione della prossima ricorrenza del 1° Maggio. E, del resto, ci sarebbe da stupirsi del contrario. Il nascente regime è molto ostile ai lavoratori, i cui diritti ha colpito in ogni modo e, con l’attuale situazione del mercato del lavoro e dei livelli di disoccupazione, farà ogni sforzo per sottorappresentare la Festa del Lavoro, onde evitare di farsi del male da sé.
       Prima di arrivare a quella data, tuttavia, mi chiedo come si possa fare, sui giornali del regime, tutto questo gran parlare di libertà, quando ormai sono tre anni che non si vota e a livello costituzionale è stato palesemente bocciato il sistema elettorale vigente. Mi chiedo quale tipo di sistema politico sia uno dove non si vota, dove la legge elettorale è stata dichiarata incostituzionale, dove tutti i grandi giornali cantano le lodi dell’ “Uomo della Provvidenza” e dove i suoi seguaci più accesi non fanno che ripetere lo slogan demenziale testé citato.
        Sono preoccupato per il futuro di questo Paese e mi sa che presto dovrò riparare in Francia. Trovo grottesco che tutti i sostenitori del nuovo regime si riempiano la bocca di parole come “liberazione” da quelli precedenti e non si rendano conto (o cerchino di occultare) che, in quanto a libertà, siamo messi davvero male: in effetti, si parla insistentemente della creazione di un “partito della Nazione” all’interno del quale convergeranno tutti quanti hanno interesse, anche da posizioni diverse, che il nuovo regime si consolidi.
       Ma anche il clima generale non mi piace: proprio ieri, in fondo a via Po, mentre ero in compagnia di un mio vecchio professore del liceo “Gioberti”, un gruppo di scalmanati sostenitori del governo ha cercato di obbligarci a urlare con loro “cha cha chaone”. Non lo abbiamo fatto, ma ce la siamo vista brutta.
      Più che mai mi preoccupa l’atteggiamento dei miei compatrioti: non pare importargli nulla di nulla; fanno qualsiasi cosa venga loro chiesto, per cinismo, per 8 lire in più di salario, per servilismo, per non essere disturbati nella loro routine quotidiana, fatta come al solito di niente. Non capisco questa Italia, sempre così uguale a se stessa: ieri con la monarchia costituzionale, oggi con questo regime, domani con chissà quanti altri, di regimi. Sono disgustato.
 
 
 
 
 

Il referendum e “l’imagination à l’opposition”

       Leggo reazioni assai stizzite all’esito del referendum sulle trivellazioni e debbo confessare che mi sorprendo della sorpresa. Qualcuno pensava/sperava in un esito diverso?
      Da tempo immemorabile, queste occasioni referendarie sono – salvo rarissime eccezioni – un caso esemplare di eterogenesi dei fini; anzi, direi di più, un caso esemplare di tattica asimmetrica intesa a rappresentare non – come prevede la teoria in materia – la “sconfitta del vincitore“, ma a moltiplicarne il successo.
      Mi è dunque difficile – al di là delle solite tiritere sulla partecipazione o meno, di cui non mi interesso – comprendere le ragioni per cui viene reiteratamente scelta una modalità di scontro politico che è sicuramente perdente e che giova all’avversario. Di natura sono molto sospettoso e dunque mi chiedo come mai vengano costruite a cadenza ricorrente occasioni affinché il potere possa farsi beffe (più di quanto già non se ne faccia) dei sudditi (mi rifiuto di utilizzare la parola “cittadini” in Italia).
      Era del tutto evidente – a mio sommesso parere – che questo referendum avrebbe rappresentato un’ennesima sconfitta e dunque sarei (sono) stato assai cauto nel prendere una posizione, sia perché era un referendum sull’assoluto nulla, sia perchéil sistema vigente in questo Paese non ha davvero bisogno di così macroscopici regali.
       Appare del tutto evidente che la multiforme galassia degli oppositori al sistema, per quanto non necessariamente così minoritaria come potrebbe apparire, avrebbe bisogno di un po’ più di accortezza nel muoversi, perché la strategia asimmetrica consiste nel creare situazioni in cui il più debole, mettendo insieme una notevolissimasuperiorità locale, possa avere ragione del più forte. Così non è, praticamente mai, e si raccolgono sconfitte a ritmi da collezionisti di figurine Panini.
       Non c’è immaginazione, all’opposizione. Nella migliore delle ipotesi, c’è iterazione di tattiche sbagliate e perdenti, oltre che errata individuazione del “nemico principale”; nella peggiore, c’è consociativismo, perché in Italia nessuno ama stare all’opposizione, e tanto meno starci troppo a lungo. Che tutto questo dipenda da voti, politici e/o referendari, è una pia illusione. Vorrei permettermi una considerazione volutamente crudele: qualcuno ricorda il voto politico del 1994, le grandi speranze suscitate e come sono andate a finire?
1) rapida emarginazione di quei pochi che avevano creduto in un progettoveramente alternativo;
2) riciclaggio di tutti i peggiori residui della Prima Repubblica (magari con la scusa che avevano esperienza di [mal]governo…);
3) completa e convinta adozione delle metapolitiche e delle pratiche del sistema precedente, per cui il nuovo governo NON si capiva in che cosa differisse dai vecchi. E poi in effetti si è capito che non differiva in nulla.
 
       Da vecchio storico, so che la Storia è tutto meno che magistra vitae, però, se qui non si cambia tutto, ma proprio tutto, a cominciare dall’approccio a questi problemi, siamo soltanto – e più che mai – al sempiterno “Facciamoci del male” di morettiana memoria.
Piero Visani

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