Centro di Torino. Primo pomeriggio. Non c’è nulla di meglio che compiere una passeggiata a piedi tra via Roma, piazza San Carlo e piazza Castello per trovare le tante similitudini tra questa città e quelle dei Paesi dell’Est al momento della crisi finale del comunismo o di città come Detroit nei momenti di svolta della produzione capitalistica: molti negozi chiusi, un’aria da mean streets, torme di homeless accampati alla bell’e meglio lungo la direttrice che dovrebbe essere quella del “salotto buono” della città. Rari “Vopos” che la percorrono impegnati a sorvegliarla digitando sui telefonini… e un’aria complessiva da “decrescita (in)felice” che la nuova amministrazione grillina non ha fatto che accentuare, dopo decenni di disastri di Pci-Ds-Pd. Per fortuna del capoluogo subalpino, in Comune non è mai riuscito ad insediarsi un sindaco di Centrodestra, altrimenti in centro non ci sarebbero nemmeno più le statue…
Si respira una “bellissima” aria da “fine dei tempi”: l’età media delle persone che si muovono (a fatica) in mezzo a questo concentrato di miserie è sui 115 anni. “Giovani” coppie nate ai tempi di Giolitti e ora ancora qui, a godersi la meritata pensione. Intorno a loro ruotano molti stranieri: un discreto numero di turisti e una abbondante quantità di cinesi, spesso dall’aria agiata. Il modo con cui i cinesi stanno conquistando il mondo è degno di ammirazione: in silenzio, da dentro e da sotto, muovendosi con discrezione, secondo un piano strategico ben concepito e meglio applicato. Lo sguardo che riservano ai non cinesi è marcatamente razzista, ma occorre saperlo cogliere. Se credi all’eguaglianza, non ci riuscirai e sarà molto peggio per te…
Risiedo in questa città dal 1955, all’interno di essa o nei pressi. Molte cose sono cambiate, da allora, alcune anche in meglio, ma sempre più forte si è fatta l’aria da Berlino Est. Certo, i monumenti sono belli; la storia locale ricca, ma il senso che ti accompagna resta sempre quello di chi sta vivendo “le vite degli altri”, guardandole da fuori, come un bambino povero con il nasino schiacciato contro la vetrina di un negozio di balocchi che non potrà mai comprare o farsi comprare, e che al tempo stesso sente che qualcuno lo sta osservando, perché è grazie al rubarti la tua – di vita – che quegli “altri” riescono a vivere e a prosperare alle tue spalle. Un “Goodbye Lenin” non è mai stato pronunciato davvero, almeno non per quanto concerne il trasferimento di ricchezze dai produttori ai percettori.
Completo il mio giro, abbeverandomi di questo senso di morte che non è di morte imminente, ma di agonia protratta oltre ogni accettabile limite, di accanimento “terapeutico” intento a fare sì che tu e le persone senza potere come te vengano progressivamente strangolate, con studiata lentezza, di modo che i “beati possidentes” possano vivere nell’agiatezza qualche anno in più, grazie al sangue che ti avranno continuato a succhiare.
Come è tipico di una città intimamente monarchica (dai Savoia, agli Agnelli, al Pci – mai più reazionario e codino che qui), forte è il senso di disciplina e di subordinazione gerarchica ai capi, tanto più forte quanto più i capi sono dediti alla sodomia, pratica che alle masse piace molto e dà soddisfazione. Dunque nessuno o quasi nota che i negozi più ricchi e scintillanti di luci spesso dispongono di più ingressi, alcuni riservati a coloro che girano in Cinquecento e con un giubbottone da mercato periferico, ma che poi vi entrano di soppiatto per svuotarli, salvo ovviamente reindossare il giubbottone prima di uscire. Meglio tenere un profilo basso, non sia mai che gli schiavi si rendano contro delle prese per i fondelli a loro carico… Ci saranno molte occasione, lontano dalla Mole, per fare sfoggio di reale ricchezza.
Nel bel mezzo di questa “Morte a Torino”, di questo concentrato di “gioventù” affine a certe scene di “Youth”, di Paolo Sorrentino, nemmeno interrotte dall’improvvisa comparsa di un fulgore giovanilmente fisico à la Madalina Ghenea, sotto le volte della Galleria San Federico mi colpisce il suono senza tempo di un’arpa. Per qualche minuto non mi preoccupo nemmeno di stabilirne la provenienza, lasciandomi cullare da un pezzo classico e da varie melodie celtiche. Poi il suono si interrompe e, nel farlo, mi richiama nel mondo. Constato così che, proprio nel centro della Galleria, davanti al cinema Lux e ai piedi di un albero di Natale, una giovanissima arpista sta accordando il suo strumento. Si è interrotta proprio per sistemarlo, ma le sono bastati pochi tocchi sapienti per rimetterlo a posto e riprende a suonare, ancora un’aria celtica.
E’ un’artista di strada e, davanti a sé, ha sistemato un contenitore per chi volesse gratificarla di un obolo. Il contenitore è disposto con cura e grazia, esattamente come molta grazia emana da quella donna molto giovane, i cui gesti più semplici sono ispirati a un’estrema armonia estetica.
Mi avvicino e deposito nel contenitore, piuttosto vuoto, una banconota. Non deve esserci granché abituata, ad un obolo del genere, perché smette di suonare e mi ringrazia con grande partecipazione. Mi chiede se sono anch’io un musicista e vorrei dirle che sono “un musico fallito, un teorete”, uso soprattutto a “sparare cazzate”, ma temo che prenderebbe questa citazione gucciniana come una provocazione, per cui le rispondo di aver suonato qualche strumento, in passato, ma mai nessuno bene come lei suona l’arpa.
Mi sorride, stringe a sé il suo strumento e confessa di amarlo molto, come una parte di sé. “L’ho notato” – le dico – “e mi ha colpito, così come mi hanno colpito le arie che suonava”.
“E’ tutto frutto di un percorso interiore” – mi risponde lei – “Seguo la mia strada, guidata da ciò che mi suggerisce il cuore”.
“Continui così!” – la esorto – “mi ha offerto per un attimo l’immagine e l’atmosfera di un mondo che amo”.
E’ colpita dalle mie parole e mi ringrazia nuovamente. “Per arrivare dove si vuole” – aggiungo – “la guida migliore è il proprio percorso interiore. Il resto è roba da economisti, o da capitalisti…”.
Si illumina di una risata argentina, mi ringrazia nuovamente e riprende a suonare, non prima di avermi fatto gli auguri, che ricambio.
“In interiore homine habitat veritas”. E dove, se no?

Morte e vita a Torino was last modified: dicembre 16th, 2017 by Piero Visani

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