Un recente studio condotto da un medico italiano, Mario De Curtis, e da una esperta di statistica, Silvia Simeoni, ha confermato quello che in realtà si sospettava da anni: ovvero che le misure finora adottate e le promesse di colmare il gap che esiste tra Nord e Sud non sono servite a molto.

Tra gli indici più sensibili per valutare lo stato di salute, il benessere sociale e lo sviluppo economico di una nazione c’è certamente il dato relativo alla mortalità neonatale e infantile, ovvero il numero di morti nei primi 28 giorni e nel primo anno per 1000 nati vivi.

In Italia queste percentuali sono diminuite, ma non in tutto il paese allo stesso modo ha raggiunto Come hanno confermato i dati dell’ISTAT, relativi a 5 aree geografiche (Nord Ovest, Nord Est, Centro, Sud e Isole), aumentano sensibilmente man mano che scende lungo lo stivale fino alle isole maggiori: la media nazionale della mortalità neonatale è di 2, ma nel Nord Ovest è pari 1,8; nel Nord Est è più bassa, 1,5, nel Centro è pari a 2,0; nel Sud 2,3 e nelle Isole 2,5. stessa cosa per la mortalità infantile: 2,9 la media nazionale, che a fronte di un dato relativo al Nord Ovest di 2,6 e di 2,4 nel Nord Est; vede il Centro salire a 2,9, il Sud a 3,3 e le Isole addirittura a 3,6.

Se si guarda all’escursus storico della mortalità neonatale e infantile dei residenti in Italia nel corso degli ultimi 10 anni, emerge ancora una volta una situazione nelle Regioni del Sud e nelle isole ben peggiore rispetto a quella delle Regioni centro settentrionali: un bambino nato in una Regione del Sud Italia ha una probabilità di mortalità di circa il 40% più elevata di un bambino del Nord.

Nel 2015 sono nati in Italia 485.780 neonati, da genitori italiani l’85% e da immigrati il 15%. Nello stesso periodo sono deceduti 1407 bambini nel primo anno di vita (77% italiani e 23% figli di immigrati). Molte secondo i ricercatori le possibili cause di questo divario: come la riduzione (spesso definita eufemisticamente “razionalizzazione”) dei punti nascita con numero di parti inferiore a 1000/anno, i piani di rientro della spesa sanitaria, e molto altro.

Anche l’aumento delle migrazioni potrebbe aver influenzato questi numeri: nel 2015 i residenti immigrati rappresentavano circa l’8% di tutta la popolazione, ebbene un altro aspetto di disuguaglianza è la maggiore mortalità neonatale e infantile nei nati proprio da genitori immigrati. Tali differenze potrebbero avere numerose concause: maggior numero di gestanti minorenni e ragazze-madri, basso reddito familiare, attività lavorativa meno garantita e più pesante, alimentazione incongrua, carenti condizioni igieniche ed abitative, cure ostetriche e pediatriche tardive o inadeguate. Lo confermerebbero i numeri: la mortalità infantile dei nati da immigrati è diminuita (passando dal 5,0 a 4,5) ma rimane decisamente più elevata di quella dei nati italiani (da 3,2 a 2,6 per mille nati vivi). Per alcuni gruppi però questi dati risultano ancora molto elevati: pari a 8,2 per mille per i bambini nati da donne africane provenienti da aree sub-sahariane.

Si tratta di dati sui quali ci sarebbe molto da dire e da fare e sui quali i cittadini dovrebbero riflettere attentamente e chiedendo alle forze politiche la realizzazione di specifici interventi in ambito di salute pubblica. Anche l’opinione pubblica dovrebbe sottolineare la presenza ingiustificata di queste differenze dopo decenni di politiche “comunitarie” e “unitarie”. A patto, naturalmente, da riuscire per un attimo a non pensare allo sbarco di questo o quel natante….

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