Negli USA, la terza causa di morte non naturale sono gli errori medici. Ad affermarlo è uno studio pubblicato sul British Medical Journal: diagnosi sbagliate, incapacità del personale sanitario e mancanza di comunicazione sarebbero la causa di circa 251mila decessi, la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari 611mila e il (cancro 585mila) e prima delle malattie respiratorie. I ricercatori hanno basato la propria analisi sui dati dei pazienti dal 2000 al 2008. una cifra spaventosa se si pensa che si tratta del 9,5% del totale dei decessi negli Usa in un anno. Se ci si riferisce ai ricoveri ospedalieri, una percentuale tra lo 0,4 e l’1,1 per cento dei pazienti che entrano in un ospedale non ne uscirebbe più a causa di uno sbaglio.

Si tratta di numeri considerevoli ma dei quali nessuno parla. Secondo Martin Makary e Michael Daniel, della Johns Hopkins University School of Medicine di Baltimora, ciò potrebbe essere dovuto al fatto che nei certificati di morte da compilare negli Stati Uniti alla dipartita del paziente l’errore umano non è previsto. E quindi non segnalato. “L’errore umano è inevitabile” scrivono Makary e Daniel.

Un’accusa gravissima che non poteva non avere conseguenze rilevanti e razioni diverse. Da un lato c’è chi sostiene che si tratti di un errore e riporta altre graduatorie come quella che vede al terzo posto delle cause di morte negli USA le malattie respiratorie croniche (e poi gli incidenti, le malattie cerebrovascolari, l’Alzheimer, il diabete, l’influenza e le complicazioni polmonari etc). Dall’altro che si tratta di un problema serio lo si sapeva da tempo: uno studio dell’Institute of Medicine (IOM) risalente al 1999 parlava di un numero di casi di morti dovute a errori medici tra i 44mila e i 98mila casi all’anno solo negli USA. Prima ancora, nel 1984, l’Harvard Medical Practice Study e nel 1993, Leape, capo ricercatore pubblicò uno studio in cui diceva che tra il 78% e il 51% of the 180 000 morti ospedaliere sarebbero state evitabili. Poi, nel 2004, fu un rapporto dell’Agenzia della Healthcare Quality and Research Patient Safety Indicators che parlò di ben 575mila morti causate da errori medici tra il 2000 e il 2002.

L’elenco degli studi che confermerebbero questa tesi è lunghissimo. Una conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che sono molte, troppe le morti ospedaliere che potrebbero essere evitate.

E non solo negli USA. Anche in Europa. A confermarlo è uno studio molto più recente dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che riporta che gli errori medici nelle strutture ospedaliere dei paesi dell’Unione sono una percentuale altissima: addirittura tra l’8 e il 12%. Dati confermati dallo studio An organisation with a memory dell’United Kingdom Department of Health, che parla di circa 850mila casi in un anno (riferiti al 2000), il 10% di tutti i ricoveri. Dati analoghi sono stati registrati anche in Spagna Francia e Danimarca.

Errori come le infezioni che riguardano annualmente un paziente ogni venti (circa 4.1 milioni di pazienti): infezioni delle vie urinarie (27%), delle vie respiratorie (24%), postoperatorie (17%) e legate alle trasfusioni (10.5%). Anche le infezioni fa Staphylococcus aureus multiresistente sono diffuse: riguardano circa il 5% di tutte le infezioni.

Secondo il rapporto della WHO il 23% dei cittadini europei afferma di essere stato vittima di errori medici, il 18% dice che questi errori erano gravi errori causati durante il ricovero in ospedale e l’11% denuncia errori nella prescrizione dei farmaci o delle cure. Secondo la WHO tra il 50% e il 70.2% di questi errori avrebbe potuto essere evitato con una maggiore attenzione e professionalità.

Errori che a volte causano anche la morte dei pazienti: sarebbero 95000 i casi di morti precoci a causate da questi “errori”. Ma a questi sarebbe giusto aggiungere i 260mila casi di disabilità permanente.

“Tumori e malattie cardiache ricevono tonnellate d’attenzione – ha detto Martin Makary, della Johns Hopkins – gli errori medici non figurano invece sulla lista” dei ‘big killer’. Sarebbe questo il motivo che limita le azioni in questo senso: a questo problema non vengono destinati “i fondi e l’attenzione che merita”. Per non parlare del fatto che spesso non si tratta di errori commessi dal personale medico: molto spesso la causa sono problemi sistematici o percorsi assicurativi frammentati (negli USA, ma visti i cambiamenti in corso anche in altri paesi) o la mancanza di protocolli adeguati.

Errori che hanno anche un altro effetto negativo: secondo l’analisi condotta dallo United Kingdom National Audit Office questi errori costano alla comunità circa un miliardo di sterline ogni anno.

E in Italia? Uno studio più del 2017 sulla “mortalità evitabile” (MEV), condotto dal gruppo di Nebo ricerche e basato su dati dell’Istat ed Eurostat, parla di 103mila le morti “evitabili avvenute entro i primi 75 anni di vita in Italia” su un totale di circa 600mila. In questo caso, però, questo numero non riporta solo errori medici ma in modo più ampio di stili di vita errati: vengono presi in considerazione i decessi che potevano essere rimandati grazie a interventi di prevenzione primaria (cioè seguendo le regole antinfortunistiche sul lavoro, oppure riducendo il fumo e il consumo di alcolici, facendo una dieta equilibrata e svolgendo attività fisica), ma anche con una diagnosi tempestiva e con il ricorso a cure appropriate (ad esempio screening e terapie oncologiche) e con un’assistenza adeguata (ad esempio quella ai malati cronici).

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