Il 17 aprile 2018 sono stati diffusi i risultati dello studio dal titolo State Of Global Air condotto dall’Istituto degli effetti sulla salute. Partendo dai dati rilevati analizzando oltre 300 malattie, le cause di morte e 84 fattori di rischio in 195 paesi, è emerso che la quarta causa di morte in assoluto a livello mondiale (dopo ipertensione, alimentazione e tabagismo) è “respirare”. Il rapporto, realizzato in collaborazione con l’Health Effects Institute (HEI) , l’Institute for Health Metrics and Evaluation  (IHME) e l’Università della British Columbia, non lascia dubbi: più del 95 per cento della popolazione mondiale respira aria pericolosa e al di sopra dei livelli ritenuti sicuri dall’Organizzazione mondiale della sanità. Delle conseguenze sulla salute e dei rischi legati alle emissioni di particolato fine (PM10, PM2.5 e PM1.0) si parla da anni. Ora lo studio ha fornito una ulteriore dimostrazione: quasi il 60 per cento della popolazione mondiale vive in aree in cui il particolato fine supera anche il meno restrittivo obiettivo di qualità dell’aria di 35 μg per m3 previsto dalle linea guida per la qualità dell’aria dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e la maggiore presenza di queste particelle si trova nelle città e nei centri industriali e che proprio i centri urbani ospitano una percentuale sempre maggiore della popolazione mondiale. Trarre le dovute conclusioni non ha richiesto molto lavoro: tra le principali vittime ci sono i miliardi di persone che vivono e respirano un’aria non sicura. Soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dove gli accordi internazionali hanno concesso ampi margini di manovra e tempi più lunghi per adeguarsi alle nuove limitazioni di emissioni (come gli accordi della COP di Parigi di qualche anno fa).

Anche in questo caso, come nel caso dei consumi idrici e della qualità dell’acqua, non si tratta di previsioni, ma di constatazioni, ovvero non si parla di cosa potrebbe accadere tra qualche anno o decennio (come era stato fatto a Parigi con l’innalzamento delle temperature), ma di dati reali. Basandosi sulle cause di morte (infarto, cancro ai polmoni e malattie polmonari croniche etc.), gli esperti stimano che l’esposizione all’inquinamento atmosferico abbia contribuito a oltre 6 milioni di decessi solo nel 2017.  Questo fenomeno non potrà non avere conseguenze geopolitiche rilevanti: come ha fatto notare Bob O’Keefe, vicepresidente dell’istituto di ricerca State of Global Air, il divario tra la qualità dell’aria nelle varie zone del pianeta cresce continuamente. Se da un lato è vero che molti dei paesi “sviluppati” stanno cercando di migliorare la qualità dell’aria (molti, ma non tutti: basti pensare alle conseguenze sull’ambiente delle scelte politiche volute dal presidente americano Donald Trump), dall’altro, proprio grazie alle concessioni decise nel corso degli incontri internazionali , molti paesi in via di sviluppo potranno continuare ad inquinare in cambio della loro crescita economica. A conferma che l’analisi (non è una teoria, ma una tesi) dice la verità, oltre metà delle vittime sono state registrate in Cina e in India. In questo modo, aver concesso un lasso di tempo più lungo per adeguarsi ai limiti di emissioni forse potrà far diminuire il gap economico, ma di sicuro farà crescere il divario tra i paesi più inquinanti e quelli meno inquinanti e le conseguenze sulla salute delle comunità più povere.

Anche un altro rapporto, presentato pochi giorni fa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità conferma che in molte aree del pianeta i livelli di inquinamento atmosferico sono pericolosamente alti: 9 persone su 10 respirano aria contenente alti livelli di sostanze inquinanti e oltre 7 milioni di persone muoiono ogni anno per ragioni riconducibili all’esposizione all’aria inquinata. Secondo i ricercatori dell’OMS, l’inquinamento atmosferico avrebbe provocato circa 4,2 milioni di morti (nel 2016), ma a questi si devono aggiungere i morti (3,8 milioni) a causa dell’inquinamento atmosferico domestico (in molti casi dovuto alla cottura con combustibili e tecnologie inquinanti). L’inquinamento atmosferico “ci minaccia tutti, ma le persone più povere e più emarginate sopportano il peso del peso”, ha detto Tedros Adhanom Gebreyesus direttore generale dell’OMS. Ancora una volta, sotto accusa l’accumulo della popolazione mondiale nelle megalopoli: secondo l’ultimo database sulla qualità dell’aria, il 97% delle città con più di 100.000 abitanti nei paesi a basso e medio reddito non soddisfa le linee guida sulla qualità dell’aria dell’OMS (nei paesi ad alto reddito, la percentuale scende al 49%). I dati raccolti negli ultimi due anni (ora riguardano più di 4000 città in 108 paesi) mostrano anche i trend di questo fenomeno. “Molte delle megalopoli del mondo”, ha detto Maria Neira, direttore dell’OMS del Dipartimento di Salute Pubblica, che ha aggiunto che i livelli di qualità dell’aria in quei centri urbani superano le linee guida dell’OMS “di più di cinque volte”.
Il 94% delle vittime proviene da paesi a basso e medio reddito in Asia (il Sudest asiatico e il Pacifico Occidentale sono le regioni chiamate a pagare il prezzo più elevato i vite umane con 2,4 e 2,2 milioni di morti) e in Africa (con 980mila morti), seguiti dalla regione del Mediterraneo orientale (475mila morti). Anche Europa e le Americhe pagano un prezzo carissimo alla mancanza di attenzione alla qualità dell’aria: ogni anno sono 348mila le persone che perdono la vita a causa dell’inquinamento ambientale nei paesi meno sviluppati del vecchio continente (cui vanno sommati altri 208mila morti nei paesi più “ricchi”) e oltre 300mila in America.

E questo in barba a quanto promesso con la misura 3.9.1 dei SDGs, gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, che prevede di “Entro il 2030, ridurre sostanzialmente il numero di decessi e malattie da sostanze chimiche pericolose e da contaminazione e inquinamento dell’aria, delle acque e del suolo”.

 

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