Tutte le corrispondenze degli inviati di guerra sembrano assomigliarsi: mescolano i comunicati delle agenzie stampa con i pettegolezzi diffusi ad arte dalle diplomazie, fanno sfoggio di un linguaggio militare preso a prestito, esaltano il coraggio personale dei corrispondenti, anche quando le prove che esso ha sopportato sono modeste, non perdono occasione per rinunciare ad ogni umiltà di giudizio, come se il fatto di essere testimonianze oculari, o presunte tali, le esentasse da ogni fraintendimento, danno fiato alla retorica pro o contro la guerra, ricordando quanta violenza possa scaturire dall’animo umano.

Sembrano assomigliarsi, ma non è così.

A fare la differenza non sono soltanto la distanza dal fronte dei corrispondenti, la loro intelligenza politica, la loro integrità morale e professionale, la loro effettiva competenza nel decifrare le dichiarazioni e gli atti dei generali e delle cancellerie, la loro indipendenza di giudizio, ma sono soprattutto le loro qualità letterarie, come la capacità di cogliere lo stato d’animo di un popolo in guerra, di descrivere con pochi tratti, sfuggendo alla banalità del male, l’atrocità della guerra, di tratteggiare una pagina di storia resistendo alla tentazione di ridurla ad un déjà vu.

Nella nostra epoca tecnologica le qualità letterarie rischiano di apparire una inutile anticaglia, insopportabile sia per i lettori dei giornali, sia per i telespettatori. I giornalisti sono sulla notizia, nel senso che registrano e diffondono l’evento in tempo reale, ma la sintesi spesso manca, sommersa da una sovrabbondanza di informazioni e di immagini. Il paradosso è che l’immagine letteraria è più vera di una ripresa dal vero, poiché dovendo affidarsi soltanto alla parola deve distillare il senso degli avvenimenti. Certamente anche una ripresa è soggettiva ed offre ampi spazi di espressione all’intelligenza ed alla sensibilità del suo autore, ma l’apparente povertà della parola scritta è ben più imperiosa nell’imporre la sintesi, la ricerca del senso più profondo degli avvenimenti.

Anche il caso e l’intuito sono determinanti per distinguere una grande cronista da un semplice testimone.

Indro Montanelli giunse ad Helsinki per caso nell’ottobre del 1939 e vi rimase affidandosi unicamente al suo istinto. Dopo l’espulsione dall’albo dei giornalisti e la sospensione dal partito fascista a causa delle sue corrispondenze dalla Spagna per il Messaggero, giudicate troppo tiepide nei confronti della crociata franchista, la sua carriera era stata salvata in extremis dal direttore del Corriere della Sera, Aldo Borelli, che lo aveva assunto come “redattore viaggiante”, con il compito di occuparsi di temi giudiziosamente lontani dalla politica. Nel corso del suo “esilio preventivo” aveva viaggiato per l’Europa ed il caso lo aveva portato in Germania nell’agosto del 1939, offrendogli persino l’occasione di incontrare Hitler in compagnia dell’architetto Albert Speer. I suoi articoli, bollati come filopolacchi, avevano messo in imbarazzo il regime fascista che si era affrettato a chiedere l’espulsione dalla Germania dello scomodo giornalista fiorentino. Imbarcatosi a Lubecca, Montanelli, su di una rotta minata, aveva raggiunto Tallin in Estonia, proprio alla vigilia della capitolazione all’esercito sovietico, che aveva mostrato subito insofferenza per la sua lingua tagliente espellendolo. Un traghetto per la Finlandia era stato l’unica via di fuga.

La Finlandia però non si presentava come un rifugio sicuro, Stalin si preparava ad aggredire il piccolo stato scandinavo per ricostituire i confini del passato impero zarista. La logica dei numeri, 30.000 raccogliticci soldati finnici dotati di armamenti antiquati contro le sterminate schiere dell’Armata Rossa, animata, almeno nei proclami della propaganda, dalla tenace volontà di esportare il socialismo reale, avrebbe consigliato a chiunque di abbandonare alla svelta Helsinki, non soltanto per ragioni di elementare prudenza, ma anche per l’assenza di un caso giornalistico da raccontare. Tutto lasciava supporre che Helsinki, come già Kaunas, Riga, Tallin, avrebbe capitolato. Montanelli, contro il parere del suo direttore, decise di rimanere. La sua ostinazione lo ripagò fornendogli l’occasione di raccontare all’Italia ed all’Europa l’epopea della resistenza del popolo finlandese.

Nelle corrispondenze inviate dalla Finlandia al Corriere della Sera nell’inverno 1939-40 le qualità letterarie di Indro Montanelli giganteggiano. Il suo istinto di cronista si rafforza e si completa con la capacità di ricostruire con uno scorcio una atmosfera morale, con la rapida descrizione di un prigioniero di guerra la cultura politica di un regime, senza alcuna sicumera professorale, senza alcuna pretesa di aver detto l’ultima parola. L’immediatezza vince sulla tentazione di scrivere per i posteri. Il fiero anticomunismo di Montanelli rinuncia persino ad ogni argomento ideologico per affidarsi alla descrizione dei fatti e dei personaggi. La condanna del comunismo scaturisce così dalla cronaca, evitando il ricorso a stilemi ed argomenti preconfezionati dalla propaganda nazionalista e fascista.

Per il pubblico italiano di allora anestetizzato da un ventennio di rituali bellicisti e di propaganda di regime, spesso ottusa e monocorde, quelle pagine montanelliane dovettero apparire come un inaspettato ed incomprensibile spiraglio di luce sulla realtà della guerra. Il ruolo di aggressore dell’Unione Sovietica contro un piccolo paese inerme salvò I cento giorni della Finlandia dalla censura del Minculpop in cui caddero invece i reportage dello stesso autore sulla campagna polacca e su quella norvegese che furono ritirati subito dopo la pubblicazione per i tipi di Mondadori.

La cortina protettiva dell’anticomunismo, appena sfumato dalla necessità politica del momento di non intralciare il patto Ribbentrop-Molotov, rese una volta tanto arrendevoli i censori fascisti. A farli recedere dalla diffida a continuare a dare spazio alle corrispondenze dalla Finlandia bastarono le proteste del direttore Aldo Borelli che affermò: “Se ritiro Montanelli, perdo 500 mila copie. I lettori del Corriere, come tutti gli italiani, sono dalla parte dei finlandesi”. Grazie a questa coraggiosa, quanto insperata, presa di posizione, ed ancor più alle incertezze politiche del periodo della neutralità italiana, gli articoli di Montanelli continuarono ad essere pubblicati sulle colonne del Corriere e poterono persino essere raccolti in un volume, edito da Garzanti, dal titolo I cento giorni della Finlandia.

Rileggendo oggi le corrispondenze finlandesi di Montanelli risulta evidente che i censori fascisti, se avessero saputo andare oltre il loro anticomunismo, avrebbero trovato ottimi motivi per imporsi sulle proteste di Borelli.

Montanelli infatti non ha alcuna reticenza a dare conto della coraggiosa resistenza di un popolo libero, stretto attorno alle sue istituzioni, contro le mire espansioniste di una grande potenza totalitaria. La descrizione della dignità e della tenacia finlandese avrebbe potuto insegnare molto agli italiani sui rischi di una guerra di aggressione decisa senza tenere in alcun conto i sentimenti popolari. I fanti russi, mal equipaggiati e peggio condotti, incapaci di comprendere le ragioni politiche ed ideologiche della guerra, storditi da una propaganda tanto martellante quanto surreale, non ci appaiono poi molto diversi dai fanti italiani che furono inviati nell’ottobre del 1940 alla frontiera greca. Con il senno di poi Grecia e Finlandia rappresentano come due volti dello stesso mostro: lo stato totalitario che si nutre di propaganda, guerra ed oppressione.

Ma torniamo alle qualità letterarie di Montanelli.

L’accordo tra Ribbentrop e Molotov del 23 agosto 1939 attribuiva nel protocollo segreto le sfere di influenza alla Germania ed all’Unione Sovietica nell’Europa orientale. Oltre a prevedere la spartizione della Polonia lungo la linea Bug-San, tale accordo dava via libera a Stalin per l’espansione verso gli stati Baltici e la Finlandia. Il 28 settembre la Lituania passava sotto la sfera d’influenza sovietica, con la firma di un trattato di reciproca assistenza. La stessa formula veniva riservata all’Estonia qualche settimana più tardi e infine anche la Lettonia era indotta a firmare un trattato in cui la sua sovranità veniva ridotta ai minimi termini. Lo stesso approccio fu impiegato nei confronti della Finlandia, ma le proposte sovietiche, che comprendevano cessioni territoriali nel litorale artico e nell’istmo di Carelia, vennero ripetutamente respinte.

Ecco come Montanelli descrive al suo arrivo ad Helsinki l’atmosfera di un paese minacciato, ma pronto a tutto pur di non cedere un palmo di territorio alla prepotenza sovietica: “All’aeroporto di Helsinki una ragazza dagli occhi color acqua di scoglio fa con impareggiabile grazia gli onori di casa e fornisce le ultime informazioni. Cortese, oggettiva, diligente, col petto decorato del distintivo della “Lotta Svärd”, essa è venuta a occupare il posto del fratello richiamato alle armi. Helsinki mi ha fatto un’ottima impressione. La gente rarefatta dagli sgomberi di questi ultimi giorni, che ha visto l’esodo di quasi 100.000 persone, vi si muove in un’atmosfera di calma assoluta. La mobilitazione, iniziata con un senso avaro di previdenza e attuata con molto criterio, non ha causato confusione né scompiglio. Un volontarismo sereno, la capacità di sacrificio, il senso del dovere hanno secondato i provvedimenti presi dalle autorità civili e militari. Queste autorità civili e militari hanno agito con molta saggezza in previsione del peggio, quasi che la guerra fosse fatale. Con assoluta freddezza il caso d’un attacco russo è stato preventivato, mentre non è stata neppure presa in considerazione l’ipotesi di una non resistenza.”.

In poche righe, attraverso gli occhi acqua di scoglio di una hostess, si avverte distintamente tutto il dramma di una nazione che si appresta ad una prova durissima, facendo appello alle virtù del suo popolo: unità, calma, compostezza, dignità, determinazione.

Le più fosche previsioni del governo finlandese non tardarono ad avverarsi. Dopo circa un mese di sterili trattative, il 27 novembre 1939, prendendo a pretesto un presunto tiro provocatorio dell’artiglieria finlandese contro le truppe sovietiche concentrate in Carelia, l’Unione Sovietica denunciò il trattato di non aggressione del 1932 e due giorni più tardi ruppe le relazioni diplomatiche con Helsinki. Stalin si affrettò a creare una goffa copertura politica alla brutale aggressione della Finlandia. Il Comintern fu come sempre tempestivo nell’offrire il candidato ideale per la creazione di un governo fantoccio: Otto Kuusinen che costituì un sedicente governo popolare, entusiasta di invocare l’aiuto dell’Armata Rossa per innalzare nell’istmo di Carelia la bandiera del socialismo reale. 45 divisioni sovietiche per un totale di quasi 800 mila uomini con 1500 mezzi corazzati ed un migliaio di aerei si avventarono sulla Finlandia che, richiamando alle armi tutti gli uomini validi, riuscì a mettere insieme non più di 200 mila soldati distribuiti in 9 divisioni, dotate di artiglierie antiquate e di un flotta aerea di appena 150 apparecchi.

La schiacciante superiorità aerea e terrestre dei sovietici venne ben presto neutralizzata da un elemento, facilmente prevedibile, tuttavia trascurato dal Cremlino: la neve, che salvò Helsinki dalla distruzione e rallentò, sino quasi a bloccarle, le operazioni terrestri su tutti fronti.

L’agile penna di Montanelli descrive con impareggiabile efficacia il ruolo svolto dalla neve nel rimettere in gioco le sorti della Finladia. Il 4 dicembre 1939 scrive: “Bismarck diceva che un uomo di stato deve avere il coraggio ad un certo punto di dire: ‘Domani pioverà’ e poi raccomandarsi a Dio perché ciò avvenga. I giornalisti in tono minore si trovano, a volte, nella stessa condizione. Fu il caso di ieri sera quando la paura di non essere a tempo a farlo mi spinse a dire sommariamente cos’era Helsinki, lasciando intendere che forse oggi questa città non sarebbe più esistita. (…) Stamane alle dieci Helsinki, deserta ma ancora viva, era avvolta in un sudario di neve che si sbriciolava da un cielo basso a portata di mano. L’occultamento era perfetto. Un gelido vento di Nord incrostava i bioccoli in lacrime di vetro. Fregandomi le mani pensavo a quali effetti avrebbero provocato quei ghiaccioli sulle ali degli aeroplani. Fuori il termometro segnava otto sotto zero. Meglio sotto che sopra pensai. Gente era rientrata dal momentaneo confino e guardava il cielo, beata: questo bravo cielo di cotone sporco così brutto a vedersi, ma tanto, tanto caro. (…) La neve resta l’avvenimento più sensazionale della giornata. Mentre parlava distrattamente delle conversazioni a Mosca, il sig. B., del ministero degli Esteri, palpava con compiacenza un pugno di questa neve, l’appallottolava e strizzandola da finnico intenditore: ‘è farinosa’, diceva soddisfatto come se fosse alle viste non una guerra ma una gara di sci. E poi aggiungeva: ‘La neve viene dalla Carelia’, vecchio adagio finlandese tornato di grande attualità. In Carelia, infatti, la neve s’è alzata di un metro, bloccando senza scampo ogni operazione militare. Quando fui in questa zona or è un mese, mi fu facile farmi un’idea di cosa possa essere una guerra da queste parti, fra gli impenetrabili boschi di abeti e un lago incrostato di ghiaccio. Di notte qui si va a trenta sotto zero e le notti durano venti ore su ventiquattro. L’aviazione non si alza. L’artiglieria spara in un bianco vuoto. Chi avanza deve trascinarsi dietro un penoso bagaglio poiché alle spalle di chi si ritira non restano che macerie di villaggi bruciacchiati. Questo nel Sud. Nel Nord la guerra ha un aspetto addirittura fantomatico, l’impiego di grandi masse vi risulta impraticabile dopo la prima esperienza sovietica che va considerata fallita. Successo di sorpresa nei primi giorni, pronta ritirata dei Finlandesi, ritorno offensivo a piccoli gruppi, alla beduina, a tergo dell’avversario. La truppa dislocata lassù è scarsissima, nemmeno duemila uomini, e non sarà rinforzata. Niente artiglieria. Fucili, mitragliatori e pugnale. Molto pugnale.”

Con l’approssimarsi del disgelo l’eroica resistenza finlandese perse gran parte della sua forza e dovette arretrare difronte alle poderose offensive dell’Armata Rossa. All’inizio di marzo del 1940, Vipuri, l’ultimo caposaldo finlandese nell’ istmo di Carelia, cadde in mano ai sovietici. Helsinki non esitò ad attivare i canali diplomatici per porre fine ad un conflitto dall’epilogo inevitabilmente catastrofico. Il 12 marzo venne sottoscritto a Mosca il trattato di pace in base al quale la Finlandia cedeva all’U.R.S.S. l’intera zona dell’istmo, compresa Vipuri, una parte della Carelia orientale ed una parte della penisola dei Pescatori sul mare di Barents.

La ripartizione delle perdite di uomini e mezzi ci presenta la dimensione dell’eroismo finlandese. La Finlandia perse circa 25.000 uomini e 60 aerei, l’Unione Sovietica oltre 200.000 uomini, quasi 700 aerei e 1.600 carri armati.

La resistenza finlandese non fu soltanto un prodigio del “generale inverno”, anche il fattore umano ebbe un ruolo determinante. Montanelli si mostra attentissimo a tale fattore, consegnandoci rapidi bozzetti da cui scaturisce la psicologia dei combattenti. Dai dettagli che la sua prosa asciutta illumina con lampi improvvisi si intravvede la trama sottile, talvolta impalpabile, che lega indissolubilmente uomini, ideologie e fatti. Tout se tient, dal generale al particolare e viceversa. Le scarpe slabbrate di un fante russo prigioniero lasciano trasparire la disorganizzazione di uno stato totalitario che bleffa cinicamente sulla pelle di uomini storditi dalla propaganda. Le granitiche certezze di altri prigionieri russi suggeriscono la capacità del regime sovietico di conquistare il cuore e la mente di intere generazioni, plasmando un modo di pensare in cui nemmeno l’evidenza può smentire la parola del partito e del compagno Stalin.

Nella corrispondenza dell’8 dicembre 1939 Montanelli annota: “Ho visto tre prigionieri russi, internati qui e offerti alla curiosità di qualche giornalista. Siamo d’accordo che tre uomini sono un campione inadeguato per giudicare d’un popolo e di un esercito, ma certo essi non mi hanno ispirato ottimistiche opinioni sull’armata rossa. Fisicamente tutti e tre bene attrezzati, indifferenti a ciò che avveniva loro intorno, il loro equipaggiamento era pessimo. Di scadente e rude stoffa le divise, sporche e lacere. Orribili scarpe, slabbrate, le cui suole somigliavano stranamente al cartone. Buone invece le armi che portavano al momento della cattura: moschetti e pistole. (…) Ho chiesto loro a quale reparto appartenessero. Hanno risposto che appartenevano alla seconda squadra del terzo plotone. Ma a quale compagnia appartenesse questo plotone non lo sapevano e tanto meno a quale battaglione e a quale reggimento. Sapevano solo che, quando varcarono il confine, era stato loro detto che la guerra sarebbe durata una settimana e che dopo li avrebbero lasciati tornare a casa.”.

L’ indagine montanelliana sul tipo umano sovietico non si accontenta dei primi risultati, prosegue alla ricerca di veri alfieri del socialismo e finisce per trovarli, tratteggiando profili che hanno l’immediatezza della realtà, filtrata dal talento letterario, e non scadono mai nella caricatura o nella demonizzazione. Si avverte invece un fondo di umana pietà dell’autore verso le vittime di un indottrinamento che rende ciechi ed ottusi.

Finora fra i prigionieri non avevo incontrato nessuno che fosse comunista, e la convinzione era venuta formandosi in me che negli interrogatori essi nascondessero, per paura, questa loro qualità. Ma forse non è vero. Forse di comunisti in Russia ce ne sono veramente pochi, o altrimenti al fronte essi non sono stati mandati, poiché di tutti i soldati coi quali ho parlato, uno solo ne ho trovato iscritto al partito. (…) Questo che ho visto oggi era un bell’uomo sui 35 anni dagli occhi grigi e dai capelli biondissimi, alto, squadrato, mal vestito, ma pulito, anzi accuratissimo come igiene personale. Nonostante tre giorni di prigionia (d’altronde molto umana) aveva la barba perfettamente rasa, la divisa a posto, le unghie bianche e limate, la chioma pettinata. (…) Gli chiesi se era comunista e lui rispose con forza: ‘Sì’. Parlava sicuro e calmo. (…) Alla domanda se aveva preso parte ai bombardamenti di Helsinki rispose vivamente che l’aviazione sovietica non aveva mai bombardato Helsinki, avendo ricevuto l’ordine sin dal primo giorno di operazioni, di non colpire che obiettivi militari. Gli feci osservare che ero presente al bombardamento. Rispose: ‘Impossibile’. Insistetti che avevo visto con i miei occhi le donne e i bambini uccisi. Rispose: ‘Non è vero’. Non c’era nulla da fare. Gli domandai cosa pensava dei Finlandesi e lealmente mi disse che sono bravi soldati. Gli domandai cosa pensava dei Russi e mi rispose che sono bravi soldati. Allora ne spinsi avanti uno e gli feci palpare il cotonaccio della divisa, chiedendogli se anche l’equipaggiamento gli pareva buono. Egli rispose, impassibile, toccando il panno della propria divisa: ‘E’ buono come il mio’.”

Non sempre però la compassione di Montanelli riesce ad affiorare. Ad esempio, difronte al fanatismo di una giovane donna sembra prevalere il ribrezzo: “Oggi ho visto un personaggio di un certo interesse, una donna sovietica. E’ una ragazza di 22 anni, studentessa del terzo anno di medicina, infermiera volontaria sul fronte settentrionale dove è caduta prigioniera: una ragazza più bella che brutta; lavata e pettinata un po’ meglio, potrebbe essere bella addirittura e i Finlandesi per galanteria la trovano bellissima. Sempre per la stessa galanteria essi si sono rifiutati di internare la compagna Olga in un campo di concentramento con gli altri prigionieri, sebbene lei protestasse di voler essere trattata come un soldato qualunque. Come un soldato qualunque invece era vestita: pantaloni, stivali, ecc. Fumava come un camino e si dava arie militaresche. Si è avuta molto male perché le ho usato quei pochi elementari riguardi che ancora il sesso femminile ci impone, sesso che ella ha tenuto a farmi dimenticare ricorrendo a un gergo e a maniere piuttosto indecenti. Non ho avuto modo di interrogarla molto. Dopo le prime domande la conversazione si è risolta in un monologo, in cui riecheggiavano i luoghi comuni più tristi e più vieti della propaganda comunista. Io volevo saper qualcosa di più modesto che non la cosmogonia bolscevica, e cioè come era organizzato il servizio sanitario nell’esercito russo. (…) Posso riassumere così il contenuto di questa allocuzione: gli uomini sono nella massa stupidi. Solo una frazione di essi, quando sia ben guidata, riesce a rendersi conto dove e quale sia la felicità. Non è tutta la frazione che se ne rende conto, ma i capi di essa. Gli altri sono superiori alla stupida massa non perché hanno intelligenza bastevole a capire la verità, ma perché hanno intelligenza bastevole a capire che, non potendo capire, debbono rimettersi alla saggezza dei dirigenti. E’ il caso dell’umanità di questo secolo, che è come tutti gli altri secoli stupido anch’esso. Ma c’è stata una frazione di questa umanità che, un po’ meno stupida, si è rimessa disciplinatamente al retto giudizio di pochi illuminati. Tale frazione è la Russia. Dentro la Russia la maggioranza non è illuminata (Olga ha detto testualmente così), ma la disciplina la obbliga seguire i pochi veggenti. Diventata anche contro voglia felice, questa Russia ha il dovere di imporre la felicità a tutto il resto del genere umano. Ecco perché fa la guerra. I morti non contano perché quando si tratta del genere umano non si ha il diritto di lesinare il sangue, ma si ha il dovere di profonderlo. Era la rivoluzione universale in persona. (…) Le chiesi se ora, in mezzo alla infelice umanità di Finlandia, si sentiva infelice. E Olga, mangiando con ingordigia una patata lessa, mi rispose queste precise parole: ‘Compagno giornalista, puoi scrivere e stampare che un sovietico prigioniero dei borghesi finlandesi ha il dovere di sentirsi infelice’. Sia fatta la volontà di Olga e prendiamo atto che esiste il dovere sovietico di essere infelici. Fra i tanti sciagurati prigionieri che ho visto questo è forse il più sciagurato, perché non è riuscito nemmeno a farmi compassione.”

Se la compassione di Montanelli per i prigionieri russi è intermittente non lo è invece per le vittime innocenti della guerra. Tra le tante sceglie di soffermarsi su di un gruppo di monaci di Valamo, dando prova le sue doti di narratore: “La notte del 18 febbraio, duecentocinquanta monaci greco-ortodossi raccolsero in fretta i sacri paramenti bizantini, gli ornamenti e i gioielli della sagrestia, un favoloso tesoro di crocifissi d’oro, di antiche icone e di pergamene manoscritte in caratteri slavonici, si riunirono nella chiesa e pregarono per la salvazione dell’anima dei loro persecutori. Fuori nel chiaro di luna, ronzavano i motori sovietici, bombe cadevano in cerca di batterie finlandesi appostate intorno ai monasteri, razzi luminosi di pattuglie avanzate indicavano, a pochi chilometri di distanza sul lago, le posizioni sempre più vicine e minacciose del nemico. E i duecentocinquanta monaci continuavano a pregare, le ieratiche note del coro riempivano le navate della chiesa. Il comandante dell’artiglieria venne, rimase sulla soglia, guardò nervosamente l’orologio e non osò avanzare. L’archimandrita lo vide, gli fece un cenno con la testa sorridendo, seguitò a pregare con gli altri. Finalmente … il canto cessò, i monaci comparvero fuori, le ombre nere sul biancore riflesso della neve, chi a piedi, chi su slitte trainate da cavalli e da cani, dietro il carico dei loro sacri tesori. Essi presero il cammino della terraferma attraverso i ghiacci del lago, alle spalle lasciandosi le rovine dei loro monasteri distrutti dalle bombe sovietiche, ultimo angolo della Santa Russia sopravvissuto nel Nord. Così è finita Valamo, monte Athos di Finlandia. (…) Il 18 tutti i monaci … scamparono sulla terraferma a Lahdenpohja e poi furono smistati a qui a Kannonkoski e alloggiati nella scuola, dove li ho trovati. Sono tutti vecchi, il più giovane ha 70 anni; e hanno occhi di bambini. Pregano sempre perché Dio perdoni ai loro persecutori e padre Hariton ottuagenario sorride.”.

Montanelli gioca sapientemente sui contrasti, insiste su dettagli apparentemente insignificanti per descrivere le sfaccettature dello spirito del popolo finlandese, capace di conservare intatta la sua sensibilità umana anche in mezzo all’orrore imposto dagli imperativi della guerra. Nel febbraio 1940 osserva: “Questo popolo è indipendente da venti anni e la sua Patria se l’è sofferta per secoli. L’ama a tal punto e con tale gelosia che pur di alienarla è pronta a distruggerla. E lo fa soffrendo sotto una maschera di indifferenza che a volte ci fa dubitare se questi siano esseri umani. ‘Ma siete esseri umani?’ chiedevo proprio oggi a un amico, appunto di Vipuri, che da Vipuri giungeva con un gruppo di esuli e che, per aver vissuto molti anni in Italia, comprende i miei dubbi. Eravamo per strada, nevicava, il mio amico si stringeva nelle spalle, gli altri esuli ristavano e guardavano. A un tratto uno di essi corse verso il marciapiede, raccolse qualcosa che si agitava su di un lastrone di ghiaccio. Era un passerotto mezzo assiderato. Tutti lasciarono il loro bagaglio per accorrere a vedere. Il passerotto stava lì nella mano dell’uomo che lo serrava con strana tenerezza. A un tratto si provò a volare. Fece un piccolo volo sul ramo di un alberello. Tutti si misero a discutere. Deliberarono qualcosa, uno andò a cercare una scala in un magazzino di fronte, un altro una gabbiuzza in una casa dirimpetto. Era buffo vedere gente di sessante, settant’anni dare la caccia a un passerotto. Finalmente lo presero, lo scaldarono coi fiati, lo depositarono in gabbia e furono contenti di una contentezza gonfia di visibile commozione. Senza punta visibile commozione costoro 24 ore prima avevano appiccato il fuoco alle loro case, perché non cadessero in mano ai Sovietici.”.

Dai carnefici alle vittime, dalle comparse ai protagonisti, nessuno rimane escluso dalla cronaca montanelliana. Nella descrizione del maresciallo Mannerheim, comandante supremo dell’esercito finlandese, riecheggiano le virtù di un intero popolo. Il ritratto offertoci da Montanelli non è questa volta vivido ed immediato, assomiglia piuttosto al busto di un eroe della classicità scolpito nel marmo. Non si tratta tuttavia di una celebrazione di maniera concepita per finalità propagandistiche o per semplice piaggeria, ma di una intuizione capace di cogliere nella figura di Mannerheim l’incarnazione del popolo finlandese in guerra. Certamente siamo difronte ad una semplificazione giornalistica, ma dalla grande forza letteraria, una semplificazione che tenta di cogliere il senso degli eventi ed individuare una linea interpretativa, affidandosi all’istinto. Nella corrispondenza del 30 dicembre 1939 Montanelli scrive: “A settantadue anni suonati, il maresciallo Mannerheim si incontrava ogni mattina in tempo di pace a galoppare nel parco su un bianco cavallo. Bellissimo uomo, adusto, militaresco; coi capelli folti e lucidi, con corti baffetti neri, si teneva ancora poche settimane fa un poco in disparte dalla vita pubblica, non per alterigia o disprezzo ma per un istintivo amore di solitudine. Cordiale e indulgente, il suo sforzo era quello di far dimenticare al suo interlocutore chi egli fosse e che cosa rappresentasse nella storia della Finlandia e dei Paesi nordici. Difficilmente si riusciva a trascinarlo a parlare di se stesso e dei suoi ricordi. Unici argomenti per i quali mostrava interesse erano la caccia, i cani, i cavalli. (…) Durante la crisi che ha condotto alla guerra con la Russia alcune voci di popolo hanno attribuito a Mannerheim la parte di rappresentante dell’intransigenza. Il suo passato di ufficiale zarista e il progetto di crociata antibolscevica del 1919 rafforzavano l’opinione che il maresciallo pensasse sempre ad una vendetta contro il bolscevismo. E sebbene egli limitasse rigorosamente la sua opera al campo tecnico-militare, i settori più accesi del nazionalismo finnico guardavano a lui come al naturale interprete dei loro voti. Ma Mannerheim non ha avuto, finché la partita si è svolta al tavolo diplomatico, opinioni o per lo meno non ne ha mostrate. Ora Mannerheim non si vede più. Per sua particolare natura è sempre stato un personaggio stranamente lontano e solitario, circondato per sua stessa volontà da una zona fredda nella quale raggelavano e smorivano le espansioni dei suoi simili. Ma ora egli è più lontano che mai, al centro del misterioso quartier generale finnico di cui tutti ignorano la sede. Da una stanzetta disadorna quasi monacale, seduto ad una grande ordinatissima scrivania, Mannerheim dirige le operazioni vittoriose del suo esercito. Egli manovra sulla carta, calcola con pazienza, ascolta con attenzione, emana pochi ordini precisi. Tutto dipende da lui: esercito marina aviazione. E tutto a lui rassomiglia nell’azione: equilibrato calmo tenace.”

Lugi G. De Anna, docente di lingua e cultura italiana presso l’università di Turku, nel suo volume dedicato al rapporto tra Montanelli e la Finlandia ha ridimensionato, soprattutto in relazione ad alcuni dettagli legati alla figura del maresciallo Mannerheim, l’attendibilità di Montanelli. Ciò non toglie nulla al valore dei Cento giorni della Finlandia come reportage giornalistico di straordinaria forza e ricchezza di informazioni. Naturalmente è sempre lecito, anzi doveroso, nutrire dubbi sulla attendibilità storiografica della scrittura giornalistica. Visiti da vicino i fatti ed i personaggi possono essere distorti dai testimoni persino inconsapevolmente. Testimonianza diretta non è sinonimo di verità assoluta. Non si può tuttavia negare l’efficacia di un buon reportage per chiarire un contesto, suggerire interpretazioni e fornire un ampio ventaglio di fatti da verificare e da ridefinire alla luce dei documenti disponibili a posteriori. Qualche brandello di verità può semmai scaturire dalla pluralità delle fonti. Le cronache di Montanelli sono una di esse, una delle più preziose. Grazie Indro.


Bibliografia

I. MONTANELLI, Cronache di guerra. La lezione polacca, I cento giorni della Finlandia, La guerra nel fiordo, Milano, Editoriale nuova, 1978.

B. P. BOSCHESI, Enciclopedia della Seconda Guerra Mondiale, Milano, Mondadori, 1983.

D. FERTILIO, Montanelli, inviato ribelle nella Finlandia aggredita da Stalin, “Il Corriere delle Sera”, 15 Febbraio 1997.

L. G. DE ANNA, La memoria perduta. Montanelli e la Finlandia, Rimini, Edizioni all’insegna del Veltro, 2005.

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