L’iperinflazione nella Germania di Weimar

 

Tra il 1914 ed il 1923 i prezzi in Germania aumentarono nella misura di oltre mille miliardi di volte. Nel dopoguerra molti paesi conobbero il flagello dell’inflazione: in Austria i prezzi aumentarono di 14 mila volte, in Ungheria di 23 mila volte, in Polonia di 2,5 milioni di volte, nella Russia bolscevia di 4 miliardi di volte. Solo in Germania però l’inflazione fu così vorticosa da privare il denaro di ogni valore e di ogni significato, facendo regredire al baratto quella che prima della guerra era stata l’economia più sviluppata d’Europa.

Un intero popolo sprofondò nella più cupa disperazione. Soprattutto per impiegati, operai e pensionati, i cui redditi furono adeguati lentamente e parzialmente all’aumento dei prezzi, la vita quotidiana si trasformò in una angosciante lotta per la sopravvivenza. I risparmi di una vita svanirono, divorati dalla crescita inarrestabile e repentina del prezzo dei beni di prima necessità. Per conservare un qualche poter d’acquisto i salari dovevano essere spesi interamente nello stesso istante in cui venivano percepiti, anche un solo giorno di esitazione era suficiente a condannare una famiglia all’indigenza. Era imperativo trasformare il più rapidamente possibile le sporte di carta moneta ricevute in pagamento in beni da consumare o da barattare.

Il giornalista Raimund Pretzel, noto al pubblico, soprattutto inglese e tedesco, con lo pesudonimo di Sebastian Haffner, rievocando la sua adolescenza durante la grande inflazione racconta che suo padre, un funzionario pubblico di grado elevato, dopo aver incassato lo stipendio si precipitava a comprare l’abbonamento ferroviario per potersi recare al lavoro il mese successivo, saldava le spese correnti, portava l’intera famiglia a tagliarsi i capelli e quindi consegnava ciò che restava alla moglie. La moglie, a sua volta, si recava al più vicino mercato ed acquistava scorte di generi alimentari non deperibili che sarebbero dovuti durare fino allo stipendio successivo. Per il resto del mese la famiglia non disponeva di contanti.

Il filologo Victor Klemperer riferisce nel suo diario che anche i più piccoli piaceri quotidiani potevano diventare da un giorno all’altro un lusso inaccessibile anche per chi come lui aveva un buon impiego presso il Politecnico di Dresda ed una pensione di guerra: per consumare al bar un caffè ed un dolce occorrevano 12 mila Marchi il 24 luglio 1923 e 104 mila il 3 agosto. Un biglietto del cinema poteva schizzare nell’arco di qualche giorno da 10 mila a 200 mila Marchi. Nelle vetrine dei negozi i cartellini dei prezzi venivano aggiornati di ora in ora. Per avere la certezza che la posta giungesse regolarmente al destinatario era necessario spillare sulle buste delle banconote di taglio elevato come affrancatura, dal momento che i francobolli stentavano a tenere il passo con l’aumento dei prezzi.

Nel periodo di picco dell’iperinflazione oltre il 90% della spesa domestica era destinata al cibo. A fluttuare più impetuosamente erano infatti i prezzi dei generi alimentari. Nel 1923, l’anno più nero della crisi, un chilo di pane di segale costava 163 Marchi il 3 gennaio, 10 volte tanto in luglio, 9 milioni di Marchi il 1° ottobre, 78 miliardi il 5 novembre e 233 miliardi di Marchi due settimane più tardi.

La domenica i cittadini a reddito fisso di ogni condizione sociale si riversavano nelle campagne nella speranza, spesso vana, di poter scambiare il denaro senza valore stipato nei loro zaini con dei viveri. Nelle città, i negozianti per anticipare i futuri aumenti dei prezzi spesso non esitavano ad accaparrare le merci, generando una penuria degli alimenti di più largo consumo. Non mancarono episodi di assalti e di saccheggi degli empori a cui le autorità risposero con l’impiego dell’esercito. Nelle campagne si formarono bande armate che razziavano le fattorie. Sulle banchine del porto di Amburgo i portuali più che scaricare le navi le depredavano, soprattutto se contenevano merci introvabili come farina, zucchero, pancetta o caffè. I dati sulla criminalità registrarono un incremento impressionante: le condanne per furto che ammontavano a 115 mila nel 1913 divennero 365 mila nel 1923.

L’ amoralità dell’ intrallazzo penetrò ampiamente anche in quei ceti sociali che nel periodo guglielmino erano stati orgogliosi custodi dei principi di onore ed onestà. Spesso per chi non cedeva alla tentazione del furto e dell’intrallazzo, oppure non era nelle condizioni di intrallazzare o di rubare qualcosa che potesse essere scambiato, non vi erano alternative alla fame. La malnutrizione dilagante provocò una impennata dei casi di morte per tubercolosi.

Il crollo del Marco sui mercati internazionali rese impossibile l’importazione di alimenti con cui scongiurare la carestia determinata dall’accaparramento messo in atto dai produttori e dai commercianti all’ingrosso. Nel 1914 erano sufficienti poco più di 4 Marchi per acquistare un Dollaro, nel gennaio 1923 ne occorrevano 17 mila, in aprile 24 mila, in luglio 353 mila. Nei mesi seguenti per esprimere il tasso di cambio tra Marco e Dollaro si dovette fare ricorso a numeri a 7 cifre in agosto, a 8 in settembre, ad 11 in ottobre, a 13 in novembre ed in dicembre.

Alla rovina di intere classi sociali corrispose il repentino e smodato arricchimento dei grandi proprietari terrieri, degli industriali, e di riflesso degli speculatori di borsa, degli esportatori che potevano vendere sui mercati esteri prodotti di altissima qualità a prezzi resi imbattibili dall’inflazione, ricevendo in pagamento valuta pregiata. Dall’inflazione trassero enorme vantaggio tutti i debitori, poiché titoli, obbligazioni ed ipoteche andarono in fumo. Le somme che la Reichsbank aveva prestato ad industriali ed agrari per ammodernare e potenziare le loro imprese al momento della restituzione avevano ormai perso gran parte del loro valore. Il tasso di rivalutazione del credito, fissato tardivamente nel 1924 dal governo al 15%, non fu certo sufficiente a cancellare gli effetti dell’iperinflazione. Pertanto le aziende più indebitate si trovarono improvvisamente non solo sollevate dai loro debiti, ma addirittura nelle condizioni di espandersi ed assorbire le piccole imprese che non avevano scommesso sul perdurare dell’inflazione ed avevano esitato a fare una coraggiosa politica di investimenti, sfruttando il credito che la Reichsbank, presieduta da Rudolf Havenstein, concedeva con una certa larghezza. Giganteschi gruppi industriali si consolidarono diversificando i loro interessi in molteplici settori. Uno dei capitani d’industria più spregiudicati di questo periodo fu Hugo Stinnes che dal settore carbonifero e metallurgico estese i suoi interessi alla navigazione, all’organizzazione alberghiera ed alla stampa.

La spirale inflazionisitica che investì la Germania fu generata dalla scelta della classe dirigente guglielmina di finanziare la guerra senza ricorrere né ad imposte straordianarie né ad inasprimenti della tassazione sui ceti più abbienti, ma aumentando invece il debito pubblico attraverso prestiti di guerra ed immettendo in circolazione un volume eccessivo di valuta.

Le spese mensili di guerra si aggiravano intorno ad 1 miliardo di Marchi nel 1914, a 2 nel 1915, si impennarono bruscamente nell’ottobre del 1916 a 3 Miliardi, poi continuarono a crescere, attestandosi a 4 miliardi nel 1917 e sfiorando i 5 miliardi nell’ottobre del 1918. Alla fine di maggio del 1916 la guerra, che lo Stato Maggiore si era illuso di poter concludere nell’arco di poche settimane, aveva inghiottito poco meno di 40 miliardi, di cui 36 erano stati coperti da quattro fortunate missioni di prestiti statali. Le cinque emissioni successive rimasero però molto al di sotto delle crescenti spese belliche, costringendo il governo a stampare moneta per far fronte alle sue necessità, generando di conseguenza inflazione. La penuria di beni di consumo e l’allentamento di qualsiasi freno sui prezzi delle merci destinate all’armamento portarono ad aumenti continui dei prezzi, alimentati a loro volta dalla crescente massa monetaria in circolazione.

Alla fine del conflitto le spese di guerra ammontarono a 160 miliardi di cui solo 97 erano stati coperti dai prestiti. Il potere d’acquisto del Marco risultò dimezzato rispetto al 1914.

La politica di inasprimento fiscale fu scartata dai cancellieri del Kaiser perché avrebbe imposto una revisione costituzionale dei rapporti tra il governo federale e gli stati. Le finanze del Reich poggiavano principalmente sulle entrate derivanti dai dazi doganali e dalle imposte indirette, mentre tutte le altre fonti rimanevano agli stati, che si opponevano tenacemente all’introduzione di un sistema fiscale federale diretto. Da un lato il veto dei socialdemocratici a nuove imposte sui consumi, dall’altro l’ostilità della destra e dei grandi interessi industriali a pesanti imposte sui profitti di guerra non lasciarono alternative rispetto all’emissione di moneta. Tanto più che a rassicurare il governo e l’opinione pubblica sul futuro delle finanze del Reich interveniva l’incrollabile fede nella vittoria finale che avrebbe consentito, attraverso le riparazioni di guerra imposte ai vinti, di superare qualsiasi difficoltà finanziaria.

La sconfitta aprì scenari finanziari che non erano stati previsti, e perciò furono affrontati senza alcuna lungimiranza.

Crollata la rassicurante illusione di poter scaricare sui vinti l’onere del costo della guerra, i governi repubblicani reagirono nel segno della continuità con il periodo monarchico. Non osarono cioè intraprendere una politica di austerità, risparmio e contrazione della quantità di moneta, anzi fronteggiarono gli enormi problemi del dopoguerra, che andavano dall’erogazione delle pensioni di guerra alla riconversione industriale per creare occupazione ai soldati smobilitati, ricorrendo al torchio ed incoraggiando una espansione del credito da parte della Reichsbank. Non potendo contare né su di un gettito fiscale adeguato alle difficoltà del momento, né sulla disponibilità di una opnione pubblica prostrata dalla sconfitta ad accettare ulteriori sacrifici, alimentarono l’inflazione, che nel 1919 ridusse ad un quarto il valore del Marco rispetto alla vigilia della guerra.

Nell’immediato tale politica inflazionistica produsse risultati positivi in tutti i settori economici interessati dalla smobilitazione e dalle sovvenzioni pubbliche. Mentre i vincitori precipitavano nella crisi generata dalla riconversione industriale post bellica, i vinti tedeschi raggiunsero rapidamente, sull’onda dell’inflazione, la piena occupazione e diedero un potente slancio alla loro economia. Sui mercati internazionali la caduta del Marco ebbe una accelerazione nel secondo semestre del 1919, nel febbraio del 1920 occorrevano 100 Marchi per acquistare un Dollaro, con consistenti benefici per le esportazioni tedesche.

La rapida ripresa dell’economia tedesca fece la fortuna degli imprenditori, che già si erano arricchiti durante il periodo bellico, senza tuttavia innalzare il tenore di vita della maggioranza della popolazione. Almeno sino al 1922 gli effetti negativi dell’inflazione su alcune fasce sociali furono stemperati dalla piena occupazione e dalle prestazioni assistenziali pubbliche. Invece i sottoscrittori dei debiti di guerra e tutti coloro che percepivano rendite finanziarie subirono di fatto una espropriazione, le cui proporzioni si accrebbero al ritmo dell’inflazione.

Difronte al generale inasprimento delle condizioni di vita larghissima parte dell’opinione pubblica, con il convinto sostegno della stampa e della classe politica, reagì attribuendo le cause dell’inflazione alle condizioni di pace imposte dal Trattato di Versailles e soprattutto alle riparazioni di guerra. La continuità tra la politica economico-finanziaria guglielmina e quella repubblicana svanì agli occhi di milioni di tedeschi per i quali la perdita del potere d’acquisto del Marco non era che una conseguenza della volontà dei vincitori di umiliare ed annientare quel popolo che non erano stati capaci di piegare sui campi di battaglia. Tale convinzione si impose non appena crollò l’ingenua illusione che fosse sufficiente l’abdicazione del Kaiser per garantire alla Germania democratica e repubblicana una pace mite, improntata ai principi wilsoniani.

Emblematico dell’indignazione tedesca difronte al diktat dei vincitori fu l’atteggiamento del Ministro degli Esteri Von Brockdorff-Rantzau alla conferenza di Versailles.

In origine il Presidente Wilson aveva pensato che i governi dell’Intesa dovessero redigere una bozza del trattato che fornisse una base per i negoziati con la Germania, poi i contrasti tra i vincitori, che portarono la delegazione italiana ad abbandoanre i lavori, consigliarono di considerare pressocché definitiva la formula comune faticosamente elaborata dopo cinque mesi di battaglie diplomatiche e di sottoporla ai tedeschi affinché ne prendessero atto e la sottoscrivessero. La riduzione dei margini di trattativa della Germania alla facoltà di presentare entro un termine molto ristretto delle controproposte alle clausole del trattato fu interpretata dall’opinione pubblica tedesca come una beffa umiliante. Il 7 maggio 1919 la delegazione tedesca guidata dal conte Von Brockdorff-Rantzau, un aristocratico proveniente dalla carriera diplomatica tardivamente convertitosi al regime democratico repubblicano, fu convocata a Versailles per partecipare alla presentazione del trattato. Ufficialmente nessuna indiscrezione sul contenuto delle clausole fu fatta trapelare, tuttavia i giornali francesi ed americani avevano fornito elementi sufficienti a prefigurare un quadro piuttosto fosco per la Germania. La stessa scelta come luogo della cerimonia del salone degli specchi della reggia di Versailles, dove il 18 gennaio 1871 era stata proclamata l’unificazione tedesca, suonò come una malvagia provocazione ai delegati di Berlino.

I lavori furono inaugurati da un breve discorso di Clemenceau sulle speranze di edificare una pace duratura. Mentre lo statista francese pronunciava i suoi auspici il grosso fascicolo contenente il progetto del trattato fu consegnato al Ministro degli Esteri tedesco che lo mise bruscamente da parte senza neppure sfogliarlo. Non appena gli fu data la parola Von Brockdorff-Rantzau rimase provocatoriamente seduto, leggendo un discorso dai toni duri e sprezzanti in cui Wilson, Lloyd George e Clemenceau credettero di riconoscere un rigurgito della tracotanza della Germania guglielmina. Rifiutò nettamente la tesi che la responsabilità della guerra fosse da attribuire esclusivamente alla Germania, rimproverò gli Alleati di aver atteso sei settimane prima di concedere l’armisitzio e sei mesi prima di elaborare unilateralmente le condizioni di pace, li accusò di aver ucciso con fredda premeditazione centinaia di migliaia di civili tedeschi con la prosecuzione del blocco navale dopo il novembre 1918. Il contegno provocatorio di Von Brockdorff-Rantzau, forse dettato da un consapevole disegno politico, forse da un puerile tentativo di mascherare la sua profonda agitazione nervosa e l’impossibilità di contestare le clausole con argomenti puntuali a precisi, fu comunque salutato con grande entusiasmo dall’opinione pubblica tedesca che lo interpretò come una estrema e coraggiosa difesa dell’orgoglio nazionale ferito. Ben magra consolazione che non contribuì per nulla a mitigare le severe condizioni di pace.

Le controproposte presentate dal governo tedesco entro il termine concesso di tre settimane furono accolte solo in minima parte, lasciando sostanzialmente immutato l’impianto elaborato dagli Alleati, che imponeva pesanti mutilazioni territoriali, pari a circa il 13% della superficie del Reich in Europa, oltre alla totalità dei possedimenti coloniali.

L’Alsazia e la Lorena, annesse da Bismarck nel 1871, ritornarono sotto la sovranità francese, la Saar venne affidata per quindici anni all’amministrazione della Società delle Nazioni, il gracile organismo sovranazionale ostinatamente voluto da Wison per garantire la pace mondiale. Un plebiscito avrebbe poi sancito il ritorno della Saar alla Germania oppure la sua annessione alla Francia. Temporaneamente i ricchi giacimenti carboniferi della regione furono assegnati alla Francia come risarcimento per le devastazioni subite dalle sue miniere nelle zone limitrofe al Belgio. Anche il destino dello Schleswig, conteso tra Berlino e Copenhagen, fu affidato ad un plebiscito. La riva sinistra del Reno fu destinata per un periodo di quindici anni a subire un regime di occupazione da parte delle truppe alleate. Entrambe le sponde del Reno furono inoltre dichiarate definitivamente smilitarizzate. Strettamente collegate all’occupazione della Renania furono le decisioni assunte dagli Alleati riguardo al disarmo tedesco. Fu abolito il servizio militare obbligatorio, l’esercito tedesco, su base volontaria, non avrebbe potuto superare le centomila unità, ufficiali inclusi. Il suo armamento non avrebbe potuto comprendere né velivoli, né carriarmati, né altri mezzi pesanti. Non senza ingenuità, ma con l’evidente scopo di menomare le capacità strategiche del corpo ufficiali, fu imposto lo scioglimento dello Stato Maggiore. La marina da guerra fu autorizzata a mantenere un organico di appena quindicimila uomini al servizio di una flotta composta da sei navi da battaglia ed alcune unità minori. I sommergibili, che erano stati una delle armi più temibili del Kaiser, furono interdetti. Le corazzate e gli incrociatori internati a Scapa Flow all’indomani dell’armistizio avrebbero dovuto essere ripartiti tra le potenze vincitrici.

La Germania dovette inoltre sopportare pesanti amputazioni ai suoi confini orientali. Alla Polonia furono annesse la maggior parte della Posnania, della Prussia occidentale nonché una provincia della Prussia orientale, il distretto di Hultschin fu invece assegnato alla Cecoslavacchia. La concessione più significativa degli Alleati alle controproposte tedesche riguardò l’Alta Slesia, nella prima stesura del trattato essa avrebbe dovuto essere annessa alla Polonia, nella stesura definitiva fu stabilito invece di affidare il destino della regione ad un plebiscito. Per concedere alla Polonia uno sbocco sul Baltico la città di Danzica, tedesca per lingua, cultura ed etnia, fu proclamata città libera sotto l’autorità della Società delle Nazioni, garantendo però a Varsavia importanti privilegi politici e commerciali. Anche il neonato stato lituano ottenne uno sbocco al mare a spese della Germania con l’annessione del distretto di Memel.

Il desiderio espresso dalla Germania di stabilire già nel testo del trattato l’ammontare delle riparazioni di guerra non fu esaudito. I contrasti tra gli Alleati e le difficoltà tecniche di determinare le capacità di pagamento tedesche consigliarono l’istituzione di una apposita commissione, composta esclusivamente da rappresentanti delle potenze vincitrici, incaricata di stabilire entro il 1° maggio 1921 il preciso importo delle riparazioni. In attesa della conclusione dei lavori della commissione avrebbero dovuto comunque continuare i pagamenti e le consegne di materiali in conto riparazioni. Tale frettolosa soluzione di compromesso impose alla Germania di firmare una cambiale in bianco. John Maynard Keynes fu tra i primi a denunciare, nell’opera Economic consequences of the Peace, pubblicata nel 1919, come le questioni economico-finanziarie irrisolte avrebbero potuto tradursi in una grave minaccia per la stabilità politica dell’Europa, ma il suo monito rimase inascoltato.

A suscitare l’indignazione tedesca non fu soltanto l’indeterminatezza del peso economico della sconfitta, ma anche l’affermazione, contenuta nell’articolo 231 del trattato, secondo cui le riparazioni erano dovute poiché gravava sulla Germania la responsabilità esclusiva della guerra. I vincitori non si accontentarono di un fondamento realpolitico per condannare la Germania alle riparazioni, ma per scrupolo giuridico vollero estendere al diritto internazionale un principio fondamentale del diritto civile in base al quale è obbligato a pagare il danno colui che lo abbia provocato dolosamente o colposamente. Pertanto la Germania fu obbligata a pagare non perché sconfitta, ma perché responsabile di una guerra di aggressione. L’articolo 231 fu interpretato a Berlino come un goffo tentativo di estorcere alla Germania una confessione di colpevolezza che assolvesse tutte le altre potenze europee.

A rafforzare sul piano guiridico e politico il principio dell’affermazione della responsabilità tedesca contribuì anche la richiesta alleata di estradizione degli accusati di crimini di guerra ed il progettato processo contro Guglielmo II. Per un popolo che aveva interpretato la mobilitazione del 1914 come una misura difensiva rispetto alla minaccia russa e non era certo disposto a considerare né il Kaiser né i suoi ufficiali alla stregua di criminali le argomentazioni giuridiche dei vincitori risultarono pretestuose ed offensive.

Gli alleati concessero alla Germania appena una settimana per sottoscrivere il testo definitivo del trattato. Se entro tale termine non fosse giunta una risposta affermativa, sarebbe cessato anche l’armisitizio e quindi le truppe dell’Intesa sarebbero state mobilitate. Il Maresciallo Foch aveva già predisposto i piani per questa eventualità.

Il Ministro degli Esteri Von Brockdorff-Rantzau, considerata la scarsa attenzione riservata alle controproposte presentate, chiese che il trattato fosse respinto. Anche il cancelliere Scheidemann, che già si era espresso contro la bozza del trattato, confermò il suo rifiuto al diktat di Versailles. Al contrario, altri esponenti di spicco del partito socialdemocratico come il Ministro della Difesa Noske ritenevano che il trattato, per quanto detestabile, dovesse essere firmato, dal momento che la Germania non aveva alcuna possibilità di resistere militarmente ed una nuova sconfitta avrebbe generato una pace peggiore di quella che gli Alleati ora erano disposti ad offrire. Il leader del partito di centro Erzberger, capo della delegazione armistiziale, mise in evidenza che in caso di rifiuto del trattato sarebbe stata a esposta a grave rischio la stessa unità della Germania e la sua capacità di arginare il bolscevismo. Il partito democratico, che tante speranze aveva riposto nei principi wilsoniani, si dichiarò invece in maggioranza recisamente contrario al trattato, in piena sintonia con l’opposizione nazionalista e conservatrice che rappresentava gli interessi della vecchia classe dirigente che aveva voluto la guerra ed ora rifiutava sdegnosamente la pace.

Dopo aver constatato l’impossibilità del suo governo di esprimere una posizione unitaria Scheidemann si dimise. La sua difficile eredità fu raccolta dal Ministro del Lavoro Gustav Bauer, che con il sostegno dell’estrema sinistra, del centro cattolico, di un piccolo gruppo di dissidenti democratici e della maggioranza del partito socialdemocratico riuscì a formare un nuovo esecutivo disposto ad accettare, seppur con alcune riserve, le condizioni di pace.

Bauer ottenne i suoi consensi attorno all’ipotesi di richiedere agli Alleati di eliminare dal testo del trattato l’articolo 231 e di rinunciare al processo sia a Guglielmo II, sia ai criminali di guerra. Il 21 giugno, proprio mentre il nuovo governo tentava di riaprire le trattative, giunse da Scapa Flow la notizia che la flotta tedesca al comando dell’Ammiraglio Von Reuter si era autoaffondata. Gli Alleati reaggirono imponendo alla Germania una accettazione immediata e senza condizioni del trattato di Versailles.

Posta difronte all’eventualità di una ripresa del conflitto, l’Assemblea nazionale, circa un’ora prima della scadenza dell’ultimatum, autorizzò, con 237 voti favorevoli contro 138, il governo a firmare la pace. Larga parte dell’opinione pubblica non apprezzò affatto il senso di responsabilità dei parlamentari, preferì inveire contro la vigliaccheria della classe dirigente repubblicana e contro la ferocia dei vincitori.

La pace offrì alle formazioni politiche di estrema destra nuovi e seducenti argomenti per radicalizzare le proprie posizioni e fomentare le ricorrenti tentazioni golpiste che caratterizzarono tutta la storia della repubblica di Weimar. In particolare la questione delle riparazioni rimasta irrisolta favorì la mobilitazione permanente della propaganda nazionalista, ostacolando la riconciliazione della Germania con le altre potenze.

Nel marzo del 1920, a seguito del rifiuto del Senato di ratificare il trattato di Versailles e quindi di sostenere tutta l’ambiziosa politica estera del Presidente Wilson, venne meno anche la preziosa mediazione degli Stati Uniti che soprattutto sul terreno economico-finanziario avrebbe potuto fornire un contributo determinante per la soluzione dei nodi irrisolti. Senza la delegazione americana la Commissione riparazione stentò infatti ad esprimere un approccio pragmatico e realistico nell’elaborazione del sistema di pagamenti a cui la Germania avrebbe dovuto sottostare. Per lungo tempo sembrò trionfare tra le potenze vincitrici europee la volontà di rivalsa sullo spirito di riconciliazione, esasperando entità, tempi e modi delle pur legittime richieste di risarcimento.

Il postulato da cui presero le mosse i funzionari francesi e britannici fu che la Germania dovesse rispondere non solo dei danni di guerra da essa direttamente causati, seguendo la consuetudine sancita dal diritto internazionale, ma di tutti i costi della guerra stessa. Ai sensi dell’allegato I all’articolo 232 del trattato, tra i danni di cui la Germania era considerata responsabile rientravano ad esempio tutte le pensioni ed analoghe indennità alle vittime militari della guerra ed alle persone che da queste vittime erano mantenute. Ne derivarono cifre esorbitanti che misero a dura prova gli strumenti economico-finanziari sino ad allora sperimentati. Nessuno negli anni ’20 aveva ancora una esperienza di transazioni finanziarie di importi così elevati distribuiti su di un arco temporale molto lungo.

Il punto centrale su cui si confrontarono gli esperti della Commissione riparazioni fu la determinazione della somma che la Germania sarebbe stata in grado di pagare. L’incognita con cui dovettero fare i conti riguardava la capacità di tenuta e di sviluppo dell’economia tedesca nell’arco di una generazione. La cifra di 100 miliardi di Marchi oro, da pagare in rate annuali infruttifere, proposta dai tecnici del governo tedesco, tra l’incredulità e lo sdegno dell’opposizione nazionalista ai Reichstag, fu giudicata del tutto inaccettabile dagli Alleati, che ambivano ad ottenere ben di più, senza tuttavia riuscire a definire un importo.

Preso atto che 100 miliardi di Marchi oro non erano sufficienti, la Germania si trovò in un vicolo cieco. Non poteva giocare al ribasso, ma non poteva nemmeno sfidare la vivace opposizione nazionalista e le grandi incertezze della congiuntura economica offrendosi di pagare cifre iperboliche, pur di chiarire una volta per tutte i suoi obblighi verso i vincitori. Non le restava che attendere e sperare.

Sul finire del 1920, dopo che alla conferenza di Spa i diktat sulle procedure di attuazione del disarmo e delle consegne di carbone si erano scontrati con l’orgoglio tedesco, si fece strada tra gli Alleati l’ipotesi che fosse più opportuno definire un piano provvisorio di pagamenti per i successivi cinque anni, in modo da avviare una soluzione della questione delle riparazioni, disponendo però di un tempo sufficientemente lungo per placare le tensioni politiche ed ottenere elementi economici più obiettivi ed affidabili su cui determinare l’ammontare complessivo del debito tedesco. Uno dei più convinti sostenitori di un approccio gradualistico fu il francese Seydoux, direttore del dipartimento del commercio del Ministero degli Esteri, che nel gennaio 1921 fece giungere a Berlino in via ufficiosa la proposta di fissare, per un quinquennio, in 3 miliardi di Marchi oro l’ammontare annuale delle riparazioni.

I circoli industriali tedeschi, influenzati dagli interessi di Stinnes, accolsero negativamente tale soluzione ritenendo che lasciando indefinito l’ammontare complessivo delle riparazioni la Germania avrebbe finito per pagare una somma ben più elevata non appena la sua economia e la sua valuta avessero ripreso vigore. Occorreva a loro avviso trarre il massimo vantaggio dall’inflazione che, oltre ad alleggerire sia il debito pubblico sia il debito dei grandi gruppi industriali, agiva come un velo rendendo difficoltoso agli esperti alleati valutare le reali condizioni dell’economia.

Sotto la pressione del parere negativo espresso dall’industria il fragile governo Fehrenbach esitò ad aderire al piano Seydoux. Solo le insistenze inglesi e francesi lo convinsero ad aprire le trattive subordinando però l’accettazione di una soluzione provvisoria del problema delle riparazioni alla permanenza dell’Alta Slesia, in cui era prevista ai sensi del trattato la celebrazione di un referendum per il marzo 1921, alla Germania. Il goffo tentativo di condizionare il destino dell’Alta Slesia irritò la Francia che era in procinto di concludere una alleanza con la Polonia, determinando l’accantonamento del piano Seydoux.

Alla conferenza alleata di Parigi del gennaio 1921 tornò ad imporsi l’idea di fissare in via definitiva l’ammontare complessivo delle riparazioni. Lloyd George finì per cedere agli intenti punitivi di Briand accettando l’ipotesi di imporre a Berlino il pagamento di 269 miliardi di Marchi oro in quarantadue anni. Il governo tedesco seppur sdegnato non poté esimersi dall’aprire le trattative.

Il Ministro degli Esteri Walter Simons, stretto tra l’opinione pubblica, tanto ostile al riconoscimento della responsabilità della guerra quanto alle riparazioni, e le richieste iperboliche formulate dagli Alleati, tentò una impossibile mediazione dichiarando nel marzo del 1921 che la Germania non era disposta a pagare più di 30 miliardi di Marchi oro in rate assai distanziate. Anche ammettendo che gli esperti di Simons avessero tentato di determinare il valore attuale del debito ignorando gli interessi che sarebbero maturati nell’arco dei decenni, la cifra di 30 miliardi era decisamente inferiore non solo alle aspettative alleate, ma perfino a quanto la Germania si era offerta di pagare nel 1919. Rispetto poi al pagamento, entro il 1° maggio 1921, dell’acconto di 20 miliardi fissato dall’articolo 235 del trattato di Versailles, gli stessi esperti elaborarono un calcolo capzioso teso a dimostrare che la Germania aveva già versato una cifra addirittura superiore con le prestazioni reali fornite fino a quel momento agli Alleati. Ebbero addirittura la sfacciataggine di conteggiare tra le riparazioni già saldate anche il valore della flotta che si era autoaffondata a Scapa Flow.

Gli Alleati non stentarono pertanto a trovare ulteriori argomenti per sostenere che la Germania stava adducendo pretesti per sottrarsi ai suoi impegni, come già dimostravano l’insabbiamento dei procedimenti a carico dei criminali di guerra e la mancata attuazione delle procedure di disarmo previste dal protocollo di Spa. Anche il premier inglese Lloyd George, che fino ad allora aveva più volte rimproverato al governo francese la sua eccessiva intransigenza verso la nuova Germania, si convinse che solo la minaccia militare avrebbe potuto evitare che il trattato di Versailles rimanesse lettera morta. Il 3 marzo annunciò a nome degli Alleati che se la Germania entro quattro giorni non avesse accettato le decisioni della conferenza di Parigi oppure non avesse presentato opportune controproposte le città renane di Dusseldorf, Duisburg e Ruhrort sarebbero state occupate.

Il governo Fehrenbach tergiversò, lasciò scadere il termine dell’ultimatum e ne subì le conseguenze.

Simons, salutato al suo ritorno in patria come un eroe nazionale, tentò di riaprire le trattative, facendo appello, senza successo, alla mediazione degli Stati Uniti. Nel frattempo a Londra, il 27 aprile, la Commissione riparazioni all’unanimità ridimensionava a 132 miliardi di Marchi oro l’ammontare complessivo del debito tedesco, allienandosi alla cifra che Keynes aveva indicato prima di dimettersi dalla delegazione britannica alla conferenza di Versailles. Pur dimezzata la richiesta dei vincitori rimaneva comunque imponente ed il governo Fehrenbach, che si reggeva sulla benevola neutralità del partito socialdemocratico senza una solida maggioranza parlamentare, fu costretto a dimettersi.

Gli Alleati ignorarono la cirisi di governo e perseverarono nella politica dei diktat: se entro il 12 maggio la Germania non si fosse impegnata ad attuare il disarmo, ad avviare i procedimenti contro i criminali di guerra e ad accettare il piano di pagamento delle riparazioni il territorio della Ruhr sarebbe stato occupato.

Le conseguenze catastrofiche per l’economia tedesca di una occupazione prolungata di una regione industriale come la Ruhr spinsero la classe politica ad un comportamento responsabile. Il 10 maggio 1921 l’ex Ministro delle Finanze Joseph Wirth formò un nuovo governo, sostenuto dal centro, dai democratici e dai socialdemocratici, che si proponeva una politica di adempimento, lasciando da parte ogni strategia dilatoria. A rafforzare la credibilità internazionale della compagine governativa contribuì anche il Ministro della Ricostruzione, l’industriale Walter Rathenau, che durante la guerra aveva coordinato con grande abilità la produzione bellica. Rathenau entrò nel governo con la covinzione che la Germania dovesse onestamente tentare l’adempimento, stemperando le tensioni politiche e ristabiliendo le relazioni economiche, soprattutto con la Francia. L’opposizione nazionalista assunse a pretesto la confessione ebraica di Rathenau per esecrare le sue buone intenzioni come una espressione di servilismo antipatriottico. Nel furore della propaganda l’antisemitismo, lo sdegno verso le clausole del trattato di Versailles e l’odio verso la persona di Rathenau divennero una cosa sola.

Il primo atto concreto della politica di adempimento inaugurata da Wirth fu il pagamento, nell’agosto del 1921, di un miliardo di Marchi oro in conto riparazioni. La Germania dimostrò la propria determinazione a mantenere gli impegni sottoscritti, ma in termini economici dovette pagare un prezzo molto elevato. Il Dollaro che fino a luglio era cambiato a 60 Marchi, schizzò a 100 in settembre, a 200 in novembre. Di riflesso l’inflazione riprese la sua corsa. Ad indebolire il Marco sui mercati internazionali contribuì non solo il pagamento delle riparazioni, che sollevava dubbi sulla tenuta stessa dell’economia tedesca, ma anche la speculazione. Il continuo bisogno di valute pregiate da parte del Reich garantiva infatti la certezza a chi possedesse divise di poter realizzare ingenti profitti nell’arco di poche settimane, creando un circolo vizioso tra svalutazione e speculazione.

Il governo di Berlino tentò di ottenere una proroga o una riduzione delle riparazioni facendo leva sul crollo della sua moneta, ma ottenne dai suoi creditori soltanto risposte sprezzanti. L’economia tedesca nel suo complesso appariva in crescita, la disoccupazione era molto contenuta, dunque la Germania non doveva fare altro che affrontare con coraggio e determinazione i sacrifici che le imponevano gli impegni internazionali che si era assunta. I rimproveri alleati riguardavano in particolare l’inadeguatezza del sistema fiscale, incapace di garantire un flusso di entrate sufficiente a far fronte al debito di guerra.

Tra il novembre ed il dicembre del 1921 Wirth varò, dopo una accesa battaglia parlamentare, un’ampia riforma tributaria nel segno del rigore. Tuttavia le casse statali non ne trasero benefici apprezzabili, poiché l’inflazione non risparmiò né le entrate fiscali, né le spese correnti del Reich.

Al sostanziale fallimento della riforma tributaria seguì la dichiarazione del governo Wirth di non essere in grado di effettuare i pagamenti in scadenza nei primi mesi del 1922. In considerazione della volontà di collaborazione dimostrata dalla Germania sino a quel momento, Lloyd George e Briand decisero di convocare a Cannes, il 6 gennaio 1922, una conferenza economica per ridefinire il piano dei pagamenti. Alle discusioni di Cannes prese parte anche una delegazione tedesca, guidata da Rathenau che seppe conquistarsi la stima ed il rispetto di Lloyd Geroge. Probabilmente se i lavori della conferenza non fossero stati turbati dall’improvvisa caduta del governo Briand, la Germania avrebbe potuto strappare qualche vantaggiosa concessione; invece l’intransigenza del nuovo governo francese, guidata da Raymond Poincaré, ex Presidente della Repubblica ed ex Presidente della Commissione riparazioni, fece sfumare ogni prospettiva di una soluzione negoziata del nodo del piano dei pagamenti.

Benché Poincaré fosse fermamente convinto che l’epoca della superiorità francese fosse limitata a pochi anni e pertanto occorresse imbrigliare lo sviluppo tedesco evitando ogni sconto o dilazione sul debito, non poté tuttavia sconfessare quanto Briand aveva già concesso, cioè un rinvio dei pagamenti in scadenza e la convocazione a Genova di una nuova conferenza a cui sarebbero state ammesse anche la Germania e l’Unione Sovietica. Era convinzione del governo inglese che la ricostruzione economica dell’Europa non potesse avvenire senza la collaborazione russa. L’orrore per le crudeltà commesse dal governo bolscevico doveva essere messo da parte per riallacciare relazioni economiche ed ottenere il rimborso, almeno parziale, dei prestiti contratti dallo zar, oltreché il risarcimento delle proprietà occidentali confiscate durante la rivoluzione.

Nonostante la dilazione concessa a Cannes, le pressioni della Commissione riparazioni sulla Germania non si affievolirono. Gli Alleati chiesero ulteriori e più severe riforme fiscali al fine di accordare per l’anno in corso una definitiva riduzione dei pagamenti monetari e delle prestazioni reali. Alla fine di marzo Wirth e Rathenau, nel frattempo divenuto Ministro degli Esteri, dopo aver inizialmente assecondato le richieste della Commissione in materia fiscale, denunciarono al Reichstag l’irrigidimento degli Alleati, attribuendone la responsabilità a Poincaré, intenzionato ad assumere un controllo diretto sulle finanze tedesche. Anche i rapporti tra Londra e Berlino si deteriorano; Lloyd George interpretò le parole di Rathenau come un tentativo di spaccare il fronte alleato e se ne risentì, facendo venir meno il suo benevolo atteggiamento verso la Germania.

Il voltafaccia politico dei principali alfieri della politica di adempimento creò le peggiori premesse diplomatiche per la conferenza di Genova fissata per il 10 aprile 1922. Fin dall’esordio dei lavori la delegazione tedesca, guidata dal Cancelliere Wirth, fu emarginata dai colloqui confidenziali. Tale esclusione fu intepretata dai tedeschi come una avvisaglia di un imminente accordo tra il Commissario agli Esteri Cicerin e Lloyd George ai danni della Germania. Parve concretizzarsi la prospettiva che gli Alleati fossero disposti a riconoscere all’Unione Sovietica il diritto di esigere dalla Germania il pagamento dei danni di guerra che, sommati ai 132 miliardi di Marchi oro da versare alle potenze occidentali, avrebbero potuto rendere assai ciritico il futuro dell’economia tedesca.

Cicerin non esitò a sfruttare i timori di Wirth e di Rathenau per spingerli, all’insaputa di Francia ed Inghilterra, a firmare a Rapallo, la domenica di Pasqua, un accordo che da un lato consolidava i rapporti tra Mosca e Berlino, dall’altro costituiva quasi una sfida alle potenze alleate. L’Unione Sovietica rinunciava ad ogni riparazione per i danni di guerra subiti, così come la Germania si impegnava a non pretendere risarcimenti per i danni derivanti ai suoi cittadini dalle espropriazioni operate dal governo bolscevico. Inoltre, sul terreno commerciale i contraenti si riconoscevano reciprocamente la clausola della nazione più favorita, di cui la ripresa delle relazioni diplomatiche e consolari era un corollario.

Il riavvicinamento tra Mosca e Berlino, che dal novembre 1918 avevano interrotto le relazioni diplomatiche ufficiali, non fu una trovata estemporanea, ma il risultato di una lenta e tortuosa evoluzione politica. Il più accesso sostenitore di una apertura verso l’Unione Sovietica era stato il comandante della Reichswehr, il Generale Hans Von Seeckt, che riteneva di poter aggirare almeno in parte le limitazioni militari imposte dal trattato di Versailles facendo leva sulla solidarietà tra i vinti. Già nel maggio 1921 era stato concluso un primo accordo commerciale russo-tedesco a cui erano seguite trattative militari segrete che avevano portato alla creazione sul suolo russo di fabbriche d’armi finanziate dalla Germania ed all’attuazione di programmi di addestramento per gli ufficiali della Reichswehr in quelle specialità, come l’aeronautica, espressamente proibite dalla clausole di Versailles.

Al di là dei contenuti, il trattato di Rapallo fu interpretato dagli Alleati come una manovra ordita alle loro spalle, come un accordo che delineava una pericolosa solidarietà tra gli esclusi dalla comunità internazionale al fine di contestarne l’autorità. Lloyd George accolse con grande disappunto l’intesa russo-tedesca che d’improvviso vanificava tutti i suoi sforzi per ottenere da Cicerin qualche concessione riguardo ai debiti contratti dalla Russia zarista ed al risarcimento degli interessi economici occidentali danneggiati dall’avvento del regime comunista. Anche il suo obiettivo di contenere l’intransigenza di Poincaré verso la Germania risutò vanificato, dal momento che la diplomazia segreta di Rapallo rappresentava per il governo e l’opinione pubblica francesi una prova irrefutabile della doppiezza tedesca.

Poincaré, che non aveva partecipato in prima persona alla conferenza di Genova per non compromettere la sua libertà d’azione politica, trovò nuovi argomenti, agitando lo spettro di una alleanza russo-tedesca, per invocare provvedimenti che imponessero a Berlino il puntuale rispetto delle clausole di Versailles. Contro gli espedienti dilatori e le trame diplomatiche della Germania Poincaré si spinse sino ad affermare il diritto per ciascuno degli stati vincitori di intraprendere singolarmente, qualora non fosse possibile raggiungere un’intesa fra gli Alleati, azioni politiche tese ad ottenere la soddisfazione dei propri diritti legittimi.

Dopo l’annuncio del trattato di Rapallo, nonostante il lodevole impegno di Lloyd Geroge nel tentativo di riaprire il dialogo, le riunioni di Genova si conclusero frettolosamente, senza aver prodotto idee costruttive per risolvere il problema delle riparazioni e senza aver migliorato le relazioni tra la Germania e gli Alleati. Nei mesi successivi quel poco che restava della credibilità internazionale del governo Wirth fu gravemente compromesso dall’assassinio, nel giugno del 1922, del Ministro Rathenau ad opera di un commando di estrema destra. Ad armare le mani che uccisero Rathenau non furono le passioni suscitate dal trattato di Rapallo, quanto piuttosto la sconsiderata campagna d’odio alimentata dall’antisemitismo. Il fatto che un ebreo parlasse a nome della Germania, ostentasse amor patrio ed al tempo stesso si dichiarasse disponibile ad adempiere alle clausole di Versailles rappresentava per i fanatici ultranazionalisti un’onta da cancellare con il sangue.

La reazione dei mercati internazionali all’assassinio di Rathenau fu immediata e, sommandosi allo scontento per le incertezze del governo Wirth, assunse proporzioni drammatiche. Il Dollaro che in giugno era quotato 350 Marchi salì in luglio a 670, in agosto sfiorò i 2000 ed alla fine di ottobre si attestò a 4500, testimoniando lo sfaldamento della fiducia nelle capacità di risanamento della Germania.

La scomparsa di Rathenau indebolì anche il governo Wirth che in novembre, dopo aver fallito ogni tentativo di aprire uno spiraglio sulla questione delle riparazioni strappando una moratoria dei pagamenti, fu costretto alle dimissioni. A rovesciare Wirth furono questa volta i socialdemocratici con l’appoggio del Presidente Ebert che auspicava la formazione di un esecutivo di larghe intese capace di fronteggiare una situazione economica sempre più critica.

La sua reputazione internazionale di esperto di questioni economiche, le sue ottime relazioni con gli ambienti industriali e finanziari americani favorirono l’ascesa di Wilhelm Cuno, esponente di secondo piano del partito del centro ed alto funzionario del Ministero del Tesoro già nel periodo guglielmino. Prevalse nel Reichstag la convinzione che un tecnico di fama, la cui firma era nel mondo degli affari garanzia di solvibilità, potesse ottenere dai creditori alleati ciò che i politici puri fino ad allora non erano riusciti a strappare. Il carattere tecnico del governo Cuno, sottolineato dalla presenza di personalità estranee al Parlamento, non convinse tuttavia i socialdemocratici che, pur avendo sfiduciato Wirth, preferirono non farne parte.

Cuno esordì nel segno della continuità rispetto al suo predecessore, presentando agli Alleati una nuova richiesta di moratoria dei pagamenti. Ripropose la nota sottoscritta da Wirth il 13 novembre 1922, in cui la stabilizzazione del Marco, indicata come indispensabile da una commissione indipendente di esperti internazionali, tra cui spiccavano le personalità di Keynes e dello svedese Cassel, era subordinata alla concessione di una sospensione delle riparazioni.

La nota tedesca, che conteneva anche una la proposta di un prestito internazionale in oro per far fronte alle riparazioni, fu discussa dagli Alleati a Londra nel dicembre 1922, contestualmente al dibattito sul pagamento dei debiti di Italia, Belgio e Francia verso l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Poincaré si mostrò inflessibile, respinse le richieste tedesche e le proposte di mediazione formulate da Italia ed Inghilterra, sottolineò l’impossibilità della Francia a pagare i suoi debiti fino a quando la Germania non avesse onorato i suoi impegni, accusando il governo di Berlino di svalutare deliberatamente la propria moneta. Ai suoi occhi la prosperità dell’industria tedesca era un affronto intollerabile alle potenze vincitrici, pertanto il governo francese era disposto a procedere anche da solo contro la Germania se avesse insistito nella sua subdola politica dilatoria.

La conferenza di Londra si concluse ancora una volta con un nulla di fatto rinviando ogni decisione ad un successivo vertice fissato a Parigi per il 2 gennaio 1923. Poicaré non attese i tempi della diplomazia per trovare un pretesto che lo autorizzasse a mettere in atto il suo disegno punitivo nei confronti della Germania.

La mancata consegna da parte tedesca di un certo quantitativo di carbone e di 200.000 pali telegrafici in conto riparazioni gli fu sufficiente per ordinare, nonostante il parere contrario del governo inglese, l’occupazione del distretto della Ruhr.

A nulla servirono le imbarazzate giusitificazioni del governo Cuno che imputò i ritardi nelle consegne ai Läder che erano proprietari dei boschi ed al crollo monetario che aveva bloccato le consegne dei legnami ai prezzi originariamente concordati. L’11 gennaio 1923 cinque divisioni francesi ed una belga penetrarono in territorio tedesco ed assunsero il controllo della più imporante area industriale della Germania, garantendo a Parigi non solo i “pegni produttivi” che da tempo reclamava, ma anche la prospettiva di rallentare la crescita dell’economia tedesca a tutto vantaggio di quella francese e di mettere in sicurezza, almeno nel medio periodo, i propri confini nazionali.

La Germania intera rispose all’invasione con un grido di indignazione. Lo spirito patriottico dell’agosto 1914 fu improvvissamente resuscitato dalla tracotanza di Poincaré. Le forze politiche e sindacali si strinsero attorno alle istituzioni ed incoraggiarono la resistenza passiva della popolazione renana. Perfino i comunisti si espressero con accesi toni nazionalistici incitando il proletariato alla difesa contro il capitalismo e l’imperialismo finanziario occidentale.

Tutte le consegne in conto riparazioni furono bloccate dal governo Cuno che invitò i pubblici funzionari, compresi i ferrovieri, a rifiutare qualsiasi forma di collaborazione con le forze occupanti. Non mancarono atti di sabotaggio né scontri cruenti tra le truppe occupanti e la popolazione, come quello verificatosi presso le officine Krupp di Essen in cui furono uccisi tredici lavoratori, ma in generale l’ostilità tedesca all’invasore si manifestò attraverso la resistenza passiva proclamata dal governo Cuno, a cui le autorità francesi risposero con l’espulsione di oltre 100.000 persone dalla Renania.

A rafforzare lo spirito di resistenza tedesco contribuì anche la frattura delineatasi tra gli Alleati nella conferenza di Parigi del 2 gennaio 1923. Mentre l’Italia ed il Belgio si erano schierati sulle posizioni intransigenti di Poincaré, il governo inglese aveva affermato la propria disapprovazione verso ogni azione di forza, alimentando a Berlino la speranza di poter volgere a proprio vantaggio tale profondo dissidio.

La resistenza passiva si rivelò non solo incapace di rompere la solidarietà di fondo tra Londra e Parigi, ma anche estremamente onerosa sotto il profilo economico e finanziario. La paralisi dell’economia della Ruhr finì per danneggiare più la Germania che le mire dell’occupante francese. Centinaia di migliaia di operai e di minatori dopo aver incrociato le braccia difronte agli invasori dovettero essere soccorsi con sovvenzioni statali che aggravarono il già disastrato bilancio tedesco. All’incremento delle spese corrispose, a causa dell’invasione, anche una contrazione delle entrate fiscali.

Il governo Cuno fece fronte alle nuove emergenze stampando ancora una volta moneta che impresse una spinta ulteriore all’inflazione. Sui mercati internazionali il Marco accelerò la sua caduta. Il giorno dell’invasione il Dollaro era quotato intorno ai 10.000 Marchi, a fine gennaio aveva raggiunto i 50.000, costringendo il Governatore della Reichsbank Havenstein ad un massiccio intervento. In assenza di una prospettiva politica che superasse la resistenza ad oltranza, larga parte delle riserve auree e valutarie tedesche fu sperperata. In aprile la Reichsbank dovette rassegnarsi a lasciar fluttuare il Marco che non tardò a precipitare nuovamente. Alla fine di luglio un Dollaro valeva un milione di Marchi. L’economia nel suo complesso appariva prossima al collasso, poiché il venir meno del carbone della Ruhr costringeva l’industria ad approvvigionarsi all’estero, dando fondo alle proprie riserve valutarie oppure subendo le conseguenze di un tasso di cambio assai svantaggioso.

Al protrarsi della resistenza passiva Poincaré rispose con spietata fermezza.

L’ordine impartito ai ferrovieri di non dare attuazione alle ordinanze francesi procurò inizialmente non poche difficoltà agli invasori, ma offrì loro il pretesto per l’usurpazione dell’intera rete ferroviaria delle Ruhr. La resistenza passiva opposta dai funzionari statali determinò la loro espulsione, privando il territorio degli organi amministrativi e lasciando la popolazione alla mercé dei tribunali di guerra francesi.

Poincaré non rinunciò né a provocare il ben noto orgoglio razziale tedesco facendo largo impiego di truppe coloniali, né ad estendere il territorio d’occupazione al di là dei confini originariamente previsti, né ad introdurre un confine doganale tra il territorio occupato e quello non occupato.

Il fallimento dei tentativi di mediazione inglesi, la disastrosa situazione economica e finanziaria, l’aggravarsi delle sofferenze della popolazione renana convinsero il governo Cuno a cercare una via d’uscita al vicolo cieco a cui lo aveva condotto la resistenza passiva. Il principale ostacolo ad una rinuncia al braccio di ferro con Poincaré era costituito dal timore delle reazioni dell’opposizione nazionalista e nazista che fin dall’inizio dell’invasione non aveva esitato a lanciare parole d’ordine rivoluzionarie. Da Monaco Adolf Hitler non smetteva di gridare le sue invettive contro i traditori di novembre, cioè contro l’intera classe politica che aveva generato la Repubblica di Weimar. Alle parole infuocate della propaganda rischiavano di seguire i fatti. Il 1° maggio Hitler raccolse in Baviera oltre cinquemila uomini armati che furono dispersi senza spargimenti di sangue solo grazie all’intervento della Reichswehr.

Logorato dal suo attendismo rispetto sia alle crescenti minacce all’ordine pubblico interno, sia alla questione della Ruhr, Cuno rassegnò le dimissioni nell’agosto del 1923. Le pressioni dell’opinione pubblica favorirono la designazione alla carica di Cancelliere del fondatore del partito popolare, Gustav Stresemann, che nei mesi precedenti si era segnalato per realismo ed equilibrio. La sua ispirazione liberale e monarchica offrì garanzie patriottiche all’elettorato moderato, il suo appello all’unità delle forze democratiche, emarginando gli eversori di destra e di sinistra, convinse il partito socialdemocratico.

Per enfatizzare la centralità nel suo programma della soluzione della questione della Ruhr Stresemann riservò per sé il Ministero degli Esteri. A conferma del suo rifiuto di ogni preclusione ideologica assegnò allo studioso socialdemocratico Rudolf Hilferding il Ministero delle Finanze.

Negli stessi giorni in cui la Germania si dava un nuovo esecutivo, l’Inghilterra lanciò una nuova offensiva diplomatica contro Poicaré. Il Ministro degli Esteri Lord Curzon diffuse una nota di ferma condanna dell’occupazione della Ruhr, giudicandola illeggittima ed incociliabile con le clausole del trattato di Versailles. La risposta francese respinse puntualmente le argomentazioni inglesi, ribadendo che solo l’immediata cessazione della resistenza passiva nella Ruhr avrebbe potuto consentire una riapertura delle trattative con la Germania. Stresemann ne prese atto ed accettò, nel settembre 1923, di piegarsi alle condizioni poste da Poincaré.

Gli spiragli di distensione nei rapporti franco-tedeschi non furono tuttavia sufficienti ad arrestare il crollo del Marco. Alla fine di settembre occorrevano 160 milioni di Marchi per acquistare un Dollaro.

Stresemann ed Hilferding non tardarono a rendersi conto che non era pensabile di risolvere i problemi di politica estera, risanare il bilancio dello stato e neutralizzare le spinte eversive interne senza procedere ad una stabilizzazione della moneta. Se l’emissione monetaria non era più praticabile, poiché il Marco aveva perso ogni valore abicando a favore del baratto, al tempo stesso la Reichsbank non disponeva neppure dell’oro sufficiente a garantire la copertura di un nuovo Marco. La teoria monetaria classica riconosceva soltanto l’oro come misura di valore costante su cui fondare la moneta, quindi solo una idea innovativa avrebbe potuto salvare la Germania dal più completo disastro.

Il merito di aver fornito una prima risposta al dilemma apparentemente insolubile in cui si dibatteva la finanza tedesca fu di Karl Helfferich, un nazionalista scalmanato, ma anche un tecnico di grande valore. Il suo progetto, presentato al Ministero delle Finanze, prevedeva al fondazione di una Rentenbank, una banca di credito agrario, la quale doveva avere diritto ad una obbligazione reale fruttifera su tutti i fondi del Reich sfruttati a scopo agricolo ed industriale. Tale obbligazione avendo la precedenza su tutti gli oneri che gravavano i fondi poteva essere considerata sicura come l’oro. Helfferich immaginò che la nuova moneta potesse essere espressione di un valore reale come il prezzo di una libbra di segala, il principale prodotto dell’agricoltura tedesca. Il Roggenmark, il Marco fondato sulla segala, avrebbe immediatamente incontrato la fiducia degli agricoltori ed allontanato lo spettro della carestia che ormai aleggiava sulla Germania.

Il Ministro Hilferding accolse con interesse il progetto Helfferich, ma non si decise ad attuarlo. Lo valutò, lo comparò con altri nel frattempo arrivati sulla sua scrivania, senza arrivare a maturare una precisa convinzione. I suoi tentennamenti irritarono i partiti della maggioranza che nell’ottobre del 1923 preferirono affidare il Ministero delle Finanza ad Hans Luther che, pur non essendo un grande esperto di questioni monetarie, appariva risoluto.

I problemi monetari non erano gli unici a preoccupare Stresemann. L’ingresso dei socialdemocratici nel suo governo aveva suscitato forsennati attacchi da parte dell’estrema destra che attribuiva al nefasto influsso marxista l’abbandono della resistenza passiva e la conseguente umiliazione della patria. In Baviera lo sdegno dei nazionalisti spinse il Presidente del Consiglio Von Knilling ad accordare i pieni poteri al prefetto Von Kahr, intenzionato a raggruppare intorno a sé le forze autonomiste e l’estrema destra nella confusa prospettiva di una restaurazione monarchica. L’ordine costituzionale e l’unità stessa del Reich parvero gravemente minacciate. In virtù dell’articolo 48 della costituzione di Weimar il Presidente Ebert proclamò lo stato di emergenza ed affidò i pieni poteri al governo.

L’agitazione nazionalista non risparmiò neppure le province più vicine a Berlino. All’inizio di ottobre Buchrucker, un ex ufficiale che aveva organizzato nel Brandeburgo, con il tacito appoggio delle autorità locali della Reichswehr, delle formazioni paramilitari, si apprestò a riunire nei pressi delle fortezze di Spandau e di Küstrin i suoi armati per marciare contro la capitale e quindi rovesciare le istituzioni legittime. I vertici della Reichswehr non assecondarono le ambizioni golpiste di Buchrucker che fu prontamente arrestato.

In Sassonia ed in Turingia furono invece i comunisti a tentare di sfruttare il caos politico seguito alla cessazione della resistenza passiva nella Ruhr. Ad Amburgo scoppiò una violenta insurrezione comunista che fu sedata nel sangue. In Turingia fu sufficiente dispiegare l’esercito lungo il confine settentrionale della Baviera per placare gli animi e reataurare l’ordine pubblico. Nella stessa Renania in cui la maggior parte della popolazione aveva sostenuto con tenacia la resistenza passiva si sviluppò, fomentato dalle truppe di occupazione, un movimento separatista. Si verificarono anche scontri molto cruenti. Nel novembre del 1923 nei pressi di Siebengebirge centottanta separatisti furono trucidati dalla popolazione.

Il dilagare dei focolai insurrezionali in tutto il paese convinse il governo Stresemann a temporeggiare nell’intervento nei confronti di Von Kahr, che in Baviera godeva di ampie simpatie anche all’interno della Reichswehr. A rompere gli indugi dettati dalla prudenza intervenne il putsch organizzato a Monaco dai nazisti. La sera dell’8 novembre 1923 Hitler alla testa di un manipolo di armati fece irruzione in una birreria in cui si stava svolgendo una riunione di sostenitori di Von Kahr. Sotto la minaccia delle armi Hitler ottenne da Von Kahr l’adesione al suo progetto rivoluzionario che da Monaco avrebbe dovuto estendersi a Berlino, sotto la guida del Generale Ludendorff, il comandante durante la guerra delle armate del Kaiser. Una volta liberato, l’astuto Von Kahr non mantenne la sua promessa e mobilitò polizia ed esercito contro le milizie naziste che furono disperse nei pressi della Feldherrnhalle in Odeonsplatz dopo uno scontro sanguinoso. Undici nazisti rimasero sul selciato, Hitler e Ludendorff furono arrestati, Hermann Göring, gravemente ferito, riuscì a mettersi in salvo.

Lo stato di emergenza proclamato dal presidente Ebert si rivelò provvidenziale, oltre a consentire la salvaguardia della legalità repubblicana, dotò il governo Stresemann degli strumenti normativi per affrontare rapidamente la stabilizzazione del Marco.

Il 15 novembre 1923, in virtù di un’ordinanza emessa un mese prima, entrò in funzione la Deutsche Rentenbank, così come l’aveva immaginata Helfferich nel suo progetto. Al fantasioso Roggenmark, Stresemann e Luther preferirono però il Rentenmark, fondato sul valore dell’oro, così come l’obbligazione reale sui fondi tedeschi, dai quali doveva essere garantita. L’ordinanza di ottobre aveva fissato anche i limiti di emissione ed il credito da concedere al Reich, fornendo in tal modo una effettiva garanzia sul valore della moneta. A partire dall’emissione del Rentenmark il Reich dovette rinunciare alla cessione dei suoi buoni del tesoro contro Marchi-carta presso la Reichsbank, avviando così il risanamento del bilancio statale.

Il diluvio di bilioni di carta moneta priva di valore che aveva sommerso la Germania si arrestò. Non appena comparvero i primi biglietti della Rentenbank il mondo degli affari e la gente comune si affrettarono a farne incetta, ansiosi di possedere finalmente una moneta capace di mantenere nel tempo il suo valore. Al fine di incidere con efficacia su inflazione e svalutazione fu stabilito il rapporto di scambio di un Rentenmark per mille miliardi di Marchi-carta.

Nonostante i suoi indubbi meriti il governo Stresemann non ebbe vita lunga. I socialdemocratici, mossi da calcoli elettoralistici, ritirarono il loro appoggio a Stresemann, rimproverandogli di essere intervenuto tempestivamente a sedare i disordini in Turingia ed in Sassonia e di aver invece mantenuto un cauto atteggiamento passivo nei confronti della politica eversiva della Baviera. Date le precarie condizioni dell’ordine pubblico in molte regioni ed il perdurare dell’occupazione in Renania, il Presidente Ebert rifiutò di indire nuove elezioni. Tale rifiuto costrinse i partiti a ricercare un nuovo equilibrio nel segno della continuità. Sostenuto dai partiti centristi, Wilhelm Marx, un alto magistrato su posizioni conservatrici, ma di sincera fede repubblicana, assunse la guida del governo, Stresemann divenne invece Ministro degli Esteri, carica che avrebbe ricoperto sino alla morte, nell’ottobre del 1929.

Grazie al voto favorevole del partito socialdemocratico, il governo Marx fu dotato, sino al febbraio 1924, del poter di adottare, senza la preventiva approvazione del Reichstag, quelle misure che ritenesse urgenti per fronteggiare le molteplici emergenze che minacciavano la Germania. Tali straordinaire attribuzioni furono limitate soltanto dal diritto riconosciuto al Reichstag ed al Reichsrat di chiedere successivamente l’abrogazione delle misure assunte dal governo.

Dotato di così vasti poteri Marx poté agevolmente aumentare la pressione fiscale e migliorare il sistema di riscossione delle imposte, al fine di garantire al Reich quelle risorse che dopo la riforma valutaria non poteva più sperare di reperire facendo semplicemente ricorso al credito della Reichsbank. L’incremento delle entrate fiscali ed il risanamento dei conti pubblici favorirono il successo della riforma valutaria, ristabilendo un clima di fiducia attorno all’economia tedesca. La nomina, nel dicembre del 1923, di Hjalmar Schacht, un tecnico di grande valore proveniente dalle file del partito democratico, alla guida della Reichsbank sancì la fine di una dissennata politica creditizia e la ripresa di proficue relazioni con gli ambienti finanziari inglesi e non solo.

Per superare del tutto uno dei periodi più turbolenti della storia dell’economia tedesca restavano da sciogliere il nodo dell’occupazione della Ruhr ed il nodo delle riparazioni che tanta parte aveva avuto nell’alimentare svalutazione ed inflazione oltreché un clima di forte tensione nelle relazioni internazionali.

Il Presidente americano Harding, che riteneva indispensabile per la stabilità mondiale porre termine alle estenuanti e sterili polemiche sul debito tedesco, avanzò l’ipotesi di formare una nuova commissione internazionale sulle riparazioni. Inizialmente il suo appello rimase inascoltato, poi, dopo la rinuncia da parte di Stresemann alla resistenza passiva, il governo inglese lo sostenne con convizione. Poincaré si dichiarò invece contrario, adducendo pretesti formali che impedivano la creazione di una nuova commissione. Come soluzione di compromesso gli Alleati giunsero a stabilire, il 30 novembre 1923, di affiancare alla Commissione riparazioni creata secondo la lettera del trattato di Versailles due comitati di esperti, incaricati di indagare uno sulle misure da adottare per riportare in equilibrio il bilancio del Reich e stabilizzare la valuta tedesca, e l’altro sulla fuga di capitali dalla Germania.

Per enfatizzare l’importanza del contributo degli Stati Uniti, la presidenza del primo comitato fu affidata, nel gennaio 1924, all’americano Charles Dawes, Presidente di una Trust Company con ottime relazioni a Washington. Americana fu anche la vicepresidenza, ricoperta da Owen Young, esperto di questioni finanziarie.

Dawes lavorò con grande energia, spingendosi ben oltre gli angusti compiti assegnati al suo comitato. Non si accontentò di visionare i conti, ma volle personalmente recarsi a Berlino. Non tardò a convincersi che il risanamento del bilancio tedesco e la stabilità della nuova valuta dipendevano dagli obblighi imposti dal trattato di Versailles. Occorreva dunque da un lato stabilire quanta parte delle sue entrate fiscali la Germania potesse destinare al debito senza generare effetti depressivi sulla sua economia e destabilizzanti per la sua valuta, dall’altro predisporre gli strumenti che concretamente garantissero ai creditori pagamenti regolari, al riparo dalle fluttuazioni politiche tedesche ed internazionali.

Il comitato Dawes esaminò meticolosamente l’ordinamento delle finanze tedesche e giunse a stabilire in 2,5 miliardi di Marchi oro la capacità di prestazione della Germania in un anno normale. Riconobbe tuttavia che nelle condizioni attuali tale somma era eccessivamente elevata, quindi suggerì un periodo di transizione di quattro anni con prestazioni minori, ma crescenti di anno in anno. Per evitare di rinfocolare polemiche politiche fomentate tanto dal revanchismo francese quanto dal nazionalismo tedesco, il comitato evitò di precisare l’ammontare complessivo delle riparazioni, si preoccupò invece di sottolineare come soltanto una ristabilita unità fiscale del Reich avrebbe consentito alla Germania di onorare i suoi debiti. In tal modo pose di fatto la cessazione dell’occupazione franco-belga della Ruhr come precondizione per il successo del piano di rientro del debito tedesco.

Il comitato Dawes offrì una soluzione anche al problema dei “pegni produttivi”, cioè le garanzie reali sul pagamento del debito a cui Poincaré non era assolutamente disposto a rinunciare. Le ferrovie tedesche, con il loro ingente patrimonio, sarebbero diventate un “pegno produttivo” attraverso il loro trasferimento ad una società con un consiglio di amministrazione nominato per una metà dal governo tedesco e per l’altra dai paesi creditori. Tale società avrebbe emesso undici milioni di obbligazioni che, garantite con una ipoteca sul patrimonio immobiliare delle ferrovie, avrebbero fruttato negli anni normali un 5% di interessi, da versare in conto riparazioni. Altri “pegni produttivi” ideati dal comitato Dawes furono cinque miliardi di obbligazioni industriali ed il riconoscimento ai paesi creditori di un certo controllo sulle entrate del Reich derivanti dalle imposte su tabacco, zucchero, birra ed alcolici.

Tali onerosi “pegni produttivi” furono intesi, in modo da apparire accettabili al governo tedesco, come garanzie ad un prestito internazionale di 800 milioni di Marchi oro concesso alla Germania, in primo luogo dagli Stati Uniti, per aiutarla a superare le difficoltà iniziali legate alla riforma valutaria.

Il governo Marx-Stresemann comprese che il lodo Dawes, seppur al prezzo di non trascurabili sacrifici, offriva alla Germania la possibilità di rientrare nella comunità internazionale, di superare l’isolamento e recuperare la Ruhr, perciò lo accolse con grande favore. L’opposizione nazionalista lo considerò invece uno strumento per imporre al popolo tedesco una perenne schiavitù, tuttavia non riuscì, nonostante l’incremento di consensi ottenuto in occasione delle elezioni del maggio 1924, a boicottarne l’attuazione.

Nella conferenza di Londra del luglio-agosto 1924 il piano Dawes fu accettato dai rappresentanti di tutti i governi. Sebbene il tema dell’evacuazione della Ruhr non fosse stato inserito, per volontà di Parigi, nell’elenco dei temi all’ordine dle giorno, il rappresentante francese Herriot, nel corso di un colloquio riservato con Stresemann, assunse l’impegno, poi lealmente mantenuto, di porre termine all’occupazione della Ruhr entro dodici mesi.

L’approvazione del piano Dawes segnò il tramonto della stagione dei diktat nelle relazioni tra la Germania e gli Alleati, pose le premesse per la riunificazione dei territori occupati, favorì la ripresa economica e la stabilizzazione del Marco, garantendo alla Repubblica di Weimar un breve periodo di relativa tranquillità. La quiete prima di una nuova e più furiosa tempes


Bibliografia

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