Proseguendo nel suo lodevole impegno di riprendere testi che rischierebbero di cadere nel dimenticatoio, la milanese Oaks Editrice di Luca Gallesi ha appena pubblicato questa opera del “Grande Timoniere” (407 pagine, 20 euro), che raccoglie alcuni dei più importanti scritti militari del leader della Rivoluzione cinese.
       Preceduto da un’introduzione a firma di chi scrive, il volume ribadisce un concetto relativamente poco noto, o comunque spesso sottovalutato, vale a dire che Mao non fu un vero e proprio teorizzatore della guerriglia, ma uno stratega dalla visione decisamente più ampia, capace di far convergere, all’interno del proprio pensiero, diverse forme di conflittualità, nell’ambito di una visione olistica e mai unilaterale, dove a ciascuna di esse venivano attribuite valenze conformi a quelle che potevano essere le loro migliori peculiarità.
       La sua, quindi, fu una visione di “guerra di lunga durata”, in cui la guerriglia era la forma bellica che le forze rivoluzionarie avrebbero dovuto utilizzare sia nelle fasi in cui era evidente la loro inferiorità strategica sia in quelle in cui, una volta rafforzatesi, avrebbero potuto imporre al nemico una costosa strategia di logoramento. Quando però i rivoluzionari – attenti a conquistare “le menti e i cuori” della popolazione civile con un’abile attività propagandistica e di generazione di consenso, tale da consentire loro di muoversi in mezzo ad essa “come pesci nell’acqua” – avessero raggiunto una forza tale da poter finalmente passare all’offensiva contro i loro nemici, i loro attacchi avrebbero dovuto necessariamente prendere la forma di azioni condotte da truppe regolari, vale a dire di azioni militari di tipo tradizionale e su larga scala, le uniche in grado di portare alla vittoria finale.
       Di fatto, quindi, il pensiero militare maoista fu improntato alla massima flessibilità, ben sintetizzato in un passo del 1930 destinato a rimanere celebre: “Decentralizzare le truppe per spingere le masse alla rivolta e concentrare le truppe per lo scontro col nemico. Quando il nemico attacca, noi ci ritiriamo; quando il nemico è stanco noi attacchiamo; quando il nemico si ritira, noi lo inseguiamo“.
       Con il suo pensiero, apparentemente alquanto precettistico, Mao intendeva non solo esercitare una vigorosa azione pedagogica in un campo – quello militare – sconosciuto ai più ma anche porre in rilievo un aspetto fondamentale, non solo in guerra: “la concezione è molto, l’esecuzione è tutto“. Non a caso la sua fu una dottrina essenzialmente pratica, basata su tre fondamenti intangibili dell’arte bellica – tempo, spazio e volontà – tutti utilizzati con il chiaro intento di abbattere la volontà del nemico, in una logica che non modificava e non intendeva modificare la classica interpretazione clausewitziana della guerra come “continuazione della politica con altri mezzi“. Sotto questo profilo, l’aspetto più importante del suo pensiero militare consiste proprio nell’aver stabilito un solido nesso conseguenziale tra guerra rivoluzionaria (intesa come fucina di formazione delle forze rivoluzionarie non solo in termini strettamente militari ma anche politici, economici e sociali) e guerra regolare, che è quanto è riuscito a conferire alla dottrina bellica del comunismo cinese (e non solo) quelle capacità operative molto articolate che, in varie realtà e circostanze storiche, l’hanno portata al successo contro differenti tipologie di avversari.

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