a) L’ULTIMA ROMA IMPERIALE
Da “Storia d’Italia, Vol. 4, pagg. 143 e segg., Montanelli e Gervaso, RCS 1994, Milano”, citiamo:
Non risulta che i Romani, o per meglio dire gli abitanti di Roma, si rendessero esatto conto di cio’ che significava la decisione di Odoacre di spedire a Costantinopoli le insegne imperiali e di abolire la carica di Augusto. Il Senato, che pro-forma si riuniva per avallare le decisioni del tirannello di turno, lo considero’ un fatto di ordinaria amministrazione, anzi lo saluto’ come una provvida riunificazione dell’Impero dopo la divisione fattane da Costantino. Che tutto l’Occidente se ne fosse separato; che Roma, una volta caput mundi, non lo fosse piu’ neanche dell’Italia, la quale ormai gravitava piu’ su Milano e Ravenna; che la Penisola non fosse piu’ che la remota propaggine di un Impero che si proclamava ancora Romano, ma che in realta’ era soltanto grecorientale, parvero loro tutte cose di scarso rilievo e di secondaria importanza.
Questa indifferenza e’ significativa. Non che, intendiamoci, all’atto pratico il Senato avesse la possibilita’ e i mezzi di opporsi. Se avesse osato, per dirla con Mussolini, i Lanzichenecchi di Odoacre avrebbero fatto di quell’aula sorda e grigia un loro bivacco. Ma almeno un addio alle aquile ed ai fasci littori, cioe’ a ottocento anni di Storia e di Gloria, avrebbe potuto risuonarvi. Invece, niente. Fra gli epigoni di quella che era stata la piu’ rigogliosa aristocrazia del mondo, non se ne trovo’ uno disposto a pronunciare un epitaffio.
L’ultimo Senatore degno di questo nome era stato Simmaco, alle cui “Lettere” dobbiamo il piu’ gradevole ritratto dell’agonizzante Roma imperiale. Veniva da una grande famiglia di Consoli e Prefetti, che avevano servito con la medesima accortezza gli interessi dello Stato e quelli propri, come dimostrava l’immenso patrimonio che avevano accumulato. Fra l’altro essi avevano disseminato, dal Lago di Garda alla Baia di Napoli, una catena di sontuose ville, in modo da poter scorrazzare la Penisola senza lo scomodo di uscire di casa.
Simmaco era l’ultimo rappresentante della cultura pagana, sebbene di fatto di religione si proclamasse agnostico. “Che importanza ha” disse all’imperatore Valentiniano “quale strada si sceglie per giungere al Vero? Quel che conta sapere e’ che non si arrivera’ mai a scoprirlo”. Gran signore ed intimo amico di Vezio Pretestato, capo della minoranza pagana in Senato, egli fu designato a patrocinarla nella sua ultima battaglia contro il Cristianesimo. L’imperatore Graziano, completamente dominato da Ambrogio, sulla fine del quarto secolo ordino’ la chiusura e la confisca di tutti i templi dedicati agli dei e la rimozione dal Senato della statua della Vittoria che Augusto vi aveva installato. Simmaco si oppose con un discorso degno del miglior Cicerone, e fu bandito da Graziano. Morto costui e succedutogli Valentiniano II, Simmaco riprese la sua battaglia oratoria e l’avrebbe vinta sull’animo del nuovo giovane imperatore, se Ambrogio non fosse intervenuto con la sua foga abituale. Il Vescovo di Milano trionfo’ perche’ aveva dalla sua la fede. Simmaco non aveva che la ragione. Le sue “lettere” sono una limpida, ma parziale descrizione della Roma dei suoi tempi, dal punto di vista dei ricchi privilegiati, che ancora vi mantenevano posizioni di rielievo, sia pure soltanto decorative.
Quella che non lo e’ piu’ sul piano politico, e’ ancora pero’ la capitale intellettuale dell’Occidente, dove chiunque voglia parlare al mondo civile e’ costretto a venire ad imparare la lingua e i costumi e per trovare gli strumenti di diffusione. Nei palazzi si sono accumulati libri ed oggetti d’arte. Vi sono tappeti che costano fino a duecento milioni di lire. Battaglioni di cuochi preparano pranzi sontuosi. E dalle conversazioni e’ bandita ogni parola che non sia del piu’ classico latino. Questa societa’ non e’ chiusa. Accoglie tutti coloro, indigeni o forestieri, che in qualche modo fanno spicco, ma gli impone la sua etichetta. Le ambizioni sono piu’ intellettuali che politiche. Tuttavia la dedizione al bene pubblico e’ ancora grande. Questa classe dirigente, lungi dal trarre profitto dalle sue cariche amministrative e diplomatiche (di quelle militari ha perso persino il ricordo) se le mantiene finanziando di tasca propria circhi e teatri.
E’ un ceto signorile di altissima civilta’ che non ruba piu’ perche’ i suoi avi hanno gia’ rubato abbastanza, e alla cui porta tutti i forestieri, barbari o meno, fanno ressa per essere accolti.

C’e’ senza dubbio del vero in questo attraente ritratto, ma visto da una parte sola. L’altra ce la fornisce un cristiano, anzi un prete di Marsiglia, Salviano, nel suo libro “Il governo di Dio”, di cui Agostino ebbe probabilmente conoscenza.

Salviano non vede che oppressione, corruzione e immoralita’, a differ
enza di quanto avviene nelle societa’ barbariche, rozze ma certamente dallo spirito di sacrificio, di un sentimento di solidarieta’ e di fratellanza e dalla legge dell’onore. “Roma muore e ride” dice questo puritano che non l’ama e che forse ha letto un po’ troppo di Tacito. Ma anche nella sua descrizione del vero c’e’.
La citta’ aveva in quel momento meno di duecentomila abitanti, fra i quali i Romani di razza dovevano contarsi, al massimo, a centinaia. Dai tempi di Cesare essa era una metropoli in prevalenza orientale, che si era abituata a vivere parassitariamente alle spalle delle province romanizzate. A parte una cartiera e una fabbrica di coloranti, le sue uniche industrie erano la politica ed il saccheggio. Quest’ultimo aveva riempito il suo tesoro pubblico e quelli privati come nel secolo decimonono il saccheggio coloniale avrebbe fruttato la ricchezza dell’Inghilterra. Ma esso era finito da un pezzo, ormai: da quando Costantinopoli bloccava I mercati orientali e le invasioni barbariche avevano paralizzato quelle occidentali. Da allora sempre piu’ Roma ma aveva dovuto contare solo sulla Penisola. Ma neanche qui le cose andavano bene. La popolazione complessiva non superava i cinque milioni. Ma ai guai della decadenza demografica dovevano aggiungersi quelli del declino della classe media. Dai Gracchi in poi Roma aveva sempre lottato per ricostruire o puntellare quella societa’ contadina di coltivatori diretti che davano i mgliori soldati all’esercito e i migliori funzionari all’amministrazione. Ma il sistema fiscale del basso Impero l’aveva definitivamente rovinata. La Tributaria era talmente corrotta e prevaricatrice che, stando a Salviano, per la prima volta nel terzo secolo si videro cittadini romani fuggire, per salvarsi, oltre la “cortina di ferro” del limes, e rifugiarsi presso i barbari.
L’imperatore Valentiniano I ne fu cosi’ colpito che istitui’ una nuova professione: quella dei “Difensori della Citta” cui erano affidati i reclami contro il fisco. Ma nessun rimedio di legge e’ valido quando il costume si corrompe. I memorialisti del tempo hanno lasciato scritto che coloro che vivevano sulle tasse erano piu’ numerosi di coloro che dovevano pagarle. Ed era la conseguenza di due fenomeni ugualmente deleteri e che si sviluppano sempre di pari passo: da una parte il proliferare della burocrazia, dall’altra l’assottigliamento dei contribuenti. I quali, incapaci di far fronte al fisco, sempre piu’ vendevano il podere o la piccola fattoria al latifondista, facendosene assumere in qualita’ di coloni, cioe’ pressappoco di servi della gleba.
Fu questo il vero inizio del Medioevo almeno dal punto di vista sociale, e comincio’ a verificarsi prima dell’arrivo dei barbari.
Da quando le guerre di conquista erano finite, era cessato anche l’afflusso degli schiavi. E quindi i grandi proprietarierano ben contenti di assoldare come contadini quelli piccoli, dopo everne ricomprato le terre. Costro, dal canto proprio, cercavano un padrone: non solo per sottrasi alla Tributaria, ma anche per avere in lui un protettore nello scompiglio che si andava accentuando. Il grande feudatario, che sin qui aveva vissuto un po’ nel suo palazzo a Roma, un po’ nella sua villa di campagna, comincia a cambiare visionomia, e si trasforma nel potente che e’ gia’ l’inizio del Feudalesimo. La villa che finora tirava soltanto al comodo e al bello perche’ alla sua protezione accudivano i Prefetti e i Generali con le loro forze di polizia, adesso cerca anche la sicurezza e si trasforma piano piano in castello, cioe’ in fortilizio, perche’ lo Stato non e’ piu’ sempre in grado di difenderla dai briganti che infestano le contrade e dai “federati” che cominciano a calarvi e con essi spesso si confondono. Quello che invece non cambia e’ il rapporto umano fra il padrone ed il colono, che si e’ da poco sostituito allo schiavo ma che il padrone seguita a trattare come tale.
Questa e’ una delle ragioni per cui il Feudalesimo, fenomeno tipicamente germanico, in Italia attecchi’ prima che altrove, ma vi ebbe anche la vita piu’ corta. I barbari che non si erano allenati al comando sugli schiavi, avevano del vassallaggio un’idea molto piu’ umana dei Romani, perche’ lo esercitavano sui loro fratelli, quindi con molte limitazioni e garanzie. I Romani invece si erano sempre riconosciuti il diritto di disporre della vita dei loro dipendenti, e vi avevano contratto una specie di vizio mentale. Paolino di Pella si congratulava della propria mentalita’ scrivendo, in questi tempi, di essersi sempre contentato, quanto a concubine, delle serve: il che costituiva, secondo lui, solo l’esercizio di un diritto. In questo contado scarsamente popolato da una plebe di mezzadri e di braccianti senz’altra protezione che quella grazisamente concessa dai potenti, solo costoro vivevano agiatamente, perche’ quasi tutto il reddito veniva rastrellato a Roma. Ma anche qui ci si guardava dal distribuirlo equamente. Mentre Simmaco iscriveva nel suo registro dei conti la spesa di oltre cinquecentomilioni di lire per uno spettacolo nel Circo, dove trenta gladiatori sassoni preferivano strangolarsi ciascuno con le proprie mani piuttosto che sbudellarsi l’un l’altro, un vasto proletariato viveva solo di sussidi, di elemosine e di piccoli intrallazzi, approfittando di ogni disordine per dedicarsi al saccheggio di banche e negozi.
Ad Ammiano Marcellino, che vi giunse alla fine del quarto secolo da Antiochia, Roma fece l’impressione di una citta; piacevole e corrotta, dove la raffinatezza e la crudelta’, l’intelligenza ed il cinismo, il lusso e la miseria, la tradizione e l’anarchia si mescolavano in dosi abbastanza robuste. Ammiano scriveva in un latino un po’ imparaticcio, ma era un imparziale galantuomo, a cui il paganesimo non impedi’ per esempio di condannare Giuliano l’Apostata per I suoi tentativi contro le liberta’ cristiane. E al suo giudizio ci crediamo, anche perche’ conferma sia il ritratto in rosa di Simmaco che quello in nero di Salviano. Le due Rome, quella splendida dei pochi e quella miserabile dei molti, convivevano. E si capisce come’essa potesse apparire diversa secondo gli occhi che la guardavano. Altri due cronisti forestieri, Macrobio e Claudiano, non videro che la prima, forse perche’ ebbero la ventura di essere accolti nella buona societa’. Ma le loro descrizioni puzzano di omaggio. Anch’essi, tuttavia ci aiutano a capire come mai Roma accettasse con tanta facilita’ la sua spoliazione del titolo di Capitale dell’Impero.
Tutte le decadenze in tutti i luoghi e in tutti i tempi sono contrassegnate dai medesimi fenomeni: le accresciute distanze sociali fra un numero sempre piu’ piccolo di privilegiati e una massa sempre piu’ grande di derelitti, l’affievolimento di ogni vincolo di solidarieta’, e la totale indifferenza di tutti agli interessi della comunita’.
Nei salotti della ricca Roma, quasi tutta pagana, si parlava di Cicerone e di Catullo, si citava Aristotele, si corbellavano I Generali barbari, le loro rozze maniere, i loro errori di pronuncia e di ortografia. Nei “bassi” della povera Roma cristiana ci si arrangiava come si poteva e si era troppo impegnati a mettere daccordo il desinare con la cena per potersi preoccupare dell’Impero, dello Stato, del Passato e del Futuro.
Che un lanzichenecco tedesco cresciuto alla corte di Attila, come Odoacre, avesse rispedito le aquile e i fasci a Costantinopoli e stesse governando l’Italia come un Re indipendente, non interessava a nessuno.
A intendere e ad esprimere in tutta la sua grandezza e tragicita’ questa catastrofe ci fu solo un poeta. Ma non era romano, e nemmeno italiano. Era un gallo nativo forse di Tolosa, forse di Narbona, si chiamava Rutilio Namaziano, veniva dalla carriera amministrativa, ed era prefetto in Toscana e in Umbria. Prima di tornarsene in patria bsotto l’incalzare delle invasioni visigote e vandale, volle pagare il suo debito di gratitudine a Roma, che aveva fatto di lui un uomo civile e colto, dedicandole un’apostrofe che dimostra quanto quella civilta’ e cultura egli le avesse assimilate. Forse il suo libro “De reditu” e’ l’ultimo capolavoro della latinita’ classica. Comunque, lo e’ certamente l’addio all’Urbe che vi e’ incluso:
Ascolta, regina bellissima di un mondo che hai fatto tuo,
o Roma, accolta negli stellati cieli, asolta madre di uomini e di dei.
Non lontani dal cielo siamo noi quando ci troviamo nei tuoi templi….
Tu spargi i tuoi doni eguali ai raggi del sole
per ovunque in cerchio fluttua l’Oceano…
Non ti fermarono le sabbie infocate di Libia,
non l’estrema terra armata di ghiaccio ti respinse….
Facesti una patria sola di genti diverse,
giovo’ a chi era senza leggi diventare tuo tributario
poiche’ tu trasformavi gli uomini in cittadini
e una citta’ facesti di cio’ che prima non era che un globo.

Non si poteva dire di piu’, ne’ meglio. Questo barbaroi dal cuore traboccante di affetto, di riconoscenza, di ammirazione, aveva composto per Roma il piu’ bell’epitaffio in un latino degno di Virgilio. Ma i Romani non lo lessero. E ancor oggi il nome di Namaziano e’ noto solo a pochi studiosi.
b) L’ULTIMA ROMA REPUBBLICHINA
Questa e’ la Roma che oggi ospita due Stati: la Citta’ del Vaticano (Santa Sede) e la Repubblica italiana.
La citta’ del Vaticano rappresenta lo Stato temporale della comunita’ cristiana che prende le redini della citta’ dal VI secolo dopo Cristo e non lo lascia fino alla sedicente unita’ d’Italia.
La Repubblica italiana rappresenta lo stato di una comunita’ unificata con la forza e tenuta assieme con l’inganno.
Alla Santa Sede ora non si pagano piu’ tributi, ma neanche essa ne paga per il mantenimento della citta’.
Alla Repubblica italiana si pagano tributi salatissimi che servono ad alimentare i suoi clientes, non certo per contribuire ad aiutare chi ne ha bisogno (vedi ultimi terremotati), per le quali imposte piu’ di un centinaio di piccoli imprenditori si sono suicidati. Strani costoro, che invece di ribellarsi si suicidano (ma che volete, questi sono gli Italiani).
Sia la Santa Sede (gia’ Papato) che la Repubblica italiana (gia’ Regno d’Italia e poi Impero) soffrono degli stessi problemi che afflissero la Roma imperiale: le accresciute distanze sociali fra un numero sempre piu’ piccolo di privilegiati e una massa sempre piu’ grande di derelitti, l’affievolimento di ogni vincolo di solidarieta’, e la totale indifferenza di tutti agli interessi della comunita’.
In entrambi questi Stati, corruzione, privilegi e ruberie sono gli elementi caratterstici della classe governante, incapace a governare, ma capacissima a depredare lo Stato. Addirittura molti Italiani confondono i privilegi, che chiamano “diritti acquisiti con le lotte sindacali” con i diritti naturali.
I diritti naturali sono innati ed uguali per tutti, mentre i privilegi sono acquisiti con la forza e diversi per ogni classe che ne gode.
Nel paragrafo precedente abbiamo citato: “La Tributaria era talmente corrotta e prevaricatrice che, stando a Salviano, per la prima volta nel terzo secolo si videro cittadini romani fuggire, per salvarsi, oltre la “cortina di ferro” del limes, e rifugiarsi presso i barbari.”
Nella Repubblica italiana le cose non sono affatto cambiate, ma qui i cittadini preferiscono il suicidio alla ribellione. Parlo con il massimo rispetto per questi suicidi che, invece di essere condannati, dovrebbero essere vendicati”.
Uno dei Ministri (tra i piu’ idioti) della Repubblica delle banane ha affermato pubblicamente che tutti coloro che se ne vanno dall’Italia costituiscono un bene, perche’ non hanno voglia di lavorare. Costui, oltre che essere idiota, e’ anche un ottimo camuffatore della realta’, perche’ deve proteggere le sue banane.
Nella Repubblica delle banane si verifica lo stesso fenomeno avuto nella Roma del tardo impero: “coloro che vivevano sulle tasse erano piu’ numerosi di coloro che dovevano pagarle.”
La Repubblica italiana ha circa cinquecentomila uomini in armi pronti a difenderla perche’ da essa ricevono lo stipendio; ha inoltre piu’ di dieci milioni di dipendenti pubblici, parapubblici, o collusi con il pubblico, che non hanno nessuna voglia di rinunciare ai loro privilgi e pronti a scendere in piazza per difenderli anche con la forza, visto che ne hanno perche’ ricevono lauti compensi.

Lo scrivente e’ demoralizzato e finanche mortificato per questa realta’ e, purtroppo, ancora non vede nessuno all’orizzonte capace di terminare questo schifo con la stessa sorte che tocco’ alla Roma del Tardo Impero, ma non dispera. Giambattista Vico non ha mai sbagliato con la sua teoria dei “Corsi e ricosri storici”. Prima o poi ci sara’ un nuovo Odoacre che fara’ fare alla Repubblica delle banane la stessa fine dell’Impero romano d’occidente: ci sara’ certamente qualcuno che non potendo riconsegnare le insegne a nessun altro, probabilmente le brucera’ e con esse brucera’ le chiappe a tutti gli schifosi privilegiati che usurpano gli interessi della collettivita’.
Meditate, gente, meditate e, soprattutto, ribellatevi.

Costa adriatica, aprile 2017.

L’ultima Roma imperiale e l’ultima Roma repubblichina was last modified: maggio 9th, 2017 by Enrico Furia

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