Home ATTUALITA' LUCREZIO: la razionalita’ come rimedio alle difficolta’ della vita

LUCREZIO: la razionalita’ come rimedio alle difficolta’ della vita

 

“ Suave, mari magno turbantibus aequora ventis,
e terra magnum alterius spectare laborem;
non quia vexari quemquamst iucunda voluptas,
sed quibus ipse malis careas quia cernere suave est.”

“Piace assai, quando nel vasto mare squassano le distese i venti,
da terra rimirare la lotta grande di un altro,
non perché ci sia nel tormento di qualcuno una piacevole voluttà,
ma perché procura piacere osservare da quali mali tu sia esente.”.

Sono i primi versi del secondo libro del De rerum natura

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(
La fatica e la lotta affannosa altrui offrono uno spettacolo gradevole, a chi certe cose le ha risolte da tempo. Lucrezio vive e scrive quando la crisi della repubblica romana (e siamo al I secolo a.C.) sta ormai per consumarsi del tutto, al tempo di Cesare, sfociando nella dittatura del sistema imperiale, che porta un uomo solo al comando, e dando la spinta definitiva al lungo crepuscolo dello Stato romano.

Da circa un secolo (morte violenta del tribuno della plebe, Tiberio Gracco) la lotta politica è andata via via incarognendosi, condotta senza esclusione di colpi, non di rado generando fiumi di sangue. In quei tempi si rottamavano così le persone. Il latifondismo, con l’adozione massiccia e sistematica della mano d’opera servile, e l’arrivo copioso nei porti Roma, ad Ostia antica come nel Tevere, di mercanzie da tutti i territori del vasto impero, hanno portato allo spopolamento delle campagne, non più in grado di reggere la concorrenza dei prodotti cinesi (pardon! esteri e delocalizzati); e le aspre e vigorose stirpi italiche, forgiate dal duro lavoro agricolo, hanno abbandonato le terre avite e si sono riversate nelle città, Roma prima fra tutte. Ivi lavorano con i voucher, o fanno i galoppini per gli uomini potenti, sempre meno numerosi ma tanto più feroci, e sui giornali ed in televisione fanno propaganda al governo, esaltandone le reali, ma soprattutto le presunte benemerenze. Scusate, ma mi si sono impicciati e sovrapposti i secoli: non è solo colpa mia, ma anche della somiglianza.

Latifondismo, e quindi stato di abbandono della terra, un tempo la grande bellezza dell’Italia, vigne uliveti grano orti: finiti; ed urbanesimo, con una plebe sempre più inselvatichita, sempre meno padrona del proprio destino, ed ormai ridotta a vivere alla giornata, alla mercé di questo o quel potente: questo è lo spettacolo a cui assiste Lucrezio. Ed il quadro d’assieme si completa con una perniciosa ricerca del denaro ed il potere, che lo procura, il vitello d’oro che stravolge i valori, e sottomette chi lo afferra e chi assiste all’afferrare. Privi di una prospettiva credibile, e preda delle difficoltà del vivere, i romani si adattano al cambiamento (è tutto da dimostrare che cambiare si risolve nel migliorare), al quale non sono in grado di opporre alternative esistenziali, incapaci anche di immaginarle. E scelgono un lento ed inconsapevole suicidio di massa, con il non fare più figli, a dispetto del fertility day lanciato e patrocinato da Augusto, qualche decennio dopo.

“Piace stare a rimirare anche le grandi battaglie di una guerra
dislocate nei campi, senza però una tua parte di rischio.
Ma più dolce è nulla rispetto all’essere padroni degli spazi (mentali, ndt)
ben presidiati dall’insegnamento degli uomini saggi,
da cui tu possa osservare gli altri, e vederli vagare qua e là
e cercare smarriti la via della vita,
lottare con le doti naturali, e con la nobiltà gareggiare,
notte e giorno affannarsi con soverchiante fatica
per emergere ai gradi più alti e diventare ricchi e potenti.
Ahi misere menti degli uomini, ahi cuori senza luce!”.

Pare roba scritta per i nostri giorni. Va da sé che Lucrezio qui si riferisca agli strati alti del popolo romano, potendo le masse solo invidiare, e sognare un giorno di imitare. La scala di valori, allora come ora elaborata dalla classe dirigente, ed imposta con la prepotenza ed il ricatto sulle classi subalterne: il potere senza limiti, il denaro concentrato in poche mani in modo immorale, la visibilità, la fama…

Ma tutto questo – dice Lucrezio, poco più oltre – è una aberrazione, una devianza patologica, una istigazione alla sopraffazione, quando invece la natura di per sé reclama solo una cosa come essenziale: che il dolore sia lontano da noi. Statue d’oro a far da portalampada? Non servono, eppure per averle non si ha remora a scatenare guerre; soffitti a cassettoni lavorati e decorati d’oro? Inutili, eppure di quanto sangue grondano, e di quante lacrime! Banchetti sontuosi? A che pro, se al nostro corpo già basta affrancarsi dai morsi della fame? Non sono indispensabili manicaretti ricercati ed elaborati da grandi chef lautamente pagati, né tovagliati preziosi e stoviglie di pregio: eppure per il possesso di queste cose inutili e superflue, quanti affanni, quante ingiustizie, e non di rado quanto dolore, subìto ed inferto! E’ noto a tutti –credo – quanti morti ci siano stati per commerciare il pepe nei secoli del medio evo e del rinascimento.

Lucrezio è un epicureo entusiasta dell’epicureismo. Si è convinto che questa dottrina filosofica, che proclama in modo assoluto e definitivo il dominio della RAZIONALITA’ nelle cose della vita, possa offrire alla realtà esistenziale dei romani, caratterizzata dalla nebulosità dei fini, figlia del tramonto degli ideali secolari dei romani, una nuova luce: STUDIARE e capire la realtà della natura, e ripudiare i disvalori e le paure senza fondamento che la nascondono. E la vittoria sull’ignoranza e sulle fantasticherie ci rende uguali al cielo, dice trionfante il poeta.

Se hai fame, un po’ di pane e magari un pezzo di cacio bastano a risolvere il problema: l’importante è affrancarsi dalla fame. A cosa servono, a tal fine, manicaretti prelibati, servizi di porcellana finissima, una stanza sontuosa? Bastano pane e cacio. Ma quanto costa tutto il resto? E ne vale la pena? Provate a proiettare tale filosofia nel mondo attuale, dominato dall’economia consumistica!

Lucrezio si fa spettatore degli affanni altrui: non gli danno godimento, ma dalla conseguita saldezza del suo approdo filosofico, osserva l’insensato agitarsi di chi non ha ancora capito. Ma Lucrezio, tenuto a lungo nel dimenticatoio, perché pericoloso per il potere a causa della sua campagna per la razionalità, è destinato a tornarvi nel dimenticatoio: il nostro governo, proseguendo nella sua sistematica opera di restaurazione (altro che cambiamento!), riduce gli anni di scuola, e sottrae tempo allo studio con l’insensato progetto scuola-lavoro. Resterà spazio per Lucrezio? Caro Lucrezio Caro, la tua crociata per la razionalità sarà la tua condanna, perché i cittadini al potere piacciono se non sono raziocinanti. Calcio e televisione, pubblicità che offre ed impone modelli e comportamenti, calcio con tanta pubblicità che impone modelli e comportamenti, polvere di stelle, gare canore, di per sé frivole ma narrate come cose di estrema importanza, e tanta pubblicità … e tanta ancora

MALA TEMPORA CURRUNT, AI QUALI IO DICO NO!

 

Fulvio Marino


 

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Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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