LUCREZIO di Fulvio Marino

LUCREZIO

Epicurus_bust

di Fulvio Marino

Arrivava prima o poi il giorno, in cui dovevo spiegare Lucrezio, uno dei miei amori più travolgenti, di quand’ero giovane, tanti, tanti anni fa…… (ma anche Leopardi, Foscolo, Orazio, Saffo, Virgilio, Tacito, Erodoto, Sandro Penna, Pascoli…….). Ma, per parlare di Lucrezio, era necessario trattare per sommi capi la filosofia epicurea. L’opera di Lucrezio, infatti, è una trasposizione in versi del pensiero di Epicuro. Cosa ha indotto il Poeta a fare un’operazione del genere? L’amore per la sua terra, l’amore per i romani, l’amore per l’umanità. Siamo al tempo di Cesare, e da circa un secolo Roma, l’Italia, l’impero vivono una crisi profonda, che si manifesta in tutto: economia, politica, viaggi, famiglia, nascite, costumi. Insomma un po’ come oggi per noi…… E non avevano nemmeno Renzi a predicare ottimismo. Però avevano Lucrezio, e purtroppo non è possibile lo scambio, se no come nel mercato dei calciatori, potevamo metterci anche Silvio eccetera. I romani però non erano fessi, e non ci sarebbero stati. LA PROPOSIZIONE DELLA SAGGEZZA EPICUREA E’ PER LUI IL FARMACO PER TUTTI I MALI DEL TEMPO, così simili ai nostri.

In un famoso passo della sua opera (De rerum natura, libro I versi 936-945. Il titolo si traduce “La natura”) dice il Poeta:

“Ma COME quando i medici l’amaro assenzio provano a dare/ ai fanciulli, ma prima l’orlo della coppa/ cospargono con il dolce e biondo liquido miele,/ perché sia giocata dei bambini l’inesperta età/ fino alle labbra, e bevano fino in fondo intanto l’amaro/ succo dell’assenzio, e l’età ingannata non sia vinta (dal male),/ ma piuttosto guarisca e stia bene con tale espediente,/ COSI’ io ora, poiché questa dottrina per lo più sembra/ troppo severa a chi non la tratta, ed indietro/ il volgo si ritrae da questa, ho voluto con il delicato/ canto delle muse proportela/ e quasi cospargerla con il dolce miele della poesia,/ se mai io possa con tale dottrina coinvolgerti l’anima/ nei nostri versi: perché tutta la vedrai e a fondo/ l’essenza stupenda della natura.”. L’epicureismo è il farmaco e Lucrezio il medico.

Nel verso 41 aveva parlato di “tempore iniquo patriae”, disastrata epoca della patria. In estrema sintesi, Lucrezio ci dice che, siccome la mentalità romana è lontanissima dal farmaco filosofico di Epicuro, allora lui, il poeta, deve fare come i medici, e, COME quelli ingannano i fanciulli cospargendo con il miele l’orlo della coppa e così, ingannati, bevano la medicina e guariscano, COSI’ lui traveste una dottrina per i romani ostica con la dolcezza della poesia, cosicché leggeranno o ascolteranno i versi, ed insieme assorbiranno il farmaco miracoloso che contengono e che li guarirà dalla bruttura dei tempi, e poi dagli affanni dell’esistenza.
Ma perché per i romani la dottrina epicurea è così ostica? Una delle tradizionali e granitiche colonne dell’edificio dello Stato romano era la religione: dèi, feste, riti, culti, ministri del culto, oracoli, statue, libri sibillini, indovini, templi, santuari, vergini vestali, pronostici, auspici…… Ebbene, Epicuro dice che tutto ciò è inutile. Non nega l’esistenza degli dèi, ma li pensa perfettamente indifferenti rispetto alle faccende umane: è inutile invocarli, è inutile temerli. In quanto dèi, infatti, godono della perfetta imperturbabilità (atarassia), e non c’è ragione al mondo per cui la rischino, mettendosi nelle faccende umane: sono il modello per chi aspira alla felicità, che sta appunto nell’avere sfrondato la vita di tutto ciò che provoca in noi turbamento. Stando così le cose, allora, a cosa servono templi sacerdoti feste, e tutto il resto? Però dai romani la religione era vista come uno dei fattori, e forse quello decisivo, della fortuna della città. Di qui il rifiuto verso Epicuro e la preoccupazione del Poeta. Ma Epicuro aveva fatto anche di peggio: considerava materiale e mortale anche l’anima, destinata a disgregarsi e disperdersi con la morte del corpo. Dunque tutte le storie sull’al di là, ed i riti che su quelle s’erano formati, non avevano ragione d’essere. Il rischio dell’accusa di empietà ed ateismo non frena Lucrezio, che, anzi, rincara la dose (libro I, versi 80-101):

“A causa di queste mie idee ho timore che tu possa credere/ di introdurti in una dottrina da scandalo e nella via/ del sacrilegio, quando invece al contrario troppo spesso quella/ religione ha partorito fatti scellerati ed empi./ Come quando in Aulide l’altare della vergine Diana / con il sangue di Ifigenia turpemente insozzarono/ i comandanti scelti dei greci, fior fiore di eroi./ Non ancora s’era distesa la benda (rituale) tra i riccioli da adolescente/ né venuta giù con simmetria intorno alle guance,/ e si avvide che malinconico il padre davanti all’altare se ne stava,/ e vicino a lui il ferro nascondevano i sacerdoti/, ed al suo apparire i soldati spargevano lacrime,/ ammutolita dal terrore la terra con le ginocchia piegate cercava./ Ed alla misera servir non poteva in tale frangente/ l’aver dato al re per prima il nome di padre./ Fu infatti sollevata di peso dalle mani virili e tremebonda all’altar/ fu portata, non perché potesse con la solenne cerimonia nuziale/ partecipare ad uno splendente sposalizio,/ ma casta incestuosamente proprio nel tempo dello sponsale/ cadesse vittima triste per un colpo del padre,/ per dare alla flotta una propizia partenza e fortunata./ TANTI MALI HA INDOTTO A COMPIERE LA RELIGIONE.”. Chi conosce la Storia, sa che Lucrezio aveva compiutamente ragione: è piena di “Dio lo vuole”, “Dio è con noi”, in nome di Odino, di Allah, di Jahvé , e via cantando: un dio generoso creatore di tutto, quindi padre di tutto e tutti, che si diletta a distruggere le sue creature per ragioni per lo più arcane. Quanto ad Ifigenia, figlia di Agamennone, l’avevano attirata con l’ingannevole promessa delle nozze con Achille, e s’era recata là dove l’armata greca aveva fatto il raggruppamento per la partenza verso Troia. Ma Artemide (Diana), adirata con i greci, perché le avevano ucciso la cerva a lei sacra, aveva fermato il mare, impedendo la partenza, ed aveva preteso il sacrificio della figlia di Agamennone, il capo. E la figlia era Ifigenia.

Arrivava dunque il momento per me di presentare in classe Lucrezio, ma prima era necessario illustrare in sintesi la filosofia di Epicuro (Samo-Atene, secolo III a.C.). E dunque dicevo: “Secondo Epicuro gli esseri viventi, spinti dalla natura, cercano il piacere e fuggono il dolore.”. E qui tacevo, e mi gustavo la faccia degli studenti, che invariabilmente stava a dire: “E ci voleva Epicuro, per una banalità simile!”. Allora chiarivo che, chi vuol elaborare una teoria filosofica, non può saltare nemmeno un passaggio, fosse anche il più banale, come si fa con una dimostrazione in geometria. Allora domandavo loro cosa sia il piacere e cosa il dolore. E qui era inevitabile che andassero in confusione. Provateci anche voi che leggete, a definire le due cose, il piacere ed il dolore, e vedrete. Per Epicuro il piacere è quella condizione di serenità, che viene quando sono stati soddisfatti i bisogni, la cui non soddisfazione genera turbamento. Ma, se i bisogni li riduci all’essenziale, il loro soddisfacimento è più agevole, richiede meno fatica, e quindi c’è più spazio per la serenità. Ad esempio: mangiare è un bisogno naturale (lo richiede la natura) e necessario, cioè inevitabile. Basta procurarsi un po’ di cibo (pane e pomodoro, per dire), ed il bisogno è bell’e soddisfatto. Mangiare cose raffinate, in piatti preziosi su tovagliati costosi, dentro una casa sontuosa, non è né naturale né necessario, ma, per avere tutto ciò, devi sobbarcarti ad un travaglio fisico e morale, ad un impegno che genera gravi turbamenti, l’esatto opposto dell’obiettivo del saggio, la serenità. Un po’ di Epicuro farebbe bene anche oggi, persi come siamo dietro ad esigenze non naturali né necessarie, indotte dalla TV dei padroni del vapore. Si comincia in tenera età, con gli sciocchi, inutili e costosi capi firmati, figli del sistema produttivo consumistico, che sta devastando individui popoli e mondo.

I due obiettivi polemici principali di Epicuro, quelli che avvelenano l’esistenza umana, sono la paura degli dèi e la paura della morte. Circa il primo ho già fatto qualche citazione, ma ora aggiungo un altro passo (libro I, versi 62- 79): “Quando la vita umana in modo miserevole per gli occhi giaceva/ sulla terra, gravata dal peso della religione/ che sporgeva il capo dalle regioni del cielo/ incombendo con orribile aspetto sopra i mortali,/ per la prima volta un uomo greco (=Epicuro) di scrutarla a fondo con gli occhi mortali/ ebbe il coraggio e per primo opporvisi,/ e non lo fermarono i racconti sugli dèi né i fulmini né il cielo/ con il minaccioso tuonare, ma tanto più/ stimolarono l’aspra virtù del suo animo, al punto di desiderare/ di rompere per primo gli stretti chiavistelli della natura./ Dunque la vivace forza dell’animo trionfò, e al di fuori/ delle fiammeggianti mura dell’universo entrò profondamente ( si credeva che l’universo fosse racchiuso dentro mura fiammeggianti)/ e tutta l’immensità percorse con la mente e con l’animo,/ e da lì ci riferisce vittorioso ciò che può nascere,/ e ciò che non può, e da cosa dipende il limite saldamente fissato per ciascuno di noi./ Perciò la religione, a sua volta messa sotto i piedi,/ viene calpestata, E LA VITTORIA CI PARIFICA AL CIELO.”. Quanto orgoglio in Lucrezio per Epicuro!

La paura verso la morte l’affronta con un’affermazione, che pare un gioco di parole. Cos’è la vita? E’ quella cosa che c’è, quando sono aggregati fisiologicamente tra loro gli atomi, da cui è composto il nostro corpo. Finché questo aggregato atomico funziona, noi siamo vivi, in tutto e per tutto. Quando l’aggregato si disgrega, si scioglie, la vita non c’è più, ed è la morte. Ma, se questa c’è quando l’aggregato non c’è più, noi non la percepiamo, perché, per percepirla, dovremmo essere vivi e vegeti. Insomma, quando siamo vivi è ovvio che non c’è la morte, e quando c’è la morte non ci siamo più noi: dunque noi e la morte non ci incontriamo mai. Si può temere ciò che non s’incontra?

Però su questo il Poeta pare meno granitico nelle convinzioni, e nasce l’angoscia.

La saggezza per Epicuro è operare in modo da vivere, avendo eliminato tutte le cause del turbamento. Anche quello in fondo piacevole. Quindi anche la poesia sarebbe da evitare. Allora Lucrezio, Poeta, è un eretico. Ma egli stesso spiega il perché con la similitudine tra il medico dei bambini e lui. Ed è pienamente consapevole della grandezza della su opera. E’ un poema EPICO e DIDASCALICO, caratterizzato da immagini grandiose e dall’entusiasmo per il Maestro, vero salvatore dell’umanità. Sapeva bene Lucrezio che quella dottrina difficilmente si sarebbe fatta strada tra i romani, per le ragioni accennate prima. E nemico numero uno dell’epicureismo è Cicerone. Ma il destino a volte si diverte: sentendosi prossimo a morte (era probabilmente epilettico), e non avendo ancora revisionato la propria opera, Lucrezio dispose che il manoscritto fosse bruciato. Ma finì nelle mani di Cicerone, il nemico dell’epicureismo, che lo lesse e ne restò affascinato, e non solo non lo distrusse, ma lo affidò al suo amico Attico, un editore, perché lo pubblicasse così com’era: un’opera di tale grandiosità non poteva essere distrutta! Ma un nemico per Lucrezio più temibile era in arrivo: il cristianesimo. Per la posizione di Epicuro contro le chiese, i discorsi dell’aldilà, le confraternite religiose, la lontananza degli dèi dagli uomini, e per la mortalità dell’anima (che annulla del tutto ogni discorso sul paradiso e l’inferno, e rende inutili i preti di tutte le specie, e liberi gli uomini dal ricatto del premio e del castigo), la chiesa cristiana mise all’indice l’opera di Lucrezio. E nel dimenticatoio vi restò per un migliaio di anni. Finché un umanista italiano, Poggio Bracciolini, non ne ritrovò una copia in una biblioteca tedesca nel 1417, e ne fece a sua volta una copia, diffondendo di nuovo la conoscenza di Lucrezio. E fu l’inizio dell’approccio razionalistico e scientifico della cultura europea. In fondo gli siamo debitori anche per lo smartphone e per le altre cose, per ottenere le quali non siamo saggi e ci roviniamo l’esistenza. Ho lavorato per comprare la macchina, con cui andare a lavorare!!! Sveglia!!!!!

 

di Fulvio Marino

Fulvio Marino

“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” 

Fulvio Marino

il pifferaio tragico fulvio marino

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Fulvio Marino
Fulvio Marino
Ex insegnante appassionato di cultura, specialmente classica, attento alla politica, innamorato della democrazia.“Càpita nella vita sia personale che comunitaria di avere la sensazione di aver fatto una corsa troppo veloce, di esere andati troppo avanti, al punto di non percepire più dove ci si trovi. Allora è saggio fermarsi, sedersi, e parlare con se stessi. Ed in questo ci aiutano le voci dei grandi del passato, e qui da noi sono stati veramente grandi e veramente tanti. Si recuperano così le radici del nostro essere, e si riprende slancio, dopo aver meditato un pochino e riflettuto. Ed è questo ciò che intenderei fare, offrire a chi li apprezza spunti di riflessione, angoli di astrazione dal presente, che proprio gratificante non è. Spero di fare cosa gradita.” Fulvio Marino (autore del libro"Il pifferaio tragico" ) Articoli

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